Enrico Pazzi "statuario"

Lo scultore ravennate lasciò il proprio patrimonio artistico e bibliografico alla Pinacoteca del Museo d'Arte della Città e al Museo Nazionale, di cui fu il principale promotore a partire dagli anni Settanta dell'Ottocento

Nadia Ceroni - Conservatore del Museo d'Arte della Città

Nel 1887 veniva stampata a Firenze l'autobiografia intitolata Ricordi d'arte di Enrico Pazzi statuario, nella quale lo scultore ripercorreva le proprie vicende umane e artistiche. Gli Atti dell'Accademia di Belle Arti testimoniano che la formazione del Pazzi, nato a Ravenna nel 1819, avvenne in ambito locale sotto l'insegnamento del bolognese Ignazio Sarti, professore e direttore a vita dell'Accademia dal 1829 al 1854. Ma i rapporti col maestro non furono facili. Stando a quanto viene riportato nel Carteggio del 1841, Pazzi venne espulso dall'Accademia per intemperanze dimostrate durante le ore di lezione nei confronti del Sarti. Riammesso in Accademia, per intercessione del cardinal legato Agostino Rivarola, Pazzi vinse poi una borsa di studio per andare a perfezionarsi all'estero e nel 1845 si trasferì a Firenze grazie a un assegno mensile di 10 scudi elargito dal Comune di Ravenna per un triennio. Qui proseguì la sua formazione presso lo studio dello scultore Giovanni Duprè e nel 1849 ricevette dal Municipio di Ravenna un ulteriore assegno di 15 scudi mensili, per un altro triennio a Firenze. Nell'occasione la commissione consiliare accettò in dono dallo scultore un bassorilievo rappresentante Galla Placidia cacciata da Ravenna dal fratello Onorio, oggi facente parte della Gipsoteca dell'Accademia ravennate. Tra le opere fiorentine è da ricordare il monumento a Dante, solennemente inaugurato in Piazza Santa Croce nel 1865. A Ravenna restano del Pazzi numerosi ritratti in marmo di personaggi famosi come Andrea Garavini, Luigi Carlo Farini, Jacopo Landoni, Lorenzo Ginanni Corradini, Pulcheria Ghika Rasponi, Gioacchino Rasponi, la contessa Laura Pallavicini. Tra i monumenti sepolcrali quelli dedicati a Gaspare Ribuffi, alla famiglia Rambelli e a Pietro Pazzi, sono collocati presso il Cimitero Monumentale della città; il cenotafio del padre Antonio Cesari è nella Chiesa metropolitana. Più che per la cospicua produzione scultorea, a Ravenna il nome di Enrico Pazzi è legato alla nascita del Museo Nazionale, essendone stato il principale promotore a partire dagli anni Settanta dell'Ottocento. Concepito inizialmente in termini di Museo Civico Bizantino, avrebbe dovuto essere collocato nel chiostro del Monastero di Porto, ma il progetto iniziale non venne attuato, essendo l'intera struttura architettonica destinata a comando di corpo d'armata. La scelta cadde allora sui locali del Monastero di Classe, ben presto occupati da un massiccio deposito di materiali lapidei da parte del conte Ferdinando Rasponi, della famiglia Lovatelli e di molte altre nobili casate ravennati. La storia della formazione del museo, di cui Pazzi divenne direttore nel 1884, è stata molto ben ricostruita da Silvia Pacassoni (si veda la tesi di laurea su Enrico Pazzi (1818-1899) dall'Accademia al Museo compilata nell'a.a. 2001-2002 per l'Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, relatore prof. Stefano Tumidei, correlatore prof. Roberto Balzani) fino al 1898, anno in cui Pazzi passava la direzione museale al più giovane Corrado Ricci. La figura del Pazzi si incrocia anche con la storia della Pinacoteca ravennate, già Galleria dell'Accademia di Belle Arti, e l'incremento delle relative collezioni artistiche. Tra le varie acquisizioni patrimoniali che si succedettero nel corso dell'Ottocento, la più significativa avvenne grazie al lascito di Enrico Pazzi. Morto nel 1899, lo scultore aveva disposto nel testamento olografo del 1884 di lasciare al Museo Nazionale tutti i suoi libri d'arte, stampe, disegni e mobili antichi e al Comune di Ravenna, perché fossero custoditi nell'Accademia, i quadri e i gessi. Nell'inventario delle opere formanti il Legato Pazzi a favore dell'istituzione scolastica, sono elencati numerosi quadri, gessi, bassorilievi e cornici esistenti "nella casa del defunto, nello studio e nella villa posta nel vicolo di San Marco Vecchio": opere in gran parte rintracciabili negli attuali inventari del museo. "Volendo che le mie sostanze possano essere utilmente impiegate dopo la mia morte a vantaggio dei poveri e dell'arte e non siano disperse o malamente impiegate", nella modifica testamentaria del 1898, lo scultore dichiarava inoltre di voler istituire una Fondazione Pazzi con il compito di conferire tre borse di studio, ciascuna di millecinquecento lire annue "a tre giovani poveri ed onesti della provincia di Ravenna e di Firenze per uno studio triennale di perfezionamento in una delle Accademie di Belle Arti d'Italia". Assunto l'assetto giuridico di Ente morale, la Fondazione fu operante solo dal 1903 e fino al 1919. La ristampa dei Ricordi d'arte, a cura di Lucio Scardino (Ferrara, Liberty House, 1991), il volume di Giordano Viroli (Il gesto sospeso. Scultura nel Ravennate negli ultimi due secoli, Ravenna, Mistral, 1997) e la sopra citata tesi di laurea di Silvia Pacassoni, hanno recentemente contribuito a rinnovare l'interesse per questo scultore per lungo tempo quasi dimenticato.

Personaggi - pag. 13 [2003 - N.17]

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