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LaRa presenta cinque specifici laboratori didattici per le scuole per l'anno scolastico 2007-2008.

Valentina Strocchi, Silvia Zingaretti - Fondazione RavennAntica

La Fondazione RavennAntica ha chiuso in modo estremamente positivo la stagione estiva. Moltissimi sono stati i visitatori italiani e stranieri che sono venuti ad ammirare la Domus dei Tappeti di Pietra e la mostra Felix Ravenna o che hanno partecipato alle serate della Luna a San Nicolò, dedicate alle conversazioni archeologiche, al cinema d'essai, ai concerti, agli spettacoli per bambini ed alla ludoteca.

Felix Ravenna, incentrata sui rapporti tra la nostra città e l'alto Adriatico, ha riscosso notevole successo e permesso di approfondire la conoscenza del secolo d'oro di Ravenna. L'esposizione Mosaici d'Oriente, invece, allestita nella centralissima chiesa di San Domenico e legata all'importante lavoro di restauro effettuato sui mosaici siriani nell'ambito di un'importante strategia internazionale, già dopo il primo mese di apertura aveva superato le 22.000 presenze, terminando in maniera eccellente.

In attesa del nuovo evento espositivo, previsto per la prossima primavera, nella stagione autunnale, in concomitanza con l'apertura delle scuole, la Fondazione si rivolge ai più giovani.
"LaRa", la sezione didattica di RavennAntica, è ormai attiva da diversi anni presso il Complesso di San Nicolò di via Rondinelli: lo scorso anno è stata potenziata, attrezzando una seconda aula didattica che ha consentito, nei mesi primaverili appena trascorsi, di ospitare più di 4.000 studenti che hanno partecipato con entusiasmo alle visite guidate e alle attività didattiche. I laboratori sono poi proseguiti per tutta l'estate consentendo a quasi 400 bambini di "giocare con l'arte"" divertendosi e imparando.

"LaRa" si presenta come il contesto didattico ideale perché consente di far vivere l'esperienza artistica attraverso percorsi appositamente studiati per le diverse età dei partecipanti. Le proposte didattiche sono concepite per far sperimentare le antiche tecniche artistiche e per far conoscere il patrimonio ravennate mentre i percorsi tematici sono estremamente flessibili per meglio adattarsi alle caratteristiche delle classi e alla formazione culturale di bambini e ragazzi.

Oltre ai percorsi standard, per il periodo invernale sono state pensate inoltre una serie di proposte che affrontano temi specifici come il ritratto, gli animali simbolici e il Natale: le immagini dei soggetti proposti all'interno dei vari percorsi saranno visibili, a breve, sul sito internet www.ravennantica.it.

Durante i secoli molti sono gli animali che hanno caratterizzato le diverse culture, alcuni reali altri immaginari, ma sempre carichi di valenze simboliche e magiche. Il percorso Animali simbolici e immaginari si propone di mettere in evidenza le varie simbologie in riferimento ai mosaici ravennati e agli antichi bestiari medievali (es. fenice, drago, pecora, colomba).
In riferimento ai mosaici ravennati il percorso Ritratti, volti e figure prevede l'osservazione dei soggetti più famosi, mettendo in risalto le differenze fra le varie figure e confrontandole con ritratti realizzati con altre tecniche artistiche.

La Domus dei Tappeti di Pietra è un percorso per approfondire la conoscenza di uno dei più bei luoghi della città di Ravenna, con la realizzazione di un particolare tratto proprio dai motivi figurativi presenti nei mosaici della Domus.
La lucerna romana, oggetto spesso citato nei libri di testo e visibile in molti musei, è il titolo del percorso che, dopo una prima fase manipolativa, viene realizzato direttamente dai bambini.

"LaRa" offre la possibilità alle scuole che lo desiderano di realizzare nell'ambito del Percorso Natalizio, lavori a soggetto natalizio, alcuni liberamente ispirati alla tradizione musiva ravennate, altri invece alla classica iconografia natalizia.
Tutti i percorsi sopra specificati sono effettuati nei mesi di ottobre, novembre e dicembre previa prenotazione telefonica e si compongono di almeno 2 incontri. La durata media delle attività è di un'ora e mezza (per informazioni: tel. 0544 213371).


Esperienze di didattica museale - pag. [2007 - N.30]

Con il 14° corso "Scuola e Museo" la Provincia di Ravenna invita a usare gli studi antropologici per arricchire la qualità della pratica educativa nei musei.

Alba Trombini - Consulente scientifico 14° Corso "Scuola e Museo"

In oltre 150 anni di vita l'antropologia ha condotto studi e ricerche praticamente in ogni direzione possibile. Da alcuni anni si parla sempre più spesso di antropologia museale ma, anche per chi si muove agilmente nel campo dei beni culturali, capita di non avere del tutto chiari i contorni e i contesti nei quali si muove questa disciplina specialistica. Esattamente qual è il suo campo di indagine, quali fini si pone?

Per meglio comprendere la portata di questo particolare tipo di ricerca antropologica e le potenzialità del suo contributo all'educazione museale la Provincia di Ravenna ha chiesto ad alcuni fra i massimi esperti in materia - provenienti da diverse realtà accademiche e museali italiane - di illustrare principi, metodi e risultati raggiunti dagli studi più recenti in occasione della quattordicesima edizione del Corso "Scuola e Museo".

L'intera giornata del prossimo 30 ottobre è dedicata ad una riflessione sulle caratteristiche delle complesse relazioni che si instaurano fra uomini, città e musei e all'analisi del panorama museale demo-etno-antropologico italiano per avvicinare al punto di vista comparativo e critico della prospettiva antropologica e per porre uno sguardo anche al rapporto che si è venuto a creare fra ricerca antropologica e arte contemporanea. Siamo convinti che per quanti si occupano di educazione al patrimonio e di didattica museale sia importante esplorare i concetti di identità e cultura in relazione ai contesti museali etnografici (e non solo) e comprendere la funzione e le potenzialità educative dell'ecomuseo urbano e del museo diffuso.

Grazie al patrocinio dell'IBC e di SIMBDEA (Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici) - e grazie alla preziosa collaborazione di Mario Turci, uno fra i maggiori esperti italiani nel campo dell'antropologia museale - è stato possibile riunire intorno allo stesso tavolo di lavoro specialisti e studiosi come Clemente, Sobrero, Padiglione, Jallà, Lattanzi, Lusini e Simone.

Entriamo ora brevemente nel merito dei singoli contributi: nella sessione mattutina Daniele Jallà, Presidente ICOM Italia, introduce il tema della giornata con una relazione dal titolo Il museo della città: i modelli del passato, le esigenze del presente. Pietro Clemente, docente di Antropologia culturale all'Università di Firenze, affronta il tema specifico dei Musei della culture: patrimonio, società civile, consumi, e antropologia del mondo globale mentre Vincenzo Padiglione, docente di Antropologia museale all'Università La Sapienza, intitola il suo contributo La svolta riflessiva nella museologia: tra richiami all'ordine e sperimentazioni. Mario Turci, docente di Antropologia museale all'Università di Parma, conclude la prima parte di introduzione generale con un intervento dal titolo Raccontare gli altri: politiche dello sguardo e poetiche dell'orma nel museo.

Nella sessione pomeridiana si entrerà nel merito di casi specifici con Alberto Sobrero, docente di Antropologia Urbana all'Università La Sapienza, che attraverso Riflessioni sull'ultimo libro di Jean Loup Arselle ci accompagna verso uno sguardo particolare alle esposizioni africane; Vito Lattanti, antropologo del Museo Nazionale "Pigorini" di Roma, discute su Musei etnologici e didattica delle differenze. Continua poi il confronto sulle note di Valentina Lusini, docente di Antropologia dell'arte all'Università di Siena, che affronta il tema della relazione fra Antropologia culturale e arte contemporanea: territori, documenti e metodi condivisi per concludere con Vincenzo Simone, dirigente del Settore Educazione al patrimonio culturale della Città di Torino, con un intervento sul senso e la funzione dell'Ecomuseo urbano di Torino.

Al termine delle relazioni degli studiosi, come prezioso contributo finale, verranno intervistati alcuni degli ultimi esponenti della civiltà dei salinari e dei capannari che collaborano rispettivamente al Museo del Sale di Cervia e all'Ecomuseo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo.

Esperienze di didattica museale - pag. [2007 - N.30]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura Provincia di Ravenna

Abbiamo celebrato, nell'anno da poco concluso, i primi dieci anni del Sistema Museale della Provincia di Ravenna e della pubblicazione di questa rivista con l'impegno di consolidare e sviluppare quanto di positivo fin qui sperimentato. Il primo numero del 2008 di "Museo-informa" tiene fede a questo impegno e presenta insieme elementi di consolidamento e di sviluppo.

Nella prospettiva del consolidamento sono assicurati, e per quanto possibile rafforzati, i contributi dei soggetti e delle istituzioni culturali che danno vigore alla rete di relazioni tra realtà che operano in ambito provinciale, regionale ed anche oltre.

Per quanto riguarda lo sviluppo presentiamo alcuni elementi di novità. In prima istanza sviluppo quantitativo: la foliazione aumenta a ventiquattro pagine, la tiratura aumenta a duemila copie, per garantire maggiore informazione e migliore diffusione. Poi sviluppo qualitativo in termini di approfondimento e di contenuti: già in questo numero troviamo un intervento di Pierluigi Sacco sul tema del rapporto tra distretti culturali evoluti e musei, che riprende e sistematizza un dibattito che si sta svolgendo sul territorio provinciale, a partire da due importanti convegni tenuti a Faenza negli anni 2006 e 2007; dal prossimo numero diventerà consuetudine ospitare le recensioni delle pubblicazioni realizzate dai musei aderenti al Sistema Provinciale, come completamento e approfondimento di "Bibliomuseo in-forma", nato in occasione del decennale, che continuerà la pubblicazione in forma elettronica, facilmente consultabile e scaricabile dal sito del Sistema.

Dalle novità ai contenuti di questo numero, due sono i temi portanti; il restauro e l'omaggio a Corrado Ricci.

Il primo, in sintonia con il consolidato appuntamento primaverile del Salone del Restauro di Ferrara, traccia le linee delle azioni messe in campo dall'IBC e per un caso, insieme didattico e di recupero, dall'Accademia di Belle Arti, fino ad incrociare il tema della conservazione del patrimonio architettonico; questo ci permette di collegare le figure di Pietro Bottoni e Gio Ponti con quella di Giulio Ulisse Arata, in memoria del quale è appena stato completato il volume Arata a Ravenna. Opere e progetti nella città di Corrado Ricci.

Il secondo tema, a cui è dedicato lo Speciale così come, con positivo coordinamento, i contributi della Sovrintendenza e dell'Università, è l'omaggio a Corrado Ricci in occasione dei 150 anni dalla nascita. Un omaggio a tutto tondo che spazia dalla biografia intellettuale ai diversi aspetti dell'attività di museologo e della vita e che aggiunge un piccolo ma significativo contributo al grande impegno che le istituzioni culturali ravennati hanno profuso per dare importanti contenuti a tale ricorrenza, e che sono illustrati nelle pagine che seguono.

Infine, attraverso l'invito di Pier Luigi Sacco, che ci propone "piuttosto che inseguire formule predefinite, occorre allora fare in modo che sia il dialogo tra il museo e il suo territorio a definire il modello di uso dello spazio e dei tempi del museo stesso", vogliamo indicare una pista di riflessione per il Sistema Museale, per produrre nuovi modelli di relazione tra museo e territorio e, quindi, di ridefinizione della propria identità. Le esperienze di didattica museale della Pinacoteca e del Plesso di scuola elementare Pirazzini di Faenza ci presentano una possibile declinazione. Alcune delle attività realizzate per la celebrazione di Ricci ce ne indicano altre. Quali ulteriori esperienze possiamo portare a modello? Al lavoro, poiché questo "dialogo presuppone un forte investimento del territorio in una crescita della proprie competenze culturali".


Editoriale - pag. [2008 - N.31]

Le molteplici iniziative presentate dall'IBC contribuiscono a rendere il Salone del Restauro di Ferrara un importante momento di confronto e discussione

Lidia Bortolotti - Istituto per i Beni Culturali

Come è ormai consuetudine fin dal 1991, anno della prima edizione, anche quest'anno, dal 2 al 5 aprile, gli spazi fieristici ferraresi ospiteranno il XV Salone del Restauro. Da sempre l'IBC vi partecipa con impegno contribuendo attivamente a rendere l'appuntamento un importante momento di confronto e discussione sulle problematiche afferenti ai beni culturali. I diversi servizi sono direttamente coinvolti nell'organizzazione delle iniziative presentate dall'Istituto, di norma convegni, presentazioni di progetti, pubblicazioni ed eventi espositivi che, nella presente edizione, sarà ospitato all'interno dello stand IBC. È prassi consolidata affidare a questo specifico spazio un delicato ruolo di rappresentanza. Al pari delle altre iniziative lo stand rappresenta la vetrina privilegiata della nostra attività, luogo di ascolto e di contatto con il folto pubblico della Fiera e punto per la presentazione dell'attività svolta.
L'evento espositivo presentato nello stand dell'IBC è il restauro, effettuato grazie ai finanziamenti erogati con il Piano museale 2005 Legge regionale 24 marzo 2000, n. 18 (Norme in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali), a favore del Museo d'Arte della città di Ravenna. Proseguendo un percorso di restauro di opere d'età contemporanea già avviato sul Piano 2004, con gli interventi sulle opere Paesaggio in polvere di Franco Guerzoni, Così a lungo preda dell'aria di Sergio Monari e Prigione di Mirko Basaldella, in accordo con Nadia Ceroni, conservatore del Museo, è stato individuato nei depositi delle collezioni della Pinacoteca un pregevole nucleo consistente in 21 cartoni per mosaici a tema dantesco, realizzati in occasione delle celebrazioni per il VII centenario della nascita del poeta svoltesi a Ravenna nel 1965 e un ritratto in foglia d'oro su vetro di Dante. La commissione costituitasi allo scopo di organizzare l'evento, scelse un gruppo di artisti - taluni molto noti - per ideare i cartoni sui quali eseguire i mosaici celebrativi, indicando a ciascuno un certo numero di canti della Commedia cui ispirarsi per l'elaborazione del bozzetto preparatorio. La scuola ravennate di mosaico, ed altri mosaicisti locali, tradussero i bozzetti elaborati dagli artisti in opere che furono oggetto di una prima mostra nel 1965 in San Vitale (riproposta nel '95) e che tuttora si conservano a Ravenna presso la sala conferenze di Mirabilandia.
Conservati nei depositi del MAR, questi cartoni si presentavano in condizioni conservative tra loro diverse, estremamente problematiche per alcuni e meno gravi per altri in relazione alle tecniche e ai materiali usati dagli artisti per la loro realizzazione. Il restauro è stato particolarmente attento al risanamento dei supporti, al consolidamento della pellicola pittorica senza tuttavia snaturarne le caratteristiche proprie delle opere. Al laboratorio è inoltre spettato il compito di predisporre i materiali per un'idonea conservazione nei depositi.
Le altre iniziative dell'IBC comprendono la presentazione del volume La cognizione del paesaggio. Scritti di Lucio Gambi sull'Emilia Romagna e dintorni, a cura di Maria Pia Guermandi e Giuseppina Tonet, edito da Bononia University Press, che avrà luogo il 3 aprile. Lucio Gambi (1920-2006), ravennate, è ritenuto forse il maggiore geografo italiano del Novecento, più ogni altro ha contribuito a rinnovare profondamente questa disciplina aprendola al contributo metodologico della ricerca storica, letteraria, sociologica, demografica. Protagonista del dibattito culturale e politico che, a partire dagli anni '60, ha percorso le nostre Università e ha accompagnato l'attuazione delle Regioni, nel 1975 è stato nominato primo Presidente dell'IBC. Il volume raccoglie un'ampia selezione dei suoi scritti che comprende, tra gli altri, contributi sul territorio regionale in cui a lungo Gambi ha operato con ruoli diversi esercitandovi continuativamente la propria riflessione critica. Il volume è integrato da un'ampia sezione di testi on-line consultabili sul sito dell'Istituto all'indirizzo: www.ibc.regione.emilia-romagna.it/luciogambi e completato da una selezione di immagini dell'archivio fotografico IBC.
I tre convegni organizzati dall'IBC si concentrano nella giornata del 4 aprile.
Alla mattina con l'incontro organizzato dalla Soprintendenza per i Beni librari e documentari dell'IBC, in collaborazione con l'Associazione Italiana Biblioteche, l'Associazione Italiana Archivistica Italiana e l'Istituto Centrale di patologia del libro del Ministero per i Beni e le Attività culturali si prosegue la riflessione avviata otto anni fa sulla conservazione dei materiali librari e documentari del Novecento: Le carte della moda pone l'attenzione degli addetti ai lavori sugli archivi di questo particolare ambito.
Pur essendo il mondo produttivo della moda un straordinario veicolo per l'immagine dell'Italia nel mondo, non raccoglie un'adeguata attenzione per quello che concerne la conservazione della documentazione cartacea. Le "memorie della moda", costituite da fonti archivistiche e grafiche, rischiano la dispersione, particolarmente in concomitanza della chiusura di aziende. Il convegno vuole far emergere le diverse fonti (iconografiche, fotografiche, archivistiche e librarie) in gran parte inesplorate, stimolando una più attenta azione conservativa. Saranno trattate tematiche diverse: il rapporto tra soggetti produttori e soggetti conservatori degli archivi, la proliferazione delle riviste di moda, alcune buone pratiche per la gestione e la valorizzazione dei patrimoni, i problemi conservativi delle differenti categorie di materiali compresenti nei centri di documentazione.
Il vintage è un fenomeno che coinvolge estimatori di prodotti di consumo, realizzati nel secolo da poco trascorso e passati di moda. Si tratta di oggetti che possono essere riproposti come elementi d'arredo o riutilizzati recuperandone la funzionalità sia che si tratti di mezzi di trasporto o di comunicazione, possono inoltre essere indossati quando sono abiti e accessori. Su quest'ultima componente del vintage è centrato l'incontro di studio, ne è protagonista l'abito con la sua complessa evoluzione avvenuta nel corso del secolo scorso. Le problematiche sono rappresentate dal come documentare la storia delle sartorie e dei marchi che hanno reso possibile l'affermazione del made in Italy, ma soprattutto come conservare e restaurare materiali sintetici, risultato di tecnologie innovative applicate alle produzioni di materiali tessili.
Il protocollo siglato nel 2004 tra Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici e IBC, finalizzato alla conoscenza e alla conservazione del patrimonio architettonico contemporaneo di qualità, che ha già prodotto diverse iniziative editoriali ed espositive sul tema, è all'origine del convegno Architettura del secondo Novecento. Valorizzazione, tutela e metodologie di restauro.
L'incontro è incentrato sulle figure di due tra i maggiori architetti del Novecento, Piero Bottoni (Milano, 1903-1973) e Gio Ponti (Milano, 1891-1979), cui si devono importanti testimonianze della loro attività nella nostra regione. Saranno presentati quattro casi: la villa Muggia a Imola, esempio di contaminazione tra il nuovo e l'antico, in quanto ampliamento, su progetto di Bottoni del 1936, di una villa preesistente; la casa Minerbi-Dal Sale a Ferrara, intervento eseguito su progetto di Bottoni nel 1953-61, connotato dall'inserimento di spazialità moderne all'interno di un edificio di origine tre-quattrocentesca; il complesso architettonico della Fondazione Garzanti a Forlì, inaugurato nel 1957 su progetto di Gio Ponti; infine, l'Istituto di cultura italiana "Carlo Maurilio Lerici" di Stoccolma, progettato da Ponti nel 1954.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. [2008 - N.31]

A Rimini è visitabile un nuovo complesso archeologico, stratificazione di testimonianze tardo antiche, medievali e moderne

Angela Fontemaggi e Orietta Piolanti - Musei Comunali di Rimini

Dalla Rimini contemporanea esce prepotente il volto della città romana, disegnato dal reticolo stradale che ancora scandisce la trama degli isolati e dai grandiosi monumenti che ne delimitano i confini: l'Arco d'Augusto e il Ponte di Tiberio, solenni omaggi all'autorità imperiale, insieme all'Anfiteatro e a Porta Montanara.
Dal dicembre scorso, un altro importante tassello concorre a caratterizzare questo volto: è il complesso archeologico con la domus del chirurgo, nella centrale piazza Ferrari, a due passi dal Museo della Città. Il progetto espositivo, all'avanguardia per i criteri conservativi e per la visibilità del sito - una grande stanza del percorso museale - ha consegnato alla Città i risultati di scavi archeologici condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna ad iniziare dal 1989. Chi visita questo spazio incontra ben 2000 anni di storia leggibili nella stratificazione delle più significative testimonianze di ogni periodo: la domus imperiale detta del chirurgo, una residenza palaziale tardoantica, sepolture e tracce di abitazioni altomedievali, strutture di epoca bassomedievale e moderna.
Ad attirare gli sguardi di un pubblico internazionale è la domus da cui proviene l'eccezionale corredo di più di 150 strumenti chirurgici, il più completo della Romanità. Altrettanto eclatante la taberna medica che occupava almeno due delle stanze al piano terra della domus: lo studio con il mosaico di Orfeo attorniato da animali e la stanza per il day hospital, tra i cui arredi è stato riconosciuto un letto. Qui il medico, originario del Mediterraneo orientale e che forse legò la sua formazione all'ambiente militare, esercitò la professione di chirurgo e farmacista nella prima metà del III secolo. Egli stesso confezionava i medicamenti servendosi dei grandi mortai in pietra rinvenuti nella taberna. Altri oggetti parlano di lui, della sua cultura e della sua devozione, rivelando l'adesione ai modelli filosofici del greco Epicuro, l'amore del bello, la nostalgia del suo mare, la fede in Giove Dolicheno, il dio degli eserciti che assicurava la salute dell'anima accanto a quella del corpo. Una casa molto vissuta la sua, ove forse uno dei tanti pazienti volle manifestare la propria riconoscenza affidando a un graffito sulla parete il ricordo del medico: un nome che ha oltrepassato le barriere del tempo per consegnarsi a noi nella probabile interpretazione di Eutyches.
Come spesso accade nella storia fu un evento drammatico a preservare nei secoli la domus e ciò che era al suo interno, dai mosaici, agli affreschi, agli arredi. Alla metà del III secolo infatti un furioso incendio, scatenato probabilmente dalle orde barbariche che scendevano a devastare l'Italia, causò il crollo dell'edificio. Non conosciamo la sorte del medico: certo è che non tornò a cercare fra le macerie il suo prezioso corredo. La domus venne dunque abbandonata e coperta da cumuli di terra, fino a quando, nel V secolo, la parte affacciata su uno dei decumani fu ricostruita nelle forme di una lussuosa residenza con immense sale dai tappeti musivi policromi. Sullo sfondo vi è una città che si rivitalizza grazie al trasferimento della capitale dell'Impero a Ravenna. L'alto tenore della residenza è sottolineato anche dal grande cortile con ninfeo da cui l'acqua scendeva lungo canali a vista, creando una piacevole scenografia. La situazione, nel volgere di pochi decenni, declinò per spegnersi intorno alla metà del VI secolo, quando la Città fu attraversata dalla guerra fra Goti e Bizantini. A questo periodo appartengono le sepolture che vanno ad intaccare i mosaici tardoantichi: un piccolo sepolcreto cresciuto in relazione a un vicino luogo di culto.
La vita tornò ad affacciarsi nel VII secolo con modeste abitazioni che poco avevano in comune con l'orizzonte classico. In piena temperie medievale, le strutture erano sostenute da pali di legno e muri d'argilla, con pavimenti in terra battuta. Utilizzava mattoni di reimpiego il focolare al centro dell'edificio posto all'angolo dell'isolato, fra due strade romane allora ancora in uso. Casupole sempre più fatiscenti continuarono a insistere in quest'area fino all'VIII secolo per poi cedere a coltivazioni ortive. Solo nel '300 la zona sarà occupata da complessi religiosi, fino all'800 quando venne destinata a piazza-giardino. E ora anche a sede di uno dei luoghi più rappresentativi della storia e della cultura di Rimini (per informazioni: tel. 0541 21482).

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. [2008 - N.31]

Gli anni bolognesi videro Ricci protagonista della vita culturale cittadina, in contatto con le maggiori personalità dell'epoca

Luca Ciancabilla - Università di Bologna - Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei beni culturali

Dopo le mostre su Roberto Longhi e Francesco Arcangeli, a partire dal 9 marzo e sino al 22 giugno prossimi il MAR dedicherà, e bisogna sottolineare finalmente, una mostra a Corrado Ricci, che come è noto operò per lungo tempo nella città di Ravenna.
Figura culturale di grandissimo rilievo nell'Italia post-unitaria e sino agli anni '30 del Novecento, a lui si deve l'istituzione del primo organo nazionale di tutela delle opere d'arte, la Soprintendenza ai monumenti di Ravenna, che diresse fino al 1906 - quando andò ad assumere la carica di Direttore Generale per le Antichità e Belle Arti per poi tornare a Ravenna in un secondo tempo - aprendo la strada alla moderne istituzioni nazionali e regionali per la salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali.
Proprio agli anni della prima reggenza di Corrado Ricci sono da ricondurre i restauri di alcuni fra i più importanti monumenti della città. Egli per mezzo di mirati interventi scelse di dare una precisa impronta al progetto di recupero delle antichità cittadine, mosaici compresi, compiendo una forte selezione fra le stratificazioni dei monumenti che l'orientò a privilegiarne l'aspetto tardo-antico. Per questo propose di coprire gli affreschi settecenteschi della cupola di San Vitale, realizzati nelle quadrature da Serafino Barozzi e nelle parti figurate da Ubaldo Gandolfi, per restituirle il suo originale e nudo aspetto; il progetto fallì, seppur sorretto dall'opinione pubblica, a causa della cattiva reversibilità dello scialbo che doveva coprire gli affreschi. Fra coloro che sostennero pubblicamente il progetto del Ricci, il cosiddetto "Concordato Artistico", ci furono fra gli altri Gabriele D'Annunzio, Bernard Berenson, Benedetto Croce, Camillo Boito e il bolognese Alfonso Rubbiani, uno fra i più alti rappresentanti della cultura neogotica italiana, figlia delle teorie elaborate dall'architetto francese Eugene Emmanuelle Viollet Le Duc alla metà del XIX secolo.
Il Ricci aveva conosciuto il Rubbiani qualche decennio prima, durante la sua lunga permanenza a Bologna, città in cui aveva avviato la propria carriera di studioso. Fra il 1878 e il 1882 vi frequentò infatti la Facoltà di Giurisprudenza, impegnandosi, sotto l'ala protettrice di Giosuè Carducci (cui viene dedicata proprio in questi mesi un'esposizione presso l'Archiginnasio di Bologna, Carducci e i miti della bellezza), come segretario nella locale Deputazione di Storia Patria e nelle vesti di coadiutore volontario alla Biblioteca Universitaria.
Negli anni bolognesi il Ricci dimostrò fin da subito il proprio interesse per il neomedioevalismo, contribuendo in qualità di storico e archivista, nel periodo in cui frequentò il grande poeta e il Rubbiani, alla riscoperta locale e affermazione istituzionale del Medioevo. A lui si dovette un discusso scritto del 1886 in cui attribuiva arbitrariamente al 1088 la data a cui risaliva la prima struttura universitaria bolognese, creando così per primo la leggenda dell'Alma Mater e riuscendo in questo modo a rivendicare il primato cronologico su Parigi e sulle altre università europee.
Questo per ricordare i primordi bolognesi del Ricci, certamente fondamentali per le scelte successivamente compiute sui monumenti di Ravenna, città che ancora oggi custodisce, conservato nella Biblioteca Classense, il Fondo Ricci, la raccolta di documenti che egli stesso lasciò al Comune, parte della quale sarà esposto in mostra insieme ad opere dei grandi protagonisti dell'arte italiana fra Quattrocento e Seicento provenienti dai principali musei italiani dove il Nostro svolse la propria attività durante una lunghissima carriera. La sezione dedicata al paesaggio tra fine Ottocento e i primi del Novecento ricorda l'impegno e l'opera svolta dallo studioso per la difesa del patrimonio paesaggistico nazionale, poi concretizzatisi nell'importante testo legislativo di tutela del Senatore Rava del 1909.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. [2008 - N.31]

L'omaggio del Museo Nazionale di Ravenna al primo Soprintendente d'Italia. intellettuale poliedrico e sensibile interprete dei monumenti cittadini

Cetty Muscolino - Direttrice del Museo Nazionale di Ravenna

La grande manifestazione promossa dal MAR di Ravenna, volta ad illustrare gli aspetti più salienti della poliedrica figura di Corrado Ricci, non poteva non vedere coinvolto con intensa partecipazione il nostro Istituto, di cui Corrado Ricci è una sorta di padre fondatore e costituisce nello stesso tempo occasione speciale per riflettere sulle molteplici trasformazioni intercorse nel Paese nell'arco di un secolo.
La circostanza storica che ha visto nascere la Soprintendenza di Ravenna (Decreto del 2 dicembre 1897), prima in Italia ed esperienza pilota per il sistema di tutela pubblica del patrimonio storico artistico nazionale, ci fa divenire un osservatorio privilegiato degli attuali scenari sempre più articolati e variegati e ci induce a riconsiderare l'attuale ruolo delle Soprintendenze, presidi di tutela e centri di alta competenza tecnica, che assolvono al ruolo fondamentale di archivi e custodi delle memorie.
Pur continuando a perseguire, secondo gli stessi principi etici, nell'opera di salvaguardia, tutela conservazione e restauro, non possiamo fare a meno di registrare la delicatezza di questo momento storico e di come le perenni innovazioni e il mutare delle norme e delle disposizioni renda difficile il lavoro quotidiano e del tutto incerto quello a lungo termine. Ma nonostante la molteplicità delle problematiche, a fronte del diminuire delle risorse umane ed economiche, permane costante la determinazione di perseguire nel nostro mandato e il desiderio di rendere omaggio al Ricci, primo Soprintendente d'Italia e funzionario esemplare, le cui parole appassionate testimoniano le difficoltà, sempre attuali, dei funzionari: "... provvedere a tutto, alla salvezza ed al decoro... è impresa spaventosa, e nel suo insieme impossibile: e sarebbe impossibile se anche le nostre condizioni finanziarie fossero cento volte quelle che sono, e il nostro personale cento volte più numeroso... E che cosa fa il Ministero?... si lotta quotidianamente, disperatamente per salvare quanto si può... La nostra lotta è spesso inane e qualche volta amarissima...".
Fra i molti aspetti che avremmo potuto illustrare dell'attività di Corrado Ricci abbiamo scelto di privilegiare il segmento della documentazione dei restauri musivi, materia di cui Ricci è stato pioniere, con la sua titanica opera ricognitiva delle superfici musive, confluita poi nelle Tavole Storiche, realizzate col fondamentale contributo di Alessandro Azzaroni e Giuseppe Zampiga. Questa area di indagine, portata avanti dalla Soprintendenza con estrema coerenza, ha conseguito nel tempo esiti di grande rilievo, anche attraverso l'attività della Scuola per il Restauro del Mosaico a partire dagli anni '80.
Quindi dalle Tavole Storiche di Ricci si arriva alle successive registrazioni ed informatizzazione dei dati per documentare le molteplici trasformazioni avvenute sulle superfici musive parietali dagli anni '30 fino ai nostri giorni. Un lavoro lungo e difficile, che richiede grande rigore e che può essere intrapreso in occasione dei restauri, momento privilegiato per leggere mosaici e malte di sottofondo, per riuscire a discriminare e discernere nell'intricato labirinto delle tessere musive.
Nelle sale del Museo Nazionale sarà possibile ammirare, inoltre, un autentico capolavoro dell'arte greca, scelto quale esempio emblematico dell'immenso lavoro condotto da Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti dal 1906, nell'ambito del suo impegno archeologico a Roma. Si tratta di un'opera molto suggestiva, la Fanciulla di Anzio, ritrovata fortuitamente a seguito di una mareggiata che provocò il crollo di una parete, ornata da nicchie, della Villa imperiale che Nerone possedeva ad Anzio, sua città natale. La scultura, alta cm 170, rappresenta una giovinetta che indossa una tunica ed un ampio mantello, colta nell'atto di incedere. La presenza di oggetti votivi posti sul vassoio che tiene in mano, una benda di lana, un ramoscello di alloro ed una zampa di leone, hanno fatto ipotizzare agli studiosi che si tratti di una sacerdotessa o di un personaggio connesso al culto di qualche divinità.
Fu proprio grazie all'interessamento di Ricci che la raffinata scultura venne acquisita dallo Stato italiano, provocando non poche polemiche per l'ingente somma pagata e sfuggendo così al tentativo di vendita agli Stati Uniti.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. [2008 - N.31]

Riflessioni sulla vita dello scultore e ceramista di Castel Bolognese a vent'anni dalla scomparsa

Valerio Brunetti - Responsabile del Museo Civico di Castel Bolognese

Anzulè, cosi era chiamato dagli amici e dai suoi compaesani lo scultore e ceramista Angelo Biancini, è mancato vent'anni fa all'età di settantasette anni.
Il diminutivo di Angiolino (Anzulè in dialetto) non si addiceva molto a questo artista dai modi un po' trasandati che era tutt'altro che piccolo o esile. Di origini popolari, da giovanissimo vinse una borsa di studio che gli permise di formarsi nello studio fiorentino di Libero Andreotti, dove fu notato da Ugo Ojetti come uno degli allievi più promettenti dell'amico artista. Di questo giovane di Castel Bolognese parlerà con Orio Vergani, critico d'arte, che lo avrebbe conosciuto personalmente solo vent'anni dopo. Vergani sarà uno dei principali sostenitori di Biancini, che apprezzava sia sotto il profilo artistico che per quello umano.
Biancini si era rivelato un enfant prodige della scultura: vinse il suo primo concorso a ventuno anni e a ventitre veniva invitato alla Biennale di Venezia. Negli anni '30 partecipa a importanti mostre e concorsi con grande successo. Fu direttore alla Società Ceramica Italiana di Laveno per alcuni anni: in questo periodo frequenta artisti come Annigoni, Martini e Gentilini. Rientrato in Romagna lavora nel suo studio a Castel Bolognese, posto in un ex convento.
Nel 1943 con l'appoggio di Gaetano Ballardini entra come insegnante all'Istituto per la Ceramica di Faenza dove nel dopoguerra sostituirà Domenico Rambelli alla cattedra di plastica. Biancini era giovane, aveva già vinto numerosi concorsi, tra cui anche il Premio Faenza nel 1946, aveva partecipato alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano, rappresentava in quel momento per la scuola faentina l'innovazione, il nuovo. Biancini era un estroverso arguto e spiritoso. Era benvoluto dai suoi studenti. Con i colleghi non intratteneva grandi rapporti...
Portò il suo studio a scuola che divenne un'autentica fucina di giovani artisti, molti dei quali sono oggi i testimoni della cultura artistica faentina nel mondo. Coinvolgeva gli allievi più bravi nei suoi lavori e li gratificava generosamente. Ceramica, bronzo, pietra e marmo erano i materiali delle sue opere. La sua scultura piaceva: ottimo ritrattista, moderno ma non eclettico, si esprimeva artisticamente in maniera "comprensibile", capacità che piaceva particolarmente alla committenza religiosa. Nonostante non fosse praticante aveva un grande rispetto per la religione: ha realizzato opere grandiose in chiese di tutto il mondo, fino ad ottenere una sala tutta sua ai Musei Vaticani. Tenne rapporti con vescovi, cardinali e papi e con autorevoli politici che oltre alle sue capacità artistiche apprezzavano anche la sua semplicità e franchezza.
Non aveva mai avuto la patente. Si spostava abitualmente in bicicletta tra Castel Bolognese e Faenza e quando pioveva faceva l'autostop: non chiedeva a nessuno ma tutti quelli che lo conoscevano sapevano benissimo che se Anzulè era lì sulla strada era perché aveva bisogno di un passaggio. Anche per la consegna delle sue opere in giro per l'Italia si serviva degli amici castellani: amici veri, quelli dell'infanzia, che incontrava spesso la sera quando si recava al bar per fare una partita a carte. Il successo non lo aveva cambiato ed aveva conservato le sue abitudini di vita paesana.
Ha lavorato fino alla fine della sua vita. In tanti, fino al momento della sua scomparsa, non si erano resi conto della grandezza di questo artista. Non si vantava dei suoi lavori che sono sparsi in tutto il mondo, dal Canada al Brasile, dalla Spagna alla Palestina, dalla Polonia all'Algeria. Nel 1994 Castel Bolognese gli dedicò una grande mostra che diede poi origine all'attuale Museo all'aperto delle opere di Biancini. Ma oggi è l'intera Romagna una grande mostra di suoi capolavori: dalla collina al mare quasi tutte le città conservano qualcosa fatto da Anzulè.


Personaggi - pag. [2008 - N.31]

A partire dal convegno del 17 maggio, il Museo Baracca presenta una serie di eventi per ricordare la figura del famoso asso dell'aviazione italiana

Daniele Serafini - Responsabile del Museo Baracca di Lugo

Il 2008 segna il 120° anniversario della nascita ed il 90° della scomparsa di Francesco Baracca. Per ricordare la figura ormai leggendaria dell'eroe della Prima Guerra Mondiale, considerato "un patrimonio della Nazione" - per riprendere le parole del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Vincenzo Camporini - il Comune di Lugo ed il Museo Baracca organizzano, in collaborazione con l'Aeronautica Militare e l'Aeroclub di Lugo, una serie di appuntamenti che culmineranno nella manifestazione aerea di domenica 6 luglio all'aeroporto di Villa San Martino, con l'esibizione della Pattuglia Acrobatica delle Frecce Tricolori.
L'apertura delle "celebrazioni" avverrà sabato 17 maggio, nella Residenza Municipale (Rocca estense), con un convegno organizzato dal Museo con l'apporto dell'Ufficio Storico dell'Aeronautica. La giornata di studi, dal titolo Francesco Baracca: storia, mito e tecnologia, vuole fare il punto sulle ricerche e le indagini più recenti relative alla figura di Baracca e alla fase pionieristica dell'aviazione, analizzando gli aspetti storico-culturali che rendono ancora così attuale il 'mito' dell'asso romagnolo.
La mattina sarà dedicata ai contributi di alcuni dei massimi storici militari del nostro Paese. Il sipario si aprirà sugli anni decisivi della formazione di Baracca, con particolare attenzione al periodo francese, quando il giovane pilota sperimentò l'ebbrezza del volo ed ebbe l'intuizione lungimirante e decisiva per la sua esistenza: l'aviazione avrebbe avuto un "avvenire strepitoso" e sarebbe diventata la sua scelta di vita. A seguire un'analisi sulla ricaduta tecnologica che quelle prime esperienze, soprattutto dopo l'entrata in guerra dell'Italia, ebbero sullo sviluppo e l'affermazione di un'aviazione che, uscendo dalla fase pionieristica, si consolidò fino a trovare, di lì a pochi anni, il suo naturale punto d'arrivo nella costituzione dell'Aeronautica come forza armata autonoma. La sezione mattutina ospiterà un contributo molto atteso, quello sull'epistolario di Baracca, che costituisce una fonte di primaria importanza per inquadrare il personaggio, il suo milieu familiare e sociale, ma soprattutto per studiare l'evoluzione dell'aereo da passione individuale, quasi romantica, a strumento di ricognizione e da caccia.
La sessione pomeridiana accoglierà una pluralità di voci con il preciso intento di accogliere sia nuovi punti di vista, sia alcuni studi aggiornati sulla formazione e la persistenza del mito del grande aviatore: tra questi ci sarà il contributo di uno storico austriaco che presenterà ipotesi e materiali del tutto inediti provenienti dal Kriegsarchiv (Archivio di Guerra) di Vienna. Data la popolarità di Baracca in vita, non mancherà una comunicazione sull'asso in relazione alla stampa dell'epoca, che alle sue imprese dedicò una crescente attenzione, nelle prime pagine dei principali quotidiani italiani. Pressoché inedita sarà l'analisi riservata a come l'epopea di Baracca e di altri aviatori fu rappresentata a livello artistico, dalla musica alle arti visive.
In chiusura il contributo di due storici che hanno lavorato a lungo negli archivi del Museo Baracca, del Museo del Risorgimento di Milano e in quello dell'Aeronautica militare. Il loro intervento cercherà di documentare nascita, affermazione e persistenza del "mito di Baracca", con un ritratto vivo che lo vuole sottrarre alle incrostazioni ideologiche e pedagogiche che hanno alterato la sua figura, soprattutto in epoca fascista.
Un convegno tutt'altro che celebrativo, dunque: piuttosto un'occasione di riflessione e di puntualizzazione su una fase della nostra storia che vide l'affermarsi dell'aeroplano quale simbolo della modernità e che trovò in Baracca il suo interprete forse più completo, per la capacità di riassumere al meglio lo spirito del volo e la guerra aerea, l'ideale cavalleresco e il coraggio eroico, in un contesto che vide il repentino affermarsi dello spirito di avventura più indomito unitamente al primato delle tecnologie più avanzate. Un appuntamento di rilievo che verrà trasmesso in diretta internet sul sito dell'Aeronautica Militare (www.aeronautica.difesa.it) e che conferma la volontà della Direzione del Museo (www.museobaracca.it) e del suo Comitato Scientifico di puntare al rilancio di una delle istituzioni culturali più radicate nella storia della città di Lugo.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. [2008 - N.31]

Il web rappresenta l'occasione per promuovere il patrimonio culturale provinciale e la collaborazione in rete dei musei aderenti al Sistema

Eloisa Gennaro - Responsabile Ufficio beni culturali della Provincia di Ravenna

In occasione del decennale della rete museale provinciale, è andato on line il nuovo sito del Sistema, completamente rivisto nei contenuti e nella grafica. La prima caratteristica da sottolineare, rispetto al vecchio sito, è la facilità della navigazione e al tempo stesso l'ampiezza delle informazioni alle quali il navigatore può accedere con pochi passaggi, grazie alla struttura della pagina iniziale che fa un po' da indice generale.
Ma l'aspetto più importante è di aver cercato di realizzare uno strumento che guida il navigatore alla scoperta delle ricchezze culturali presenti nel territorio provinciale; un viaggio per i singoli musei, che sono descritti e analizzati come parte di un patrimonio che ha complessivamente un valore aggiunto.
Il progetto di portale dei musei presenti sul territorio rappresenta un obiettivo qualificante: se la missione di un sistema museale è quella di mettere in rete le istituzioni, per valorizzare le loro attività e per supportare le realtà più piccole a migliorare i propri servizi, è evidente che ciò deve essere fatto utilizzando fino in fondo le nuove tecnologie e in particolare il web, che consente di allestire una vera e propria rete telematica dei musei, una guida virtuale grazie alla quale il navigatore può affacciarsi nei vari musei del territorio seguendo molteplici chiavi di lettura.
In home page, sono presenti tutte le informazioni sul Sistema e le sue attività, nonché un calendario coordinato degli eventi, che informa su mostre, convegni e altre iniziative culturali promosse dai musei del Sistema. Ma le chiavi di lettura più interessanti e trasversali sono quelle relative alle attività didattiche proposte dai musei, agli itinerari territoriali, ai percorsi in 3D e infine ai regolamenti e carte dei servizi già approvati dai musei del Sistema.
Il nuovo portale rientra nel più ampio progetto di messa in rete dei musei a cui la Provincia sta lavorando già da qualche anno in collaborazione col Servizio Reti Risorse e Informazioni, in vista dell'erogazione di servizi avanzati - attualmente in corso di definizione e in qualche caso avviati sperimentalmente già con questa edizione del portale. L'obiettivo della rete è duplice: da un lato, fornire agli operatori del Sistema servizi "interni" come la possibilità di condividere i dati sui Piani museali, i moduli da compilare, le scadenze, le leggi e le circolari di riferimento, le statistiche sui visitatori, le esperienze di interesse comune; dall'altro lato, offrire al cittadino servizi on line sempre più perfezionati come ad esempio la possibilità di scaricare la carta dei servizi del museo o di fare una visita virtuale in 3D, ma anche - in prospettiva - la possibilità di consultare cataloghi e repertori o di prenotare visite guidate e laboratori didattici.
Il nuovo portale nel corso dei prossimi mesi vedrà una costante implementazione. Si sta già progettando una sezione di giochi interattivi, per rendere più efficace l'aspetto didattico. Inoltre, tra le prossime realizzazioni, si prevede l'attivazione di una newsletter che permetterà di informare tempestivamente sulle attività del Sistema e sulle notizie provenienti dai singoli musei.
In conclusione, per corrispondere alle aspettative degli operatori e degli utenti, stiamo cercando di sviluppare gli strumenti telematici finalizzati alla promozione del nostro patrimonio, in modo da supportare gli enti proprietari dei musei, e in particolare quelli più piccoli, nel percorso di adeguamento agli standard di qualità previsti dalla legge regionale.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. [2008 - N.31]

La Pinacoteca di Faenza presenta molteplici iniziative inserite nel più ampio panorama delle proposte didattiche delle maggiori istituzioni culturali cittadine

Claudio Casadio - Direttore della Pinacoteca Comunale di Faenza

In una pubblicazione distribuita a tutte le scuole faentine, l'Assessorato alla Cultura e Istruzione ha riunito l'insieme delle proposte didattiche per le scuole. Si tratta di numerose attività di completamento formativo, attivate dal Comune e sviluppate a più livelli in relazione all'età dei partecipanti, che si articolano normalmente in visite guidate, corsi e laboratori.
L'offerta è particolarmente ricca, vi concorrono una dozzina di istituti e servizi comunali, con iniziative nel campo della musica, disegno, storia, teatro, scienze e natura. A queste numerose proposte se ne aggiungono poi altre. Basti pensare al Laboratorio Giocare con l'Arte del Museo Internazionale delle Ceramiche, attivo ormai dal 1975 con il metodo ideato da Bruno Munari, e non inserito nella pubblicazione per la gestione autonoma in Fondazione del MIC. Altre iniziative vengono poi fatte nell'ambito di varie manifestazioni del Comune di Faenza come il Piacere di Leggere, per la promozione della lettura rivolta a tutte le scuole, la Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica, che propone una ricca occasione di maggiore avvicinamento al mondo della scienza per le scuole d'ogni ordine e grado, e la Giornata italiana per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che normalmente si svolge in una domenica di fine novembre.
Il contributo dato dalla Pinacoteca Comunale di Faenza alle iniziative didattiche del Comune è ampio e articolato. Sulla base delle esperienze fatte nel tempo ci si è infatti convinti che per una buona adesione e per una partecipazione attiva, soprattutto da parte degli alunni, la proposta fatta dalle istituzioni deve essere il più diversificata possibile.
La base della didattica è quella consolidata da tempo e consistente in vari percorsi guidati. Attualmente vi sono materiali predisposti per nove diverse possibilità che partono dalla presentazione generale della Pinacoteca e dalla lettura di due opere in particolare (il S. Girolamo di Donatello come scultura e la Pala Bertoni di autore anonimo di fine Quattrocento). Altri percorsi sono stati individuati su temi specifici come il costume, i ritratti, i paesaggi nella pittura, i santi e le loro rappresentazioni, i diversi aspetti figurativi di S. Girolamo, le figure infantili e l'approfondimento delle opere di un singolo artista quale Biagio D'Antonio. Per tutti questi percorsi è disponibile sia materiale di sussidio alla visita degli alunni delle elementari sia materiale di supporto per gli insegnanti, che viene continuamente aggiornato.
Due nuove iniziative sono state inoltre avviate in questo anno scolastico. La prima, promossa dalla Biblioteca Comunale e in accordo tra diversi istituti museali faentini - il MIC, il Museo dell'Età Neoclassica di Palazzo Milzetti e la Pinacoteca - è stata quella di un corso di preparazione per educatori ed insegnanti rivolto al tema degli animali nell'arte. Si sono svolte cinque lezioni, molto partecipate da insegnanti delle scuole materne ed elementari, di aggiornamento e di approfondimento sulle collezioni artistiche faentine e sugli animali raffigurati nelle diverse opere d'arte rappresentate, ovvero pittura, ceramica, decorazione e stampa.
La seconda iniziativa, organizzata direttamente da due insegnanti, è stata rivolta agli alunni della quinta elementare di un istituto scolastico e viene realizzata con visite guidate e con attività di lettura dell'immagine arricchita da commenti e descrizioni del percorso e di singole opere in lingua italiana e in lingua inglese. Per l'occasione sono state predisposte specifiche schede operative che aiutano la lettura degli aspetti simbolici e degli elementi del linguaggio visuale di singole opere e che possono essere usate direttamente dagli alunni per approfondimenti, ricerche e gioco. Al termine di questo progetto formativo è prevista la stampa di un fascicolo per un percorso didattico completato dalla presentazione di nove opere, di mappa orientativa e di glossario con testi in italiano e in inglese.
Per gli alunni delle scuole medie superiori la didattica proposta è più rivolta alla realizzazione di specifici laboratori sulla storia faentina e in particolare è stata attivata la collaborazione con il liceo che ha consentito la messa a punto di due moduli scolastici di dieci ore per la presentazione della città nel periodo della signoria dei Manfredi e nel Settecento con possibilità di visita alle opere del Trecento e Quattrocento per il modulo sui Manfredi e al Museo del Neoclassico di Palazzo Milzetti per il modulo del Settecento.
Un'iniziativa davvero caratterizzante è quella avviata da due anni, grazie al sostegno di Banca di Romagna, con un concorso a premi rivolto alle scuole elementari e medie di primo grado legato alla visita delle mostre temporanee. In occasione di due diverse mostre dedicate alla pittura dell'Ottocento e del Novecento, gli alunni sono stati invitati a produrre propri elaborati su una singola opera che li abbia particolarmente impressionati. Grazie alla collaborazione degli insegnanti, e anche con lo stimolo dei premi acquisto messi a disposizione dalla Banca di Romagna, la partecipazione è sicuramente di buon livello, tanto che è possibile pensare ad una mostra dove a fianco delle opere commentate siano esposti anche gli elaborati più significatici degli studenti.
Questo insieme di possibilità e di attività dovrà ora essere definita e inserita nella Carta dei servizi della Pinacoteca, che è attualmente in preparazione dopo l'approvazione del Regolamento e nel rispetto degli standard indicati dalla Regione Emilia-Romagna. L'obiettivo generale che si vuole perseguire, come missione museale per l'attività didattica, è che nel percorso scolastico di ogni alunno faentino ci sia almeno una visita alla Pinacoteca Comunale e che per gli insegnanti sia disponibile la possibilità di una formazione permanente sulle opere esposte.
Attivare sistemi di controllo su questi obiettivi e garantire con le risorse disponibili la possibilità di visite guidate sarà un grosso passo in avanti nell'attuazione degli standard di qualità museale.

Esperienze di didattica museale - pag. [2008 - N.31]

Alcune classi faentine coinvolte in un'avventura che le ha portate dal MIC al palcoscenico del Teatro Comunale Masini

Tiziana Asirelli - Insegnante del Plesso Pirazzini - Faenza

Il percorso artistico-letterario delle classi 3 e 4 B del Plesso Pirazzini nasce da un importante avvenimento: il gigantesco pannello commissionato agli inizi del '900 dall'Albergo Roma di Bologna al noto ceramista faentino Pietro Melandri era finalmente tornato a Faenza, trovando collocazione al MIC. L'opera, un universo fantastico di personaggi fiabeschi e oggetti misteriosi, si presentava come un'ottima occasione per gli insegnanti di offrire ai loro bambini un insolito libro di favole da inventare, entrandoci letteralmente dentro.
Posti davanti alla figura di un principe adagiato su un carro in compagnia di un mitico cervo, i ragazzi sono stati invitati a narrare una storia, cercando personaggi e collegamenti nelle figure del pannello. L'attività è durata tre mesi e il risultato è diventato un libro che si fregia dell'introduzione di Emanuele Gaudenzi, il maggior critico di Melandri. Il lavoro è poi stato presentato al MIC, con letture animate e una "caccia al tesoro": bambini e genitori (molti dei quali non erano mai entrati al Museo!), seguendo la storia e i disegni, cercavano di rintracciare i riferimenti sul pannello stesso. Tutto ciò ha permesso la conoscenza approfondita di un'opera fondamentale del grande ceramista faentino, consentendo un accesso gioioso al Museo e stimolando una collaborazione aperta fra insegnanti, bambini, genitori e operatori del MIC.
Ma i bambini continuavano a sognare. Così la loro fiaba si è trasformata in un copione per 39 attori. Alcuni maestri, insieme ai genitori delle due classi, tutti i venerdì sera aprivano a scuola i laboratori di sartoria e di falegnameria per preparare costumi e scenografie. I bambini, sotto la guida delle insegnanti imparavano battute, gesti, coreografie appropriandosi delle regole dello spazio scenico. Lo spettacolo è stato infine un successo, incastonato nella splendida cornice del Teatro Comunale Masini.
Così tre poli culturali fondamentali della città - Museo, Scuola, Teatro - hanno creato uno spazio artistico di respiro, sorpresa, collaborazione, un'area significativa di conoscenza e di crescita, permettendo a grandi e piccoli di potersi emozionare e, emozionandosi, di imparare qualcosa di nuovo da quella grande sorpresa che è la vita.

Esperienze di didattica museale - pag. [2008 - N.31]

Un recente restauro restituisce una scultura ottocentesca conservata all'Accademia di Belle Arti

William Lambertini - Restauratore

La scultura eseguita da Giulio Bergonzoli nel 1863 segna un riferimento importante per la sua epoca come concezione di estremo "alleggerimento" della materia, imitato spesso negli anni a seguire soprattutto nella statuaria cimiteriale. L'Amore degli Angeli, infatti, è stata realizzata in creta e di seguito in gesso con il cosiddetto calco a perdere, un procedimento attraverso cui si perde l'opera in creta e il negativo in gesso, per realizzare un unico calco dell'opera prima, calco che diventa l'originale a tutti gli effetti. Questa tecnica fu largamente usata nell'800, in modo particolare nei cimiteri, per i quali si richiedevano sculture in marmo, oltre che in bronzo.
Il Bergonzoli realizza la sua opera con lo scopo di ottenerne copie in marmo e, proprio per questo, inserisce una serie di riferimenti su tutte le sporgenze, detti "capipunto", che serviranno in seguito per sbozzare il blocco di marmo. Inoltre vi è una serie di sottopunti realizzati direttamente a matita sulla superficie finita della scultura, che si intensificano quanto più complessa è la zona. Tutto ciò creava una fedele "mappa" che avrebbe guidato senza rischi lo scultore nell'esecuzione dell'opera in marmo. Ad oggi risultano realizzate tre copie in marmo dall'originale in gesso, una delle quali utilizzata in una scena del film Eyes wide shut di Stanley Kubrick.
Giulio Bergonzoli realizza queste copie in marmo di un terzo più piccole del modello originale e ciò aggiunge unicità al gruppo scultoreo restaurato dall'Accademia di Belle Arti nel 2006-07. Lo stato di grave degrado in cui versava l'opera quando è giunta nel laboratorio di restauro dell'Accademia, era da attribuirsi anche ad un maldestro metodo di spostamento utilizzato durante i traslochi che la statua ha subito, "seguendo" i cambi di sede del Liceo Artistico che la custodiva. Una realizzazione così complessa, ricchissima di sporgenze e arti in aggetto, costituita di un materiale tanto delicato quale il gesso, deve essere spostata con mille cautele per evitare la rottura delle parti più fragili. La maggioranza delle parti rotte è stata diligentemente conservata dagli insegnanti del Liceo Artistico, mentre alcune parti sono andate perdute.
Il restauro attuato dall'Accademia ha avuto come primo obiettivo il consolidamento delle parti instabili, la pulitura da tutto lo sporco stratificatosi negli anni e il riaggancio delle parti che erano state salvate. Gli elementi mancanti si limitavano a un piede intero, la punta di un altro piede e un braccio. Considerando l'ampia documentazione fotografica esistente dell'opera prima delle mutilazioni, e tenendo conto dell'ottima preparazione scultorea dello studente restauratore Henry Rossi, si è optato per la ricostruzione delle parti mancanti. Queste zone sono state rifatte in creta poi calcate con uno stampo in gomma siliconica, quindi realizzate in gesso e riagganciate con gli opportuni rinforzi interni all'opera. Vi erano poi numerosissime incisioni, graffiti a matita e penna nonché una quantità enorme di frammenti mancanti, soprattutto nella zona bassa ornata con fiori e foglie, molto fragili e vulnerabili.
Dopo la ricostruzione delle principali parti perdute e dei frammenti meno evidenti, si è passati alle stuccature di raccordo delle parti ricollocate e di tutte le abrasioni. In questa fase si è notato che l'opera presentava inequivocabili tracce di esposizione alle intemperie, soprattutto pioggia. Ciò era rilevabile dal caratteristico aspetto spugnoso che assume il gesso se esposto per lungo tempo alla pioggia. La permanenza all'esterno della statua aveva compromesso gran parte della patina a calce con cui era trattato l'Amore degli Angeli. Nelle fasi finali del restauro, si sono reintegrate le abrasioni della patina con latte di calce applicato a pennello e tampone.
A questo punto la superficie si presentava disomogenea a causa degli inserimenti di parti rifatte e piccole ricostruzioni, pertanto l'intero modellato è stato sottoposto ad un'attenta e delicata integrazione pittorica eseguita con velature ad acquerello fino al raggiungimento di una lettura fluida e scorrevole del modellato. Tutta l'opera è stata protetta con una stesura di cera microcristallina applicata a caldo, sempre con pennello e tampone. A restauro ultimato l'Amore degli Angeli di Giulio Bergonzoli ha riacquistato quella dignità e importanza che unite alla sua caratteristica leggerezza fanno di questa opera un altro motivo di orgoglio artistico per la città di Ravenna.

La Pagina della Accademia di Belle Arti di Ravenna - pag. [2008 - N.31]

All'interno del sistema distrettuale il museo può svolgere due importanti funzioni: quelle di attrattore e di attivatore

Pier Luigi Sacco - Professore di Economia della Cultura - IUAV Venezia

La crisi del modello del distretto industriale porta con sé nuovi interrogativi e nuove sfide. In varie occasioni si è sostenuto che a fronte del declino produttivo del paese, una possibile via d'uscita andasse trovata in una riedizione del modello distrettuale, applicata questa volta al "tesoro nascosto" dell'Italia: il suo patrimonio culturale. Nasce così l'idea del distretto culturale come prolungamento della logica del distretto al settore della valorizzazione turistica dei beni culturali, rispetto ai quali l'Italia potrebbe vantare una "posizione dominante" in termini di dotazione a fronte del progressivo indebolimento dei fattori di vantaggio competitivo in altri settori.
Al di là degli ingenui quanto vaghi trionfalismi circa un supposto primato culturale di un paese che ha un livello di sviluppo umano tra i più bassi del mondo industrializzato, questa rivisitazione del modello distrettuale, purtroppo, non ha fondamento: il distretto "classico" è basato sulla produzione di beni, mentre la valorizzazione ha a che fare soprattutto con i servizi (a meno che non si voglia seriamente sostenere che il merchandising culturale e l'artigianato artistico possano creare economie analoghe a quelle del tessile o della meccanica); inoltre, i distretti industriali nascevano per auto-organizzazione delle forze imprenditoriali locali, mentre il distretto culturale nasce come operazione esterna alle logiche e spesso agli attori del territorio. Differenze non banali, che spiegano le deludenti ricadute economiche dei pure non numerosi esempi di applicazione concreta di questa impostazione "meccanicistica", il cui principale limite è quello di ritenere che la forma organizzativa distrettuale contenga in sé la capacità di generare sviluppo locale, mentre essa rappresenta invece semmai l'impronta organizzativa di una vitalità produttiva e sociale che, come ci insegna la letteratura ormai classica sull'argomento, preesiste ad essa e le dà forma e contenuto.
Se il modello di organizzazione distrettuale avesse un qualche senso nel campo della valorizzazione, quegli stessi territori che hanno dato vita ai distretti industriali, e che spesso comprendono aree ad alta densità di patrimonio culturale, avrebbero con naturalezza trasferito competenze imprenditoriali ormai consolidate ai nuovi campi di attività. Se questo non è avvenuto, è perché semmai le opportunità connesse alla valorizzazione economica della cultura, lungi dal potersi conformare meccanicamente al modello distrettuale, presentano problemi del tutto analoghi a quelli che hanno contribuito alla messa in crisi del modello stesso del distretto.
Sappiamo ormai fin troppo bene che la concorrenza dei paesi emergenti richiede alle realtà socio-economicamente più avanzate di mantenere sul proprio territorio soltanto le attività di filiera più direttamente connesse alla direzionalità, all'innovazione e alla creatività, e che anzi la priorità principale è quella di una radicale riconversione innovativa e creativa dell'intero sistema economico locale. Sappiamo anche che questo scenario, che richiede capacità di investimento e una visione strategica sofisticata e orientata ai risultati di medio-lungo termine, si scontra con la logica della piccola e media impresa familiare distrettuale orientata al breve termine e capace di concepire l'innovazione più che altro come piccoli miglioramenti incrementali di prodotti e di processi già esistenti.
È possibile rivitalizzare il modello distrettuale in modo da permettergli di fronteggiare le nuove sfide dell'innovazione radicale e non più incrementale? Se dobbiamo guardare alle esperienze internazionali più avanzate in questo senso, dobbiamo constatare che è proprio la cultura a giocare un ruolo di primo piano, e che il ruolo economico della cultura va cercato anche e soprattutto nella capacità di rendere questi processi di riconversione creativa ed innovativa socialmente sostenibili nel lungo termine: la cultura è cioè un fattore di sistema la cui funzione è quella di creare nuove modalità di interfacciamento e nuove complementarità produttive tra quelle "teste" di filiere diverse che identificano il nuovo modello di specializzazione territoriale, e che sono accomunate da una stessa tensione verso l'esplorazione del nuovo e la capacità di canalizzarlo in una cultura di processo e di prodotto.
Nasce così quella che potremmo chiamare la prospettiva del distretto culturale evoluto: un modello distrettuale del tutto nuovo, nel quale il genius loci si manifesta non nella specializzazione mono-filiera ma nell'integrazione creativa di molte filiere differenti, e in cui la cultura non ha valore in quanto crea profitti ma perché aiuta la società ad orientarsi verso nuovi modelli di uso del tempo e delle risorse e così facendo produce a sua volta economie. È il passaggio dal modello dissociato, tipico del contesto italiano, della cultura per i turisti al modello della cultura per i residenti, che non esclude il turismo culturale ma lo integra in una catena del valore più ampia e più solida che non rinnega il passato industriale ma contribuisce a ringiovanirne la visione e le prospettive strategiche.
La cultura agisce dunque nel nuovo scenario post-industriale come un vero e proprio 'agente sinergico' che inquadra i singoli interventi in una ridefinizione complessiva dell'identità del sistema territoriale e delle comunità che lo abitano. Le varie iniziative culturali diventano un linguaggio che, coinvolgendo profondamente la dimensione razionale come quella emotiva, aiuta i cittadini a capire come la trasformazione del territorio e della città implichino una potenziale trasformazione delle possibilità di vita, delle opportunità professionali, degli obiettivi esistenziali da perseguire. La cultura è sempre di più un laboratorio di idee che procede con una logica simile a quella della ricerca scientifica: apre nuove possibilità di senso, indica nuovi modelli di comportamento, di azione, di interpretazione del mondo.
Il museo è senz'altro una delle realtà su cui si concentrano più speranze quando si pensa ad un nuovo modello di distretto culturale che sappia inserire i meccanismi dell'offerta culturale all'interno di uno scenario vitale e competitivo di sviluppo economico locale. Ma se il museo non può avere all'interno del modello distrettuale il ruolo di centro di profitto, quale ruolo può svolgere in concreto? Una casistica internazionale ormai ampia mostra come il museo abbia due funzioni importanti all'interno del sistema distrettuale: quella di attrattore e quella di attivatore. Il museo si presta particolarmente a svolgere queste funzioni in quanto esso diventa il luogo in cui si esprime con la massima compiutezza ed efficacia tutto il mondo simbolico su cui si costruiscono le moderne catene del valore: in altre parole, nel museo si realizzano proprio quelle condizioni ideali da 'laboratorio di ricerca e sviluppo' in cui si elaborano e divengono accessibili, al di fuori di immediati obiettivi commerciali, tutte le declinazioni più interessanti ed innovative dell'universo simbolico della cultura, che vengono poi 'metabolizzate' all'interno della propria catena del valore dal sistema produttivo.
Da un lato, il museo agisce come attrattore nella misura in cui è in grado di aumentare la visibilità del sistema locale a cui appartiene, contribuendo all'orientamento di flussi turistici, di decisioni di investimento, di copertura mediatica ecc., tutte risorse preziose nei moderni processi di sviluppo locale. Dall'altro, il museo agisce come attivatore nella misura in cui le sue iniziative e i suoi contenuti sollecitano l'emergere di nuovi progetti imprenditoriali, la formazione e la selezione di nuove professionalità, il varo di progetti di responsabilità sociale rivolti alla comunità, la rilocalizzazione di attività produttive e residenziali all'interno del sistema urbano.
In tutti i casi di studio di successo, tanto quando emerge con particolare forza la funzione "attrattore" che quella "attivatore", si nota chiaramente che, accanto alla necessaria capacità di catalizzare energie e risorse provenienti dal di fuori del contesto locale, il museo riesce con successo a mobilitare e coinvolgere attivamente anche il pubblico e le risorse economiche del sistema locale che lo esprime. In altre parole, il museo che 'funziona', a prescindere dalla sua vocazione e dalle sue caratteristiche specifiche, è un museo che è vissuto e utilizzato come risorsa in primo luogo da coloro che, vivendo nella città o nel sistema metropolitano che lo ospita, godono di condizioni fisiche di accesso facilitate e privilegiate.
Piuttosto che inseguire formule predefinite, occorre allora fare in modo che sia il dialogo tra il museo e il suo territorio a definire il modello di uso dello spazio e dei tempi del museo stesso. Un dialogo che presuppone un forte investimento del territorio in una crescita delle proprie competenze culturali, della propria capacità progettuale, dell'apertura al nuovo e alle esperienze internazionali.

Contributi e riflessioni - pag. [2008 - N.31]

L'Istituzione Classense partecipa all'iniziativa del MAR dedicata allo studioso ravennate mettendo in mostra manoscritti, prime edizioni, appunti di lavoro e stampe fotografiche

Donatino Domini - Direttore dell'Istituzione Biblioteca Classense di Ravenna

Dopo le iniziative che negli anni passati si sono susseguite a focalizzare i contributi di Corrado Ricci alla vita culturale italiana, da quello di storico dell'arte, di museografo, di funzionario votato alla tutela dell'arte e del paesaggio a quello di pubblicista e grande divulgatore del patrimonio artistico, oggi, a 150 anni dalla nascita, sono maturi i tempi per una ricostruzione a tutto tondo della personalità più eclettica che il mondo culturale ravennate abbia visto comparire sulla sua scena in epoca moderna.
È proprio in qualità di istituto depositario delle memorie ricciane che l'Istituzione Classense, aderendo all'iniziativa del MAR di Ravenna, propone una biografia intellettuale di Corrado Ricci attraverso i manoscritti, le prime edizioni, gli appunti di lavoro e le rare e spesso inedite stampe fotografiche che documentano il lavoro di restauro della Basilica di San Vitale da Ricci voluto e diretto.
Un percorso segnato dai giovanili esercizi di amateur d'arte ravennate, rappresentati dalla sua prima Guida di Ravenna e dai disegni a matita e a china risalenti agli anni in cui frequenta l'Accademia di Belle Arti e che raffigurano per lo più i paesaggi e i monumenti di Ravenna e i luoghi visitati in occasione dei viaggi che lo portano, a partire dal 1872, nel Montefeltro e sulle colline emiliane e romagnole. Ai saggi d'arte e di archeologia seguono gli studi di ambito specificamente storico-letterario di tematiche tra loro diversissime ma indicative della vastità delle conoscenze e degli interessi ricciani: dai resoconti minuziosi di qualche scoperta archeologica ai testi delle conferenze, come quella su I colori nei proverbi dove Ricci, tra il serio e il faceto, mette insieme una documentazione rivelatrice della misoginia presente nei proverbi popolari, di derivazione colta, classica ed umanistica.
Un posto del tutto particolare è occupato dagli studi danteschi, dove Ricci è sovrano per l'originalità scientifica e l'acume storico nel ricostruire e riconoscere l'importanza del rapporto intercorso tra Dante, la sua opera e il milieu storico-culturale della città che gli fu "ultimo rifugio". Una dedizione a Dante che lo porterà nel 1891 a pubblicare quell'autentico gioiello di "biografia critica" che è l'Ultimo rifugio di Dante Alighieri, l'opera che resterà per sempre il suo capolavoro di critica storica e letteraria, in cui riversa tutto l'acume storico e l'"estro narrativo" della sua maturità di studioso, capace di conciliare come pochi altri il fascino dell'esegesi dantesca con la lezione e gli atteggiamenti di quel metodo storico che di lì a poco informerà la sua attività di studioso nella "cura" del patrimonio artistico e monumentale di Ravenna, di cui nel 1897 sarà nominato Soprintendente.
È anche l'opera che segna l'approdo definitivo ad un sistema di pensiero ormai compiutamente elaborato, che permetterà a Ricci di conseguire risultati di prim'ordine in ogni campo del sapere umanistico. E ciò avverrà nelle pagine su Ravenna (1900), chiamata ad inaugurare, non casualmente, la collana dell'Italia artistica, attraverso cui Ricci, promotore e coordinatore dell'opera, porta alla luce i caratteri artistici delle città italiane leggendoli ed interpretandoli in associazione ai valori storici, letterari e civili della Nazione. E nelle opere degli ultimi anni della sua vita: la monumentale documentazione approntata per le Tavole storiche dei monumenti ravennati (1930-34) e quel breve, ma denso saggio, L'Arte portatile (1934) che nel nome del "bizantinismo decorativo" dei monumenti di Ravenna chiude la bibliografia ricciana così come Ravenna con la sua Guida l'aveva inaugurata.
Alla sezione tutta ravennate della prima parte della mostra segue quella bolognese (1878-1893), segnata dalla partecipazione di Ricci alla vita culturale della Bologna carducciana. Sono gli anni in cui a Ricci si schiudono le porte della Zanichelli e quelle che gli aprono la collaborazione alle più importanti riviste dell'epoca come il Propugnatore, la Rassegna Settimanale, la Nuova Antologia e l'Illustrazione italiana: Ricci incarna la figura del poligrafo a tutto campo che affronta temi di pura erudizione o descrizioni di paesaggi, avvalendosi di una scrittura caratterizzata da quel "purismo bozzettistico" che farà la fortuna degli elzeviristi e dei novellieri di questo periodo e che Ricci utilizza magistralmente, intrecciando il sapere tecnico dell'erudito con lo stile e il linguaggio narrativo del novelliere, e che, per tutta la vita, sarà una costante della sua scrittura.
Accanto alle tante testimonianze del Ricci scrittore di prosa, la mostra propone anche quelle del poeta, che, avanti negli anni, egli rinnegherà, "vergognandosene", perché, come ebbe a scrivere, mentre "i pittori, gli scultori, gli architetti, i musicisti anche mediocri, possono fare qualcosa di utile e di gradevole . I poeti, no. I poeti debbono essere poeti... o nulla. Debbono ricreare, commuovere, sollevare, esaltare, o starsene cheti. E se proprio non possono fare a meno di stendere in carta o in rima le proprie debolezze , abbiano almeno il pudore di rimpiattarle o, meglio la saggezza di bruciarle".
Ma Bologna per Ricci è soprattutto la città che segna la svolta del "critico d'arte". Sono gli anni in cui assimila i tratti distintivi della critica positivista, gli anni in cui l'assistente bibliotecario "costituisce", con Olindo Guerrini, allora già Direttore dell'universitaria, "un singolare duetto di eruditi", particolarmente abili nel ritrovare manoscritti e documenti atti a ricostruire la tradizione culturale di Bologna e di Ravenna. Ritrovamenti che immediatamente producono scritti riconducibili ad un percorso che mostra grande simpatia per il tecnicismo di ambito positivista come testimoniano i lavori riguardanti le Cronache e documenti per la storia ravennate del sec. XVI (1882), la trascrizione "diplomatica" della Vita della madre donna Felice Rasponi (1883), tratta da una Miscellanea di Memorie di famiglie ravennati conservate nella Classense, o le tante altre scoperte attinenti "cronache" e "cronisti" ravennati e bolognesi divulgate in riviste di attualità culturale come il Fanfulla della Domenica.
In questo esercizio continuo di ricerca e di scavo condotto in biblioteche ed archivi allarga anche il proprio campo d'indagine mostrando sempre di più un vivo se non esclusivo interesse verso la nuova "critica d'arte" che lo porta ad imboccare definitivamente la via della "critica positiva", la stessa percorsa da "il Milanesi, il Cavalcaselle, il Morelli, il Frizzoni, il Venturi, il Toschi, il Cantalamessa" che "fecero e fanno tuttora molto bene alla storia artistica". Sono gli anni di studio propedeutico alla grande avventura che Ricci intraprenderà all'interno delle più grandi istituzioni museali, quando da Direttore delle Gallerie di Parma, di Modena e di Firenze, da Sovrintendente dei Monumenti di Ravenna, da Direttore generale delle Antichità e Belle Arti, e, infine, da curatore degli scavi dei Fori Imperiali e da Presidente del R. Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte, assumerà il ruolo e le funzioni di grand commis della politica giolittiana nella cura e tutela delle bellezze artistiche d'Italia.

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

Una mostra al MAR ripercorre la carriera di Corrado Ricci, con particolare attenzione ai lavori di riordino museale

Nadia Ceroni - Conservatore del MAR di Ravenna

Il Museo d'Arte della città rende omaggio a Corrado Ricci - studioso, museografo, dantista e storico dell'arte - in occasione del 150° anniversario dalla nascita. Si tratta di un progetto espositivo, in collaborazione con il Museo Nazionale di Ravenna e la Biblioteca Classense, che si propone di documentare l'intensa attività dell'intellettuale ravennate rivolta alla tutela del patrimonio sia artistico che naturalistico del nostro Paese.
Nato a Ravenna il 18 aprile 1858 - nella via di Porta Sisi (ora via Mazzini ) al n. 39 - da Luigi Ricci e Clelia Bartoletti, iscritto dal 1872 al 1875 nella locale Accademia di Belle Arti, laureato in Giurisprudenza all'Università di Bologna nel 1882, Ricci diventò ben presto una delle personalità più complesse nel panorama della storia dell'arte italiana.
La mostra, allestita presso la Loggetta Lombardesca dal 9 marzo al 22 giugno 2008 - curata da Andrea Emiliani e Claudio Spadoni - prende avvio dalla ricostruzione di alcuni tra i più importanti interventi di acquisizione di opere d'arte e di riordino museale condotti da Ricci: dalla Galleria di Parma alla Pinacoteca di Brera, dall'Accademia Carrara di Bergamo agli Uffizi, dalle Regie Raccolte napoletane di Capodimonte alla riorganizzazione della Galleria dell'Accademia di Ravenna, di cui la mostra ripropone l'allestimento di una parete della "vasta sala, appositamente costrutta nel 1889, coi lucernari".
Ai numerosi capolavori antichi e moderni richiesti in prestito ai maggiori musei italiani - circa un centinaio di opere tra cui Barocci, Beccafumi, Bellini, Cagnacci, Carracci, Lotto, Moroni, Parmigianino, Schedoni, Tibaldi, Tura - si aggiunge una sezione dedicata al paesaggio italiano di fine Ottocento che vede in mostra dipinti di artisti coevi: Avondo, Caffi, De Nittis, Fontanesi, Lojacono, Palazzi, Signorini, Zandomeneghi.Una mostra nella mostra, un omaggio all'opera di difesa del patrimonio nazionale svolta da Ricci che, approdato a Roma, fu nominato Direttore Generale per le Antichità e Belle Arti nel 1906, Senatore nel 1923 e Presidente del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti nel 1929.
L'esposizione allestita nel Museo d'Arte della città presenta inoltre alcune sculture di proprietà della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, fatte pervenire a Ravenna nel 1919 per volontà di Corrado Ricci con l'intenzione di creare una galleria d'arte moderna anche a Ravenna. Si trattava, in origine, di un nucleo di 39 quadri e 15 sculture consegnate all'Accademia di Belle Arti "a titolo di deposito provvisorio, coll'obbligo di curarne la perfetta conservazione e di restituirle ad ogni richiesta". Nel corso degli anni, infatti, molte opere sono state ritirate dalla Galleria Nazionale, che ne è proprietaria, e restituite a Roma in occasione di mostre temporanee ed allestimenti di nuove sale.
Il legame e l'affetto per la città natale, dove Ricci fu nominato Soprintendente ai Monumenti nel 1897, dando avvio alla storia della tutela in Italia e alla sua instancabile attività di restauratore, è testimoniato anche dalle innumerevoli pubblicazioni dedicate a Ravenna che compaiono nel corpus dei suoi scritti. "La mia bibliografia - scriveva Ricci nella Nota delle pubblicazioni - comincia nel 1877. È l'anno in cui s'inizia effettivamente il mio lavoro di studioso, sia con l'esplorazione della cripta di San Francesco di Ravenna, sia con la pubblicazione, a dispense, della Guida di quella città" (Ravenna e i suoi dintorni, n.d.r.). In occasione della celebrazione dell'anniversario della nascita, ci piace ricordare che lo stesso Ricci contribuì ad accrescere il patrimonio artistico della Galleria dell'Accademia con opere da lui donate in più occasioni: "e anche questo - come scrive Letizia Strocchi - è rivelatore dell'alta coscienza civile dell'uomo".
Personalità ricca, complessa e infaticabile, la sua opera trascende i confini cittadini e nazionali anche grazie agli scritti su Dante - altra grande passione di Corrado Ricci, non solo per l'opera poetica ma anche per la vicenda umana - al quale rivolgerà un costante interesse durante tutto l'arco della vita.
Nella circostanza della morte, avvenuta a Roma il 5 giugno 1934 nella sua casa a Piazza Venezia 11, Vittorio Guaccimanni inviava alla vedova, Signora Elisa, il seguente telegramma: "La bandiera abbrunata è esposta all'Accademia di Belle Arti che perde un suo grande benefattore - Stop - Personalmente piango un amico cui mi legavano vincoli affettuosi da oltre sessanta anni".

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

I rapporti professionali e umani tra Ricci e Piancastelli in quasi trenta anni di coorrispondenza

Valerio Brunetti - Responsabile del Museo Civico di Castel Bolognese

Giovanni Piancastelli, pittore di Castel Bolognese, torna a Roma nel 1871, alla fine del servizio militare. Vi era già stato dal 1862 al '66 per formarsi artisticamente grazie al mecenatismo di alcune famiglie nobili faentine e al marchese Camillo Zacchia che lo aveva accolto nella sua casa romana. Contattato dal principe Marcantonio Borghese, viene assunto per l'istruzione artistica dei figli, iniziando una collaborazione che durerà 35 anni.
È verso la fine degli anni '80 dell'Ottocento, quando Corrado Ricci lavora ancora presso la Biblioteca universitaria di Bologna, che iniziano i contatti tra questi due singolari personaggi della cultura romagnola. Fu probabilmente il conte Rossi di Faenza, uno dei mecenati di Piancastelli, che, conoscendoli entrambi, li fece incontrare. Dal 1886, dopo la morte di Marcantonio Borghese, Piancastelli era stato incaricato di ricostituire la collezione d'arte della famiglia e di trasferirla a Villa Pinciana, dove è tuttora la Galleria Borghese.
Ricci era già un affermato storico dell'arte che nel 1891 entra a far parte dell'amministrazione delle Belle Arti grazie ad Adolfo Venturi. Piancastelli a Roma è ottimamente inserito presso il patriziato romano, ha accesso alle collezioni e agli archivi nobiliari e possiede un'ottima biblioteca personale. Ricci è un attento ricercatore a cui sono stati affidati importanti incarichi per la Galleria Nazionale di Parma ed anche la direzione della Galleria estense di Modena.
Inizia tra i due una corrispondenza che data dal 1890 al 1917. L'attività museografica di Ricci, particolarmente attiva nell'ultimo decennio del secolo, fa sì che i due si scambino pareri sulle opere che stanno catalogando e sulle attribuzioni. Piancastelli per il pesante impegno di riordino deve trascurare la sua attività artistica e se ne lamenta con Ricci. Questi per distrarlo gli chiede dettagliate informazioni su alcune opere della collezione per le sue ricerche; all'amico chiede anche di illustrare un suo racconto, Il Passo della Badessa, destinato alla pubblicazione sulla rivista Emporium.
Questi accetta ponendo per condizione che tutto ciò che non è testo scritto sia di sua mano. Si impegna molto e per quasi un anno discutono insieme dei bozzetti delle illustrazioni. Ma l'uscita del lavoro, nel 1896, non soddisfa assolutamente Piancastelli che se ne lamenta con Ricci: "La mia fatica non poteva essere trattata in peggior modo".
La vicinanza con le importanti opere del Bernini della raccolta Borghese avevano stimolato in Piancastelli una profonda e quasi ossessiva attenzione per questo artista, interesse condiviso anche dal Ricci. Questi in occasione del terzo centenario della nascita del Bernini, nel 1898 promosse un comitato celebrativo per organizzare una grande esposizione di cui Piancastelli fu chiamato a far parte, anche perché in questi anni aveva raccolto un considerevole numero di importanti disegni berniniani. Su questo argomento i due iniziarono una fitta corrispondenza: Ricci aveva intenzione di scrivere una monografia su Bernini. Piancastelli gli inviò un manoscritto, oggi disperso, con le sue osservazioni sull'artista.
Venduta nel 1902 la collezione Borghese allo Stato italiano, Piancastelli è nominato primo direttore, incarico che tenne fino al 1906, quando si dimise volontariamente. In questi anni numerose furono le lettere a Ricci per lamentarsi della sua nuova condizione: paga bassa, troppa burocrazia, continui ostacoli al suo lavoro. All'amico chiedeva forse un aiuto che non arrivò mai, visto che Ricci divenne direttore generale per le Antichità e Belle Arti solo verso la fine del 1906. Piancastelli si ritirò a Bologna ma il loro rapporto non si guastò. Nel 1908 Piancastelli dedicò all'amico un ritratto che fu esposto a Faenza e sul quale Ricci si espresse così: "Sapendo che tu sai, mio Piancastelli, / convertir brutti ceffi in visi belli; / io penso già con viva compiacenza, / brutto a Roma, sarò bello a Faenza".
Per gli Uffizi di Firenze Ricci chiese all'amico un autoritratto che aveva visto incompiuto nel 1887, dapprima chiedendogli di terminarlo, poi, per sollecitarne la donazione, consigliandogli di lasciarlo così com'era, forse più adeguato ai gusti artistici del momento. L'opera arrivò solo nel 1917, anno in cui cessarono i loro rapporti epistolari.

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

Luigi Ricci, scenografo, fu disegnatore e fotografo dei monumenti ravennati

Franco Gabici - Capo Reparto Attività scientifiche e museali del Comune di Ravenna

Santi Muratori, che sulla sua amata città ha sempre avuto l'occhio vigile, scriveva negli anni '20 del secolo passato che i monumenti di Ravenna cominciarono ad essere valorizzati da Odoardo Gardella e da Luigi Ricci, padre di Corrado. Ricci, che Muratori definisce "valente disegnatore e scenografo", fu inoltre il primo ad applicare la fotografia allo studio dei monumenti e "da quella scuola, da quell'esperienza, da quella fede uscì, quasi un figlio d'arte, Corrado Ricci".
Luigi Ricci e Odoardo Gardella, continua Muratori, "rovistavano dappertutto, esploravano le cripte, si sporgevano fuori dai campanili per fare calchi di epigrafi e di sculture" non curanti di quei pericoli che invece il giovane Corrado intuiva, tant'è che una volta corse da sua madre tutto concitato per dirle: "Quei due vecchi un giorno o l'altro si ammazzano!". Queste testimonianze di Muratori valgono più dei diplomi e dei riconoscimenti per il lavoro di un artigiano eclettico che seppe ben presto guadagnarsi la stima soprattutto al di fuori della sua città.
Nato a Ravenna da una famiglia modesta il 9 dicembre 1823, "passò la fanciullezza meschinamente" e fin dai primi anni mostrò una particolare attitudine per la pittura. Orfano di padre, la famiglia non poteva permettersi il lusso di avviarlo agli studi ma per sua fortuna la principessa Murat, moglie di Giulio Rasponi, gli fece studiare scenografia alla scuola bolognese di Francesco Cocchi dove aveva studiato anche Giuseppe Mengoni, l'architetto che avrebbe progettato la famosa "Galleria" di Milano.
Dopo aver superato la prova fu ammesso alla Accademia di belle arti di Bologna, dove rimase per quattro anni fino al 1850. Venuti a meno gli aiuti economici che lo avrebbero costretto a interrompere gli studi, lo stesso Cocchi si augurava che il Ricci trovasse nella "Commissione comunale del proprio paese un valido mecenate che lo protegga" perché il giovane aveva sempre dimostrato una "somma attitudine per l'arte prospettica". Le parole di Cocchi però non sortirono nessun effetto ma Ricci non si scoraggiò e, tornato a Ravenna, si mise a lavorare con tenacia. Risalgono a quegli anni i primi lavori da scenografo, a cominciare dalle scene per Attila per il vecchio teatro di Ravenna. E non fu certo facile attirare l'attenzione sui suoi lavori perché in quel periodo l'arte scenica della sua città era quasi sempre appannaggio del famoso scenografo faentino Romolo Liverani.
Eppure Luigi Ricci seppe imporsi non solo in città ma anche fuori e infatti lo troviamo a lavorare in tutta la Romagna ma anche nelle Marche, nell'Umbria e nel Veneto e, come ha scritto Odoardo Gardella, "se la famiglia e un forte senso di nostalgia per la Romagna non l'avessero trattenuto, egli avrebbe avuto maggior campo d'azione". Indimenticabili, a Ravenna, le sue scenografie per la Giovanna di Guzman (1861), il Trovatore (1869), il Faust (1872).
Si racconta che due scenografi dell'Opera di Parigi, a Ravenna per studiare i nostri monumenti per alcune scene da allestire nel loro teatro, furono talmente colpiti dalla scenografia che il Ricci aveva allestito per la Marta di Flotow che vollero conoscerlo personalmente per contratularsi. La sua fama di valente scenografo lo portò anche all'estero. Nel 1857, infatti, fu chiamato ad Atene per decorarvi il massimo teatro.
Dopo aver lavorato per più di vent'anni alla scenografia, dal 1875 abbandonò il campo per completare la sua straordinaria raccolta di fotografie e disegni dei più famosi monumenti ravennati e in questo periodo inizia la collaborazione col figlio Corrado. Il lungo studio fatto nei nostri monumenti, l'amore e il gusto vivo dell'arte - scrisse ancora Odoardo Gardella - gli valsero la stima d'illustri storici italiani e stranieri che ricorsero spesso alla sua cooperazione d'artista per opere di archeologia cristiana.
Luigi Ricci ebbe una vita assai travagliata. Nel 1855 fu colpito dal colera, ma fu uno dei pochi fortunati ad uscir vivo dal Lazzaretto. Una volta, di ritorno da Sant'Agata Feltria, cadde dal suo carrettino e per alcuni giorni restò fra la vita e la morte. Morì a Ravenna il 29 luglio 1896 a settantatre anni di età dopo otto lunghi anni di malattia.

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

Colta, sensibile, brillante, Elisa Guastalla fu la compagna di tutta la vita di Corrado Ricci, con cui condivise l'amore per il bello e l'arte

Bianca Rosa Bellomo - Università degli Studi di Bologna

"La fortuna mi ha assistito dandomi su tutto una compagna, nella quale è perfetta armonia d'intelligenza e di cuore, tutta rivolta alla mia felicità". Così scriveva Corrado Ricci nel dicembre 1933. Si era sposato nel marzo del 1900 e gli anni di matrimonio erano stati davvero anni felici accanto ad una persona straordinaria, Elisa Guastalla.
Figlia di patrioti del Risorgimento, nata a Mantova ma vissuta a Milano dal 1860 per il lavoro del padre avvocato, Elisa aveva avuto un'educazione eccellente ed era vissuta in un ambiente vivace e culturalmente stimolante. Aveva trascorso sedici anni, come moglie del patriota veneziano Alberto Errera, economista, nella Napoli di D'Ovidio, Fiorentino, Gioacchino Toma, D'Annunzio, Colautti, Verdinois, Uda, di Scarfoglio e della Serao, della società dei nove musi, cui appartennero giovani rampanti come - per fare qualche nome - Croce, Pica, Nitti e l'orientalista Cimmino; aveva sviluppato interessi artistici coltivati con amore, sempre attenta agli eventi culturali cittadini, come quelli del circolo Salvator Rosa, del Circolo filologico, del San Carlo. Un ricordo di quegli anni si coglie nella dedica a stampa di una prima rara edizione di Di Giacomo, Ariette e sunette, 1898: A Elisa Errera, devotamente.
Quando Corrado Ricci, nominato a Brera, la incontrò a Milano dove era ritornata alla morte del marito nel 1894, Elisa non era certo diversa dalla descrizione che ne aveva fatto Verdinois: "La signora Errera [..] era una delle figure più spiccate della società napoletana del tempo. Dotata di uno spirito pronto, aperto e sensibile alle più raffinate impressioni dell'arte, di una larga e vasta cultura velata da una connaturata modestia, di una indulgenza pietosa alle altrui debolezze, di una squisita bontà, di una conversazione tanto più brillante in quanto riusciva a far emergere il lato luminoso degli interlocutori e a trarre scintille dalla conversazione altrui, ella raccoglieva intorno a sé e, per così dire, armonizzava i più eletti e disparati ingegni".
Elisa, divenuta Elisa Ricci, portò in dote queste sue virtù ben note anche nel salotto di Piazza Venezia a Roma, dove i coniugi dimorarono dal 1906 al 1934. Corrado portò qualcosa di raro e prezioso: portò la gioia e una nuova sicurezza. Senza un tale marito non credo ci sarebbe mai stata una Elisa Ricci scrittrice e il mondo del ricamo e del merletto sarebbe ora privo di studi e di testi fondamentali per impostazione scientifica e ricchezza delle fonti, come: Antiche trine italiane. Trine ad ago (1908); Trine a fuselli (1911); Old Italian Lace (1913); Ricami italiani antichi e moderni (1925).
Sguardi attenti sulla loro vita possono cogliere espressioni di un amore che rimase giovane, sempre, una condivisione di interessi e di studi rara, una stessa sensibilità, una invidiabile intesa, fin nelle più piccole cose.
Dopo un lungo periodo in cui condivisero lavoro e lotte nella difesa e nella divulgazione del bello, una ben triste fine arrivò: anni di solitudine, anni di guerra a Torino sotto i bombardamenti, anni di sofferenze per le conseguenze delle leggi razziali. Elisa Guastalla, ebrea, si spense nel 1945 nella clinica per malattie mentali dove si era rifugiata, per salvarsi la vita, nel dicembre del 1943.
Per tanto tempo la sua figura non ha avuto la meritata attenzione, pur nelle continue citazioni. L'inspiegabile cancellazione della sua memoria ha portato alla perdita della tomba ma mi piace pensare che - chi lo può sapere? - forse si è realizzato l'augurio espresso da Santi Muratori, in occasione di un anniversario di matrimonio: "Auguro ad entrambi, dal mezzo del cuore, ogni più lieta cosa, e molti molti anni ancora da stare insieme, tanti anni che gli Dei finiscano col convertirvi in alberi, come Filemone e Bauci. E sugli alberi (due pini naturalmente), canteranno i capineri di Classe, perché gli Dei non avranno nel frattempo dimenticato che le più dolci armonie sono, per Corrado Ricci e un po' anche per donna Elisa, le armonie Ravegnane".

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

Alcune curiosità riferite a Corrado Ricci e alla sua famiglia contribuiscono a definirne la personalità.

Franco Gabici - Capo Reparto Attività scientifiche e museali del Comune di Ravenna

Verso la fine dell'Ottocento quasi tutte le nostre piazze si trasformavano in estemporanei teatrini nei quali si esibivano girovaghi, giocolieri e altri personaggi stravaganti. La gente era di bocca buona e tutto faceva spettacolo. E fra questi aveva acquistato una certa fama Giovanni Succi, originario di Forlì, che di professione faceva il "digiunatore" e stupiva il pubblico per la sua straordinaria capacità di astenersi dal cibo. Si racconta che riuscì a star senza mangiare per trentun giorni di fila dimostrando anche una straordinaria vitalità. Al dodicesimo giorno, infatti, si esibì andando a cavallo per quasi due ore e al ventitreesimo giorno sostenne ben due assalti di sciabola! Il digiunatore Succi aveva un "segretario" che lo accompagnava ovunque. Insieme andarono perfino nelle due Americhe. Si chiamava Achille Ricci ed era il cugino di Corrado, che ebbe a definire "uomo di spirito e di cuore ma avventuroso".
Achille, che aveva un temperamento assai simpatico, era solito sintetizzare il suo sodalizio col digiunatore con questa frase: "Quando Succi digiuna, io mangio. Quando Succi mangia, digiuniamo tutti e due!". Di ritorno dalle sue avventure, la madre di Corrado lo impiegò nel loro negozio di fotografie ma lavorare non era proprio il suo forte. Ciò nonostante fu tenuto perché costituiva un richiamo per tanta gente che frequentava il negozio divertendosi alle sue facezie.
Trasferitosi a Lugo, impiantò con un amico un negozio di biciclette e di macchine da cucire che gli consentì di vivere con tranquillità. Scrive Corrado che "prese in moglie una brava donna" dalla quale ebbe un figlio che poi si laureò in ingegneria all'Università di Torino e al quale aveva dato il nome dell'illustre cugino. Quando morì, nel marzo del 1938, così scrisse il Corriere Padano: "Achille Ricci ebbe in Ravenna numerosissime amicizie e simpatie e noi siamo stati lieti di rievocarne il giocondo e piacevole ricordo in questa nostra breve cronaca. La sua è stata infatti una serena e rasserenatrice figura della vecchia Ravenna che va scomparendo".
Come curiosità riportiamo questa "istantanea" di Corrado Ricci apparsa sul Marzocco nel 1904: "Dimagrate alquanto E. Panzacchi, strappategli (per modo di dire) parecchi capelli, sopprimete la precoce canizie, aggiungetegli un paio di lenti, accentuate - se è possibile - le cadenze romagnolo-emiliane, sopra tutto romagnole, e avrete dinanzi a voi, per incanto, l'uomo, vivo, sano e vitale, anzi addirittura... San Vitale. Perché Corrado Ricci è straordinariamente ravennate: è figlio e padre di Ravenna. Venera la sua città come un figlio, la cura e se ne occupa come un padre. Nella vita e nell'arte predilige e persegue la semplicità severa: è un nemico personale del barocco e - sebbene abbia passato tanta parte della sua esistenza fra i mosaici, le transenne e i sarcofagi - aborre da ogni forma di... bizantinismo. Come direttore di galleria è una forza, un modello, senza concorrenti e, pur troppo, senza imitatori. Più che un direttore, è un igienista, un sanitario, al quale le superiori autorità ricorrono per combattere le epidemie. Dopo Parma e dopo Brera, fu chiamato, da poco, a curare le preziose collezioni fiorentine ed è diventato così il medico dei Medici... Non si potrebbe immaginare una più delicata responsabilità. Ma non ci ha perduto il buonumore. Nonostante i gravissimi pesi dell'uffizio... degli Uffizi, trova il tempo di scrivere articoli per giornali, di sopraintendere a importanti pubblicazioni, di far conferenze e di ricevere gli innumerevoli che sentono il bisogno di dare sfogo al loro amore per le Gallerie, tormentandone il direttore. La sua cordialità è inesauribile, non meno della parola, bonaria ed arguta ad un tempo. Discorrer d'arte - pur coi seccatori - è per lui una gioia. Allora la sua eloquenza s'infiamma e il gesto l'accompagna vivace: ma, anche allora, resta semplice e spontaneo, non monta in cattedra, non sale in bigoncia. Corrado Ricci è un avversario dichiarato della... 'tribuna'!".

Speciale Omaggio a Corrado Ricci - pag. [2008 - N.31]

Considerazioni in materia di strutture, sicurezza e didattica

Daniele Serafini - Responsabile Museo Francesco Baracca di Lugo

Questa riflessione su standard e obiettivi di qualità, fissati in sede regionale, non vuole essere tanto una considerazione critica sugli standard stessi come strumento normativo e “impositivo”, quanto piuttosto un’occasione per analizzare il posizionamento del nostro Museo rispetto a parametri di qualità e funzionalità. Una sorta di autovalutazione che consenta di evidenziare lo stato delle cose, delineando luci ed ombre, innovazioni e ritardi.
La chiusura del Museo Baracca al pubblico dalla primavera del 2000 all’estate del 2001 ha consentito di intervenire in due settori importanti: quello che concerne strutture e sicurezza e che fa riferimento in particolare al pubblico. L’abbattimento delle barriere architettoniche, tramite messa in opera di un ascensore in un palazzo di fine Ottocento, sede del museo, è stato un intervento che, senza violare l’identità architettonica degli spazi, ci ha permesso di garantire l’accesso ai portatori di handicap, introducendo al contempo nuove misure di sicurezza rispettose della normativa nazionale.
La nostra seconda azione si è concentrata su: a) catalogazione dei materiali e b) leggibilità del percorso espositivo, leggasi “informazioni e segnaletica esterna ed interna”. Tutti i cimeli, documenti e oggetti del museo (oltre seicento) sono stati catalogati, fotografati e trasferiti su supporto magnetico: sono consultabili su appuntamento presso i nostri uffici ed entro un anno si pensa di metterli in rete in modo che possano essere disponibili on line. Nella primavera prossima, inoltre, uscirà un catalogo cartaceo con la documentazione completa, comprese le immagini, curata dall’associazione “Agmen Quadratum”. Il museo offre al pubblico anche una serie di pannelli esplicativi che consentono ai visitatori di avere informazioni pressoché esaustive sul percorso espositivo e sulla figura e la storia di Francesco Baracca. Sul versante della custodia e della sicurezza/tutela del patrimonio stiamo provvedendo ad alcuni interventi per riqualificare il profilo del museo. Partendo dalla fine ormai prossima dell’esperienza del servizio civile presso le nostre istituzioni, che ha avuto esiti positivi per il contenimento delle spese, ma che è stata caratterizzata da risvolti spesso deleteri per l’immagine delle medesime (mi riferisco al tipo di accoglienza del pubblico, distratta e per nulla qualificata), siamo orientati ad affidare la custodia del museo a terzi, segnatamente ad un’agenzia specializzata.
La qualità dell’accoglienza ai visitatori è e deve essere uno dei momenti che qualificano un’istituzione: essa non può essere gestita con leggerezza. Chiederemo anche ad alcune associazioni di volontariato locale e agli “Amici del Museo Baracca” di collaborare maggiormente con noi per migliorare la qualità dell’accesso sia al museo che ai nostri spazi espositivi.
Al fine di garantire una più puntuale tutela del patrimonio, entro l’anno il museo sarà dotato di un sistema di videosorveglianza tramite dotazione di un impianto televisivo a circuito chiuso composto da sei telecamere collegate ad un sistema di videoregistrazione digitale. Tutte le telecamere faranno capo a un sistema di archiviazione e trattamento delle immagini collocato nell’ufficio a piano terra che ha anche funzioni di biglietteria e bookshop.
Un’ultima considerazione riguarda la didattica. Il Museo Baracca si è attivato da circa un anno per creare le condizioni affinché, accanto alla sua vocazione turistica, si delinei anche una più marcata visibilità del museo nel territorio. La scuola rappresenta l’interlocutore ideale perché prenda corpo l’idea di museo come “spazio d’apprendimento”. Stiamo proponendo alle scuole lughesi una collaborazione che abbia al suo centro la didattica. Partendo da due quaderni in corso di stampa, prodotti dal Servizio Musei della Provincia, disponibili entro l’anno, studenti ed insegnanti potranno interagire con gli operatori museali, i quali avranno il compito di fungere da ‘mediatori’ tra gli oggetti, i cimeli, il patrimonio del museo, dunque, e loro stessi. Questo dovrebbe essere il primo passo verso la realizzazione di un vero e proprio laboratorio didattico. Ma qui sorge inevitabile una domanda: ci saranno le risorse finanziarie o la volontà di trovarle per coinvolgere personale esterno, specializzato in percorsi didattici, visto che il museo ha un solo addetto privo di competenze specifiche in questo settore?

pag. 0 [1997 - N.0]

Il bio-monitoraggio dell’ambiente attraverso le api, in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna

Gian Paolo Costa - Responsabile del Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza

Poco più di una ventina di anni fa, chi scrive allenava una squadretta di pallacanestro: uno fra i bimbetti emergeva, per attitudini fisiche e “psicologiche”. Sono trascorsi gli anni e nella tarda primavera del corrente anno 2004 Davide Balbi (il succitato potenziale professionista della pallacanestro faentina nel frattempo aveva collezionato un paio di lauree…) propone a chi scrive di posizionare alcuni alveari all’interno del giardino botanico circostante il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza. L’interesse ‘da apicoltore’ - produttore di miele - di Balbi era attirato dallo scintillante e vario patrimonio floristico del giardino botanico del Museo ma anche dal ricco corredo/arredo verde dei viali urbani e dei vasti giardini presenti all’interno del raggio d’azione delle “sue” operaie (1,5 km circa).
All’osservazione dello scrivente che nell’area edificata cittadina da tempo gli Enti di controllo preposti (in primis l’A.R.P.A. dell’Emilia Romagna) avevano attivato centraline per monitorare l’inquinamento urbano presente (polveri sottili, metalli pesanti ecc.) l’apicoltore faceva notare che le api, alla pari di altri bioindicatori (normalmente utilizzati a questo fine) – per quanto ne era a conoscenza personalmente – possono efficacemente affiancare i sistemi tradizionali di monitoraggio in un ambito, un “sistema” di controllo integrato dell’ambiente. E che, ad ogni buon conto, egli avrebbe provveduto a sottoporre il miele prodotto alle analisi di prammatica (specificamente approfondite).
Da queste considerazioni, e dalla contestuale verifica in bibliografia dell’effettivo utilizzo delle api quali agenti di monitoraggio di inquinamento urbano, all’aver maturato la decisione di interpellare l’Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna per attivare anche in Faenza (a cura del locale Museo naturalistico) un bio-monitoraggio dell’ambiente attraverso l’analisi di pollini raccolti e di miele prodotto da api, il passo è stato assai breve.
Claudio Porrini, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroambientali dell’Università di Bologna e collaboratore dell’Istituto Nazionale di Apicoltura, confermava che “con il monitoraggio tramite api è possibile mettere in evidenza i periodi e le zone più esposte ai diversi inquinanti analizzati” - in particolare metalli pesanti quali piombo, nichel e cromo, e benzo[a]pirene - e forniva ragguagli puntuali circa i protocolli di indagine, codificati a seguito di ricerche specifiche oramai ventennali.
In conclusione: in attesa di reperire i fondi occorrenti per organizzare l’indagine “di dettaglio” ed esperire le analisi necessarie si è provveduto a verificare le potenzialità dell’area installando alcune arnie, previe indicazioni e verifiche tecniche dei competenti uffici A.S.L. di zona. Al centro dell’area verde retrostante l’edificio museale si è recintata – come da normativa specifica – la porzione di giardino oramai da anni in corso di naturalizzazione spontanea ed i primi riscontri attestano un’attività delle api assai intensa e produttiva. È stato altresì possibile verificare puntualmente e de visu quali piante attirano maggiormente le api: i Cisti (molto scenografiche le immagini riprese di bottinatrici sui fiori rosa di Cistus incanus), il Biancospino (Crataegus monogyna) e l’Amorpha fruticosa, letteralmente “aggredita”.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 0 [1997 - N.0]

Pier Domenico Laghi

L’importanza delle donazioni per la nascita, lo sviluppo, la vita delle istituzioni museali è spesso data per scontata: tanto scontata che raramente ci soffermiamo sui molteplici aspetti, ed anche problemi, che il tema “donazioni” racchiude in sé.
Nello Speciale di questo numero abbiamo tentato un primo approccio al tema delle donazioni, ancora timido e prevalentemente di testimonianza. Quanto ne esce, tuttavia, già tratteggia uno scenario abbastanza ampio di problematiche: dalla psicologia alle motivazioni del donatore, dal valore storico e scientifico delle piccole donazioni, specie se motivate della correlazione forte donatore-territorio, alla forza delle donazioni quale strumento per la ricostruzione di un grande museo; dall’interazione con il diritto d’autore al rapporto tra artista e donazione, vedasi a tal proposto le riserve poste da Giovanni Piancastelli su alcune delle sue opere donate.
Il tema del valore attuale delle donazioni attraversa diversi articoli dello speciale per trovare una forte testimonianza nella recentissima donazione “Foschi”, attraverso la quale si mette a disposizione per il pubblico interesse non solo beni e documenti, ma anche il contenitore.
Nonostante questa pluralità di approccio mancano ancora all’appello e all’approfondimento altrettante declinazioni del tema “donazioni”, specie quelle più orientate alla gestione. Donazione, infatti, è un termine che racchiude in sé una molteplicità di significati: omaggio dell’artista di una propria opera, lascito ereditario, consegna in comodato per la pubblica fruizione, messa a disposizione di raccolte organiche con vincoli o senza vincoli; ognuna di queste modalità comporta responsabilità ed oneri diversi per l’istituzione museale beneficiaria ed ha diverse ricadute formali, gestionali ed amministrative che vale la pena approfondire per facilitare il lavoro e le modalità operative degli operatori museali, pubblici e privati, con le diverse modalità che questa differenza comporta in termini di obblighi e responsabilità.
Ma il termine donazione può allargarsi oltre alle opere ed alle raccolte di diverso genere e natura, per fare riferimento anche a strumenti e risorse destinati a creare finanziamenti da utilizzare per la valorizzazione e la fruizione delle opere d’arte. In un contesto caratterizzato da scarsità di risorse pubbliche da destinare alla cultura ed ai beni culturali, il potenziale che può derivare da una costante e costruttiva attenzione al tema delle donazioni, da sviluppare con nuove e più organiche modalità, è quindi fondamentale sia per l’acquisizione di nuove opere e documenti che per la conservazione, fruizione e valorizzazione di quanto già presente nei musei.
Possiamo concludere a proposito che con lo Speciale abbiamo posto un tema, ma è rimasto molto lavoro per i prossimi numeri.
Questo non è però solo il numero degli impegni per futuri approfondimenti; con soddisfazione presentiamo anche una raccolta di buoni risultati.
Due musei si affacciano al Sistema Museale Provinciale: la Domus dei Tappeti di Pietra di Ravenna e il Museo del Castello di Bagnara di Romagna; un prestigioso museo di una grande città ed un vivace progetto di un piccolo Comune rappresentano due dimensioni diverse per valorizzare la lettura della storia e dell’arte del territorio.
Una raccolta, la collezione di marionette della famiglia Monticelli, trova la sede per diventare a pieno titolo museo: “La Casa delle Marionette”; il lavoro di studio, catalogazione e restauro portato avanti in questi anni è giunto a coronamento.

Editoriale - pag. 0 [2005 - N.24]

Il progetto su Musei e lifelong learning, coordinato dall’IBC, si propone di fornire agli operatori gli elementi essenziali per orientarsi nel campo dell’educazione permanente

Margherita Sani - Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna

Il tema delle professioni museali è diventato di grande attualità nel nostro paese. Legato intimamente a quello degli standard e al processo in corso da alcuni anni per definire e applicare parametri per il miglioramento della qualità nei musei, il discorso sulle professionalità nasce dalla consapevolezza che tale miglioramento può attuarsi solo in presenza di un capitale umano numericamente sufficiente, preparato, flessibile, ma soprattutto capace di crescere professionalmente e autoformarsi nel corso di tutta una carriera.
Parlando di professionalità nei musei e non volendo limitare lo sguardo unicamente al nostro paese, un dato che colpisce è la straordinaria trasformazione verificatasi in quello che potremmo chiamare l’ambito dell’educazione al patrimonio, della didattica museale, o, alla francese, della “mediazione culturale”. Infatti, nonostante la funzione educativa sia intrinseca alla nascita del museo, ci troviamo non solo davanti ad una professione sostanzialmente giovane e riconosciuta ufficialmente solo da pochi anni negli organici, ma soprattutto ad una professione che, rispetto alle altre presenti nel museo, ha subito trasformazioni rapide e intense ed è tuttora esposta a sollecitazioni che richiedono un costante aggiornamento del personale ed un ampliamento delle competenze presenti.
Le sollecitazioni e gli stimoli traggono origine da diverse circostanze: dalla maggiore apertura del museo nei confronti del pubblico, dalle richieste avanzate da parte della società a che il museo assuma anche altri ruoli oltre a quello tradizionale – divenendo luogo di aggregazione sociale, di recupero delle marginalità, di integrazione culturale – dalle aspettative di una molteplicità di utenti: oltre ai bambini, i giovani, gli anziani, chi ha un handicap fisico o di altro genere.
Sostenute, in alcuni paesi in modo molto forte, da politiche culturali finalizzate ad accrescere l’accessibilità delle istituzioni culturali, queste pressioni nei confronti dei musei hanno fatto in modo che il ruolo di chi mette in relazione pubblico e beni culturali diventasse assolutamente cruciale.
Ovunque, e questo vale per tutti i paesi europei, l’attività educativa dei musei si rivolge tradizionalmente alle scuole. In questo l’Italia non si differenzia dal resto d’Europa. E tuttavia in diversi paesi sono stati sviluppati e vengono condotti con regolarità programmi rivolti a pubblici non scolastici, appartenenti a tipologie diverse e di età dai 16 anni in su, che è poi la grande categoria che il lifelong learning abbraccia. In Italia ciò accade spesso in modo sporadico, al di fuori di politiche pubbliche che incoraggino e sostengano queste azioni, e laddove avviene, l’esperienza rimane spesso patrimonio esclusivo di chi l’ha attuata, poiché esistono poche occasioni di scambio e condivisione. Altrettanto scarse sono le occasioni formative che sostengano gli educatori al patrimonio nell’allargare l’offerta didattica, tagliandola su pubblici diversi e non tradizionali.
Il corso Musei e lifelong learning: esperienze educative rivolte agli adulti nei musei europei organizzato da IBC in collaborazione con la Direzione Cultura della Regione Veneto il 17 e 18 ottobre 2005, è nato da queste premesse e si è proposto di fornire agli operatori gli elementi essenziali per orientarsi nel campo dell’educazione permanente e trarre spunti e indicazioni per realizzare momenti educativi mirati ai diversi segmenti di utenza. Esso si inquadra all’interno del progetto Lifelong Museum Learning, finanziato dal Programma comunitario Socrates Grundtvig 1 per gli anni 2005-2006 e coordinato dall’Istituto Beni Culturali. I contenuti del corso sono stati pensati a partire dall’analisi dei bisogni formativi condotta in una delle prime fasi del progetto, che ha evidenziato tra gli operatori innanzitutto l’esigenza di una definizione di campo. Cos’è il lifelong learning? Qual è lo stato dell’arte in Italia? Quali sono i fondamenti dell’educazione rivolta agli adulti? Come apprendono gli adulti, su quali elementi bisogna fare leva perché l’apprendimento avvenga in modo efficace ecc.
In secondo luogo è emersa la necessità di dotarsi di strumenti per progettare attività educative rivolte a pubblici diversi e dunque caratterizzate da un certo grado di innovazione, sia per quanto riguarda i contenuti che le modalità di programmazione ed erogazione. Altrettanto sentita l’esigenza di rafforzare la componente educativa presente negli allestimenti e nelle mostre temporanee, che restano il primo e fondamentale momento di comunicazione con il pubblico. Su questo ultimo tema è stata costruita una sezione specifica del corso, anche traendo spunto da esperienze estere che testimoniano un’attenzione molto puntuale a tradurre le teorie educative più avanzate in contenuti e modalità espositive.
Nella settimana successiva (27-30 ottobre 2005), il corso “si è trasferito” a Bertinoro, portando con sé – data la limitatezza dei posti – solo alcuni partecipanti, ma inserendoli in un contesto veramente europeo all’interno dell’European Museum Forum Workshop organizzato da IBC in collaborazione con European Forum e Regione Toscana, per approfondire il tema del Museum Environment, l’ambiente museale, a riprova di quanto sia importante sia la componente fisica e ambientale per favorire processi comunicativi e di apprendimento.
Infine, il 7 novembre a Rovigo un follow up di entrambi i momenti all’interno della giornata L’età matura del museo. Incontro con i mondi degli adulti, dove gli stessi temi sono stati rivisitati con una particolare attenzione alla realtà dei musei veneti. Successivi momenti formativi nell’ambito del progetto Lifelong Museum Learning, aperti anche alla partecipazione italiana, sono previsti nel 2006 in Portogallo, a cura di APOREM – Associazione Portoghese dei Musei di Impresa – e nei Paesi Bassi, a cura dell’Associazione Musei.v I materiali dei corsi ed altri contributi su questi temi saranno raccolti in un volume disponibile a conclusione del progetto, a fine 2006.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 0 [2005 - N.24]

La donazione di opere di artisti americani e italiani provenienti dalla collezione Panza di Biumo arricchisce le sale del Palazzo Ducale di Sassuolo

Antonella Tricoli - Incaricata per il Sistema Museale Provinciale di Modena

È ormai noto, non solo agli esperti di storia dell’arte, lo splendore del Palazzo Ducale di Sassuolo, “delizia” dei duchi d’Este; l’edificio, originariamente dimora castellana, acquisì nel corso del Seicento appunto l’aspetto di “delizia”: in quanto luogo di svaghi e di villeggiatura, anche l’arredo, ridotto all’essenziale, assunse la caratteristica, effimera e mutevole, di un insieme di oggetti influenzati dalla moda del periodo.
L’essenzialità degli ambienti, pur nella grande ricchezza decorativa di affreschi e stucchi candidi, si sposa perfettamente con l’essenzialità e ieraticità delle opere Minimal dei dipinti e delle sculture di artisti americani e italiani che fanno, dell’insieme, un evento pittorico-architettonico e plastico unico: i manufatti artistici, ospitati nell’Appartamento Stuccato e Dorato, sono stati commissionati appositamente da Giuseppe Panza di Biumo per gli alloggiamenti di quelle stanze, un tempo destinati alle collezioni ducali disperse. Il conte Panza di Biumo, figura assai importante e carismatica del collezionismo d’arte della seconda metà del XX secolo, già dagli anni Cinquanta ha intrattenuto rapporti con gli artisti americani più all’avanguardia, cominciandone a collezionare, nella villa rinascimentale di Varese, le opere più significative.
Monochromatic Light, il titolo dell’esposizione di Sassuolo, ben spiega la natura, appunto monocromatica, di questi lavori, prima offerti in comodato gratuito per il Palazzo poi con atto liberale definitivamente donati. Il «Progetto Contemporaneo», patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e Direzione Generale per l’Architettura e le Arti Contemporanee, è stato condiviso anche dall’Accademia Militare di Modena (che ha in custodia il prestigioso complesso), dalla Regione Emilia-Romagna, dalla Provincia di Modena, dal Comune di Sassuolo, con il concorso della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e di Assopiastrelle. Il progetto, partito nel 2001, è stato voluto dall’allora Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Modena e Reggio-Emilia, Filippo Trevisani, che, lungimirante, ha guardato attentamente il Palazzo vedendoci un possibile centro di produzione culturale e di ricerca sull’attualità, di collaborazione e scambio, obiettivo già in parte raggiunto grazie alla straordinaria commistione di antico e contemporaneo di memoria e avanguardia. Sala dopo sala si respira un’aria di internazionalità, soprattutto di perfetta simbiosi con la natura del posto: un complesso architettonico e naturalistico in cui la luce e il colore dell’immenso parco esterno fanno a gara con i lampi coloristici dell’interno, in grado – come i duchi ben sapevano – di trafiggere direttamente l’anima con il piacere dell’arte.
Anne Appleby, Lawrence Carroll, Timothy Litzman, Winston Roeth, David Simpson, Phil Sims, Ettore Spalletti – ora è stata aggiunta una scultura creata ad hoc da Maurizio Mochetti intitolata Blue Bird CN7 – hanno riempito di nuovi capolavori le stanze e quelle cornici che, un tempo, furono cruccio e delizia per l’immaginazione di Francesco I d’Este come di altri duchi di Modena: textures diverse, supporti diversi, reazioni differenti alle onde luminose, forme diverse di reinterpretazione del colore. Le sperimentazioni monocromatiche sono porte di accesso agli universi della mente.
Nella Camera degli Incanti Spalletti interpreta il monocromo come l’incanto dell’irraggiungibilità del colore, la mutevolezza dell’impressione, lo scherzo del gioco artistico; in quella della Musica Simpson ha collocato opere intitolate Rosa Mystica dai colori delicati che contengono la segreta magia del fiore proibito; nella Camera dei Sogni Litzman tratta l’oscillazione, la sfumatura della tinta, l’indeterminatezza dell’intonazione come fossero note di una musica che accompagna nel mondo onirico; Carroll nella Camera della Fama contraddice quel nome con l’umiltà della cruda materia, rivolta il guanto e mostra come l’Arte sia ricca e allo stesso tempo povera, comunque e sempre protagonista... Grazie a questa donazione si è attuata una delle tante forme possibili di compenetrazione di materia e concetto, di perpetuazione della sempre mutevole idea del Bello, dunque di opera d’arte “totale”.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 0 [2005 - N.24]

Prosegue, anche per il nuovo anno scolastico, il Progetto Scuolamus ideato dalla Provincia di Rimini e dedicato alle attività didattiche museali

Luca Vannoni - Ufficio Cultura della Provincia di Rimini

Iniziano le scuole e si vivacizza l’attività didattica e laboratoriale dei musei della provincia di Rimini. Incontri con gli insegnanti, laboratori ed escursioni naturalistiche, visite guidate e animazioni drammaturgiche sono solo alcune delle iniziative che i musei del Sistema Museale Provinciale propongono ogni anno per intercettare i vari segmenti della popolazione scolastica del territorio.
L’importanza delle attività didattiche museali, ormai maturate in un percorso di crescita pluriennale, e i brillanti risultati conseguiti in termini di afflusso di utenti e di qualità delle proposte hanno spinto l’Amministrazione provinciale a proseguire il progetto Scuolamus. La Provincia di Rimini, già da alcuni anni, valorizza le iniziative di didattica museale mediante la promozione del trasporto gratuito degli studenti ai musei e la realizzazione di un’apposita Guida alla didattica nei Musei del Sistema della Provincia, di cui, di recente, è stata pubblicata la nuova edizione aggiornata all’anno scolastico 2005/06.
La Guida raccoglie le attività di didattica museale proposte dai musei del Sistema organizzandole in una presentazione in sei moduli: 1) natura, 2) etnografia – culture extraeuropee – marineria, 3) paleontologia, preistoria e protostoria, 4) età romana, 5) età medievale e moderna, 6) età contemporanea.
Sono fornite anche delle dettagliate informazioni supplementari relative alle caratteristiche tematiche dei quindici musei coinvolti, alla tipologia di attività previste (visita guidata, animazione, laboratorio, animazione presso la scuola, incontro multimediale), alla fasce di utenti a cui sono indirizzate le attività, alla loro durata ed agli eventuali costi.
In tal modo, è possibile una consultazione agile e personalizzata della Guida da parte degli insegnanti, ai quali è stata capillarmente distribuita, al fine della realizzazione di un percorso didattico, tra scuola e museo, che rispetti al massimo le differenze dei vari soggetti coinvolti. I musei si propongono di soddisfare le legittime esigenze di conoscenza e di informazione sulla cultura del territorio che provengono dalle scuole e, attraverso tali iniziative, cercano di far radicare nei giovani visitatori la consapevolezza del ruolo sociale del museo.
“Il museo infatti – afferma Marcella Bondoni, Assessore alla Cultura della Provincia di Rimini – per proporsi come istituto vivo, vitale perché vissuto dai cittadini, deve oggi svolgere la propria funzione di servizio al territorio facendosi attivo promotore di cultura verso i più differenziati segmenti di fruitori. Un museo non radicato nella consapevole passione di una comunità non ha infatti un futuro”.
Anche da una veloce scorsa ai nuovi programmi, è possibile cogliere l’elevato livello delle attività didattiche proposte e il continuo processo di rinnovamento che contraddistingue la loro progettazione da parte degli operatori museali. Si spazia dunque dalle esperienze, nella natura, presso la Riserva Naturale Orientata di Onferno-Gemmano, sulla biodiversità e la sostenibilità, alle attività sulla cultura della marineria proposti dal Museo della Regina di Cattolica, ai laboratori archeologici e storici dei Musei di Verucchio, Riccione, Rimini e Santarcangelo di Romagna. Di particolare interesse, anche i percorsi animati introdotti da alcuni musei attraverso l’utilizzo della letteratura per l’infanzia, del gioco teatrale-narrativo, della manipolazione e della musica per facilitare l’incontro con gli oggetti e le opere esposte.
La Provincia di Rimini, inoltre, per agevolare l’incontro scuola/museo, mette a disposizione un pacchetto gratuito di uscite per il trasporto gratuito degli studenti agli istituti museali collocati al di fuori del Comune di riferimento. Attraverso tale servizio, tutte le scuole, anche quelle più isolate dell’entroterra, hanno una possibilità in più per sperimentare l’avventura di un percorso cognitivo insolito e divertente.
È possibile richiedere copia della Guida al seguente indirizzo di posta elettronica: cultura@provincia.rimini.it

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 0 [2005 - N.24]

La biblioteca di Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali vanta due fondi librari unici nella loro specificità e ricchezza scientifica

Giorgio Vespignani, Andrea Piras - Fondo Pertusi, Università degli Studi di Bologna, sede di Ravenna

Il Fondo “Agostino Pertusi” conta oltre 7000 voci di argomento bizantinistico, slavistico e venezianistico, che costituivano la parte più cospicua della biblioteca privata di Agostino Pertusi (1918-1979), insigne studioso, docente all’Università Cattolica di Milano e Direttore dell’Istituto Venezia e l’Oriente della Fondazione Cini di Venezia. Dietro l’interessamento del prof. Antonio Carile, nel 1979 fu acquisito dall’Università di Bologna e affidato alla Cattedra di Storia Bizantina: fino al 1999 costituì il nucleo principale della dotazione libraria della Sezione Civiltà Bizantino-Slava del Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna, benché non schedata, denominata «Biblioteca Agostino Pertusi».
Dal marzo 1999, trasferito presso il Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali dell’Ateneo di Bologna, sede di Ravenna, il fondo schedato e regolarmente accessibile in rete contribuisce, unitamente alla Biblioteca «Tomaso Bertelé», altro fondo di carattere bizantinistico ed orientalistico di straordinaria ricchezza ed importanza acquisito nel 1991 dalla Biblioteca Classense di Ravenna, alla ricchezza biblioteconomica dell’Ateneo in generale e, in particolare, di Ravenna, che si propone come centro bibliografico bizantinistico e storico-veneziano di livello internazionale (la Biblioteca Classense detiene l’archivio «Agostino Pertusi», acquistato nel 1990).
Nel fondo confluiscono i generi che costituirono i campi di studio del Maestro milanese: opere di letteratura e filologia greca e neogreca, storia bizantina, storia dei paesi slavi, storia di Venezia e dei suoi rapporti con l’Oriente mediterraneo, numerose delle quali in lingua, acquisite a suo tempo presso librerie antiquarie, oggi rarissime. Quasi tutto il materiale è stato gestito con Sebina: si tratta di quasi 3000 monografie, oltre 600 tomi di periodici scientifici ed opuscoli, quasi 3000 estratti. Attorno a tale Fondo si concentrano le ricerche di studiosi affermati, come si sono formati, negli anni recenti, giovani dottorandi di ricerca e ricercatori dello stesso Ateneo.
Il patrimonio bibliotecario della Facoltà si è incrementato considerevolmente grazie alla recente acquisizione di due importanti fondi privati, relativi alle discipline orientalistiche, che completano il settore classico e bizantinistico del Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali. Questi due fondi rappresentano per Ravenna un notevole patrimonio (di circa 10.000 volumi) consono alla sua storia di antica capitale sospesa tra Occidente e Oriente.
Nel 2001 è stata acquistata la biblioteca del prof. Jes Peter Asmussen, ora in fase di catalogazione: professore emerito di filologia iranica presso l’Università di Copenhagen, studioso versato non solo nella scienza orientalistica ma anche nel settore delle scienze naturali, come l’ornitologia che egli coltivava in quanto amateur ma con ampiezza di documentazione, come è attestato dalla presenza di numerose pubblicazioni. A questo settore si affianca, poi, la più cospicua biblioteca delle sua professione ufficiale di orientalista: una vasta estensione di volumi sulle lingue (iraniche, semitiche, turche) e le culture del Vicino e Medio-Oriente e dell’Asia Centrale testimoniano un interesse non meramente settoriale ma di ampie connessioni interculturali.
Si spazia dalla storia religiosa del Cristianesimo siro-mesopotamico e centro-asiatico a quella dell’Iran zoroastriano, al Manicheismo, al Buddhismo e all’Islam, senza tralasciare le scienze bibliche (vetero e neo-testamentarie) e gli studi classici e tardo-antichi. È da segnalare anche una sezione di libri sulle fiabe e sul folklore, una raccolta di estratti, più alcuni libri rari di pregio antiquario.
Nello stesso anno è pervenuta anche la biblioteca del compianto prof. Ilya Gershevitch dell’Università di Cambridge, donata dallo studioso all’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente con la precisa condizione che tale fondo fosse depositato presso la sede universitaria di Ravenna, al fine di promuovere lo sviluppo degli studi orientali. Ilya Gershevitch si è dedicato prevalentemente agli studi sull’Iran pre-islamico, compreso nella storia millenaria dei tre imperi Achemenide, Partico e Sassanide. I suoi interessi si sono estesi anche ad altre zone come il Caucaso e l’Asia Centrale, per compiere studi approfonditi sulle civiltà di popoli che hanno prodotto testimonianze di grande importanza per la storia culturale (letteraria, religiosa, filosofica) del continente eurasiatico.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 0 [2005 - N.24]

La Soprintendente Anna Maria Iannucci ricorda con affetto la figura e l’operato della direttrice del Museo Nazionale di Ravenna

Anna Maria Iannucci - Soprintendente

Luciana Martini nasce nel 1951 a Faenza, dove compie gli studi classici, laureandosi poi in lettere con perfezionamento in Storia dell’Arte presso l’Ateneo bolognese. Era stata allieva di Renato Barilli ed appassionata di arte contemporanea.
Entra a far parte dell’Amministrazione nel 1978 come storico d’arte della Soprintendenza ravennate (ora Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio), occupandosi di tutela, conservazione e restauro dei beni storico-artistici nel territorio della provincia di Ravenna e delle collezioni del Museo Nazionale. Dal 1991 al 2005 ha ricoperto il ruolo di Direttore del Museo svolgendo anche funzioni di Storico d’Arte Coordinatore sul territorio. Dal 1984 al 2005 ha svolto attività didattica presso la Scuola per il Restauro del Mosaico, gestita dalla Soprintendenza ravennate (riconosciuta come sezione della Scuola dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dal febbraio 2004). Insegna in particolare “Storia del restauro delle opere d’arte” (le dispense sono in corso di pubblicazione per le edizioni Nardini).
Presso il Museo Nazionale, prima come ispettore e conservatore delle collezioni e poi come direttore, cura l’ordinamento scientifico ed il catalogo di collezioni permanenti. Fra i cataloghi editi ricordiamo in particolare: Piccoli bronzi e placchette del Museo Nazionale di Ravenna (Ravenna 1985); Oggetti in avorio ed osso nel Museo Nazionale di Ravenna (Ravenna 1993); 50 capolavori nel Museo Nazionale di Ravenna (Ravenna 1998). La sua intensa attività pubblicista la porta a pubblicare oltre 50 titoli, collaborando fra l’altro a riviste come “Faenza” del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, “Romagna Arte e Storia” e lo stesso “Museo in-forma”.
A lei si deve la cura puntuale dei “Quaderni di Soprintendenza” (QdS nn.1/5), che solo grazie alla sua tenacia hanno proseguito la loro pubblicazione nonostante gli aumentati impegni e funzioni delle Soprintendenze ed i sempre più limitati finanziamenti. Fino agli ultimi mesi di vita Luciana Martini ha curato il n. 6 dei Quaderni e le dispense del Corso di restauro, oggi in corso di pubblicazione.
Fra i suoi progetti non portati a termine - ma che la Soprintendenza intende proseguire - vi è il riordino delle esposizioni delle collezioni degli avori e delle icone e delle prime sale del Museo.
Vogliamo ricordare il suo impegno quotidiano di funzionario, con un’attenzione particolare ai restauri delle decorazioni pittoriche nelle case e palazzi faentine (e qui citiamo la sua ultima pubblicazione Casa Ricciardelli, il restauro, Faenza 2005), la sua direzione esemplare dei restauri pittorici in S. Nicolò a Ravenna, da lei definito un monumento-museo della storia artistica di Ravenna in un articolo pubblicato nel 2003 proprio su “Museo Informa”, la sua razionale e continuata attività di studiosa, che ha arricchito di contenuti il Museo Nazionale ed ha saputo creare legami e confronti con studiosi internazionali.
Mentre si sta allestendo la ricomposizione delle Vele di Santa Chiara, con le pareti affrescate già collocate nel 1995 nel Museo Nazionale, pensiamo che non potrà essere con noi a seguire questo nuovo ritorno delle celebri superfici dipinte di Pietro da Rimini, che hanno subito distacchi, esili, restauri, tornando infine tutti insieme a Ravenna, nel Refettorio del Museo Nazionale.
Luciana Martini muore a Ravenna il 21 maggio 2005, lascia il marito ed il figlio Luca, tutti i colleghi della Soprintendenza ed un lavoro esemplare.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 0 [2005 - N.24]

Cosa c’è dietro alle donazioni, dalla necessità di sapere “al sicuro” la propria collezione alla consapevolezza di mettere a disposizione del vasto pubblico opere preziose

Franco Gàbici - Capo Reparto delle Attività scientifiche e museali del Comune di Ravenna

Per fortuna non tutti la pensano come il verghiano Mazzarò, che dopo aver accumulato “roba” per tutta la vita, giunto alle soglie della vecchiaia si pone drammaticamente il problema: “Sicché – scrive Verga nella novella La Roba – quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: Roba mia, vientene con me!”.
Non sono pochi, invece, quelli che pensano di effettuare donazioni a enti o istituzioni per salvaguardare il loro patrimonio, spesso frutto dell’appassionato collezionismo di tutta una vita e, in molti casi, anche di notevoli sacrifici economici. Grazie a questi gesti, molti materiali possono essere non solo conservati ma messi a disposizione del pubblico.
Molto spesso una donazione sottende un atto di necessità da parte del donatore che, magari a malincuore, si vede costretto a disfarsi del proprio patrimonio per mancanza di spazio. Non necessariamente, però, le donazioni sono effettuate da eredi che si sono trovati sulle spalle un ingombrante patrimonio da gestire o forse da smaltire. Anzi nella maggior parte dei casi è lo stesso proprietario del patrimonio a gestire direttamente la donazione, spinto da un senso di mecenatismo ma anche dalla volontà di garantire alla propria collezione una nuova vita o di onorare la memoria di una persona, come è stato il caso recente della donazione della biblioteca privata di Mario Guerrini, che ora fa parte della biblioteca della Fondazione Casa Oriani, che in tal modo ha integrato le proprie raccolte risorgimentali con alcune interessanti pubblicazioni.
L’estate scorsa il prof. Lucio Gambi, docente dell’Università di Bologna e considerato il più grande geografo italiano, ha lasciato alla Istituzione Classense la sua biblioteca di oltre 15 mila volumi e soprattutto una ricchissima cartografia. Questa è l’ultima di una serie di donazioni che ha arricchito il patrimonio culturale della biblioteca ravennate, che nel secolo scorso ha acquisito numerosi fondi fra i quali ricordiamo quelli di Corrado Ricci, Luigi Rava, Manara Valgimigli e monsignor Mario Mazzotti, i quali con la donazione delle loro ricchissime biblioteche hanno inteso arricchire il patrimonio culturale della loro città.
A volte la donazione è legata a un evento culturale, come è accaduto per Remo Muratore il cui archivio, dopo essere stato in mostra, è stato donato alla Classense che in questo modo ha notevolmente incrementato le proprie raccolte grafiche.
Una delle donazioni più comuni riguarda tuttavia il patrimonio librario e pertanto succede frequentemente che, soprattutto in concomitanza di traslochi o di cambi di residenza, si pensi di disfarsi della propria biblioteca affidandola a una biblioteca pubblica. Purtroppo la qualità delle donazioni lascia spesso a desiderare e pertanto è invalsa l’usanza di verificare la consistenza e la qualità del prodotto prima di incamerarlo.
Molto spesso dietro al gesto della donazione è implicita la richiesta di una adeguata conservazione per un materiale di grande interesse. È il caso, ad esempio, dei materiali appartenuti al maestro Francesco Balilla Pratella, che la figlia Eda ha consegnato alla Biblioteca Trisi di Lugo. Il maestro Pratella, nativo di Lugo, ha firmato il primo manifesto della musica futurista e occupa un ruolo di primo piano nel panorama musicale italiano e pertanto la donazione ad una pubblica biblioteca di materiali personali costituisce indubbiamente un atto importante a beneficio degli studiosi che in questo modo hanno la possibilità di accedere a documenti altrimenti di difficile consultazione.

Speciale donazioni - pag. 0 [2005 - N.24]

Considerazioni intorno alle opere d’arte protette dalla normativa sul diritto d’autore

Diego Galizzi - Conservatore del Centro Culturale "Le Cappuccine" di Bagnacavallo

È un dato di fatto che gran parte dei musei in Italia, quale che sia la loro tipologia, condizione giuridica o ente di appartenenza, fonda oggi la propria politica di accrescimento delle collezioni soprattutto su iniziative di donazione da parte di collezionisti privati o, nei casi di musei d’arte contemporanea, da parte degli stessi autori delle opere. In modo ancor più stringente questa considerazione vale per i musei più piccoli, che soprattutto di questi tempi non sembrano in grado di riservare adeguate risorse a politiche di accrescimento che non si basino, appunto, su episodi di donazione.
Eppure spesse volte proprio questo genere di evento può nascondere potenziali elementi di conflitto fra museo e donatore (o suoi eredi) se, sia pur in buona fede, le parti non tengono adeguatamente conto delle attuali normative sul diritto d’autore. Lo spunto per trattare di questa problematica nasce dalla mostra William Hogarth e la commedia della società borghese, in corso presso il Centro Culturale “Le Cappuccine” di Bagnacavallo. Il grande Maestro inglese, infatti, dimostrando grande modernità di pensiero, fu il primo in Europa a porsi il problema della tutela dei diritti degli autori delle opere d’arte, facendosi promotore di un’apposita legge (la cosiddetta legge Hogarth) che garantiva agli artisti la proprietà esclusiva delle loro invenzioni originali per un periodo di quattordici anni. La norma, che metteva finalmente al riparo l’artista da episodi di riproduzione indebita delle sue opere, entrò in vigore il 25 giugno 1735.
Oggi in Italia la materia è regolata dalla legge sul diritto d’autore (L. 633/1941 e successive modifiche) che fra le varie tipologie di prodotti dell’ingegno tutela “le opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari”. In base a questa normativa è stato più volte rilevato un latente conflitto fra gli interessi dell’autore, o dei suoi eredi, e quelli del museo che detiene l’opera d’arte. Il conflitto nasce dal principio di separazione e indipendenza fra i diritti di utilizzazione economica dell’opera (riconosciuti in maniera esclusiva all’autore) e i diritti connessi alla titolarità dell’opera fisicamente intesa, espresso dall’art. 109: “la cessione di uno o più esemplari dell’opera non importa, salvo patto contrario, la trasmissione dei diritti di utilizzazione economica, regolati da questa legge”.
Tali diritti di utilizzazione economica, esercitabili anche dagli eredi entro il termine di 70 anni dalla morte dell’autore, ricomprendono i diritti di riproduzione (in qualsiasi formato, anche il digitale), i diritti di pubblicazione (in cataloghi, riviste, banche dati) e i diritti di prestito e noleggio (anche a fini espositivi). Pare dunque inevitabile che, in seguito a donazioni di opere d’arte contemporanea, il museo si debba misurare coi diritti di utilizzazione altrui per molte delle normali attività istituzionali che in qualche modo presuppongono l’utilizzo dell’immagine dell’opera stessa. A meno che non diversamente pattuito, cioè, a meno che fra le clausole della donazione (la forma scritta è richiesta a probationem) non sia espressamente prevista la cessione a titolo definitivo o l’autorizzazione all’esercizio di tali diritti, cosa che deve essere fatta per ognuno di essi, singolarmente, poiché è principio fondamentale della legge che i diritti esclusivi siano fra loro indipendenti.
Può sembrare paradossale, ma la stessa facoltà del museo di esporre nelle proprie sale gli oggetti protetti dalla legge sul diritto d’autore appare piuttosto controversa. La legge non prevede esplicitamente fra i diritti di utilizzazione economica anche quello di esposizione, ma è convinzione generalizzata che lo si debba comprendere a sua volta fra le facoltà esclusive dell’autore.
Negli ultimi anni, tuttavia, la giurisprudenza si è espressa pressoché unanimemente a favore della liceità da parte del museo ad esporre al pubblico le opere senza espresso consenso dell’autore o dei suoi aventi causa. Presumendo, infatti, che le finalità istituzionali del museo siano note alle parti al momento dell’atto di donazione, non avrebbe senso procedere all’acquisizione dell’oggetto, o di una collezione di oggetti, disgiuntamente dal diritto di esposizione che, è evidente, rappresenta la precipua finalità del museo stesso.

Speciale donazioni - pag. 0 [2005 - N.24]

Le donazioni al Museo Internazionale delle ceramiche di Faenza dal dopoguerra ad oggi

Jolanda Silvestrini - Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Con i bombardamenti del 1944 il patrimonio che aveva fatto del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza un centro universale di documentazione e di studio era andato quasi completamente perduto. Sotto le fiamme scomparvero 22 sale di esposizione, 22.196 opere inventariate, 10.800 volumi, 10.262 cartoni della Fototeca e molto altro: una perdita stimata in 56.433.500 lire dell’epoca. Negli anni a seguire Gaetano Ballardini bussò alle porte di collezionisti italiani e stranieri e intrecciò una fitta rete di corrispondenza attraverso tutti i continenti; a dimostrazione della stima che Ballardini aveva saputo guadagnarsi, giunsero da tutte le parti del mondo donazioni da Musei, Gallerie, Enti, collezionisti, artisti che collaborarono fattivamente alla rinascita del Museo: i primi importanti contributi delle future collezioni.
Tra le tante donazioni del dopoguerra, per quanto riguarda il settore italiano, ricordiamo: Ugolini, Bonini, Fioroni, Mereghi, Rusconi, Pedicini, Menghi, Cora, Cantagalli, Chini, Mariani. Ci furono anche donazioni di pezzi unici di estremo valore come ad esempio il piatto istoriato di Nicolò da Urbino inviato da Rackham e il piatto Colomba della Pace espressamente creato da Picasso per il Museo. Nel 1953 il Museo poteva ormai contare su ben 24 sale di esposizione, con 6045 pezzi, 9877 volumi in Biblioteca, 7851 fotografie nella Fototeca.
Giuseppe Liverani, succeduto a Ballardini, completò l’opera di rinascita arricchendo il Museo con più di ventimila opere grazie ad acquisti e doni. Troppi sarebbero i nomi dei donatori da citare, ricordiamo i legati di: Mereghi di Roma; Zauli Naldi, Regoli, Galli, Masironi di Faenza; Rusconi di Roma; Bazzocchi di Cesena; Haumont di Sèvres; Fantucci di Dovadola; Nagura di Tokyo; Orombelli di Milano; Bonini e Ugolini di Pesaro; Ginori Lisci di Firenze. Infine doni di artisti quali Picasso, Matisse, Rouault, Leger, Gambone. La Biblioteca integra i vuoti causati dalla guerra grazie anche alle donazioni di raccolte tra le quali quella di Haumont, di Cicognani e di Zauli Naldi. Dal 1953 al 1977 il Museo registra queste cifre: le collezioni passano a 24.695 opere inventariate; la Biblioteca a 30.574 volumi; la Fototeca a 15.126 fotografie.
Negli anni di direzione di Gian Carlo Bojani si ha una crescita ulteriore del patrimonio librario che, se nel 1979 contava 30.574 volumi, ora è giunta a possedere circa 58.000 unità bibliografiche. A queste si aggiungono le edizioni a stampa dei secoli XVI-XVIII, i cataloghi d’asta, i 400 periodici in corso e gli oltre 600 cessati. Tra le più recenti donazioni librarie va menzionato il fondo Fanfani costituito da 868 volumi, il fondo Gasparini Brunori di 896 volumi e quello Vallauri Galluppi di 81 volumi e 17 periodici.
Negli ultimi venticinque anni anche il patrimonio ceramico ha avuto un forte incremento, grazie anche alle donazioni che si sono susseguite a cadenza quasi annuale: da 24.695 opere del 1979 se ne contano oggi oltre 38.000. Citiamo la donazione Cora di un migliaio di pezzi, quella di Fanfani di 165 pezzi, poi via via molte altre: Rivoli Fanti, Nediani, Vallauri Galluppi, Laffi Petracchi, Gasparini Brunori, Gregorj, Parisi Zerbini, Mosca. Ricordiamo anche i lasciti dei faentini Bubani, Golfieri, Bracchini, Cova, Zucchini, Liverani. Il Museo si è andato arricchendo anche di ceramica contemporanea con doni degli stessi artisti - Bucci, Burri, Campi, Castagna, Ciarrocchi, Fabbrini, Lega, Ghinassi, Recalcati - di manifatture e di artisti partecipanti al biennale “Premio Faenza”.
Nel 1995 il Museo è divenuto Istituzione e nel 2002 si è trasformato in Fondazione autonoma: un momento decisivo della sua vita che vede, per la prima volta, l’ingresso nella gestione del Museo di altri Enti, Istituti e privati. L’art. 6 dello Statuto della Fondazione prevede che donazioni o disposizioni testamentarie pervenute alla Fondazione vadano a far parte del suo Fondo di gestione e che le rendite e le risorse che costituiscono tale Fondo siano impiegate per il suo funzionamento e la realizzazione dei suoi scopi. In base all’art. 16 dello stesso Statuto è previsto che, in caso di estinzione della Fondazione, il patrimonio residuo sia devoluto al Comune di Faenza per il perseguimento delle finalità culturali del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza.

Speciale donazioni - pag. 0 [2005 - N.24]

La biblioteca e la casa di Umberto Foschi donate alla Fondazione «Casa di Oriani»

Fondazione Casa di Oriani

Mercoledì 29 giugno 2005, presso il notaio Giancarlo Pasi di Ravenna, la signora Alda Foschi ha ufficialmente donato la biblioteca e la casa di Umberto Foschi alla Fondazione Casa di Oriani. Per Casa Oriani erano presenti il presidente Ennio Dirani e il direttore Dante Bolognesi.
La raccolta documentaria, libraria, artistica creata, con la passione di un vita, da Umberto Foschi, rappresenta una vera e propria summa della storia e della cultura romagnola. Essa è costituita da circa 10.000 volumi, senza tener conto delle migliaia di documenti, manoscritti, appunti che la completano e la integrano, e testimonia in modo esemplare la vita di uno studioso interamente spesa, con dedizione e generosità non comuni, allo studio e alla divulgazione delle tradizioni e delle vicende storiche della Romagna.
La Fondazione Oriani, nell’esprimere il profondo riconoscimento per l’atto di liberalità e sensibilità culturale della signora Foschi a favore di una delle principali istituzioni italiane specializzate in storia e si è impegnata a conservare nella sua integrità le raccolte dello studioso scomparso. E soprattutto si è proposta immediatamente di valorizzare, nel nome dell’amico Umberto, la collezione e la casa per farne un attivo centro culturale, che diventi un punto di riferimento nelle ricerche sulle tradizioni popolari della Romagna.
A tal fine la Fondazione Oriani, grazie all’interessamento della Provincia di Ravenna, ha aderito al “Centro di documentazione e studio dei beni linguistici e demologici romagnoli”. Il Centro si pone come ambiziosi obiettivi la creazione di un archivio dialettale, di un archivio delle tradizioni popolari e della memoria contadina, di un archivio della letteratura dialettale e avrà come sua sede proprio Casa Foschi.
Sono poi già allo studio numerose altre iniziative da realizzarsi nel nome e nel ricordo di Umberto Foschi (concorsi di poesia dialettale, seminari di studio, pubblicazione dei saggi dello studioso scomparso, promozione di una borsa di studio rivolta a ricerche sulla cultura popolare romagnola, ecc.).

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Molte opere di Giovanni Piancastelli furono donate a chiese, conventi, collezioni ed enti pubblici

Valerio Brunetti - Responsabile Museo Civico di Castel Bolognese

Giovanni Piancastelli, artista nato a Castel Bolognese nel 1845 e morto a Bologna nel 1926, trascorse parte della sua vita a Roma dove, dopo aver costituito la Galleria Borghese per conto della nobile famiglia romana, ne divenne anche per alcuni anni il primo direttore, quando questa fu ceduta allo stato italiano.
Artista classico nel vero senso della parola, lontano dal farsi minimamente influenzare dalle numerose correnti culturali che negli anni della sua vita attraversarono l’Italia e l’Europa, operò nei più svariati campi dell’espressione artistica, dal disegno alla pittura, dalla scultura alla ceramica, sperimentando e riproponendo tecniche del passato. Sue opere sono sparse un po’ in tutta Italia, alcune anche all’estero, ma principalmente si trovano a Roma e nella sua Romagna, molte delle quali conservate nel Museo Civico di Castel Bolognese.
Profondamente religioso e generoso non trascurò di donare sue opere, anche importanti, ad enti pubblici e religiosi, come l’imponente quadro raffigurante San Girolamo in grotta alla Pinacoteca Comunale di Faenza. Alcuni ritratti andarono in dono al comune di Imola, tra cui quello di padre Serafino Gaddoni, noto storiografo locale, altre opere all’amico musicista Adolfo Gandino sindaco di Ozzano Emilia per il proprio comune. Un suo autoritratto, su sollecitazione di Corrado Ricci, fu donato alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dove tuttora si trova; è forse il più moderno tra i numerosi da lui realizzati.
Molte sue opere furono generosamente destinate al suo paese natio, Castel Bolognese, e principalmente al convento dei cappuccini del luogo che lo vide affrontare i suoi primi passi in campo artistico sotto la guida di padre Federico Bandiera da Palestrina.
Nel 1912, ritornato in Romagna dopo il lungo soggiorno romano, donò al convento una grande raccolta di suoi disegni a soggetto francescano: opere realizzate con grande maestria e raffinatezza. Sono accompagnate da un suo autoritratto che reca sul fronte l’atto di donazione così esplicitato: “A grato ricordo depongo questi miei disegni alla penna / in questo convento ove mi fu insegnato l’Alfabeto dell’Arte; è qui che ancora / fanciullo, il Maestro mi addestrava nel disegno alla penna copiando vecchie stampe. / Se in caso di soppressione dovessero essere tolti vadano ai miei eredi. / Castel Bolognese. Gennaio 1912”. Forse il ricordo che nel suo paese si celavano forti ardori anticlericali ed anarchici gli suggerirono di aggiungere quella clausola in favore dei suoi famigliari che ritroviamo anche in altre sue opere.
Nel bel quadro della Santa Margherita da Cortona realizzato per il convento, sul retro è scritto per pugno dell’artista: “1886 / Sa. Margherita da Cortona / dipinta da Gio. Piancastelli e destinata ai Cappuccini / di Castel Bolognese, in memoria / della madre sua a condizione però che in / caso di soppressione resti di proprietà di casa / Piancastelli o suoi eredi.”
Stessa clausola anche sui ritratti ad olio di Padre Federico Bandiera e Padre Giovanni Amadei dello stesso convento. Anche nel grande quadro de La Pietà donato all’Amministrazione comunale per la chiesa del cimitero, insieme ad un autoritratto ed un’altra opera oggi dispersa, viene riportata una frase simile a salvaguardia della destinazione dell’opera: “Dipinto espressamente per il nuovo / cimitero di Castel Bolognese. / Qualora venisse tolto da questa destinazione / divenga proprietà dei miei eredi. / Bologna 1907 – Piancastelli”.
L’incertezza di questi messaggi doveva aver destato qualche dubbio nello stesso artista che pensò bene, con un testamento del 1922 a pochi anni dalla morte, di “regolarizzare” definitivamente queste sue donazioni.
Artista generoso ma diffidente.

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A Bagnacavallo, il Centro Le Cappuccine ha ricordato con ua articolata serie di eventi il centenario della nascita di Leo Longanesi

Giuseppe Masetti - Direttore del Centro Culturale "Le Cappuccine"

Cent’anni fa, il 30 agosto del 1905, nasceva in Romagna Leo Longanesi: giornalista, scrittore, editore, grafico e tante altre cose ancora come sceneggiatore, pittore e pubblicitario. Dopo pochi anni la sua famiglia si trasferì a Lugo, per avviare poi il giovane Leo agli studi in Bologna, dove conobbe l’editoria, la politica ed i primi successi. In seguito saranno la stagione romana prima, e milanese nel dopoguerra, a consacrarlo tra le figure più significative nel panorama culturale del suo tempo.
Dopo una vita breve ma intensa Longanesi morì a Milano il 27 settembre 1957, a soli 52 anni, al tavolo da lavoro della sua ultima redazione, quella de Il Borghese, negli anni in cui un nuovo linguaggio, quello televisivo, avrebbe radicalmente sovvertito il suo stile spregiudicato di grande comunicatore per articoli, disegni ed aforismi. Aveva cominciato a far giornali a 16 anni, tra circoli goliardici ed entusiasmi fascisti, incrociando tra Bologna e la Toscana i più bei nomi dell’arte e della letteratura. Ben presto aveva raggiunto una notorietà nazionale come giornalista d’assalto, ma con altrettanta rapidità, nel gennaio 1939, i vertici del fascismo avevano ordinato la chiusura di Omnibus, il suo settimanale più moderno, da tutti riconosciuto come il primo rotocalco italiano.
Per ricordarne la figura e l’opera il Centro Culturale “Le Cappuccine” del Comune di Bagnacavallo ha avviato un intenso programma di appuntamenti che vanno dalle mostre delle sue rare opere pittoriche, giunte per la prima volta in regione, alla ristampa di alcuni suoi testi fondamentali, riproposti ai lettori grazie ad una iniziativa congiunta con la Casa editrice milanese che porta ancora il suo nome.
Inoltre sono stati dedicati una mostra ed un catalogo alle sue invenzioni pubblicitarie, una pubblica lettura di David Riondino ai suoi racconti brevi ed infine un originale percorso alle sue fulminanti definizioni. Il Giardino degli Aforismi, realizzato insieme agli artigiani della CNA ravennate, è infatti un’installazione che si snoda attraverso dieci panchine d’autore, appositamente realizzate in un parco cittadino, ognuna delle quali riporta sullo schienale una celebre battuta longanesiana abbinata ad un suo disegno, una biografia commentata ed un servizio di consultazione gratuita per chi vuole leggere scritti o saggi del celebre giornalista.
Ma è presso la Biblioteca Comunale di Bagnacavallo che si conservano in un apposito fondo le sue prime edizioni e le raccolte dei suoi periodici più famosi, mentre la manifestazioni del centenario si sono concluse il 5 novembre con una giornata di studi, organizzata insieme alla Provincia di Ravenna ed all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, dal titolo Leo Longanesi fra avanguardia e tradizione con la partecipazione di Sergio Zavoli, Sergio Romano, Pietro Albonetti, Massimo Fini, Andrea Manzella ed altri esperti.
Durante questi ultimi mesi tutte le testate italiane, da quelle più prestigiose fino ai periodici locali, hanno sentito il dovere di rileggere Longanesi, facendo riferimento al genio ribelle, all’uomo contro, alla sua graffiante e cinica ironia, indipendente e conservatrice. Dopo aver guardato a lungo le sue opere il bilancio del centenario che si può trarre, il filo rosso che meglio rappresenta ancora questo personaggio, cui la provincia romagnola ha dato i natali, rimanendogli addosso anche in città, è proprio quella sua visione mitizzata e intransigente della borghesia italiana, quel giardino pubblico tante volte ricorrente negli scritti e nei disegni, affollato di caricature stroncate e rimpiante al tempo stesso. Longanesi è la ricerca spregiudicata di un orgoglio nazionale, di un’aristocrazia colta e raffinata che rimanda all’ultimo Ottocento, che cerca invano di affermarsi tra la demagogia del primo fascismo e che poi rimane sola nella nuova repubblica. Forse la sua aggressiva nostalgia si trasformò da ultimo in amara solitudine perché quella classe, portatrice di ordine, dignità e decoro, il nostro Paese non l’aveva proprio conosciuta.

Personaggi - pag. 0 [2005 - N.24]

A Bagnara di Romagna s’inaugura la sezione archeologica del Museo del Castello, primo passo di un ambizioso progetto per la musealizzazione globale della Rocca

Fiamma Lenzi - Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna

Agricoltori-allevatori, primi ad intrecciare un dialogo permanente con il territorio, abili artigiani dell’età dei metalli maestri nel forgiare il duttile e resistente bronzo, coloni romani intenti a modellare con paziente assiduità il paesaggio sino a conferirgli quella durevole fisionomia così familiare agli occhi di oggi, uomini dell’era di mezzo raccolti in preghiera nella silente atmosfera di una grande chiesa al centro del borgo fortificato, armigeri sugli spalti del castello in conflitto con il nemico di turno: capitoli, episodi, oppure anche solo brevi attimi o frasi incompiute di una narrazione che attendeva da tempo di essere rivisitata e fatta conoscere.
È ciò che con impegno forte e motivato si sta realizzando a Bagnara di Romagna. Il traguardo iniziale di un articolato percorso progettuale, che sancirà la nascita di un Museo del Castello, è oggi raggiunto con l’apertura della prima sezione museale, tutta dedicata appunto al passato prossimo e remoto del borgo e delle sue vicinanze.
Dar vita, all’interno della Rocca sforzesca, ad un nuovo organismo destinato a ripercorrere senza soluzione di continuità le vicende del territorio bagnarese, restituendo la straordinaria architettura difensiva alla sua funzione di luogo emblematico della locale comunità, sino a trasformarlo in un museo di se stesso, è certamente una sfida ambiziosa. Ma al contempo stimolante e tale da suscitare il coinvolgimento attivo della cittadinanza e di tutte quelle componenti di essa che riconoscono alla memoria storica e all’attenzione per il proprio vissuto culturale il valore di elemento di coesione e di opportunità sociale.
Non è dunque un caso che l’iniziativa rientri fra gli obiettivi programmatici che nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale dovranno garantire, attraverso la riqualificazione e la valorizzazione del centro storico, lo sviluppo della città e del suo territorio in chiave turistico-culturale e costruire una rete di servizi al pubblico di respiro sovracomunale. Sono la vastità dello sforzo che il Comune si appresta a compiere e la volontà di procedere ad una pianificazione costantemente sostenuta da una logica di concertazione e di “area vasta” ad aver suggerito di assicurare all’impresa la collaborazione di diversi organismi pubblici coinvolti nella tutela e valorizzazione del territorio e delle istituzioni culturali. Riuniti in un Gruppo di progetto, i rappresentanti del Sistema Museale Provinciale, il Coordinamento delle istituzioni culturali dell’Associazione intercomunale della Bassa Romagna, l’Istituto Beni Culturali, la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna, insieme ai tecnici comunali, hanno gettato le basi e scandito le tappe delle scelte future. In una prospettiva di più lungo periodo sono stati indicati come esiti finali la musealizzazione globale del Castello, il recupero integrale a fini museali di tutti gli elementi architettonici della Rocca e il posizionamento di Bagnara come luogo di analisi e di studio sul fenomeno dell’incastellamento in Romagna, avente proprio qui una delle sue manifestazioni più significative.
Nel frattempo, grazie alla presentazione di una serie di reperti archeologici e al supporto di pannelli didattici introduttivi, la sezione iniziale del museo –inaugurata il 12 novembre 2005 - apre un primo squarcio sulla quotidianità e sulla storia di Bagnara a partire dall’epoca pre-protostorica. Molteplici testimonianze della colonizzazione romana e resti di vasellame e vetri, dal Medioevo in avanti, completano il quadro dell’antropizzazione del territorio bagnarese. Una novità assoluta costituiscono, poi, i materiali provenienti dal castrum medievale noto come “prato di S. Andrea”, che alla particolarità di essere stato da tempo immemorabile proprietà comunale, concesso in locazione ogni nove anni al miglior offerente, unisce il fatto di coincidere con il sito in cui è sorta – forse già in età romana - la Bagnara antica distrutta nel XIII sec. Anche su tale fronte si dispiega l’impegno dell’Amministrazione, che si è assunta l’onere finanziario ed organizzativo di uno scavo archeologico eseguito nel sito con criteri tecnico-scientifici.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 0 [2005 - N.24]

Entra nella rete museale provinciale la Domus dei Tappeti di Pietra di Ravenna, un luogo che incanta i visitatori con i suoi milleduecento metri quadri di mosaici policromi e marmi

Raffaella Branzi Maltoni - Ufficio stampa Fondazione RavennAntica

Era il 1993 quando, durante i lavori per la costruzione di un garage sotterraneo, venne scoperto l’imponente complesso archeologico di via Massimo d’Azeglio a Ravenna. La stratigrafia, inserita all’interno degli assi ortogonali che caratterizzavano la zona, copriva un periodo cronologico che dal II secolo a.C. arrivava fino ai nostri giorni. L’attenzione degli esperti si concentrò subito su un edificio di epoca bizantina, che oggi è noto col nome di Domus dei Tappeti di Pietra.
La Domus è stata restituita alla fruizione pubblica dalla Fondazione RavennAntica, che oggi la gestisce. Per visitarla è necessario entrare nella settecentesca chiesa di Santa Eufemia, in via Barbiani e, passando dalla sala dei “Cento Preti” - in cui è collocato il pozzo battesimale in cui sant’Apollinare battezzava i primi cristiani della città - scendere nel vasto ambiente ipogeo. Appena arrivati, lo spettacolo che si può ammirare toglie quasi il respiro: milleduecento metri quadri di mosaici policromi e marmi, suddivisi in 14 ambienti diversi, si presentano agli occhi del pubblico. A rendere ancora più suggestivo il percorso di visita contribuiscono senz’altro le passerelle, che consentono quasi di camminare sopra le pavimentazioni, ricollocate nella sede originaria, aiutando così il visitatore ad immedesimarsi nei panni degli antichi abitanti della Domus.
Gli ambienti dell’edificio, unico esempio a Ravenna di architettura civile dell’epoca bizantina, sono dislocati con un orientamento che va da nord a sud. Procedendo in senso orario, si incontrano per primi gli ambienti di rappresentanza, in cui è possibile ammirare i resti in opus sectile di uno dei grandi saloni e l’immagine di un Buon Pastore, raffigurato in uno stilizzato Eden ed appartenente ad uno degli edifici più antichi. Rimosso dalla sede originale ed esposto verticalmente in parete, sembra un vero e proprio quadro.
Proseguendo la visita, si giunge alla strada basolata in trachiti, che funge da spartiacque tra gli ambienti pubblici e quelli privati e costituisce l’ingresso del palazzetto stesso. Addentrandosi negli ambienti privati, oltre a pavimenti decorati con motivi ornamentali geometrici e vegetali, si incontra un altro salone di rappresentanza, imponente per dimensioni e con un magnifico emblema centrale raffigurante la Danza dei Geni delle quattro stagioni. In questo caso, nel pavimento è stata inserita una copia mentre l’emblema originale è stato disposto in verticale vicino all’uscita, per far sì che i visitatori possano apprezzare tutti i particolari e tutte le sfumature di questa rarissima iconografia che mostra i Geni danzare in cerchio al suono della siringa, sfavillante perché costituita da tessere d’oro. Un altro ambiente suggestivo, purtroppo conservato solo in parte, è rappresentato da un ninfeo, situato proprio in fondo al percorso.
Circa il committente di questo sontuoso edificio, ancora non si è giunti ad un’identificazione certa: si ipotizza possa trattarsi di un funzionario della corte bizantina o forse di un nobile, ma le ipotesi restano aperte.
Tantissimi altri sono gli elementi decorativi rinvenuti durante i lavori di scavo: sono stati infatti recuperati frammenti di statue, bassorilievi, capitelli e molti reperti ceramici, che possono fornire ulteriori indicazioni sulla ricchezza di questa zona. Per ragioni di ordine pratico, ad oggi non è possibile mettere in mostra tutto quello venuto alla luce; tuttavia la Fondazione RavennAntica si sta impegnando per ultimare il futuro Museo di Classe, al momento costituito nell’edificio dell’ex zuccherificio, in modo da rendere fruibile ai ravennati, ma non solo, tutte le bellezze ancora nascoste della città.
Per visitare la Domus, inaugurata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nell’ottobre 2002 ed insignita del Premio Bell’Italia 2004, si può contattare il numero 054432512 o consultare il sito www.ravennantica.it.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 0 [2005 - N.24]

Nel cuore di Ravenna apre il museo che ospita la storica collezione di marionette della Famiglia Monticelli

Roberta Colombo, Andrea Monticelli, Mauro Ponticelli - Teatro del Drago

In vicolo Padenna, a pochi passi da Piazza del Popolo, sorgerà il museo “La casa delle Marionette”, che ospita la storica Collezione Monticelli: uno spaccato di 200 anni di storia del teatro di figura italiano, che si inserisce nel ricco e prezioso panorama della regione e della provincia di Ravenna.
Mai terra fu così fertile per questo genere teatrale: nel secolo scorso innumerevoli erano le famiglie che coi loro teatrini percorrevano la pianura padana in lungo e in largo lasciando, talvolta, gloriose testimonianze.
I Monticelli sono originari di Cremona: lì nacque il capostipite Ariodante Giuseppe che da giovane lasciò il luogo natio col suo “ponte” di marionette per iniziare la sua personale tournèe (erano viaggi che duravano una vita) che lo portò a vivere in Piemonte. Fu suo figlio Cesare Vittorio Aspromonte a dirigere i suoi passi in Emilia, e così alla fine dell’Ottocento il teatro dei Monticelli si insediò in provincia di Parma, dove nacquero le due generazioni successive: Otello e Vasco prima e William poi. La storia della Famiglia si intreccia con la città di Ravenna da lunga data: risalgono all’inizio del ‘900 le testimonianze delle prime tournèe in città della Compagnia Marionettistica Monticelli-Salici.
Nei primi anni ´50 i Monticelli si stabilirono definitivamente in città. Da allora, la Famiglia ha sempre prodotto spettacoli per bambini e adulti: fra gli anni ‘50 e ‘60 nella piazzetta del Borgo San Rocco veniva eretto un “padiglione” con un’ampia platea, una biglietteria ed il ponte teatrale delle marionette e lì la premiata Compagnia Marionettistica del Cavalier Otello Monticelli e Figli presentava le sue opere. Negli anni ‘60, in estate, era l’Arena Rasi ad ospitare gli spettacoli di burattini con Fagiolino e Sandrone. Nel 1979, anno in cui Otello smise la sua attività, furono il figlio William e i nipoti Andrea e Mauro a proseguire l’attività di Famiglia. La prima innovazione fu data dal nome della formazione: la Compagnia Monticelli diventò Teatro del Drago e ancor oggi porta questo nome.
Da questo se pur breve e parziale excursus storico si capisce bene perché questo museo doveva nascere a Ravenna, e mai luogo fu così appropriato come la sala di Vicolo Padenna, nel cuore della città. Un lungo percorso, quello che ha portato a questo grande evento: 25 anni di storia del Teatro del Drago, una grande passione per il teatro e per il recupero delle tradizioni e una illuminata volontà politica che nel 2001 ha portato all’approvazione da parte della Regione di un progetto di conservazione, catalogazione, restauro e promozione della Collezione, avviando una fertile collaborazione con l’IBC, che ha fatto sì che nel 2003 la Collezione Monticelli entrasse nella rete museale della Provincia di Ravenna e che nel 2005 il Comune di Ravenna trovasse una dignitosa sede museale nel centro della Città.
La collezione comprende 200 scenografie in carta, un sipario in tela, 130 burattini, 63 marionette, 120 copioni e innumerevoli materiali cartacei di tournée (locandine, lettere, bandi, permessi), nonché materiale sparso (teste di legno, mani di burattini, costumi per burattini e marionette). Una Collezione itinerante che diventa Museo, un percorso nella storia che giunge a destinazione, o meglio ad un punto di partenza, perché finalmente da oggi si potranno ammirare e studiare nel loro insieme gli attori, i copioni, le scenografie, gli attrezzi, i costumi che per due secoli sono stati i protagonisti di avventure, tragedie, commedie e farse esilaranti.
Per tanti anni si è sempre pensato ad esposizioni temporanee, ora esisterà una casa dove mostrare le proprie “arti”, in cui il visitatore possa giocare con la Storia, senza venirne schiacciato, dove rivedere pezzi del proprio passato o gioire per nuove scoperte. Per tutte queste ragioni l’idea che sta alla base dell’allestimento pensato dal Teatro del Drago – in stretta collaborazione con l’architetto Balzani – è proprio quella di un luogo delle meraviglie, un percorso da fare col naso all’insù per i più grandi, mentre parallelo un altro percorso si affaccia per i più piccini: il tutto converge in una sorta di “agorà” dove ascoltare e vedere le antiche storie fagiolinesche.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 0 [2005 - N.24]

Il Sistema Museale della Provincia di Ravenna promuove il 29 novembre una giornata di studi per riflettere su tema della dimensione psicologica nell’ambito della fruizione museale

Alba Trombini - Consulente Scientifico Corso Muse e Psiche

Al museo, per chi si occupa di educazione e di rapporti col pubblico, la necessità di approfondire la relazione con il mondo della ricerca della psicologia contemporanea è sempre più avvertita. Ormai non si può prescindere da una giusta considerazione verso aspetti riservati fino a ieri solo ad alcuni ambiti della vita quotidiana: le relazioni “intra e inter” personali, la professione, la salute... Da disciplina specialistica – non ancora del tutto immune da rappresentazioni mentali collettive limitanti – la psicologia oggi è approdata nei talk show, ha invaso le edicole con una produzione estremamente diversificata, che spazia dalle riviste di settore di antica tradizione a quelle nate di recente per soddisfare un consumo veloce.
Per quanto riguarda la relazione psicologia-musei, la considerazione verso comportamenti e motivazioni del pubblico (più o meno consci) e verso differenti modalità di fruizione, fino a qualche anno addietro è stata mossa soprattutto dall’interesse a incrementare il numero dei visitatori; e per lo più si risolveva in una generica attenzione. Ora che la qualità al museo ha assunto grande valore come risorsa, accanto al dato numerico, i risultati delle ricerche della psicologia contemporanea possono essere di grande utilità nell’elaborazione di servizi e proposte educative in grado di soddisfare esigenze di apprendimento e bisogni sociali diversificati.
Tutti coloro che operano nei musei a diverso titolo, dal direttore a chi si occupa dell’accoglienza, possono avvantaggiarsi da una migliore comprensione dei meccanismi della percezione o della fruizione e da una più stretta collaborazione con chi analizza e interpreta la struttura di tali fenomeni psichici. Per questo sono stati invitati studiosi ed esperti in materia a parlare alla dodicesima edizione del Corso di aggiornamento sulla didattica museale “Scuola e Museo”, organizzato dalla Provincia di Ravenna e intitolato Muse e Psiche. La psicologia al servizio della fruizione museale.
Alcune anticipazioni su relatori e argomenti di approfondimento. Claudio Widmann, psicoanalista e saggista, affronta il tema della complessità delle esperienze psichiche possibili all’interno dl museo, partendo da un’analisi delle figure mitologiche che hanno dato il nome stesso al Museo. Duccio Demetrio, docente di Pedagogia generale all’Università Bicocca di Milano e apprezzato come relatore nella passata edizione del corso, continuea la sua riflessione sul rapporto fra memoria e museo, soffermandosi sulle motivazioni ad apprendere che si manifestano lungo tutto l’arco della vita. Gabriella Bartoli, docente di Psicologia generale presso l’Università di Roma Tre, è una presenza importante: il Laboratorio di Pedagogia sperimentale nel quale opera è uno dei pochi centri accademici italiani che si occupa continuativamente di ricerche in ambito museale. La professoressa Bartoli si concentra in particolare sugli stili di fruizione e sui risultati di una ricerca appena compiuta sulle differenze riscontrate nella percezione dell’arte antica e dell’arte contemporanea. Esempi dalla scena internazionale sono illustrati da Laura Carlini, responsabile del Servizio Musei dell’IBC, a cui è affidata l’introduzione alla giornata di studio; mentre il responsabile del Servizio musei e attività espositive del Comune di Lugo, Daniele Serafini, porta case-studies tratti da un’esperienza europea di ricerca compiuta nell’ultimo triennio sul tema del museo come luogo di rappresentazione della differenza, sociale e culturale. Daniela Picchi, egittologo al Museo Archeologico di Bologna, conclude il corso con un tema affascinante: la percezione dell’antico Egitto nell’immaginario collettivo e l’analisi psicologica del pubblico che affolla le grandi mostre dedicate alla terra dei faraoni. Chi scrive, infine, ha il graditissimo compito di accompagnare gli esperti lungo l’intera giornata in questa, ci auguriamo fruttuosa, “ricerca di relazione”.

Esperienze di didattica museale - pag. 0 [2005 - N.24]

Gianfranco Casadio - Il direttore responsabile

Quando nasce una nuova testata ci si pone sempre questa domanda. Ebbene la risposta è quella solita ed ovvia : perché mancava un foglio di informazioni specifico in ambito in ambito museale rivolto non solo agli operatori del settore, ma anche alle scuole e, si spera, ad un più vasto pubblico.Certo il progetto può sembrare ambizioso, ci aspettiamo anche delle critiche. Quello che però possiamo assicurare è che, sia il sottoscritto che tutti i collaboratori, ci metteranno tutto l'impegno possibile perché venga centrato l'obiettivo che si sono proposti.Il giornale, che viene diffuso anche in via informatica sulla rete civica di RACINE, nasce in concomitanza con il Sistema Museale della Provincia di Ravenna che raccoglie al suo interno tutti i musei del territorio provinciale aperti al pubblico. Oltre ad essere una vetrina degli stessi, contiene una serie di rubriche fisse utili a chi opera all'interno dei musei, ma anche coloro che i musei frequentano. Prima fra tutti gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. E proprio alle scuole, questo Numero Zero, dedica un inserto sulla didattica museale. Pur mantenendo la propria autonomia, fin da questo primo numero si dà inizio ad una stretta collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici delle province di Ravenna, Forlì, Rimini e Ferrara e con l'Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, i quali dispongono di uno spazio proprio sulla rivista.Il periodico continuerà poi con cadenza quadrimestrale con l'augurio di incontrare il favore di tutti coloro a cui stanno a cuore i musei e i beni culturali in essi conservati. Ci dichiariamo fin d'ora disponibili ad accogliere suggerimenti e critiche costruttive che ci aiutino a migliorare sempre di più il giornale nell'interesse di tutti.

Editoriale - pag. 1 [1997 - N.0]

Gabriele Albonetti Paolo Gambi - Presidente della Provincia di Ravenna Assessore ai Beni e alle Attivita' Culturali della Provincia di Ravenna

Il ruolo che ci siamo voluti dare e che intendiamo rispettare, come Amministrazione Provinciale, nel campo della cultura non è quello di organizzatori di eventi culturali o spettacolari, nei quali saremmo semplicemente un soggetto in più, aggiuntivo.La Provincia di Ravenna, invece, intende sviluppare e consolidare il compito di promozione e valorizzazione dei beni culturali per il quale ha non solo le competenze formali ma anche la vocazione politica e la capacità di guardare oltre i singoli avvenimenti e le ottiche municipalistiche.In questa linea di movimento, su questa direttrice insieme al teatro, alle biblioteche, al cinema - uno degli elementi di fondamentale rilevanza e di significato strategico è rappresentato dalla ideazione, dalla definizione, oggi, dalla concreta attuazione del Sistema Museale Provinciale di cui, questo strumento di informazione rappresenta il punto di avvio.I punti di forza del Sistema Museale Provinciale, con il quale la Provincia si caratterizza come uno degli elementi di eccellenza e di efficienza del sistema culturale della Regione Emilia Romagna, sono rappresentati : in primo luogo, dalla stessa idea di mettere in rete, sostenendosi , valorizzandosi e, contiamo, migliorandosi l'un l'altro i diversi Musei che ne fanno parte e, in fondo, mettendo in rete le politiche di valorizzazione dei beni culturali delle Amministrazioni Comunali e degli altri soggetti che si sono convenzionati,in secondo luogo ma, certamente, non meno importante la possibilità effettiva di creare le condizioni per un raccordo stabile ed organizzato con il mondo della scuola, con gli studenti, ma anche, e in primo luogo, con gli insegnanti attraverso il Laboratorio Provinciale che si rivolge anche alla didattica con ciò avvicinando due realtà, l'istruzione e la cultura, che vivono, o dovrebbero vivere, l'uno dell'altro e viceversa.E' , dunque, facilmente constatabile come il progetto al quale oggi si dà il via rappresenti per la politica culturale di questa Provincia una tappa fondamentale perché destinata a segnarne - come abbiamo detto - le caratteristiche essenziali.Siamo sicuri che avviando questa nuova iniziativa aggiungiamo un nuovo servizio utile per la collettività - non solo per gli addetti ai lavori - e un servizio stabile, non effimero, non occasionale o secondo la moda del momento.

Editoriale - pag. 1 [1997 - N.0]

Ezio Raimondi - Presidente dell'Istituto per i Beni Culturali

Emilia Romagna terra di musei : musei della città e della chiesa, statali e privati, storico artistici e scientifici, legati alla cultura materiale o a raccolte esotiche, musei storici modernissimi, di arte antica e contemporanea, musei strani e curiosi pronti a raccogliere il frutto di un collezionismo che, dalle nostre parti, è passione e avventura intellettuale qualunque sia l'oggetto prescelto tra gli infiniti possibili. Se questa è l'inesausta ricchezza culturale da cui siamo circondati, l'operazione successiva - la definizione di un sistema e di una rete museale che valorizzi le singole istituzioni e crei percorsi significativi per i fruitori - è insieme concettualmente semplice e concretamente complessa. Delineare un sistema - non cartaceo ma reale - significa applicare a istituzioni spesso squisitamente locali una organizzazione di livello più alto e più ampio. Significa inoltre in modo altrettanto coagente creare canali di comunicazione efficace tra le singole maglie della rete in un gioco continuo di rimandi, assonanze, riferimenti, tematiche comuni. Una sorta di ipertesto radicato nelle pieghe vive del territorio che fornisca un surplus di significato (e di interesse) ai testi di cui si compone, riempiendo di senso l'apparente casualità stilistica (geografica, logistica). Condividere le informazioni e quindi la conoscenza è quindi tanto essenziale quanto, ad esempio garantire per ogni museo orari di apertura non capricciosi, moderni sistemi di allarme e servizi per il pubblico adeguati a richieste che si sono fatte più esigenti. E' dunque con soddisfazione che, come Istituto per i beni culturali della Regione Emilia Romagna, salutiamo la nascita di questo notiziario progettato per dare visibilità e respiro al nascente sistema museale ravennate. Impegnati fin dalla costituzione dell'Istituto nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale, siamo consapevoli del resto che il sistema museale regionale si delinea e si rafforza proprio a partire dalla realizzazione di sotto - sistemi omogenei in grado di interloquire e di comunicare vicendevolmente.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 2 [1997 - N.0]

Claudio Leombroni

Ravenna ha dato i natali a fotografi di fama internazionale che si sono imposti in ambiti disparati conseguendo riconoscimenti importanti: basti ricordare Alex Majoli, Ettore Malanca, Roberto Masotti, Paolo Roversi. A un altro grande fotografo, che può essere considerato ormai ravennate in virtù dei lunghi anni di insegnamento all'Accademia, Guido Guidi, Museo in•forma dedica una bella intervista di Silvia Loddo che può essere considerata una ottima introduzione alla sua mostra che fa tappa al Mar di Ravenna fino all'11 gennaio e di cui abbiamo chiesto a Davide Caroli una presentazione.
Tuttavia abbiamo pensato di dedicare il numero di questa rivista alla fotografia non per celebrare i fotografi ravennati, dal momento che meriterebbero occasioni più strutturate e meditate, nonché politiche istituzionali di valorizzazione di quella che in questo numero Annamaria Corrado chiama "inversione di tendenza", ma per evidenziare un tema che nella nostra cultura, e quindi nelle istituzioni che ne documentano e ne interpretano gli esiti, ha acquisito un profilo di tutto rispetto. Dopo e al di là degli insegnamenti e delle suggestioni di Benjamin o di Barthes, la fotografia è diventata una pratica sociale, oggi più diffusa che in passato considerando le potenzialità raggiunte dalle tecnologie mobili e social, le quali non costituiscono al momento strumenti d'artista, ma certo contribuiscono a consolidare sensibilità e pratiche d'uso, di fruizione e, perché no, di immaginazione e di condivisione di emozioni e del barthesiano spectrum.
Questo numero costituisce una piccola incursione nel mondo della fotografia: da forma d'arte della contemporaneità, magari contaminata con altre tecniche per recuperare l'aura perduta come racconta Claudia Collina, a strumento rilevante delle tecnologie digitali per studiare i manoscritti e scoprire magari ciò che è stato rescriptum, sovrascritto, come documenta in un bell'articolo Luigi Tomassini, passando per la documentazione del territorio e delle sue memorie, come si ricava dall'interessante ritratto di Luigi Ricci, padre di Corrado, scritto da Claudia Giuliani.
La fotografia è però anche un bene culturale (art. 10 del Codice) ed è quindi un ambito di interesse non secondario dei musei. A questo proposito lo 'speciale' si segnala per l'ampiezza e la ricchezza di suggestioni e per gli stimoli alla riflessione, a partire dall'esaustivo contributo introduttivo di Roberta Valtorta. Mi piace sottolineare, come riflessione personale, che anche l'oggetto 'fotografia' appartiene a quella affascinante categoria dei materiali di confine - borderland materials come li chiamava Arthur Bostwick - sui quali si intersecano i punti di vista degli archivi, delle biblioteche e dei musei. Sinora nella loro descrizione è prevalso, almeno da noi, il punto di vista delle biblioteche. L'imminente traduzione italiana delle linee guida RDA (Resource Description and Access), di cui si dà conto in questo numero, può rappresentare l'occasione buona per la costruzione condivisa di nuovi confini di senso, per un approccio veramente e finalmente MAB - Musei Archivi Biblioteche.
Buone feste a tutti!

Editoriale - pag. 2 [2014 - N.51]

Gianfranco Casadio

Con questo numero abbiamo voluto dare visibilità ad alcune realtà museali, non solo del nostro territorio, che difficilmente vengono riportate sulle guide turistiche, comprese quelle strettamente locali. I motivi sono vari. Quello principale è dovuto al fatto che alcuni di questi musei apriranno le porte al pubblico solo in un prossimo futuro, un altro dei motivi è che a volte si tratta di “curiosità” come per esempio il Museo dell’Aceto balsamico di Spilamberto o la Casa delle Farfalle di Milano Marittima, solo per citarne alcuni, un altro ancora è dovuto al fatto che si trovano in piccoli centri come il Museo del Centro di Teatro Figura di Villa Inferno a ridosso delle Saline di Cervia o il Museo Provinciale di Torcello all’interno della Laguna veneta. Un altro degli elementi di novità che abbiamo introdotto con questo numero è l’apertura di una nuova rubrica, La pagina del Conservatore, dove ospiteremo tutte le esperienze che i singoli musei del Sistema hanno fatto in materia di restauro e le tecniche adottate per farlo.

Editoriale - pag. 3 [2003 - N.16]

Nadia Ceroni - Conservatore del Museo d'Arte della città di Ravenna

Università degli Studi di Bologna Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali Tesi di: Marica Santandrea Relatore: Prof.ssa Maria Rosaria Valazzi Anno Accademico 2001-2002 La dissertazione affronta le tematiche connesse alla conservazione non solo dei manufatti artistici nei loro ambienti espositivi – che devono fare i conti con fattori di degrado quali il clima, l’illuminazione e gli uomini – ma anche alla buona conservazione degli edifici che li contengono. Come per le opere d’arte si deve distinguere tra manutenzione e restauro – cioè tra interventi periodicamente ripetibili e interventi episodici con carattere di eccezionalità – così per i “contenitori” museali si può parlare di manutenzione ordinaria e straordinaria, relativa sia all’esterno che all’interno delle strutture architettoniche. Lo scopo della ricerca è proprio quello di dimostrare l’importanza della conservazione preventiva anche per l’edificio-museo, necessaria a limitare gli interventi più invasivi e costosi del restauro e della ristrutturazione edilizia. Tra le possibili forme di manutenzione ordinaria, la tesi di laurea dedica un capitolo intero a quella delle pulizie costanti e programmate degli ambienti museali. Apparentemente banale, la rimozione all’esterno delle polveri, dei depositi da inquinanti aerodispersi e biologici, contribuisce ad eliminare gli agenti responsabili del naturale deperimento dei materiali strutturali. I detergenti e le cere usate per la pulizia interna dei musei, d’altra parte, risultano potenziali fonti di gas inquinanti per le opere d’arte. Sarebbe necessaria un’indagine sulla composizione chimica dei prodotti impiegati e sugli effetti che questi potrebbero avere, a lungo termine, sulle collezioni artistiche. Apparati fotografici, relativi alle Pinacoteche di Ravenna e Faenza, corredano la pubblicazione che comprende anche schede tecniche sui detergenti normalmente usati dalle imprese di pulizie negli ambienti museali. La tesi, che suggerisce alcuni obiettivi di miglioramento nel complesso e delicato rapporto tra edifici-musei e manufatti artistici, si conclude con un appello che indirizziamo a tutti gli operatori dei beni culturali: “Basterebbe dare più credito alla pratica della conservazione preventiva, per altro molto praticata all’estero, per non rischiare di perdere testimonianze importanti della nostra cultura solo perché il tempo, con i suoi effetti, è stato più sollecito di noi”.

Tesi e musei - pag. 3 [2003 - N.16]

Ritorna ogni cinque anni il confronto e la verifica sugli sviluppi e sulle proposte innovative messe in atto dagli operatori didattici

Gianfranco Casadio

Dieci anni fa con il seminario Progetto Scuola-Museo demmo inizio al nostro impegno nel campo della didattica museale sia attivando corsi triennali di aggiornamento per insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, sia proponendo percorsi didattici in collaborazione con i responsabili dei musei del Sistema Provinciale. I risultati sono stati ottimi, e superiori alle nostre aspettative, tanto che le richieste di collaborazione e di aiuto provenienti dai musei e dalle scuole, hanno letteralmente sommerso il Laboratorio Provinciale per la Didattica che stenta a reggere alla pressione della domanda. «Museo Informa», dopo cinque anni dalla pubblicazione del numero zero interamente dedicato alla Didattica Museale, ritorna con questo numero speciale a fare il punto su quanto è stato fatto in questi cinque anni, non tanto in termini storiografici, quanto – e soprattutto – in termini propositivi. Si scopre così che le proposte dei musei non sono più, o solo, le visite guidate di un tempo, ma viene prospettato il modo di rendere il museo creativo, di insegnare giochi per stimolare la curiosità dei ragazzi, di creare delle guide in cui sono raccolte tutte le proposte didattiche poste in essere dai musei e che l’IBC e il Laboratorio Provinciale per la Didattica Museale organizzano dei corsi di formazione, sia di carattere regionale sia internazionale, per operatori museali che – secondo i nuovi standards – assumeranno le mansioni di Responsabile dei Servizi Educativi, al termine dei quali verranno rilasciate delle Dichiarazione di Competenze sia dalla Regione che dall’Unione Europea. Ce n’è abbastanza per essere orgogliosi ma, al tempo stesso, preoccupati per la crescita verticale che si sta sviluppando in questo ambito a cui non corrispondono le necessarie risorse economiche e di personale limitate dalle sofferenze che i bilanci degli Enti Locali stanno vivendo in questo momento.

Editoriale - pag. 3 [2002 - N.15]

La lettura e la comprensione della lingua inglese applicata alla vita dei musei e alla didattica museale

Judi Caton - Consulente museale

Questo corso viene offerto dall’Istituto dei Beni Culturali a Bologna durante i mesi di ottobre e novembre per una durata totale di otto giorni. È stato concepito nell’ambito di Euroedult, un curriculum di studi sviluppato da un’équipe europea specializzata nella formazione del personale impegnato a migliorare la qualità dei servizi museali al pubblico. Durante il corso verrà presentata e discussa l’organizzazione dei musei in Gran Bretagna e il funzionamento delle loro strutture attraverso l’illustrazione di un’ampia scelta di materiali informativi. Si passeranno anche in rassegna le diverse iniziative, che in quel paese sono ormai ben affermate, al fine di far partecipare il pubblico alla vita dei musei. Verrà inoltre visionata la ricca produzione di materiali sull’educazione permanente nei musei che è oggi disponibile in lingua inglese. Circa 25 operatori di musei dell’Emilia Romagna verranno coinvolti nella valutazione di questi prodotti, ed è previsto che lavoreranno anche in piccoli gruppi per analizzare temi vicini ai loro specifici interessi. Inoltre verso la fine del corso ciascun partecipante avrà anche la possibilità di scegliere un campo di lavoro personale, che analizzerà individualmente al fine di discutere con il resto del gruppo le conclusioni della propria indagine. Tutte questa attività saranno mirate a fornire ai partecipanti un’esperienza diretta delle attività realizzate in un paese anglofono. Infatti l’apertura dei musei al pubblico e la loro capacità di sviluppare un’efficace didattica museale sono oggi soggette in Gran Bretagna a periodiche valutazioni, che si basano su materiali disponibili in lingua inglese. Questi materiali verranno esaminati durante il corso, che sarà esso stesso oggetto di valutazione da parte dei partecipanti. Alle loro reazioni e feedback verrà assegnata la massima considerazione da parte degli organizzatori proprio in vista di migliorare questo servizio promosso in Europa dal programma Euroedult.

Editoriale - pag. 3 [2002 - N.15]

Un patrimonio culturale di grande interesse storico e umano

Gianfranco Casadio

L’attenzione che rivolgiamo in questo numero ai musei all’aperto è un omaggio al nascente Museo del sale di Cervia che, dopo anni di gestazione, di incomprensioni e, perché no, di mancanza di risorse, finalmente sembra prendere il via sostenuto anche dai fondi della L.R. 18 sui beni culturali. Un evento questo che potrà, speriamo, seppellire definitivamente le polemiche che da diversi anni si sono accese attorno a questo progetto senza che nulla di costruttivo sia stato prodotto fino ad ora. All’articolo di Mario Turci, che è anche il progettista del nuovo museo, si affiancano gli interventi di Giovanna Montevecchi sulla Stele dei Varii posta nel giardino di Palazzo Sforza a Cotignola in una originale e prestigiosa cornice predisposta e curata da La Fenice Archeologia e Restauro di Bologna di concerto con la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna che premia gli sforzi economici del Comune di Cotignola. È poi la volta di Valerio Brunetti che illustra quello che da mostra temporanea è diventato un museo all’aperto della città di Castel Bolognese: il Museo Angelo Biancini che, con le sue forme di pietra, ci mostra un arredo urbano sui generis collocato fra edifici, piazze e giardini della città. Chiude lo “speciale” l’excursus che Gian Paolo Costa compie nelle vallate di Brisighella, Riolo e Casola Valsenio polemizzando, come è suo stile, con gli amministratori dei tre Comuni che ancora non hanno definito lo status di Eco-museo romagnolo o di Parco regionale, per quanto attiene la Vena del gesso che è patrimonio, storico, ambientale e antropologico delle vallate del Lamone, del Senio e del Santerno. Ma non è solo lo speciale che affronta il problema dei musei all’aperto, anche Fiamma Lenzi per conto dell’IBACN, Dino Scaravelli per il Sistema Museale della Provincia di Rimini e Sara Sargenti per quello di Modena intervengono sul dilemma Intra muros o open air, sul museo di natura nella natura di Onferno nel Riminese o sul caso di Fanano nell'Appennino modenese che sta vivendo un’esperienza, per certi versi, simile a quella di Castel Bolognese. Chiudono il giornale le consuete rubriche e un interessante intervento dell’avvocato Giambarba sull’inalienabilità dei beni immobili del demanio storico e artistico.

Editoriale - pag. 3 [2002 - N.13]

Gianfranco Casadio

Ed eccoci ad affrontare un altro importante aspetto - troppo spesso ignorato - dell’organizzazione museale: quello delle biblioteche. Non c’è infatti museo che non annoveri fra le proprie attività quella di raccogliere, sistemare e curare una documentazione bibliografica che ha, in genere, un duplice scopo: quello di creare strumenti di consultazione e di studio complementari ai reperti conservati e quello di arricchire il patrimonio musivo del museo. Spesso nate per ragioni esclusivamente interne in ausilio ai responsabili e agli operatori museali di ogni singolo museo, hanno preso nel tempo un ruolo autonomo. Oggi la somma delle biblioteche dei musei aderenti al Sistema Museale della Provincia offre agli studiosi centinaia di migliaia di volumi che vanno dalle cinquecentine ai giorni nostri e costituiscono la più formidabile biblioteca specializzata in beni culturali della nostra provincia. Partendo dall’articolo di Licia Ravaioli che tenta di rispondere al quesito se è possibile la convivenza fra museo e biblioteca, si passa dalla presentazione della biblioteca di Casa Guerrini di Sant’Alberto, a quelle del Centro Dantesco di Ravenna, del Museo Ornitologico di Ravenna, del Gabinetto delle Stampe delle Cappuccine di Bagnacavallo, della Pinacoteca di Faenza e via via fino ad uscire dal Sistema e a spaziare nelle biblioteche del Museo Nazionale di Ravenna, del Museo Civico di Modena, del Museo della Città di Rimini, del Museo Naturalistico di Onferno, del Museo Etnografico di Santarcangelo e del Museo della Bonifica di San Donà di Piave. Oltre alle solite rubriche e alla consueta attenzione nei confronti della didattica, il giornale si chiude con una riflessione di Michele Giambarba sugli aspetti giuridici e legislativi in materia di biblioteche.

Editoriale - pag. 3 [2002 - N.14]

In autunno nuove iniziative di didattica museale a Ravenna, Faenza e Bagnacavallo

Eloisa Gennaro - Laboratorio Provinciale per la Didattica Museale

Per l’anno 2002 il Sistema Museale Provinciale promuove due interessanti iniziative sulla didattica museale - legate in particolare al tema del gioco - ideate e organizzate dalla società milanese Clac di Claudio Cavalli e Lucietta Godi. L’idea di base è che l’opera d’arte può essere interessante e suggestiva per bambini e ragazzi se è resa accessibile attraverso esplorazioni che suscitino curiosità e stupore, grazie sia all’utilizzo di giochi manipolativi, percettivi, cromatici, di luce, di composizione e scomposizione, sia alla narrazione di storie, all’uso della telecamera, della macchina fotografica e del computer. La prima iniziativa consiste nei laboratori interattivi Cento capolavori - cento giochi, allestiti in tre diversi musei artistici appartenenti al Sistema Museale e aperti alle classi di tutte le Scuole della provincia di Ravenna. Percorrere i laboratori significa avventurarsi tra postazioni curiose e intriganti, muoversi in un sistema di racconti in cui ciascuno - individualmente e in gruppo - possa trovare domande, sintonie, arricchimento interiore. I laboratori saranno presenti al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, dal 7 al 13 ottobre 2002; alla Loggetta Lombardesca di Ravenna, dal 17 ottobre al 2 novembre 2002; al Centro Culturale "Le Cappuccine" di Bagnacavallo, dal 9 al 18 novembre 2002. La seconda iniziativa si lega al nuovo corso di aggiornamento - annualmente proposto dal Sistema Museale agli insegnanti della provincia - intitolato Scoprire i capolavori dell’arte. Il corso si articola in sei incontri a cadenza settimanale, dall’11 ottobre all’11 novembre 2002, durante i quali gli animatori della società Clac illustreranno le potenzialità dell’esperienza ludica di apprendimento nei musei analizzando alcuni esempi concreti tratti dai laboratori Cento capolavori - cento giochi su famose opere pittoriche datate dal 14° secolo alla metà del secolo scorso. Per informazioni su entrambe le iniziative: dott.ssa Eloisa Gennaro - tel. 0544 35142.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 3 [2002 - N.14]

Dalla Pinacoteca di Ravenna una nuova proposta didattica per l'anno scolastico 2001-2002

Nadia Ceroni - Conservatore Pinacoteca Comunale di Ravenna

Come di consueto, all'inizio di ogni anno scolastico, la Pinacoteca Comunale di Ravenna riprende la propria attività didattica, proponendo alle scuole del territorio provinciale percorsi tematici e visite guidate supportate da quaderni didattici. Il rapporto tra la scuola e il museo, consolidatosi nel corso degli anni, ha raggiunto buoni livelli di partecipazione e collaborazione tra studenti, insegnanti e operatori didattici della Pinacoteca, con risultati quantificabili in 3.000 presenze nell'anno 2000-2001. L'intento del Museo d'Arte della Città, infatti, è quello di far conoscere da vicino il proprio patrimonio artistico e di promuovere sempre nuovi stimoli, spunti di interesse e di approccio al museo. Mentre proseguono i lavori di ristrutturazione della Loggetta Lombardesca - che prevedono anche la sistemazione al piano terra di uno spazio da adibire a laboratorio didattico - per l'anno scolastico 2001-2002 è stata comunicata, ai dirigenti scolastici e agli insegnanti, una nuova proposta destinata a coinvolgere direttamente il pubblico giovanile, dai bambini delle scuole materne ai ragazzi delle medie superiori. Tesserini nominali, intitolati "Amici del museo" sono stati stampati e appositamente predisposti per essere distribuiti a tutti i giovani utenti che visiteranno la Pinacoteca, suggerendo loro il senso di appartenenza ad una delle istituzioni culturali più prestigiose della Città. Si tratta di una iniziativa che rende possibile la raccolta di dati personali e il loro trasferimento in specifico indirizzario informatizzato, tramite il quale la Pinacoteca provvederà ad inviare informazioni aggiornate sulle attività istituzionali, sulle mostre e sulle varie iniziative che rientrano nella programmazione annuale del museo. La comunicazione degli eventi, puntuale e tempestiva, rappresenta infatti uno strumento prioritario per motivare soprattutto l'utenza scolastica alla frequentazione abituale del museo e creare una cassa di risonanza nei confronti delle famiglie.

Esperienze di didattica museale - pag. 3 [2001 - N.12]

Si dovrà concludere in dicembre il censimento dei musei promosso dalla Regione Emilia-Romagna e dall'Istat

Gianfranco Casadio

La L.R. 18/2000 ha messo in moto un processo di trasformazione in campo museale irreversibile. La commissione regionale istituita per definire quelli che saranno gli standards minimi necessari per ottenere il riconoscimento a museo, e quindi per poter accedere ai contributi di legge, sta ultimando i suoi lavori e, fra le informazioni che dovrà assumere per avere il quadro complessivo dell'impianto museale (o pseudo tale) di tutto il territorio regionale, dovrà conoscere la quantità, la consistenza, la tipologia, gli apparati scientifici, quelli gestionali e amministrativi di tutti i musei del territorio. Per fare ciò l'Istituto per i beni culturali, in accordo con gli uffici statistici della Regione e con l'Istat, ha promosso un censimento su tutto il territorio regionale, avvalendosi della collaborazione delle Province fornendo ad ognuna di esse una scheda di rilevazione e mettendo a loro disposizione i fondi necessari per le spese di rilevazione. Il censimento, che si concluderà il 31 dicembre, prenderà in esame, per quanto riguarda la provincia di Ravenna, 42 musei individuati in accordo con l'IBC. L'operazione però non si concluderà così. Infatti il Sistema museale provinciale ha intenzione, per completare la rilevazione, di proseguire nel 2002 autonomamente a censire anche le raccolte, le collezioni, i palazzi storici museabili, rimasti esclusi dal censimento ufficiale.

Editoriale - pag. 3 [2001 - N.12]

Completato il primo lotto del Palazzo della Cultura che ospiterà, oltre al Laboratorio per la Didattica Museale e alla relativa biblioteca specializzata, sale conferenze ed espositive e l'Archivio di Storia Contemporanea

Gianfranco casadio

Mentre questo numero della rivista viene diffuso, il Sistema Museale della Provincia di Ravenna ha trovato la sua definitiva collocazione in Palazzo Grossi, prestigioso edificio della fine del '600 costruito dall'architetto Pietro Francesco Grossi. I conti Grossi, provenienti da Mandello di Milano, si stabilirono a Ravenna all'incirca nel XIV secolo per opera di Pietro Fioroni, così detto per via dei gigli dello stemma. Capitano di ventura al servizio della Serenissima, ebbe da questa, per i suoi servizi, vaste estensioni di terra a Castiglione di Ravenna, già appartenute ai Polentani. Il figlio Battista fu anch'esso ufficiale al servizio della Repubblica Veneta e castellano della Rocca Brancaleone. Il titolo di conte per sé e per i suoi eredi, fu assegnato a Pietro, figlio di Battista, dall'imperatore Federico III. Il figlio Cesare combatté anch'esso per i veneziani e contribuì, nel 1509, alla presa di Pavia, recuperando le famose porte bronzee che i pavesi avevano anticamente sottratto a Ravenna. Fu di Cesare l'altro palazzo Grossi di via XIII Giugno dove dal 1917 ebbe sede la Tipografia Ravegnana (cessata alla fine degli anni Settanta) che fu la stampatrice del celebre quotidiano liberale "Il Ravennate". Il fratello di Cesare, Marco, combatté contro i francesi nella famosa battaglia di Ravenna nel 1512. Pietro, figlio di un altro Battista, anch'egli militare, fu capo del Magistrato de' Savi e a lui si deve la costruzione, nel 1560-65, del magnifico palazzo eretto nelle sue terre di Castiglione. Nella famiglia di Grossi non vi furono però soltanto militari, ma anche letterati, artisti e religiosi. Pietro Francesco fu l'architetto che progettò e costruì il palazzo di via di Roma dove ha ora sede l'Assessorato Beni e Attività Culturali; il fratello Andrea ricostruì gli alberi genealogici di molte famiglie nobili ravennati pubblicati in nove volumi; l'altro fratello Prospero compilò in cinquanta volumi i nomi di tutti i battezzati in Ravenna dal 1493 al 1765 e un altro fratello, Pietro, fu teologo della Cattedrale della città. L'ultimo dei Grossi a tenere il palazzo fu il conte Pietro (un nome abbastanza ricorrente in quella famiglia), consigliere comunale, che nel 1850 lo vendette al dott. Sebastiano Fusconi e si trasferì a Forlì. I Fusconi tennero il palazzo fino al 1920, quando Calliope, l'ultima dei discendenti, morendo lo lasciò all'Orfanatrofio Galletti Abbiosi. Nel 1953 l'edificio fu venduto alla Cassa di Risparmio di Ravenna che lo cedette a sua volta alla Società Fiorentina Cavi da cui la Provincia di Ravenna l'acquistò nel 1986 per adibirlo a succursale dell'istituto Tecnico Commerciale "G. Ginanni". Oggi, dopo gli opportuni e funzionali interventi di restauro alle strutture e agli affreschi sette-ottocenteschi delle stanze del piano nobile, si è compiuto il primo passo per la creazione del "Palazzo della Cultura" della Provincia di Ravenna, che assumerà questa denominazione quando, dopo il trasferimento dell'Assessorato e del Settore Beni e Attività Culturali e dell'Archivio di Storia Contemporanea (di cui parleremo in uno dei prossimi numeri della rivista), si saranno completati gli interventi successivi che prevedono la realizzazione, nell'area cortilizia, di un nuovo corpo di fabbrica che ospiterà due sale riunioni, una sala espositiva e spazi complementari, riconfigurando l'area esterna a verde e incorporando, nella scenografia generale, il tempietto settecentesco che ne chiude idealmente la prospettiva.

Editoriale - pag. 3 [2001 - N.10]

Nominata la commissione regionale che dovrà elaborare gli standard museali previsti dalla L.R. 18/2000

Gianfranco Casadio

L'art. 10 della L.R. 18/2000 prevede che l'IBACN in collaborazione con gli enti interessati elaborerà, entro un anno dall'entrata in funzione della legge, gli standard museali, standard che prevedono non solo i requisiti minimi che dovranno avere i musei per essere tali, ma anche quelli riguardanti il grado di professionalità degli addetti ai musei. Ci si avvia verso un futuro che, almeno nelle intenzioni, sgombrerà il campo da quell'improvvisazione in cui troppo spesso ci si imbatte, non solo per iniziativa di associazioni private, ma anche di alcuni Comuni che vorrebbero trasformare dei semplici depositi in musei e dei volonterosi cittadini in operatori museali. Entro sessanta giorni dal suo insediamento la commissione dovrà terminare i propri lavori e, una volta definiti gli standard, ogni museo dovrà adeguare le proprie strutture e i propri servizi al rispetto degli standard entro due anni dalla loro adozione, pena l'esclusione dalla concessione di contributi sia regionali sia provinciali. Ma in cosa consisteranno questi standard? Senza voler essere profeti, crediamo che si possano anticipare alcune proposte già avanzate a livello nazionale e che prevedono che ogni museo dovrà dotarsi di uno statuto che stabilisca: Identità del museo (natura e storia delle collezioni), prestazioni e attese (metodi e tempi di lavoro, servizio al pubblico, ecc.), vincoli normativi (assetti istituzionali), risorse assegnate (umane e finanziarie), politiche di sviluppo (mediante confronto fra direzione del museo e amministrazione competente). In parole povere: riconoscimento giuridico, personale specializzato, servizio al pubblico e investimenti ad hoc. Chi non si adeguerà e se i Comuni e i privati proprietari degli attuali musei non perseguiranno questa politica, così come già avviene (anche se ancora in maniera sofferta) per le biblioteche, saranno molti i musei che dovranno uscire dal Sistema museale provinciale e che non fruiranno più di contribuzioni provinciali e regionali.

Editoriale - pag. 3 [2000 - N.9]

Rosanna Rossi

Università degli Studi di Bologna Corso di Perfezionamento in Diritto dei Beni Culturali e Ambientali Tesi di: Rosanna Rossi Anno Accademico 1998-99 La trattazione mette in risalto come il sistema, la pluralità d'elementi coordinati e articolari, quale fattore di valorizzazione dei beni culturali, nato nelle due ultime decadi in alcune regioni, sia una novità di cui non si trova traccia a livello legislativo nazionale e sia nato grazie alle leggi regionali. La sinergia che si crea in questa rete integrata mostra il suo effetto positivo soprattutto nei confronti di piccole strutture con scarse risorse. Nell'ambito del dettato costituzionale (gli articoli che rilevano sono i nn. 3, 9, 33) e del suo Statuto, la nostra regione ha approvato la L. R. n. 20/1990 che disciplina la materia. In seguito, l'Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali, un'articolazione regionale unica in Italia, ha proposto la creazione del Sistema e la bozza di convenzione. La Provincia ha poi elaborato il progetto per l'attivazione del sistema dei musei provinciale e ha sottoposto ai Comuni aderenti la convenzione d'adesione. Così quello della nostra provincia è diventato uno dei pochi casi a livello nazionale, sulla scia di una regionalizzazione delle competenze in capo ai beni culturali almeno per quanto riguarda la loro valorizzazione. I musei aderenti al nostro sistema provinciale sono venti, contenenti beni d'interesse vario e sottoposti a diverso regime giuridico, e quattro i sistemi nella nostra regione: una realtà in fieri, con progetti in cantiere e musei da aprire al pubblico.

Tesi e musei - pag. 3 [2000 - N.9]

Parte, con qualche polemica, il primo piano museale provinciale in attuazione della L.R. 18/2000 sui musei.

Gianfranco Casadio

Per la prima volta, da quando esce questa nostra rivista, apriamo con un editoriale che si discosta, anzi, è estraneo al contenuto dei suoi articoli, ma la grossolanità di quanto è successo in questi ultimi giorni ci ha portato a rompere il silenzio e ad esporre ai nostri lettori il nostro punto di vista. La prima applicazione della L.R. 18/2000 che introduce i Piani provinciali annuali anche per i musei, ci aveva fatto ben sperare, soprattutto laddove all'art. 4, viene annunciato che le Province "concorrono alla valorizzazione dei beni e degli istituti culturali, programmando e coordinando lo sviluppo dei servizi … attraverso la cooperazione e l'attivazione di sistemi tra gli istituti culturali", particolarità che, con circolare del 12 giugno, l'IBC ha ribadito indicando che il 30% del budget per l'anno in corso viene destinato ai progetti delle Province privilegiando i progetti di "attività di sistema. Ebbene come sempre (o molto spesso) accade, tra il dire e il fare … Infatti i 600 milioni destinati ai progetti provinciali sono stati suddivisi, non si sa bene con quale logica assegnando le quote più alte a Province che non hanno mai attivato sistemi, mentre alle Province di Ravenna, Modena e Rimini, le uniche che in tutta la Regione hanno attivato Sistemi museali, sono andate le briciole (es: dai 145 milioni di Bologna, i 125 di Parma e Ferrara e gli 80 di Reggio, ai 45 di Modena e Ravenna e i 30 di Rimini. Peggio delle tre suddette Province sono andate solo Forlì e Piacenza a cui sono andati 25 milioni). Le giustificazioni dell'IBC, che ha stabilito la ripartizione, sono state che le Province di Bologna, Parma, Reggio e Ferrara, hanno avuto di più perché, anche se è vero che non hanno Sistemi Museali, hanno però, sia in questo piano che negli anni passati, investito sui musei molte risorse (da notare che Ravenna ne ha investite, in questo piano, per 138 milioni e tutti a vantaggio dei venti musei ad essa associati). Ma allora vale di più la contribuzione a pioggia tipo anni Settanta, o il lavoro capillare di coordinamento, la messa in rete di servizi comuni e l'abbattimento delle spese per attivare un'economia di scala?

Editoriale - pag. 3 [2000 - N.8]

Le scuole materne, elementari, medie e l'Università coinvolte dalle attività didattiche proposte dalla Pinacoteca ravennate in un incontro pubblico

Nadia Ceroni - Conservatore della Pinacoteca Comunale di Ravenna

Sabato 13 maggio, nella platea del Teatro Alighieri, si è svolto un incontro pubblico che ha visto protagonisti numerosi alunni di scuola materna, scolari delle elementari e studenti delle medie con i rispettivi insegnanti. La manifestazione, promossa dalla Pinacoteca Comunale di Ravenna, ha inteso valorizzare il ruolo della didattica museale all'interno dei percorsi formativi che accompagnano l'individuo durante l'arco della propria vita, a cominciare dal primo incontro con le istituzioni scolastiche e culturali. Il museo ravennate, come ormai la maggior parte dei musei italiani, non è un luogo d'arte frequentato soltanto da visitatori adulti e turisti seriosi. Lo dimostrano le numerose visite guidate richieste ogni anno da scolaresche provenienti dai comuni della provincia e anche la folta presenza di studenti italiani in gita turistica nella nostra città. Nell'anno scolastico 1999-2000, infatti, sono state eseguite 64 visite guidate, alle quali si sono aggiunte 34 "gite scolastiche" per un totale di 2289 presenze scolastiche. Tra le attività istituzionali della Pinacoteca, quella didattica - rivolgendosi in particolare a un pubblico giovanile - propone approcci differenziati con le opere d'arte con l'intento di semplificare la visita guidata e rendere il museo uno spazio più vivo e facilmente accessibile, dove si concretizza la possibilità di camminare dialogando e di imparare giocando. Sonno nate così esperienze significative non solo con classi elementari e medie, ma anche con scuole materne e con l'università, estendendo l'offerta didattica a tutto il sistema della formazione scolastica. Esperienze che hanno fatto riflettere i responsabili della Pinacoteca sull'opportunità di allestire un laboratorio didattico permanente all'interno degli ambienti museali e di predisporre uno spazio attrezzato per avvicinare i giovani visitatori al mondo dell'arte in modo attivo, divertente e formativo. Il Quaderno didattico n. 6 - L'arte un gioco da ragazzi, distribuito in occasione della suddetta manifestazione - documenta infatti alcune attività di interpretazione e di rilettura di opere precedentemente viste in Pinacoteca. I lavori prodotti - disegni, elaborati, creazioni artistiche - sono degli indicatori delle potenzialità creative di bambini e ragazzi adeguatamente coinvolti e stimolati e rappresentano il punto di partenza per la creazione del laboratorio didattico, già inserito nei lavori di ristrutturazione della Loggetta Lombardesca per il costituendo Museo d'Arte della Città.

Appunti dai convegni - pag. 3 [2000 - N.8]

Gli inserti sul Giubileo da staccare e conservare

Gianfranco Casadio

Nel licenziare il numero scorso scrivevamo che con il 2000 la rivista sarebbe stata completamente rinnovata. Ebbene, eccoci al consueto appuntamento con il look completamente rifatto, e non solo quello. La novità principale sta nell'aver aumentato le pagine, le collaborazioni e l'aver introdotto l'inserto Speciale Giubileo, inserto che, nei primi tre numeri di quest'anno, darà vita ad una raccolta di saggi sui Giubilei vissuti dai ravennati attraverso i secoli. L'aver concesso spazio ai due Sistemi Museali delle Province di Modena e Rimini allarga l'orizzonte della nostra rivista e permette a tutti gli interessati di conoscere le esperienze altrui. Ci è parso anche utile far conoscere ai nostri lettori lo stato degli studi in materia museale, pubblicando le sintesi delle tesi di laurea, di perfezionamento, di specializzazione e di dottorato che abbiano specifico riferimento alla realtà del nostro territorio, introducendo la rubrica Tesi e musei. Abbiamo poi inserito la rubrica Esperienze di didattica museale, riprendendo un discorso iniziato con il n. 0 di questa rivista e che avrà appuntamento fisso in ogni numero. L'ultima delle novità di questo numero è un'altra rubrica che vorremmo mantenere viva e cioè quella dei personaggi ravennati che hanno dato lustro ai beni culturali del nostro territorio dedicando questo numero al faentino Antonio Corbara. Siamo fiduciosi che le nuove importanti collaborazioni, la quadricromia che dà risalto alle immagini, il tipo di carta e la nostra buona volontà riusciranno a colpire nel segno facendo sì che questa nuova serie sia all'altezza delle aspettative di tutti.

Editoriale - pag. 3 [2000 - N.7]

Il Centro Etnografico della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo ha partecipato al MAV8, rassegna di produzioni multimediali di musei demoetnoantropologici e artistici

Maria Rosa Bagnari - Responsabile del Centro Etnografico della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo

Questa rassegna biennale, che offre un'interessante opportunità di confronto fra le varie realtà museali nazionali sul tema della produzione di materiali di antropologia visiva, vede la sua prima edizione nel 1985. Col tempo è diventata un importante appuntamento per la verifica e lo scambio di esperienze fra i vari ricercatori impegnati ad esprimere, col linguaggio videofilmico, il ricavato delle proprie ricerche. La convinzione che gli ausili audiovisivi, nella ricerca, in materia di cultura materiale ed in particolare per lo studio e la documentazione dei vari cicli produttivi, possano essere validi strumenti didattico-divulgativi, si rafforza sempre più col succedersi delle varie edizioni. Nella scorsa edizione, infatti, ci si è confrontati valutando lavori di grande interesse, che presentavano esperienze diversissime, espresse in formato video. Questo sistema, che a parere nostro non può essere sostituito dagli attuali sistemi informatici, ha comunque ceduto il passo alle nuove tecnologie. L'argomento di discussione e di confronto dell'attuale convegno di fine millennio, era tutto imperniato sull'uso delle moderne tecnologie informatiche legate ad internet ed alla multimedialità. Il Centro Etnografico della Civiltà Palustre in occasione del MAV 8 (Materiali di Antropologia Visiva 8 - Roma, 14/12/1999) ha presentato il proprio sito internet, attualmente in rete all'indirizzo www.racine.ra.it/erbepalustri. La finalità primaria è quella di fornire un documento di ampia fruizione, con l'intenzione di esprimere oltre alla specificità anche la dinamicità di una realtà museale emergente, particolare e sicuramente poco conosciuta. A differenza di altri siti internet presentati in questa occasione, la nostra intenzione, comune a molti partecipanti, non è quella di fornire uno strumento ampio, che dia la panoramica completa della realtà museale, utilizzabile anche a scopo di ricerca, ma semplicemente di fornire una immagine realistica e gradevole allo scopo di stimolare la curiosità del visitatore.

Appunti dai convegni - pag. 3 [2000 - N.7]

Si conclude con questo numero la serie dedicata agli "Speciali"

Gianfranco Casadio

Sono passati due anni da quando abbiamo intrapreso l'impegno di dedicare ogni numero della rivista ad una specifica tipologia museale del nostro Sistema. I tre numeri del 1998 sono stati dedicati alle Case Museo, ai nuovi musei che sono venuti a far parte del Sistema, ai Musei Etnografici, mentre quelli del 1999 ai Musei Naturalistici, ai Musei Artistici e questo numero ai Siti e ai Musei Archeologici e a Musei Storici. Il 2000 vedrà la rivista completamente rinnovata nella veste tipografica, arricchita di più pagine in carta patinata e con le fotografie in quadricromia, insomma una rivista a tutti gli effetti. Naturalmente le novità non saranno date solo dall'aspetto estetico, ma anche i contenuti punteranno più in alto. Infatti la rivista si arricchirà di altre collaborazioni dedicando spazio agli altri Sistemi Museali della nostra Regione e cioè a quelli delle Province di Modena e di Rimini che, assieme al nostro, costituiscono i primi nuclei di un Sistema Museale Regionale che, di fatto, sta nascendo. Il Giubileo, evento dell'anno, sarà argomento di "Speciali" che saranno inseriti nei tre numeri del 2000 e che ricercheranno le tracce dei Giubilei dei secoli passati lasciate nei reperti e nelle testimonianze artistiche presenti nel territorio ravennate.

Editoriale - pag. 3 [1999 - N.6]

Un nuovo strumento di studio della storia e dell'archeologia creato per la scuola

Chiara Guarnieri - Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna

L'Aula Didattica è stata inaugurata il 22 maggio 1999 ed è ospitata in via Foschi. La sua realizzazione, nata da un accordo tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna e l'Amministrazione di Solarolo, prende avvio da una ricognizione effettuata lo scorso anno sul nucleo di materiali archeologici custodito presso il Comune di Solarolo, frutto sostanzialmente - ad eccezione del sito di via Ordiere che fu oggetto di scavo - di recuperi di superficie. Sulla base quindi dei materiali effettivamente a disposizione si è ricostruita l'evoluzione del territorio comunale, inquadrandolo nella più vasta problematica storica. L'Aula Didattica di Solarolo, che vuole essere un strumento semplice a disposizione degli insegnanti, è stata concepita come una base da cui partire per introdurre i ragazzi, attraverso diversi percorsi, nell'affascinante mondo della storia e dell'archeologia: per questo motivo non esistono direzioni preordinate se non la sequenza dei pannelli e delle vetrine, che segue la scansione cronologica. Nell'ambito di ciascun periodo, con i materiali archeologici a disposizione, si è cercato di creare una serie di spunti che tocchino temi diversi come l'economia, l'alimentazione, la vita quotidiana. L'intento didattico continua anche all'interno delle singole vetrine che ospitano brevi approfondimenti tematici con spiegazioni degli oggetti meno conosciuti e di più difficile interpretazione. I pannelli, corredati da grandi disegni ricostruttivi, si contraddistinguono anche attraverso il colore assegnato ai diversi periodi storici. Il Quaderno, che vede la pubblicazione dell'apparato didattico dell'Aula, è il primo risultato concreto di una serie di iniziative che accompagneranno nel tempo la crescita di questa struttura. La struttura è visitabile su prenotazione ( 0546/ 25217; 51111).

Speciale siti e musei archeologici - pag. 3 [1999 - N.6]

I musei artistici romagnoli palestra di aggiornamento sull'arte figurativa del Novecento per gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado

Gianfranco Casadio

Ancora un numero monografico - caratteristica che è ormai una peculiarità della nostra rivista - dedicato, questa volta, alle arti figurative. Ci è sembrato opportuno aprire questo numero dando ai nostri lettori notizia del corso di aggiornamento, organizzato come ogni anno dalla Provincia, rivolto ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado (ma aperto anche a chi ne ha interesse), proposto per l'anno scolastico 1999-2000, che affronterà il tema dell'arte figurativa del Novecento, partendo dallo studio delle collezioni e analizzando in particolare alcune forme artistiche quali l'incisione, la fotografia, il mosaico e il design, per giungere all'elaborazione di percorsi didattici legati ai musei artistici del territorio romagnolo. Il corso sarà suddiviso in lezioni formative e in due incontri con un artista, il mosaicista Marco Bravura e la fotografa Daniela Tartaglia, che si svolgeranno presso la sede dell'Assessorato, nonché in visite guidate a musei artistici. Le Istituzioni coinvolte nell'iniziativa sono: Museo "G. Ugonia" di Brisighella, Casa-Museo Varoli di Cotignola, Fondazione "Tito Balestra" di Longiano, Centro Culturale "Le Cappuccine" di Bagnacavallo, Museo dell'Arredo Contemporaneo di Russi. I musei scelti sono caratterizzati, alcuni dalla presenza di fondi dedicati a importanti figure artistiche della cultura romagnola quali Giuseppe Ugonia e Luigi Varoli, altri dalla presenza di sezioni altamente rappresentative dell'arte italiana moderna e contemporanea come il Centro "Le cappuccine" e la Fondazione "Balestra". Presso alcune di queste sedi museali sarà possibile visitare laboratori operativi, allestiti appositamente per illustrare le varie tecniche d'incisione moderna.

Editoriale - pag. 3 [1999 - N.5]

Un progetto di ricerca proposto agli studenti del corso di Diploma universitario per Operatori di Beni Culturali di Ravenna

Alba Trombini - Responsabile del Progetto di Ricerca

Trenta studenti universitari del Corso di Diritto e Legislazione dei Beni Culturali condotto dalla prof.ssa Licia Casadei (Diploma per Operatori B.C. di Ravenna) alle prese con un Progetto di ricerca sul tema dell'informazione al Museo. Come spiegare loro i problemi della comunicazione al museo, i meccanismi e le diverse strategie in modo concreto e costruttivo, senza rimanere impigliati nelle reti di facili teorie o nelle insidie di un inevitabile confronto con i musei d'oltreconfine? Abbiamo provato a farlo in due modi: mettendo in campo la professionalità e disponibilità degli operatori dei Musei di Ravenna che ci hanno ospitato e accompagnato in questa avventura di ricerca e poi lasciando ai ragazzi stessi la possibilità di immaginare nuove soluzioni, di creare un loro modo di comunicare e vivere il museo con progetti concreti. Come primo passo abbiamo analizzato alcune realtà museali della città, esplorandole fin nei minimi dettagli per sviscerare il tema della comunicazione: abbiamo studiato le strutture e i criteri espositivi, le scelte didattiche, le strategie di promozione e accoglienza. In Pinacoteca sono stati intervistati i responsabili delle attività espositive, conservatori, curatori... Ci hanno mostrato, con dati precisi e documenti alla mano, problemi e mancanze, potenzialità e successi raggiunti: quanto tempo occorre per realizzare una mostra, quali competenze mettere in campo... quali atti amministrativi... e poi gli strumenti e i tempi della promozione, i rapporti con la stampa, le assicurazioni, i trasporti.... Mille curiosità, dubbi, sorprese... nulla è rimasto in sospeso. Magari le risposte avranno disorientato un po' i futuri Operatori, o forse scoraggiato, chissà... Qualcun'altro sarà invece stato stimolato ad orientarsi verso scelte formative più definite. Comunque tutti hanno potuto toccare con mano la complessità dell'organizzazione della macchina-museo e di conseguenza farsi un'idea molto precisa dei limiti e delle possibilità, anche professionali, in questo specifico settore culturale. Finita questa fase di ricerca, i ragazzi hanno messo in campo tutta la freschezza creativa di cui sono naturalmente dotati per elaborare progetti individuali di valorizzazione museale. Gli esiti sono sorprendenti, non solo per la fantasia dimostrata nel cercare soluzioni ai vari problemi concernenti la comunicazione al museo ma per la qualità e la pertinenza degli interventi proposti: atelier e laboratori creativi in Pinacoteca per un maggiore coinvolgimento dei giovani, rivisitazione degli spazi espositivi al Museo Dantesco con l'utilizzo di strutture scenografiche per rendere più comprensibile e attuale il linguaggio e il messaggio del Sommo Poeta, proposte didattiche assolutamente innovative per il Museo del Risorgimento, riallestimento della Sala della Cattedra di Massimiano al Museo Arcivescovile con criteri espositivi d'avanguardia. Insomma che dire in conclusione se non: - "Spazio ai giovani e al loro spontaneo impulso creativo" - Questa nuova linfa non potrebbe in qualche modo essere da stimolo ai nostri musei nel loro processo di crescita?

Speciale musei artistici - pag. 3 [1999 - N.5]

Gianfranco Casadio

Il 1999 si apre con una novità per i nostri lettori: un giornale più ricco di pagine e di illustrazioni. Infatti con questo numero la rivista passa da dodici a sedici pagine permettendoci di rendere più ricco il suo contenuto ampliando gli interventi sugli argomenti che, di volta in volta, vi proponiamo e così anche le illustrazioni troveranno la possibilità di espandersi uscendo dal formato "francobollo" in cui ci costringeva lo spazio a nostra disposizione. Questo numero monografico è dedicato ai musei naturalistici e a quelli della scienza e della tecnica che sorgono nella nostra provincia. Abbiamo voluto aggiungere a questi anche i parchi in quanto zone di alto interesse scientifico perché molto spesso legati ai musei oggetto della nostra ricerca. Infatti musei come il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza, il Museo Ornitologico e di Scienze Naturali di Ravenna, il Museo Naturalistico del Centro Culturale Le Cappuccine di Bagnacavallo, non possono essere disgiunti dal Parco Carné di Brisighella, da Punte Alberete di Ravenna, dal parco della Vena del Gesso di Brisighella. Ed è attraverso questi percorsi che si snoda il nostro viaggio fra i musei ravennati per scoprire preziose raccolte e suggestivi scorci di natura incontaminata ancora presenti nel nostro territorio. Con uno sguardo al passato Luciana Martini ci ricorda che al Museo Nazionale si conservano tracce di una collezione di strumenti chirurgici del 18° secolo andata irrimediabilmente perduta e con uno al futuro, di cui in neonato Museo Nazionale delle civiltà Subacquee è una testimonianza reale e concreta, la Rivista cerca, ancora una volta, di trasmettere quante più informazioni possibili su un'affascinante materia ancora troppo spesso ignorata.

Editoriale - pag. 3 [1999 - N.4]

Franco Gabici - Capo Reparto delle Attività scientifiche e museali del Comune di Ravenna

Le origini del biotopo Punte Alberete sono da collegare alla rotta del Lamone del 1839 quando si formò una vasta zona paludosa che si estendeva fino all'entroterra di Sant'Alberto, Savarna e Mandriole. L'attuale assetto è la conseguenza di successive bonifiche che dallo Stato Pontificio in poi sono state attuate nella zona. Il biotopo si presenta con un alternarsi di "staggi" e di "basse" e nel suo insieme costituisce un ambiente naturale unico nel suo genere. Essendo un rarissimo esempio di "foresta impaludata", la zona è stata sottoposta a vincolo paesaggistico fin dal 1969. Salici, saliconi, frassini, olmi e pioppi bianchi costituiscono, insieme a ontani neri e farnie, la parte preponderante della flora. Interessante anche il sottobosco. Nell'area, che conta moltissimi nidi di garzette, nitticore, sgarze ciuffetto, nidificano anatre, folaghe e tuffetti.

Speciale musei naturalistici della scienza e della tecnica - pag. 3 [1999 - N.4]

Gianfranco Casadio

È passato un anno da quando ci siamo dedicati a questa impresa e confesso che avevamo un certo timore. Non è facile fare un giornale, men che meno un giornale di tipo scientifico, col rischio oggettivo di scadere nella banalità e nel già visto, ma il lusinghiero successo e le lettere di plauso, di sostegno e di critica che ci sono giunte da tutta Italia ci hanno dato quella sicurezza e quella spinta necessarie per proseguire. Oggi, licenziando questo quarto numero, siamo soddisfatti del lavoro fin qui svolto e stimolati a proseguire con rinnovato entusiasmo.Questo mese, proseguendo con i numeri monografici, lo speciale è dedicato ai musei etnografici, della cosiddetta "cultura materiale". Il panorama nella nostra provincia è abbastanza vasto e va dal Museo del lavoro contadino di Brisighella al Museo della Frutticultura di Massalombarda, dal Museo della vita contadina in Romagna di San Pancrazio di Russi, al Centro etnografico della civiltà palustre di Villanova di Bagnacavallo, dalle collezioni di macchine agricole della Società MATER di Russi alla raccolta analoga della Collezione Martinelli di Brisighella, dal podere Pantaleone di Bagnacavallo al Mulino dello Scodellino di Castel Bolognese. La ricchezza di queste presenze sul territorio testimonia dell'amore che i ravennati hanno delle loro radici.

Editoriale - pag. 3 [1998 - N.3]

Massimo Tozzi Fontana - Istituto per i Beni Culturali

A metà degli anni Settanta, sotto la guida di maestri quali Lucio Gambi, Carlo Poni e Andrea Emiliani, iniziammo a conoscere l'allora nuovo fenomeno rappresentato dalle raccolte di oggetti e testimonianze di un'epoca bruscamente superata dalla "grande trasformazione" a cavaliere tra gli anni Cinquanta e Sessanta. I contadini inurbati avevano abbandonato nelle case coloniche e nelle campagne utensili, macchine, suppellettili, così come consuetudini, conoscenze tecniche e modi di vita praticati pressoché senza mutamenti per secoli. Queste testimonianze avevano suscitato l'interesse di collezionisti privati, talvolta mossi da intenti mercantili, di gruppi persone legate al mondo contadino e, ancora, di studiosi "impegnati", sostenuti da amministrazioni locali rese sensibili alla storia sociale dal clima culturale del dopo Sessantotto. Le raccolte, spesso disposte all'interno di castelli, rocche, ville, edifici di rilievo architettonico e urbanistico per cui non si erano trovate soluzioni più adeguate, pur risultanti da percorsi diversi e spesso singolari, avevano in comune il superamento della tradizione museale che voleva un manufatto appartenente alla sfera culturale solo in quanto prodotto di abilità artistica. In esse, per essendo talvolta presenti materiali di quel tipo, si trovano principalmente strumenti di lavoro, suppellettili domestiche e mezzi di trasporto.Ben presto si convenne che per trasformare raccolte siffatte in musei occorreva un lavoro interpretativo sugli oggetti, tradotto in sussidi didattici, ciò che è sempre mancato nei musei tradizionali. Un museo vivo, si argomentava, deve riporre il proprio interesse non soltanto nei materiali raccolti ed esposti intra muros, ma anche sulle vestigia del lavoro ancora presenti sul territorio: edifici e paesaggi trasformati.Di fronte a queste prospettive la risposta musei non è stata pronta, anzi, dalla metà degli anni Ottanta queste istituzioni sono state pressoché dimenticate: i materiali, anche per le cattive condizioni di conservazione, hanno subito un vistoso degrado; le esposizioni risultano scarsamente meditate, evidente è l'assenza di una strategia della raccolta; solo molto raramente l'acquisizione è motivata dal desiderio di completare un tema: ciò che dovrebbe essere regola principe è invece fortunata eccezione.Da questo stato di cose deriva l'impressione del visitatore di trovarsi di fronte a un'immagine fissa dell'agricoltura pre-industriale, riferibile più o meno al periodo a cui la maggior parte degli oggetti appartengono, cioè dalla fine del secolo scorso alla metà del nostro. Sarebbe invece decisivo insistere sulla periodizzazione degli oggetti esposti, nella cui storia prevale certamente la "lunga durata", ma non l'immobilità. Si può affermare che questi anni di applicazione della legge regionale, nella provincia di Ravenna così come nel resto della regione, hanno prodotto materiale catalografico di buona qualità. Un valido punto di partenza per riprendere il lavoro interrotto a metà degli anni Ottanta, teso a conoscere in profondità il patrimonio che i centri di raccolta hanno costituito, a indicarne l'ordinamento concettuale e materiale, a diffondere nel modo più efficace le conoscenze acquisite e le fonti intermedie prodotte. Funzioni queste che, tra le istituzioni dedicate alla cultura materiale, solo pochissime possono esplicare in modo autonomo.

Speciale musei etnografici - pag. 3 [1998 - N.3]

Gianfranco Casadio

Ci presentiamo ai lettori con un nuovo numero monografico. Dopo quello dedicato alla didattica un nuovo affascinante argomento ci viene suggerito dalla presenza nel nostro territorio di quei siti museali che vengono definiti "casa-museo". Siti che assommano due esigenze distinte: la salvaguardia e il recupero di una dimora storica e al tempo stesso l'allestimento museale di un patrimonio storico che testimonia il percorso culturale di un personaggio nell'arco della sua intera esistenza. Vari e diversi sono gli impieghi e gli utitilizzi delle case-museo: da quelli legati alla vita culturale dei personaggi che le hanno abitate, (casa-museo, casa-biblioteca, casa-archivio) a seconda degli interessi dei loro originari abitatori a quelli consecutivi di ambienti e arredi originari, oppure, perché privi di tali arredi, destinati ad uso espositivo o ad accogliere raccolte di altri personaggi. Attraverso un florilegio di interventi, vengono così portate all'attenzione dei lettori Casa Moretti di Cesenatico, Casa Romei di Ferrara, Casa Monti di Alfonsine, Casa Guerrini di Sant'Alberto, il Cardello di Casola Valsenio, Casa Bendandi e Palazzo Milzetti di Faenza, Casa Rossini e Casa Baracca di Lugo e, infine, Casa Varoli di Cotignola. Chiude il giornale l'opinione del legale sulle donazioni e i lasciti testamentari che sono di particolare interesse proprio in relazione all'argomento trattato.

Editoriale - pag. 3 [1998 - N.2]

Farida Simonetti - Direttore della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola di Genova

Il recente convegno 'internazionale Abitare la Storia, organizzato a Genova dalle due Soprintendenze per i Beni Artistici e per i Beni Architettonici, ha offerto l'occasione per evidenziare la specificità delle dimore divenute museo nel più ampio panorama delle tipologie museografiche. Ma pur nella specificità sono comunque risultate necessarie ulteriori distinzioni che derivano dalla vastità del fenomeno e ne documentano la complessità. Può Definirsi dimora-museo ogni realtà museale contraddistinta dall'indissolubile legame tra il contenitore (il palazzo, la casa, l'appartamento) e il suo contenuto (la collezione, gli arredi, i decori), siano essi palazzi reali, dimore di famiglia, case di collezionisti, unite dal diverso ma unitario carattere abitativo (in un caso più pubblico e di rappresentanza, nell'altro più familiare e personale). Differente dunque l'origine delle case dedicate ad un uomo illustre celebrato, a posteriori, attraverso la presentazione della raccolta di cimeli, oggetti, testimonianze della sua opera ai fini di comunicarne la fama e rafforzare, attraverso la localizzazione, anche la storia del luogo in cui nacque o operò. Ancora diversa la categoria delle case arredate, dagli stessi artisti durante la propria vita per promuovere e creare una memoria della propria attività o ancora la tipologia dei musei progettati per ricostruire, attraverso una ambientazione che utilizza arredi, suppellettili, opere di provenienze diverse, un momento storico o uno stile di cui, come insieme, non sono una testimonianza originale, ma un'interpretazione museografica. Il procedere in queste particolari distinzioni, se inteso non come un 'esercizio fine a se stesso, ma come mezzo per individuare con chiarezza la natura del museo, permette di impostare di conseguenza corretti metodi di conservazione, comunicazione e didattica. Ciò può tutelare dall'adozione per analogia di provvedimenti che, pur corretti in altre realtà, potrebbero snaturare il carattere proprio delle dimore museo. Inoltre, la chiara definizione dell'ambito dell'intervento può essere utile difesa della ricchezza documentaria, unica e irripetibile, che è propria delle dimore museo e può permettere di esaltare con più efficacia lo specifico di ogni singola realtà museale.

Speciale casa museo - pag. 3 [1998 - N.2]

Gianfranco Casadio

La lusinghiera accoglienza che il numero "zero" della rivista ha avuto presso le istituzioni museali e gli enti culturali, non solo della nostra regione, ci hanno stimolato a proseguire con rinnovata energia in questo nostro lavoro. Le adesioni al Sistema Museale della Provincia sono aumentate e diversi Comuni ci hanno chiesto di valutare le loro raccolte per capire se possono essere elevate al rango di Museo e quindi fare parte del Sistema.Ed è al nuovo che avanza, e al vecchio che si adegua e si rinnova, che abbiamo voluto dedicare questo numero.Ne sono un esempio il costituendo Museo della Cultura Gastronomica di Riolo Terme, l'inaugurazione del Centro di documentazione della Vena del Gesso, il completamento del Museo Civico Agonia di Brisighella, il rilancio della Pinacoteca Comunale di Faenza e la fervente attività di tutti i Musei del Sistema che propongono mostre temporanee di elevato interesse. Anche in questo numero l'Istituto per i Beni Culturali e la Soprintendenza propongono interessanti eventi che caratterizzano l'attività dell'Istituto Regionale e del Museo Nazionale di Ravenna che, oltre alla mostra sul Gruzzolo di via Luca Longhi, ospita, da marzo,un'importante mostra sull'antico Egitto.L'unico rammarico ci viene dallo spazio che ci sta stretto e che ci ha costretti a rinviare al prossimo numero la rubrica L'opinione del legale; ce ne scusiamo pertanto con i lettori.

Editoriale - pag. 3 [1998 - N.1]

Giorgio Cicognani - Conservatore del Museo Ugonia di Brisighella

E' stato recentemente ampliato e riaperto al pubblico il Museo Civico Giuseppe Ugonia nell'edificio dell'ex pretura in piazza Marconi a Brisighella. Al primo piano si possono ammirare le splendide litografie, incisioni ed acquerelli di Ugonia e la ricostruzione del suo studiolo, dove sono conservati i colori, le pietre e il grande torchio dell'artista. Data la delicatezza del materiale, non sono state esposte tutte le sue opere, che sono comunque visibili su richiesta in una saletta attigua. Al secondo piano, frutto della collaborazione di diverse Istituzioni, sono raccolti i "Tesori nascosti", opere, quasi tutte di manifattura locale, provenienti in gran parte da chiese del territorio a testimoniare la fiorente produzione artistica dei secoli passati, riferibile ad un arco temporale dal XIV al XX secolo. Si possono così ammirare la grande pala d'altare di Giovan Battista Bertucci, il Giovane, raffigurante : L'Orazione nell'orto, un prezioso presepe in terracotta policroma di produzione faentina della fine del XV secolo, una rara tela di Nicolò Paganelli, che rappresenta una Crocifissione e la grande tela di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, commissionata dalla famiglia Naldi di Brisighella, e datata 1618, raffigurante San Francesco e San Luigi in adorazione di un'immagine, sacra. Si possono inoltre vedere sculture:lignee di Nicola e Ottaviano Toselli e pitture sei-settecentesche di autori vari, tra i quali vanno menzionati Tommaso Missiroli, detto il Villano, Francesco Bosi e Antonio Fanzaresi. Completano l'allestimento di questa prima sala apparati religiosi ed, una rara campana con l'effigie di San Lorenzo, datata 1380, di artigianato locale. Nelle salette attigue sono esposte preziose opere in ceramica, cartapesta e manufatti di oreficeria per arredi sacri. Il Museo è un'occasione per approfondire e valorizzare un patrimonio culturale non sempre conosciuto e l'esposizione, per l'aspetto religioso che riveste, si ricollega alle iniziative avviate nella ricorrenza dell'Anno Giubilare.

La vetrina dei musei - pag. 3 [1998 - N.1]

Arch. Anna Maria Iannucci - Soprintendente per i Beni Ambientali e Archittetonici di Ravenna

La Soprintendenza di Ravenna nasce, prima in Italia, con il R.D.N.496 del 2.12.1897. Il suo primo soprintendente fu Corrado ricci(che poi diventerà Direttore generale alle Antichità e Belle Arti), egli dette inizio ai restauri storici dei monumenti tardo antichi e bizantini della città. Nel 1910 l'Ufficio si trasformerà poi nella Soprintendenza della Romagna di cui saranno direttori Giuseppe Gerola e Ambrogio Annoni, e dopo una serie di vicende istituzionali, acquista dal 1939 l'autonomia con competenza territoriale anche sulla provincia di Ferrara.La Soprintendenza svolge un'azione di conservazione complessa e articolata. Uno dei principali impegni consiste nell'azione di tutela sia ambientale che architettonica sul territorio di competenza, caratterizzato da centri storici e singoli monumenti di altissimo valore storico - artistico e da ambienti naturalistici di eccezionale interesse. Inoltre cura anche la gestione diretta di importanti Musei e Monumenti, l'allestimento di mostre ed esposizioni permanenti e l'attività della Scuola del Restauro del Mosaico.Per quanto riguarda la provincia di Ravenna, fanno capo alla Soprintendenza una serie di monumenti "musealizzati" quali il mausoleo di Teodorico, il Battistero degli Ariani, il Cosiddetto Palazzo di Teodorico(con vasta esposizione di mosaici), la Basilica di S. Apollinare in Classe , ma soprattutto il Museo Nazionale di Ravenna, il maggiore degli istituti dipendenti, la cui nascita (1885) precede la Soprintendenza stessa e con il quale l'Ufficio di Ravenna stabilì fin dall'inizio un legame istituzionale. Il Museo ha la sua prima origine nei materiali raccolti dai monaci camaldolesi presso il monastero di Classe in Ravenna durante il secolo XVIII. La sua sede attuale è il vasto complesso architettonico dell'ex convento benedettino di S. Vitale. Attualmente si presenta come insieme di raccolte di vario tipo, sostanzialmente divisibili in tre settori : il lapidario, i reparti provenienti da scavi, le collezioni, di arte cosiddetta "minore". Nel lapidario, distribuito per la maggior parte nel percorso dei due chiostri rinascimentali, si distinguono in particolar modo le epigrafi e i monumenti funerari d'epoca romana e i marmi bizantini. Fra i reperti di scavo si ricordano soprattutto i materiali provenienti dalla zona del porto di Classe.Le collezioni di arti "minori" comprendono avori, bronzetti e placchette, ceramiche, tessuti, armi e armature, e più di 200 icone principalmente di scuola detta "cretese veneziana". Di rielievo è pure la collezione numismatica, con esempi di monetazione romana e bizantina.IL Museo di Ravenna è quindi una realtà complessa e diversificata, luogo di sperimentazione per attività qualificate restauro, di conoscenza scientifica, di allestimenti ed esperienze di comunicazione didattica.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 3 [1997 - N.0]

Gianfranco Casadio

Con questo numero di luglio offriamo ai lettori un particolare aspetto delle tante proposte che i musei della nostra regione possono offrire: quello delle case-museo dei letterati che sono nati in Romagna. Quindi non solo gli Oriani, i Guerrini, i Monti - onore e merito della nostra provincia - ma anche i Pascoli, i Moretti, i Guerra, solo per citare i più famosi, la cui opera travalica i confini politico-amministrativi, per raccogliersi in un'unica casa, quella della grande famiglia romagnola. Partendo dall'articolo di Rita Giannini sul neo-costituito Archivio di Documentazione della Poesia Dialettale Romagnola di Sant'Arcangelo, che raccoglie opere di Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Nino Pedretti, ecc., si entra nel vivo leggendo lo scritto di Dante Bolognesi che ci informa sulle prospettive di creare un sistema o circuito delle case-museo dei letterati al fine di promuovere, studi, seminari e convegni sugli autori romagnoli che permettano, non solo di approfondire la loro opera, ma anche di creare un percorso culturale collegando le varie case fra loro. Seguono poi le prospettive culturali di Casa Monti che sono illustrate da Giovanni Barberini, quelle di Casa Guerrini da Franco Gabici, quelle del Cardello da Ennio Dirani. Vi è poi un interessante intervento di Cetty Muscolino su Casa Pascoli che è monumento nazionale dal 1924. Non mancano poi le consuete rubriche e alcune interessanti proposte che potranno - specie in queste calde serate estive - divertire istruendo: quella del Planetario che Franco Gabici illustra sotto il titolo Planetario by Night, un invito esplicito ad esplorare la notte del 29 agosto il Pianeta Marte e quella del Museo delle Cappuccine di Bagnacavallo che invita, a sua volta, a Una sera nel bosco: una visita guidata notturna nell'antico Podere Pantaleone ad ascoltare i rumori e i suoni delle notti estive nelle nostre campagne, ormai dimenticati.

Editoriale - pag. 3 [2003 - N.17]

Il nuovo corso di aggiornamento per insegnanti esplorerà l'universo dei simboli, di cui il museo è interprete privilegiato

Eloisa Gennaro ed Alba Trombini - Responsabile U.O. Beni culturali della Provincia di Ravenna Consulente museale

Il 10° Corso di aggiornamento Scuola e Museo, organizzato dal Laboratorio Provinciale per la didattica museale per l'anno scolastico 2003/04, si propone di esplorare l'universo dei simboli, per sperimentarne le potenzialità didattiche ed educative: la cultura, e l'arte in particolare, si esprime da sempre attraverso il simbolo e il museo ne è divenuto nel tempo interprete privilegiato. Essendo manifestazione di un modo di pensare immediato e concreto, e quindi molto vicino alla sensibilità dei ragazzi, il simbolo può divenire un ottimo pretesto per attività museali creative e uno strumento didattico efficace per comprendere l'arte anche nelle sue manifestazioni più "difficili". Il corso è rivolto ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado (ma è aperto anche a operatori museali e studenti della facoltà di Conservazione dei Beni Culturali) e si articola in sei incontri a cadenza settimanale, a partire dal 20 ottobre 2003. A Marco Dallari - pedagogista e docente di didattica dell'arte - è affidato il compito di introdurre l'argomento di ricerca; a Piera Nobili - presidente del CERPA Italia - spetta la conclusione, con un intervento sul significato simbolico delle differenti forme architettoniche dall'antichità a oggi. Gli altri relatori, esperti nel campo della didattica museale, condurranno lezioni pratiche ed esemplificative di possibili laboratori sul simbolo, soffermandosi in particolare su esperienze didattiche da loro ideate e svolte con i ragazzi. Rispetto alle precedenti edizioni di Scuola e Museo, per venire incontro anche alle esigenze espresse da docenti e operatori didattici che svolgono la propria attività con i bambini più piccoli o con gli adolescenti, si è pensato di dedicare ogni singolo incontro - introduzione e conclusione a parte - ad una precisa fascia scolastica, dalla scuola materna alla scuola media superiore. Tutti gli iscritti potranno partecipare naturalmente all'intero percorso (per informazioni contattare la dott.ssa Eloisa Gennaro - tel. 0544 35142).

Esperienze di didattica museale - pag. 3 [2003 - N.17]

Cresce il numero dei progetti inseriti nel Piano e finanziati dalla Regione con fondi destinati alla Provincia

Gianfranco Casadio

Esattamente un anno fa, nel n. 8 di luglio di Museo In-forma, scrivevamo - in maniera volutamente polemica - del trattamento ingeneroso che questa Provincia aveva subìto in occasione della ripartizione dei fondi della l.r. 18/2000 per i piani museali provinciali. Si trattava più che altro dello sfogo di chi si era dedicato con passione per fare ottenere ai musei del Sistema provinciale il giusto riconoscimento per lo sforzo di rinnovamento che, con grande sacrificio i responsabili dei musei (date le poche risorse loro assegnate dalle rispettive amministrazioni proprietarie), avevano cercato di apportare alle loro istituzioni. È con grande sollievo che abbiamo potuto constatare che nessuno si è avvilito o ha gettato la spugna; infatti sono stati dieci (esattamente il doppio dell'anno scorso) i progetti presentati e finanziati dalla Regione e dalla Provincia, oltre che dai diretti interessati; e questo solo per parlare di quelli che attingono ai fondi regionali destinati alla Provincia. Ma se a questi dieci progetti (che riguardano il Museo Centro Culturale "Le Cappuccine" di Bagnacavallo, il Museo Civico "Ugonia" di Brisighella, il Cardello di Casola Valsenio, Il Museo all'aperto di Palazzo Sforza di Cotignola, la Pinacoteca di Faenza, il Museo Ornitologico di Ravenna, il Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali di Ravenna, il Museo Archeologico della Villa Romana di Russi, il Museo dell'Arredo Contemporaneo di Russi e il Museo della Vita Contadina in Romagna di San Pancrazio) si aggiungono i sette di intervento di catalogazione e schedatura, i sei di restauro e quello di acquisizione di nuove opere, tutti e quattordici finanziati direttamente con fondi dell'IBACN, ci si rende conto che sono ben 24 i progetti presentati dai nostri musei, accolti e finanziati nel Piano Museale Provinciale per il corrente anno. Una vitalità insperata che è di buon auspicio per il futuro.

Editoriale - pag. 3 [2001 - N.11]

Un convegno per presentare il progetto per la costituzione di un polo museale universitario a Ferrara e per discutere sulle problematiche gestionali dei musei territoriali

Valerio Brunetti - Ispettore onorario ai Beni Ambientali e Architettonici

Nell'ambito della XI Settimana della cultura scientifica e tecnologica si è tenuto, l'11 maggio scorso, presso l'Aula magna dell'Università di Ferrara, il convegno Museografia scientifica, Didattica, Comunicazione. La prima parte del convegno è stata dedicata alla realtà e alle prospettive dei musei scientifici universitari. L'esposizione della situazione in alcune università italiane è stata propedeutica alla presentazione del progetto per la costituzione di un Polo Museale Universitario a Ferrara, le cui linee operative sono state raccolte nel volume Verso il Museo delle Scienze. Nella seconda parte sono stati invece affrontati i problemi che si incontrano nella gestione dei musei territoriali, illustrando la situazione ed i progetti di alcune realtà di Ferrara, del Veneto e dell'Alto Adige. Gli interventi più interessanti hanno analizzato il rapporto col territorio, con particolare attenzione alla funzione didattica del museo come strumento educativo in grado di creare curiosità ed apprendimento. Sono state inoltre rilevate le difficoltà che incontrano i musei che non sempre possono essere autosufficienti nella erogazione dei servizi necessari per cui è indispensabile sviluppare sinergie per creare intorno al museo competenze e professionalità, coinvolgendo anche le scuole e, dove possibile, l'università. I lavori sono stati conclusi da un intervento di Piero Angela sulla qualità della comunicazione culturale che coinvolge direttamente i musei, che devono suscitare nel visitatore quell'emotività necessaria per farsi "amare" e comprendere.

Appunti dai convegni - pag. 3 [2001 - N.11]

Gianfranco Casadio

Con questo numero lascio la direzione di Museo Inoforma poiché da dicembre cessa il mio rapporto di lavoro con la Provincia di Ravenna che ne è l'editore. Museo Inoforma ha compiuto sei anni proprio in questo mese (il numero zero uscì nel novembre del 1997), è perciò ormai adulta e posso lasciarla con la certezza che chi prenderà il mio posto saprà rispettare quella obiettività e quella serenità che ho cercato di mantenere in ogni pagina dei diciannove fascicoli usciti sotto la mia direzione. Chi ci ha seguito fin dall'inizio sa che ogni numero, pur mantenendo fisse alcune rubriche, contiene un dossier monografico: quello di questo numero è dedicato ai nuovi musei che entreranno a far parte del Sistema Museale Provinciale che, secondo le domande pervenute finora, sono quattordici, portando a trentaquattro il numero di quelli convenzionati. Un buon numero considerando che in tutta la provincia, comprese le raccolte con caratteristiche museali, sono cinquantotto. In un momento di grande trasformazione come appunto è quello che stanno vivendo i musei della regione a seguito alle norme introdotte della legge regionale n. 18 del 2000, non vorrei che la mia uscita - non solo dalla direzione della rivista, ma anche dalla guida del Sistema Museale Provinciale - possa sembrare una fuga o una diserzione. Niente di tutto questo. La verità è che all'anagrafe non si può mentire. Sono fiducioso che chi prenderà il mio posto alla guida del Settore Beni e Attività Culturali riuscirà a traghettare, con la collaborazione dei colleghi che mi hanno aiutato fin qui e con quella degli operatori museali, tutti i musei della provincia di Ravenna all'interno del "nostro" Sistema, superando tutte le difficoltà introdotte dai nuovi standard previsti dalla legge. Così come sono altrettanto sicuro che il nuovo direttore della rivista riuscirà a mantenerla libera e autonoma da qualsiasi influenza estranea agli argomenti di cui si deve occupare. Infatti Museo Inoforma, pur essendo una rivista istituzionale, è una rivista scientifica e quindi libera da ogni influenza e pressione politica e per mantenerla tale mi sono battuto tutti questi anni. Museo Inoforma è figlia del Sistema Museale della Provincia di Ravenna e tale deve rimanere se si vuole mantenere quel consenso e quel prestigio che in così pochi anni si è conquistata a livello nazionale. Fatte queste considerazioni che mi sembravano doverose, mi preme soprattutto, in questo momento, ringraziare i miei collaboratori e i lettori della rivista - l'entusiasmo degli uni e il sostegno degli altri - e voglio esprimere la mia gratitudine alla Provincia di Ravenna per avere in ogni momento assecondato la mia modesta fatica senza condizionamenti e sostenendo economicamente il giornale. I redattori e tutti quelli che hanno lavorato con me sanno quanto sia stato difficile costruire ogni numero della rivista e come io spesso abbia rifiutato dei facili compromessi per mantenerne alto il livello culturale. Questo ho cercato di fare. Spero, anzi ne sono certo, che la nuova direzione continui su questa strada, magari facendo ancora di più e pertanto invito tutti i miei collaboratori ad adoprarsi in questo senso chiedendo, per me, solo il favore di aggiungere un nome alla lista degli abbonati: il mio.

Editoriale - pag. 3 [2003 - N.18]

Pier Domenico Laghi

Con questo numero, che inizia il settimo anno dell'attività della rivista, intendiamo dare continuità ad uno strumento affermato e consolidato, grazie all'intuizione e all'impegno di tutti coloro che alla sua realizzazione fino ad oggi si sono dedicati.
Come è ormai tradizione il tema dello speciale caratterizza l'impianto della rivista: l'argomento di questo numero è il restauro. Già è anticipato, nell'accezione di restauro preventivo, nella Pagina dell'Istituto per i Beni culturali e nell'illustrazione del progetto I colori degli antichi splendori della Provincia di Rimini. È poi approfondito, assumendo diverse e complementari prospettive, in maniera da dare conto di un quadro ricco ed articolato sul territorio della Provincia di Ravenna: esperienze formative, ricerca, laboratori e applicazioni sviluppano reti di relazioni nella dimensione locale, che si confrontano su scala nazionale ed internazionale, per raggiungere anche studiosi della Cina e del Nepal.
Il restauro del mosaico e della ceramica fanno la parte del leone, e non poteva essere diversamente muovendosi tra Ravenna e Faenza. In questo ambito tematico è particolarmente significativo l'intreccio tra formazione, ricerca e aspetti applicativi: gli interventi di Università, CNR, Istituzioni culturali statali e locali presentano esempi di quella amplissima gamma di questioni che sottendono al restauro, dagli aspetti storici e artistici a quelli chimici e tecnologici. Non a caso, in questo contesto, Cetty Muscolino pone il tema e la testimonianza della complessità, della ricchezza e del potenziale della figura professionale del restauratore; questi elementi sono richiamati anche, per altre dimensioni, dall'esperienza, intensa e per taluni aspetti originale, degli stage formativi presso il Museo Civico di Castel Bolognese. Di altre complessità ed intrecci danno conto gli interventi di Nadia Ceroni e Giorgio Cicognani: il tema del restauro, anche qui declinato in termini multidisciplinari, è centrato sul restauro-ripristino degli aspetti originali dell'opera d'arte e porta a riflettere sugli apporti del restauro per la migliore conoscenza storico-artistica del bene restaurato. Auspichiamo di aver tracciato un quadro sufficientemente esaustivo della complessità istituzionale, scientifica e metodologica del restauro, considerando le numerose realtà operanti sul territorio; ci interessa soprattutto aver accennato alle reti ed agli intrecci di relazioni, locali e internazionali, per suscitare curiosità ed attenzione, per rendere maggiormente visibile il potenziale espresso, per contribuire ad ulteriori sviluppi.
Accanto allo Speciale restauro la rivista mantiene le consuete rubriche tra le quali, per ragioni diverse, corre l'obbligo di richiamare Personaggi ed Esperienze di didattica museale. La prima perché dedicata a Luigi Malkowski, prematuramente scomparso nel mese di dicembre 2003, intellettuale colto e discreto che nello scorso numero della rivista ci aveva presentato Le "memorie" di Dante, raccolta voluta da Corrado Ricci per testimoniare il culto tributato nei secoli alla memoria del poeta. La seconda in quanto propone, in anteprima rispetto all'avvio delle celebrazioni per il 60° anniversario della liberazione e della resistenza, percorsi per l'approfondimento della storia e la conservazione della memoria degli eventi del territorio attraverso una didattica viva e documentata che si fonda sui musei e le risorse del sistema provinciale.

Editoriale - pag. 3 [2004 - N.19]

Pier Domenico Laghi - Pier Domenico Laghi

In questi anni la Provincia di Ravenna ha intensificato gli sforzi per soddisfare sempre meglio le esigenze espresse dal proprio territorio; tale azione si è espressa nel coordinamento delle politiche di valorizzazione del patrimonio culturale e nella promozione di condizioni ottimali per un’offerta differenziata di servizi di qualità ai cittadini, alle scuole, ai turisti. Gli ultimi anni si sono caratterizzati per il consolidamento e lo sviluppo dei servizi offerti nell’ambito del Sistema Museale Provinciale, con particolare riferimento agli strumenti di promozione dei musei e alle attività del Laboratorio Provinciale per la didattica museale.
Nel corso dell’anno 2004 l’impegno della Provincia si è ulteriormente rafforzato in questa direzione: le risorse messe a disposizione per le spese di investimento a favore del Sistema Museale passano, infatti, da € 51.646,00 a € 220.000,00; questo sia per supportare l’ingresso dei nuovi musei nel sistema, sia per incentivare complessivamente la crescita dell’offerta di servizi museali di qualità. Auspichiamo che al rafforzato impegno della Provincia corrisponda anche un incremento dei trasferimenti regionali: sarebbe un segnale particolarmente significativo in un periodo non facile per la finanza degli enti locali.
Coincidendo l’uscita di questo numero con la scadenza per la presentazione del Piano Museale 2004 lo speciale che caratterizza la rivista non poteva che essere dedicato al Piano elaborato ai sensi della L.R. 18/2000. Non potendo dar conto della totalità degli interventi proposti si è operata la scelta di fornire esempi della molteplicità dei progetti presentati: dai percorsi didattici al rinnovamento degli percorsi espositivi; dagli interventi strutturali alla “conservazione attiva” del patrimonio museale, dedicando una particolare attenzione al progetto dei servizi di accoglienza del rinnovato, appena inaugurato, Museo del Sale di Cervia.
La scelta ha tenuto conto anche dell’opportunità di fornire un panorama che comprendesse realtà grandi e piccole. Denominatore comune di tutti i progetti è la piena valorizzazione del patrimonio culturale provinciale; nelle pieghe delle attività proposte si legge anche l’impegno rinnovato per il raggiungimento degli standard fissati in sede regionale, ma questo sarà oggetto di futuri approfondimenti.
Tra le consolidate rubriche della rivista preme sottolineare in questo numero Personaggi e Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna.
La prima perché è dedicata alla figura di Ennio Golfieri, architetto e studioso faentino, che ha dedicato tutta la sua attività allo studio ed alla valorizzazione della cultura e dei beni culturali, modernamente intesi, della città di Faenza.
La seconda in quanto presenta uno strumento originale di valorizzazione del Sistema Museale: una storia a fumetti, costruita, peraltro, con il fondamentale contributo creativo e l’impegno degli operatori del Servizio musei della Provincia. E all’albo a fumetti sono dedicati la copertina e l’apparato iconografico dello speciale. Un appuntamento prima di chiudere e rimandare al prossimo numero: l’undicesimo corso di aggiornamento “Scuola e Museo” che, per il 2004, è organizzato in forma di convegno, con il titolo “Crescere al Museo”, per dare maggiori opportunità di approfondimento e confronto.

Editoriale - pag. 3 [2004 - N.20]

Pier Domenico Laghi

Nel numero precedente avevamo fatto riferimento all’opportunità di approfondimenti sul rinnovato impegno per il raggiungimento degli standard fissati in sede regionale: con questo numero cogliamo subito l’occasione per tracciare sull’argomento piste di riflessione e lavoro.
L’intervento di Laura Carlini, dell’IBC, ci introduce al tema tratteggiando il primo scenario regionale uscito dal questionario di autovalutazione dei musei rispetto ai requisiti richiesti dagli standard: un quadro interessante e utile per tradurre in dati ed obiettivi misurabili le progettualità dei futuri piani di intervento.
Lo speciale, quindi, affronta alcune delle diverse dimensioni praticabili sul tema dei requisiti di qualità da conseguire dai musei del territorio. In primo luogo il ruolo e le azioni possibili di sostegno che il Sistema Museale Provinciale può mettere in campo: percorsi di lavoro da condividere tra Provincia e musei del Sistema con particolare riguardo agli interventi che richiedono attività di tipo tecnico-scientifico. Gli aspetti relativi agli interventi per l’adeguamento strutturale dei musei sono esemplificati dall’esperienza realizzata dal Museo Baracca di Lugo; l’interdipendenza tra standard strutturali e gestionali è comunque forte; non a caso al termine di questo intervento è posta, con forza, la domanda: “dopo lo sforzo per adeguare le strutture possiamo contare su volontà e risorse sufficienti per la gestione?”. L’introduzione degli standard pone, rispetto alle piccole realtà, anche la questione di come considerare le “collezioni aperte al pubblico”; esse sono importanti tracce di civiltà e memoria del territorio, la cui gestione merita una riflessione attenta in un quadro di risorse sempre più modeste. Anche la catalogazione ed i modelli gestionali sono ambiti importanti di riflessione sugli standard: in questo numero se ne occupano i contributi offerti da due tra i maggiori musei della provincia, il M.A.R. di Ravenna ed il M.I.C. di Faenza.
A fine ottobre ci siamo confrontanti, tra diverse realtà regionali, a Tolmezzo nel corso del convengo organizzato da Carnia Musei sul tema Reti museali e territorio. In quella sede abbiamo condiviso, tra l’altro, due affermazioni: “le reti di musei sono un processo in evoluzione” e “occorre distinguere tra norma e standard per assumere gli standard come strumento di lavoro”. Con i contributi contenuti in questo numero abbiamo cercato di correlare le due affermazioni e proporre materia per il lavoro futuro: da fare insieme attraverso il Sistema Museale, in maniera coordinata, con impegno più incisivo, da parte di ciascun museo della rete. La prima occasione di lavoro è alle porte: entro l’anno si avvia il percorso di costruzione del Piano Museale 2005 ai sensi della L.R. 18/2000, con l’obiettivo di proporre progetti efficaci e di qualità alla scadenza di marzo.
Ricche come al solito le rubriche consolidate della rivista; in questo numero il tema della didattica museale e del rapporto scuola e museo è particolarmente vivace. In attesa di pubblicare i materiali è proposta anche una sintesi dell’undicesimo corso-seminario di aggiornamento “Scuola e Museo”, che ha visto la presenza attenta e partecipata di oltre centoquaranta iscritti.
Questo numero chiude l’ottavo anno di vita della rivista Museo in•forma, a tale risultato si è giunti per l’impegno ed il contributo di tutti i collaboratori ai quali va un sentito ringraziamento; considerate le prospettive di lavoro che sono sparse anche tra queste pagine al ringraziamento si collega subito un augurio di buon lavoro per il prossimo anno.

Editoriale - pag. 3 [2004 - N.21]

Pier Domenico Laghi

Prosegue nello speciale di questo numero la riflessione sui requisiti di qualità dei musei; il tema viene affrontando dalla prospettiva che considera le professionalità degli operatori museali.
Senza alcuna pretesa di esaustività, ancora una volta si è compiuto lo sforzo di affrontare l’argomento da prospettive diverse; questo approccio ci permette di tracciare piste di riflessione utili sia per le grandi che per le piccole realtà; ci consente di considerare aree professionali diverse ma anche interazioni di competenze all’interno di un’unica figura; permette di fare riferimento a strutture organizzative ampie ed articolate senza escludere le interazioni tra professionalità pubbliche e soggetti del volontariato culturale.
Il tema delle professionalità è strettamente legato agli standard, che prevedono il presidio adeguato e non occasionale delle quattro funzioni essenziali per un museo: direzione, conservazione, servizi educativi e didattici, sorveglianza. Ma il panorama che osserviamo all’interno dei sistemi museali è molto ricco ed articolato; le possibilità di intreccio tra profili professionali e soluzioni organizzative sono numerose e possono essere moltiplicate anche attraverso collaborazioni tra i diversi musei.
In un contesto caratterizzato dal contenimento delle risorse pubbliche disponibili e da una costante contrazione delle possibilità di acquisire nuove risorse professionali, diventa sempre più necessario valorizzare il patrimonio di professionalità presenti all’interno delle istituzioni culturali, individuare nuove modalità organizzative che permettano di ottimizzare l’uso delle poche risorse disponibili.
L’obiettivo è chiaro: “migliorare l’offerta verso un pubblico sempre più curioso, più attento, più esigente”. Se lo sforzo che è stato fatto, in collaborazione con il mondo della scuola, è stato quello di preparare un pubblico con tali caratteristiche, oggi dobbiamo fornire risposte adeguate, anche pensando a soluzioni nuove che ci permettano di valorizzare al meglio il patrimonio professionale degli operatori museali, senza ignorare la preparazione dei giovani laureati che si affacciano con un buon bagaglio culturale ed un potenziale di entusiasmo alle porte delle nostre istituzioni culturali.
I grandi e i medi musei possono permettersi una propria articolazione organizzativa in grado di gestire una sufficiente complessità di professionalità per dare risposte adeguate al pubblico; per questi i problemi connessi al personale si pongono in termini prevalentemente di integrazione del turn over e di valorizzazione ed aggiornamento professionale.
I piccoli musei, che sono la maggioranza sul nostro territorio, si trovano a dover affrontare problematiche molto più complesse che possono essere risolte forse solamente in termini di sistema, attraverso la valorizzazione delle relazioni e di forme, anche innovative, di cooperazione e condivisione; materia questa che richiede ulteriori riflessioni, approfondimenti, elaborazioni.
Ricche con al solito le rubriche consolidate della rivista; tra i diversi argomenti affrontati preme richiamare da un lato l’intervento dell’IBACN che illustra le iniziative promosse dall’Istituto nell’ambito del XII Salone del Restauro di Ferrara a documentazione della collaborazione con gli Enti locali della Regione; dall’altro la rubrica personaggi, dedicata a Gregorio Ricci Curbastro, matematico, che ha contribuito in maniera determinate alla teoria della relatività generale formulata da Einstein nel 1916.

Editoriale - pag. 3 [2005 - N.22]

Pier Domenico Laghi

L’occasione di celebrare il centenario della legge del 16 luglio 1905, frutto dell’impegno politico di Luigi Rava, insigne studioso ravennate, ci sollecita, attraverso lo speciale di questo numero, a percorrere diversi sentieri culturali e di riflessione ispirati alla Pineta di Ravenna.
La considerazione della figura di Rava ci permette, innanzi tutto, di evidenziare come le leggi che egli ha promosso nel 1905 e nel 1908 costituiscano il primo nucleo della legislazione italiana per la tutela e valorizzazione dei beni ambientali e culturali; è motivo di orgoglio sapere che prendono spunto dal patrimonio ambientale della nostra provincia.
Un secondo sentiero di riflessione è definito dalla considerazione del “bene culturale paesaggio” come ispiratore di uno specifico genere pittorico; il rapporto con la pittura definisce un legame creativo forte tra arte e territorio, come testimoniato dalle raccolte del Museo d’Arte della Città di Ravenna; ma possiamo pensare alla Pineta anche come musa ispiratrice di poeti, letterati e musicisti, guidati dalle citazioni che ci propone Franco Gabici.
La Pineta è monumento vivo, testimonianza della storia di un luogo e del trasformarsi della natura, a questo ci introduce Massimiliano Costa, con un taglio scientifico-naturalistico ed un richiamo ai tesori botanici della pineta storica.
Al di là delle suggestioni create da questo intreccio fecondo tra bene ambientale e opere pittoriche, letterarie e musicali da esso ispirate, ci interessa porre l’accento sulle potenzialità di ricerca e creazione culturale che sono realizzabili attraverso l’intreccio tra beni ambientali e culturali che insieme sedimentano la storia e la creazione artistica di un territorio; queste potenzialità non riguardano solamente possibili nuovi percorsi per una didattica integrata dei beni ambientali e dei correlati aspetti culturali, ma anche nuove modalità di fruizione della natura e della cultura.
Tra le consolidate e ricche rubriche della rivista in questo numero preme evidenziare Personaggi e Esperienze di didattica museale.
La prima ci propone per la prima volta una figura femminile: Emma Calderini, disegnatrice di moda ed esperta di storia dell’abbigliamento; è il passo iniziale per un doveroso riequilibrio tra i generi, un impegno della redazione per proporre altri personaggi al femminile nei prossimi numeri.
Per quanto riguarda le esperienze di didattica museale, apriamo una riflessione sulla didattica della cultura scientifica e tecnologica: un invito forte ai musei scientifici, ma non solo, a mettersi in gioco, per coinvolgere in modo nuovo ragazzi e genitori.
Infine l’invito a riflettere, guidati dalle considerazioni di Eloisa Gennaro, sull’esperienza fatta dell’apertura gratuita e festiva dei musei del Sistema: visti i risultati e le idee messe in campo c’è materia per avvicinare molti più visitatori ai musei ed alle raccolte del nostro territorio nella prossima edizione di questo evento.

Editoriale - pag. 3 [2005 - N.23]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura della Provincia di Ravenna

Da quando Nicolas Pioch, studente americano con frequentazioni parigine, a metà degli anni novanta del secolo scorso (attenzione sono trascorsi poco più di dieci anni) creò il primo network di diffusione artistica del mondo, il “WebMuseum”, fatto inizialmente per diletto personale (“I made this private exhibit for my own pleasure”) ma che oggi conta filiali sparse nelle università di una ventina di Paesi e registra più di 200.000 visite a settimana, di strada ne è stata fatta. Solamente per l’Italia l’Università di Bologna ha censito tra strumenti guida, musei virtuali e siti relativi ai musei oltre 40 realtà e ne ha segnalato oltre 50, ma sicuramente i dati sono per difetto e la realtà è più articolata e complessa.
Il primo problema da porsi è cosa si debba intendere per “museo virtuale”: una delle forme con cui i musei cercano di promuoversi, il sito del museo materiale, un sito che propone opere sganciate da un museo reale, una visita virtuale al museo reale, la memoria di esposizioni tematiche temporanee; il museo dell’invisibile o il museo dell’invisitabile, ed altro ancora.
Ognuna di queste possibili dimensioni meriterebbe una considerazione a sé ed un approfondimento; con lo Speciale di questo numero ci siamo proposti di guardare - a partire da una situazione locale e nell’ambito di un contesto di collaborazioni regionali - al tema dei musei virtuali partendo da dentro ai musei, dalle esperienze fatte e dai progetti in corso, per misurare problemi e potenzialità di questo strumento rispetto ad una più incisiva valorizzazione e ad una migliore fruizione del patrimonio culturale locale.
Qui e per ora abbiamo assunto il termine museo virtuale nel significato di “strumento per una più incisiva valorizzazione ed una migliore fruizione del patrimonio culturale locale”, con tutti i limiti di questa definizione, ma anche con tutto il potenziale di lavoro che può contenere.
Come è tradizione di questa rivista, ancora una volta l’analisi è pluridirezionale; tra i temi affrontati troviamo: il nesso tra catalogazione e restituzione grafica sul WEB dei beni culturali; le possibilità di cooperazione tra i musei attraverso l’automazione (progetto CAMUS), progetto che esprime anche un potenziale per costruire nuove relazioni tra i musei e il territorio di riferimento; le sperimentazioni fatte alle Pinacoteche di Ravenna e di Bagnavallo.
Opportunamente, per non scivolare nello strumentalismo, lo Speciale contiene nell’articolo di Diego Galizzi una provocazione da tener sempre presente: pur partendo da punti diversi e considerando le diverse potenzialità degli strumenti informatici disponibili, “dal punto di vista teorico la questione tocca da vicino il nocciolo della finalità stessa del museo”.
Non tanto per contrapposizione, quanto per sottolineare il legame da mantenere tra strumenti e territorio, è importante richiamare, nel contesto di quanto sopra considerato, gli articoli “Rivive Villanova della capanne” e “Nella vecchia fattoria” che propongono una lettura che può coniugare la cultura materiale con le potenzialità della virtualizzazione.
Come per lo Speciale sul tema delle donazioni, anche in questo caso possiamo concludere che abbiamo posto un argomento, ma è rimasto molto lavoro da fare per i prossimi numeri e per altri approfondimenti.
Una risorsa per nuovi approfondimenti è, tra le altre opportunità, la biblioteca del Settore Cultura della Provincia di Ravenna; in questo numero Massimo Marcucci dà conto dei primi cinque anni di vita di questa biblioteca: uno strumento piccolo ma specialistico e – come molti prodotti e servizi di nicchia - qualitativamente connotato.

Editoriale - pag. 3 [2006 - N.26]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura della Provincia di Ravenna

A distanza di due anni torniamo sul tema del restauro. Il precedente approfondimento affrontava la molteplicità delle prospettive del restauro in provincia di Ravenna e spaziava dalle esperienze formative alla ricerca, dai laboratori alle applicazioni; in questo numero, a partire da una riflessione sull’importanza del restauro, ci occupiamo di fornire esempi dei molteplici interventi svolti sui beni culturali del nostro territorio.
Riprendiamo l’argomento restauro con l’intento di raggiungere due obiettivi in particolare: il primo è consolidare, rendere diffuso l’attuale concetto di restauro “cioè di un intervento finalizzato non a rifare, ricostruire, sostituire ma soprattutto a prevenire dal degrado - sia attraverso interventi straordinari di recupero sia con più semplici operazioni di conservazione - mantenendo per quanto possibile i caratteri originali di un bene culturale” (Giuliana Algeri); ci piace richiamare che la prevenzione del degrado nella nostra regione ha trovato un importante strumento applicativo, di sostegno ai musei, nel progetto “MUSA – Rete regionale intermuseale per la gestione a distanza della conservazione dei beni artistici”. Il secondo obiettivo è dare conto della molteplicità delle collaborazioni e delle tipologie di intervento sulle quali sono impegnati l’IBACN della Regione Emilia-Romagna ed i musei del Sistema Museale Provinciale.
In questo quadro condividiamo pienamente l’affermazione che “ogni intervento di restauro - pur nel rispetto delle caratteristiche dell’oggetto restaurato - può esplicitare tutte le sue potenzialità, che vanno appunto dal recupero critico del passato alla possibilità di divenire risorsa economica per il futuro, rimanendo in ogni caso testimonianza vitale dell’identità culturale di una comunità, di una città, di un’intera nazione” (Giuliana Algeri). Nelle attività di restauro, specie se di sistema, c’è tutto il potenziale per attivare, anche a livello locale, un circuito virtuoso che metta in sinergia aspetti artistici e culturali, scientifici e di ricerca applicata, economici e di valorizzazione: in una contingenza, o almeno speriamo che sia tale, di risorse pubbliche limitate per il settore dei beni e delle attività culturali è sicuramente una leva per guardare con minori preoccupazioni il futuro.
L’inizio dell’anno è anche tempo di Piani museali; la Provincia di Ravenna ha appena proposto alla Regione Emilia-Romagna ed all’IBACN il programma degli interventi per il 2006, anno che chiude il ciclo triennale 2004-2006. È tempo di programmi, quindi, ma anche di riflessioni: a questo è dedicato l’intervento di Eloisa Gennaro che traccia le linee di azione del triennio che si chiude; da queste troviamo conferma che il Piano museale provinciale può effettivamente essere strumento di programmazione e di crescita, specie quando occorre fare tesoro delle limitate risorse disponibili. Per non appesantire l’intervento sono riportati solo alcuni dati che tracciano le linee di intervento per gli anni 2000-2006: chi voglia approfondire l’argomento, con dati alla mano, può fare riferimento al portale della Provincia di Ravenna, nella sezione “Cultura” (http://portale.provincia.ra.it/provincia/).
Per quanto riguarda il programma 2006 il taglio delle risorse e i vincoli di finanza pubblica ci hanno costretto a tenere una linea difensiva: al consolidamento delle risorse rese disponibili dalla Provincia negli anni precedenti non è stato possibile accompagnare un analogo intervento regionale. Speriamo di aver solamente rallentato il cammino e di aver mantenuto la rotta.

Editoriale - pag. 3 [2006 - N.25]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura della Provincia di Ravenna

La domanda “perché cataloghiamo” posta dall’intervento del Direttore dell’IBACN sul numero scorso trova diversi ed articolati approfondimenti - teorici ed applicativi - in questo numero nel quale al tema della catalogazione è dedicato uno spazio che va oltre allo “Speciale”.
La riflessione che sviluppiamo spazia dalle esperienze locali alle riflessioni e sperimentazioni di livello regionale e nazionale, offrendoci un quadro d’insieme che si presenta, una volta tanto, organico, coerente e positivamente integrato.
I contributi dei responsabili e collaboratori dell’Osservatorio sulla catalogazione dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione e del Progetto Ecumene dell’Ufficio nazionale dei beni culturali della CEI ci offrono elementi per apprezzare l’evoluzione della situazione a livello nazionale; i contributi dell’IBC della Regione Emilia Romagna e della Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio di Ravenna ci presentano importanti approfondimenti metodologici ed applicativi; le esperienze locali sono sintetizzate nell’esperienza sviluppata la Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza.
L’insieme degli interventi, anche se ciascuno parte da esigenze diverse e si pone con diverse modalità di approccio, presenta il potenziale delle tecnologie informatiche, che sottendono alla catalogazione scientifica, per lo studio, la documentazione, la gestione, la tutela, la fruizione e la valorizzazione dei beni culturali, siano questi opere d’arte, testimonianze della civiltà del lavoro, vestigia della storia sul territorio ed altro ancora. Le esperienze condotte anche nelle diverse realtà del nostro territorio dimostrano che è maturo, condiviso e praticato l’uso delle tecnologie di catalogazione informatica come strumento al sevizio dei beni culturali; sono poste le condizioni per generalizzare il passaggio, già positivamente sperimentato, delle tecnologie al più diretto servizio dei fruitori dei beni culturali, affinché divengano molti, a partire dai nuovi e potenziali che oggi frequentano le scuole.
In questa prospettiva non è, pertanto, un caso che la rivista si chiuda con la presentazione della tredicesima edizione del corso “Scuola e Museo”, organizzato dalla Provincia di Ravenna sul tema del Museo che sorprende. Ove sorpresa non è legata agli effetti speciali, ma al mescolamento delle “competenze e pratiche diverse, dando vita a un nuovo pensiero, a un modo diverso di fare o vedere le stesse cose che si facevano o vedevano prima”, mescolamento che può trovare supporto strumentale anche dalle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, preliminarmente per la messa a punto delle attività didattiche e quindi per una più attiva e partecipata fruizione.
Tra le notizie dal Sistema Museale Provinciale sottolineiamo due eventi. Il Museo nel Museo dà conto dell’appena inaugurato Museo del Paesaggio dell’Appennino Faentino all’interno della trecentesca Rocca di Riolo Terme, che si pone - grazie ad un allestimento accurato e a percorsi articolati - sia come museo del territorio sia come museo del tempo, a testimonianza in particolare del Medioevo.
Fumetti, letteratura disegnata, invece, presenta la nuova storia a fumetti pubblicata nell’ambito della collana “I misteri dei musei”, un originale ed efficace strumento di valorizzazione dei musei del Sistema Provinciale e del patrimonio culturale del territorio in generale.

Editoriale - pag. 3 [2006 - N.27]

Pier Domenico Laghi

Col primo numero del 2007 entriamo decisamente nel merito della celebrazione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi. Molteplici sono le ragioni per le quali dedichiamo all’epopea garibaldina non solo lo speciale ma anche diversi articoli della rivista. In primo luogo perché la Romagna, e la Provincia di Ravenna in particolare, sono terra di radicate tradizioni repubblicane, nella quale furono prontamente recepiti gli ideali mazziniani e largamente condivisa l’azione garibaldina. Poi perché in questo territorio ha avuto luogo la Trafila garibaldina, che ha lasciato tracce nella memoria popolare collettiva.
La rapida successione di quegli eventi, le tracce materiali ed immateriali, sono ben sintetizzate in una epigrafe, una delle tante in memoria di Garibaldi, quasi con valore di metadocumento, posta a Villa “La Badia”, Dovadola, dettata nel 1893 da Federico Tosi: “Giuseppe Garibaldi / compiuta la meravigliosa ritirata da Roma a S. Marin / disciolta la legione in terra libera / con duecento valorosi eludendo il nemico / nella notte del 31 luglio 1849 / rapidamente scese dal Titano all’Adriatico / Catturate in Cesenatico 13 barche / fece vela verso Venezia cinta d’assedio / Avviluppato dai fuochi della squadra austriaca / trovò scampo presso Comacchio / poi subito nelle spiagge di Ravenna / ove cercato ha morte, perseguitato come belva / dalle truppe croate fruganti nelle valli, nei campi, nei boschi, nelle case / vide morirsi accanto nè pote seppellirla / l’eroica compagna Anita / Lui profugo insieme col tenente Battista Leggero / difesero, nascosero, guidarono/dalla pineta a Castrocaro generosi romagnoli / Lui accolse e dal 17 al 21 Agosto protesse / da Pieve Salutare a Monte Acuto e Monte di Trebbo / Anastasio Tassinari con altri dovadolesi / consegnandolo salvo / al sacerdote Don Giovanni Verità / vero angelo custode del proscritto”.
Soprattutto ci occupiamo dell’epopea garibaldina per offrire uno spaccato della ricca articolazione sul territorio di musei, luoghi e memorie che costituiscono un vero e proprio museo diffuso garibaldino, come argomenta Giuseppe Masetti in apertura dello speciale. Il nostro obiettivo, oltre che dar conto dei cimeli raccolti nei musei e delle memorie diffuse sul territorio, è anche quello di suscitare nuove curiosità e il desiderio di visitare il “museo diffuso” con rinnovato spirito di conoscenza, aggiungendo, così, una ulteriore modalità di celebrazione del bicentenario.
Sempre nella logica del sistema territoriale, ma questa volta in campo artistico, è doveroso sottolineare come la collaborazione tra il Museo d’Arte per la Città di Ravenna, il Museo Internazionale delle Ceramiche e la Pinacoteca di Faenza ha dato origine a tre mostre coordinate che insieme realizzano uno straordinario evento espositivo dedicato a Domenico Baccarini, morto giovanissimo ed “in odore di icona inimitabile di artista di talento” cento anni orsono a Faenza.
Per concludere traiamo una nota di ottimismo ed insieme un auspicio per il futuro da due articoli dedicati al rapporto delle giovani generazioni con i musei: “Il museo dei ragazzi” e “Musei giovani: una vera sorpresa”. Dopo la celebrazione di un bicentenario e di un centenario, che dimostrano una vivacità culturale e propositiva dei nostri musei, il tema della memorie e dell’identità è coniugato anche al futuro: una scommessa importante per i musei e gli operatori museali, una chiamata a rispondere al “perché gli adolescenti non sentono una particolare motivazione a frequentare i musei”. La logica conseguenza è l’invito a continuare nell’impegno a metter in campo le cose di cui i giovani hanno bisogno per frequentare, con personale adesione, i musei.

Editoriale - pag. 3 [2007 - N.28]

Pier Domenico Laghi

Tema portante di questo numero è il collezionismo. Torniamo periodicamente ad approfondire questo argomento, anche se con approcci diversi, perché esiste un nesso forte tra collezionismo e museo: sono state collezioni private a dar origine a grandi musei pubblici, sono collezioni private che alimentano sezioni di musei, sono collezioni private che possono fare un salto di paradigma e trasformarsi in musei. Di ognuna di queste modalità possiamo trovare almeno un'esperienza vissuta all'interno della rete dei musei della provincia di Ravenna, di alcune abbiamo dato testimonianza anche in queste pagine.

Quando un interesse personale e privato è coltivato con continuità ed intelligenza spesso determina un approfondimento culturale che sedimenta materialmente tale interesse: avremo allora collezioni che assumono un significato che supera i bisogni e l'interesse privato e personale.

Il collezionismo è spesso passione, a tratti vissuta con spirito di ricerca culturale, ed è anche un modo per dare risposta ai propri bisogni profondi; il desiderio in questo caso diventa una forza, come ci dice Alba Trombini nell'approfondimento che apre lo Speciale; guardando i frutti possiamo affermare che è una forza che produce per sé ma anche per la collettività.

Questa duplice valenza, che si gioca tra possesso privato ed interesse pubblico dei beni collezionati, pone ulteriori questioni ed apre esigenze di altri approfondimenti sul piano legislativo - come appena accennato in questo numero - e sul piano operativo, specie in una situazione caratterizzata da contenute capacità di spesa del pubblico e dai vincoli posti alle stesse modalità di spesa.

Questo numero tratta anche di iniziative che sono esempio della vitalità dei musei del nostro territorio. Alcuni infatti si sono impegnati tenendo conto della stagione estiva e con uno sguardo attento al turismo ed al contatto con pubblici nuovi. In primo luogo la mostra delle opere di Mino Maccari organizzata congiuntamente da Bagnacavallo e Cervia, alle Cappuccine e ai Magazzini del Sale, rivolta anche ai turisti nell'ambito de progetto "non solo mare", quindi "la Duna degli Orsetti", iniziativa attraverso la quale l'attività dei laboratori di quattro musei si è proposta di far incontrare ai giovanissimi contemporaneamente il divertimento e la cultura.

A Massa Lombarda è giunto a compimento il progetto del Centro culturale che propone l'integrazione tra servizi bibliotecari e museali, entrambi nati, ci verrebbe da dire non a caso visto lo Speciale di questo numero, dalle raccolte private di Carlo Venturini.

Prima di chiudere non può mancare un richiamo al Piano museale in fase di approvazione, che sarà rinnovato alla luce delle nuove direttive regionali per il triennio 2007 - 2009, di cui ci parla in apertura Laura Carlini dell'IBACN. Le nuove linee guida sono fortemente volte al raggiungimento degli standard di qualità. L'attività del nostro Sistema Museale sono da tempo orientate a tale obiettivo e auspichiamo che i progetti presentati dai musei confermino con determinazione questa direzione.

Tra l'uscita di questo numero ed il prossimo ci sono di mezzo le ferie estive, una buona occasione per riposarsi e ritemprare lo spirito visitando qualche museo; al rientro ci attende una scadenza importante: il 10° compleanno di questa rivista e del Sistema Museale della Provincia di Ravenna.

Editoriale - pag. 3 [2007 - N.29]

Pier Domenico Laghi

"Museo in-forma" e il Sistema Museale della Provincia di Ravenna compiono dieci anni di vita: nati insieme nel 1997, insieme si sono sviluppati con una forte reciprocità e con spirito di servizio alla comunità provinciale, ma non solo. Entrambi strumenti, certamente tra molti altri ma con una propria specificità, per dar contenuti all'articolo 22 della

Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: "Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benedici".

In questi dieci anni, Sistema Museale e rivista, sono stati sostenuti da un impegno costante per incrementarne la qualità, prestare attenzione alla realtà locale e valorizzarla, avendo uno sguardo sempre attento a quanto avveniva in Regione e in Italia, come testimoniato anche in questo numero dagli interventi del Presidente dell'IBC e del Presidente di ICOM Italia: il primo riprende approfondimenti già sviluppati a livello regionale e affronta il tema della relazione tra reti, territorio e paesaggio; il secondo tratta dei regolamenti e delle carte dei servizi del museo, che sono stati un impegno prioritario del Sistema nell'anno in corso.

Un impegno che ha dato frutti: nel 2007 il Sistema ha messo a disposizione di tutti i musei gli schemi di regolamento e di carta dei servizi conformi alla normativa, necessari per il pieno raggiungimento degli standard museali.
Abbiamo voluto celebrare questo decennale senza enfasi o esercitazioni retoriche, preferendo concentrarci sul rendiconto del cammino fatto e sulla riflessione tesa a vagliare l'esperienza; riteniamo che questi siano passaggi obbligati per creare le condizioni per migliorare ancora; la fogliazione maggiore di questo numero della rivista è strumentale a questo obiettivo.

Il Sistema Museale in questi anni è cresciuto in molte direzioni: per numero di musei aderenti, per servizi erogati, per pubblicazioni prodotte, per attività svolte; ci piace sottolineare che anche il numero dei visitatori è aumentato, come pure l'attività rivolta alle scuole ed ai ragazzi. È serio e corretto porci in questa occasione la questione di come mantenere alta la tensione e raggiungere altri traguardi nei prossimi anni, specie in una situazione di risorse professionali, per difficoltà di assunzione, ed economiche che tendono a diminuire. Fino ad oggi ha pagato la strategia dei piccoli passi e delle sinergie di rete: questa deve continuare ad essere la nostra forza. Allora sarà possibile far crescere il sito del Sistema, progressivamente, fino a fargli fare il salto di qualità e trasformarlo in un portale di servizi per tutti i musei, compresi quelli diffusi sul territorio; sistematizzare le visite virtuali e farne occasione di promozione e sinergie; sostenere i servizi che garantiscono il perseguimento degli standard; migliorare l'immagine e la comunicazione; consolidare il lavoro scientifico e i prodotti editoriali; dare ulteriore forza alla didattica museale; curare la formazione degli operatori, offrendo loro occasioni di confronto reale e strumenti per dare migliori risposte al pubblico, che auspichiamo sempre più qualificato.

Nell'anno del decennale abbiamo dedicato il tradizione appuntamento autunnale di "Scuola e Museo" al tema dell'antropologia, chiamando ad un confronto i migliori esperti italiani in materia, proprio per confermare l'attenzione al territorio con uno sguardo attento verso un orizzonte più ampio.

Dieci anni di attività significano anche dieci anni di lavoro, di impegno, di collaborazioni, di disponibilità, di attenzione; è quindi doveroso un ringraziamento a tutti coloro che in questo decennio hanno dato il loro contributo e la loro disponibilità, amministratori, direttori ed operatori dei musei, funzionari dell'IBC, colleghi dei Comuni e della Provincia, consulenti, lettori. Un ringraziamento particolare meritano Eloisa Gennaro e Massimo Marcucci, dell'Ufficio Beni Culturali della Provincia di Ravenna: senza la loro competenza e la loro dedizione non saremmo arrivati fin qui.

Editoriale - pag. 3 [2007 - N.30]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura Provincia di Ravenna

Celebriamo in questo numero l'Anno Europeo del Dialogo Interculturale. Lo facciamo con la sintesi delle iniziative promosse o partecipate dall'Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e con la presentazione del convegno organizzato dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna. Nel prossimo mese di ottobre il corso "Scuola e Museo" si occuperà, infatti, di educazione al museo e al patrimonio in chiave interculturale.
L'incontro con una pluralità di culture è divenuta esperienza quotidiana delle nostre città, piccole o grandi che siano. Purtroppo nell'attuale mondo urbano globalizzato il sogno di una stabilità e prosperità universale non si è dimostrato vero: la pluralità delle culture che ci ruota attorno non ci arricchisce, piuttosto provoca disagio, suscita in noi una paura che per la sua "liquidità" ci penetra. Di conseguenza più che relazioni di curiosità, confronto, scambio si scatenano processi reattivi; sono le reazione xenofobe, piccole o grandi, che prendono il sopravvento.
In questa situazione corriamo il pericolo di tornare indietro; più indietro di quando le "vecchie" collezioni etnografiche delle culture africane, asiatiche o amerinde almeno ci suscitavano desiderio di conoscere e "meraviglia". In questo contesto la riflessione del mondo della cultura, quello dei musei in primo luogo, non può sottrarsi al dialogo, al confronto, al porre al centro il tema dell'inclusione sociale. Le esperienze che ci sono state presentate dimostrano che la strada è percorribile e con positivi risultati; con Patrimoni plurali vogliamo dare il nostro contributo - in chiave educativa e didattica - per costruire altri strumenti a sostegno del dialogo interculturale.
Lo Speciale è dedicato alle celebrazioni torricelliane faentine, che intendono declinare il tema attraverso la cultura, la scienza e l'innovazione. Occupandoci di locale passiamo al polo opposto rispetto al dialogo tra culture, ma la contraddizione è solo apparente: identità locale e dialogo interculturale non si escludono. Una forte identità locale nell'incontro con altre identità produce innovazione e virtuose reti di relazioni. Le manifestazioni torricelliane sono un evento importante per la città di Faenza in quanto celebrative - nel quarto centenario della nascita di Evangelista Torricelli, personaggio di grande caratura scientifica - dell'Esposizione Internazionale del 1908, che proiettò Faenza per almeno un decennio in un circuito culturale nazionale e internazionale, e del primo centenario di fondazione del Museo Internazionale delle Ceramiche, che in materia di dialogo tra diverse culture per la produzione di ceramiche ha molto da dire.
L'esperienza delle Torricelliane è anche occasione per apprezzare lo sforzo di collaborazione tra le diverse istituzioni culturali di Faenza, non limitato agli eventi celebrativi, ma proiettato, sia pure con qualche difficoltà, a tracciare linee di azione coordinate e sinergiche per lo sviluppo futuro della città.
Ci guida in questa prospettiva di proiezione al futuro, da assumere come strategia comune di lavoro, la riflessione di Michele Trimarchi che analizza il rapporto tra competizione e cooperazione tra istituzioni, reti e diversi sistemi culturali. Con l'utilizzo di un brutto neologismo possiamo sintetizzare che la carta vincente è la coopetizione, dove alla cooperazione si aggiunge quel pizzico di competitività che contribuisce a migliorare la qualità dell'offerta culturale, sapendo, comunque, che la nostra azione contribuisce, deve contribuire, ad aumentare la qualità della vita della comunità locale, comprensiva delle componenti che sono portatrici di altre culture.

Editoriale - pag. 3 [2008 - N.32]

Pier Domenico Laghi - Dirigente Settore Cultura della Provincia di Ravenna

Continuiamo con questo numero a dar testimonianza del lavoro, impegnativo e concreto, che ogni giorno viene svolto sui e per i beni culturali, come continuiamo nello sforzo di collegare questo lavoro di "provincia" con reti e realtà più ampie per dare maggiore respiro, confronto di qualità e senso al lavoro quotidiano degli operatori museali.
E' stagione difficile per chi lavora nel settore della cultura e dei beni culturali. Il dibattito estivo sui tagli alla cultura ha dato testimonianza del disagio e delle difficoltà. "Siamo in un'epoca buia" afferma il Direttore del Consiglio superiore dei Beni culturali. Il numero di settembre de "Il giornale dell'arte" dedica molte pagine alla questione fino ad affermare "Fondazioni e sponsor: ormai siamo solo nelle loro mani". Purtroppo se Roma piange la periferia non ride; anche gli Enti Locali risentono pesantemente dei tagli della finanza pubblica e in molti settori di attività, in quello della cultura in particolare, ormai può considerarsi un buon risultato tenere le posizioni e non arretrare.
In questo quadro è il lavoro quotidiano, l'impegno di ciascuno all'interno di relazioni di rete che permette di tenere le posizioni, di sostenere la motivazione, di continuare a macinare cultura, con la piena consapevolezza che "la pluralità fa la ricchezza e l'unione fa la forza".
Lo speciale di questo numero è dedicato all'associazionismo museale e offre un quadro sintetico del panorama nazionale. Era da tempo che in comitato di redazione si pensava a questo tema; si è concretizzato ora, dopo l'adesione del Sistema Museale all'ICOM, in un momento particolarmente opportuno perché l'associazionismo, se coordinato e rappresentativo, può essere strumento importante per far fronte alla crisi.
Infatti le associazioni museali, per l'impegno congiunto che si sono assunte recentemente a Torino, "intendono riportare l'attenzione nei confronti del museo inteso come elemento cardine sia nella tutela e nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale sia nella comunicazione sociale. Perché questo ruolo venga riconosciuto e sostenuto sono necessarie alcune fondamentali garanzie: innanzitutto il riconoscimento formale delle professioni museali, che devono essere definite nei profili di competenza; quindi l'autonomia scientifica, culturale e gestionale dei musei; infine il rafforzamento del ruolo dell'associazionismo museale perché forte si senta la sua voce quale espressione di professionisti."
La copertina della Rivista è tutta dedicata al fumetto: un modo per celebrare il centenario del fumetto italiano e sottolineare il lavoro di divulgazione dei Musei del Sistema fatto in questi anni attraverso il linguaggio del fumetto, che molto consenso ha trovato tra le giovani generazioni.
Con l'imbarazzo, che è sintomo del disagio di chi abbandona la nave in un momento non facile, comunico che termina con questo numero la mia collaborazione come coordinatore editoriale della Rivista; a dicembre, infatti, cesserà, per pensionamento, il mio rapporto di lavoro con la Provincia di Ravenna. Colgo qui l'occasione per salutare i lettori e per ringraziare pubblicamente tutti i collaboratori della Rivista: senza il loro contributo ed impegno, non sarebbe stato possibile arrivare fin; sono certo, per la serietà e professionalità che li contraddistingue, il loro lavoro continuerà coerente e spedito. Un ringraziamento particolare a Eloisa Gennaro, che ha di molto facilitato il mio compito e lo ha reso possibile e compatibile con i tanti altri impegni istituzionali.


Editoriale - pag. 3 [2008 - N.33]

Gabriele Gardini - Dirigente Settore Cultura della Provincia di Ravenna

Come è tradizione, il tema dello Speciale caratterizza l'impianto della rivista: il Futurismo, di cui corre il centenario. Movimento che pone l'attenzione a un nuovo modo di sentire e di vivere, sintonizzandosi con le espressioni della vita moderna nelle sue variabili più vistose: la tecnica, l'industria, la macchina, la velocità, le masse, la città, la pubblicità. Una carica dirompente e una furia iconoclasta verso il passato e il tradizionale, con un atteggiamento polemico e provocatorio, faranno del Futurismo il protagonista assoluto del dibattito culturale tra il 1909 e il 1913, coinvolgendo la totalità degli aspetti della cultura e dell'arte: dalla letteratura, alla pittura, alla musica, allo spettacolo.
Il lughese Francesco Balilla Pratella, teorico e figura fondamentale del Futurismo, fu guida intellettuale e riferimento del movimento nel nostro territorio. Nella sua ricerca l'associazione di elementi teorici e culturali, dati da una parte all'avanguardia e dall'altra all'interesse per le tradizioni popolari, si fondono in una sperimentazione non rivoluzionaria, ma ancorata alla cultura regionale e ai modelli della tradizione rurale. Significativo fu il suo ruolo nell'interpretare e veicolare gli entusiasmi dei giovani artisti romagnoli, che si rivolsero a lui per partecipare allo spirito di ribellione e di rinnovamento, soprattutto nel clima provinciale che qui si respirava.
I fratelli ravennati Arnaldo e Bruno Ginanni Corradini, Ginna e Corra, si inserirono nella fase iniziale del Movimento, in antitesi al silenzio della loro città trasformandola per un breve periodo, assieme al poeta Attilio Franchi, in un centro vitale dell'attività artistica e teorica del Futurismo nazionale. Fu in particolare Ginna che studiando i mosaici di Ravenna fu colto dall'idea della musica cromatica per collegare fra loro i vari livelli sensoriali e per superare gli steccati che dividono musica e pittura in una nuova espressione unitaria dell'arte di forma, colore e musica, teorizzando una pittura non figurativa, traduzione di sentimenti e stati d'animo in suoni e colori, e sviluppando una propensione a una pittura di puro colore, con forti inflessioni spiritualistiche. Importante fu inoltre il loro sperimentalismo nell'arte cinematografica utilizzando il colore direttamente sulla pellicola non trattata, creando cinepitture.
Nel corso di quello che è stato definito secondo Futurismo a Ravenna, fu attivo un nucleo di giovani coordinato da Mario Hyerace che, nel 1919, dirige la rivista "Movimento. Rivista d'arte della Romagna", palestra di velleità avanguardiste con echi carducciani. Nel 1921 firma, con Vittoria Cervantes (pseudonimo di Vittoria Gervasi), Tito Testoni e Renzo Valli, il volantino-manifesto futurista Ai giovani VIVI di Romagna!, lanciato nel Teatro Alighieri durante una conferenza di Marinetti. Alla fine di quell'anno fu organizzata una grande mostra d'arte che da Ravenna verrà trasferita prima a Bologna poi a Torino, evento che suscitò l'interesse di Gramsci e dell'"Ordine Nuovo", che colse inizialmente nei riferimenti all'industria una consonanza con le istanze della classe operaia.
A Faenza emergono al principio, specificamente in poesia e in pittura, le figure di Armando Cavalli e di Giannetto Malmerendi. La ceramica invece ebbe un ruolo fondamentale durante il secondo Futurismo con l'attività della bottega Gatti: il primo piatto futurista, pezzo unico con decoro di Marinetti, esce a Faenza con la scritta "A Fabbri, Marinetti".
Con questo numero - che avvia il dodicesimo anno della rivista - si ribadisce l'intento di dare continuità a uno strumento affermato e consolidato, che nel 2008 ha ottenuto il premio nazionale "Cento" per la stampa locale grazie all'intuizione e all'impegno di tutti coloro che si sono finora dedicati alla sua realizzazione, e che continuano a farlo.

Editoriale - pag. 3 [2009 - N.34]

Gabriele Gardini

Editoriale - pag. 3 [2009 - N.35]

Gabriele Gardini

Le Corbusier nel suo Voyage d'Italie del 1907, sosta a Ravenna un'intera settimana scoprendo nella manualità dell'arte musiva le stesse finalità verso le quali aveva indirizzato le sue iniziali ricerche all'Ècole de La Chaux-de-Fonds. Di fronte ai mosaici ravennati, derivanti da un intreccio di cultura latina, barbarica e bizantina Le Corbusier è sorpreso di doversi misurare con una realtà complessa il cui segreto lo mette in imbarazzo e gli sfugge nella sostanza. Proprio a Ravenna, dove il giovane Jeanneret è stordito da un'arte per lui completamente nuova e dove la tecnica del mosaico è stata tramandata da una tradizione millenaria, si svolge quest'autunno il I Festival Internazionale del Mosaico Contemporaneo. Un'iniziativa che coinvolge tutta la città in un programma dedicato alla produzione artistica contemporanea legata ai mosaici che continua a vivere nei laboratori, nei centri di restauro e nelle scuole. È anche per questo che lo Speciale è dedicato al mosaico e al suo stretto legame con la città di Ravenna.
Collegandoci all'editoriale dell'ultimo numero della rivista in cui si poneva la problematica della ricerca dell'identità culturale delle nostre città, che avviene coltivando la conoscenza della nostra storia e delle nostre radici, si può sicuramente affermare che il simbolo consolidato nel tempo dell'identità di Ravenna è il mosaico. Oggi si ripropone una ricerca di nuova espressività della tecnica musiva così da poterla applicare alle espressioni e applicazioni più avanzate, in cui la continuità non diviene un'operazione nostalgica, ma una trasformazione che mantiene valori profondi con l'identità della città. Risale a Gino Severini la teorizzazione dell'autonomia artistica del mosaico, conforme al proprio linguaggio dove "l'identità tra la forma e il contenuto è assolutamente necessaria perchè l'opera dell'artista sia intrinseca ed autentica". Attualmente il lavoro degli artisti contemporanei ha rivelato le straordinarie possibilità applicative del mosaico, dal design all'intervento artistico negli spazi pubblici. L'auspicio è che si continui nella strada intrapresa con opere pensate e realizzate per specifici spazi pubblici della vita quotidiana. L'agire in una dimensione fuori dalle convenzioni dei luoghi deputati all'arte pone altre questioni, come la dialettica tra le necessità degli artisti e la promozione da parte delle pubbliche amministrazioni per definire una progettazione integrata dello spazio pubblico tra architettura e arte. Occorre lavorare su un'idea di museo diffuso e permanente al di fuori dal museo per far meglio emergere i caratteri originali e che delinei una rete rappresentativa di un'identità culturale comune, pianificando percorsi collegati sia a luoghi della produzione che quelli della conservazione delle opere.
Tra le notizie dal Sistema ne sottolineamo due in particolare. L'apertura, nell'ambito della valorizzazione del patrimonio artistico culturale provinciale, dei giardini e della cripta Rasponi del Palazzo della Provincia, in cui tra l'altro sono presenti mosaici pavimentali del VI secolo probabilmente provenienti da Classe, in virtù del completamento di un complesso intervento di restauro che ha avuto la precisa finalità di ridestinarli alla fruizione pubblica, e con la presenza di una importante vetrina sui musei del Sistema Museale Provinciale. Inoltre, la conclusione del Progetto Guidarello elaborato dal Museo d'Arte della Città di Ravenna con il restauro, un volume e una Giornata di studi che in novembre proporrà riflessioni sui Lombardo a Ravenna, sulla celebre scultura e sulla sua fortuna leggendaria.
Preme infine segnalare la presenza della nuova "Pagina di ICOM Italia", la nota associazione museale di cui il nostro Sistema Museale è socio istituzionale, che con questo numero ha iniziato la propria preziosa collaborazione con la nostra rivista.

Editoriale - pag. 3 [2009 - N.36]

Gabriele Gardini

In questi anni la Provincia di Ravenna ha incrementato le azioni per la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso il consolidamento e lo sviluppo del coordinamento e delle attività nell'ambito del Sistema Museale Provinciale, con particolare riferimento agli strumenti propri necessari per corrispondere a una serie articolata di standard e requisiti.
Sono 10 i musei del nostro territorio - tutti aderenti alla rete ravennate e di cui si dà conto nella pagina successiva - che possono fregiarsi per il triennio 2010-2012 del riconoscimento di "Musei di Qualità" rilasciato a 109 musei regionali dall'Istituto per i Beni Culturali. Questi musei hanno dimostrato di essere in possesso degli standard legati alla qualità dei servizi al pubblico, alla cura e valorizzazione delle raccolte, alla corretta gestione finanziaria, alla razionale organizzazione interna in grado di tradursi in risposte di alto profilo qualitativo rispetto alle sollecitazioni e alle aspettative del pubblico. Un marchio, il profilo di una testa antica segnata da nove fori che compongono una Q, li contraddistinguerà per tre anni durante i quali la Regione, nel ripartire gli investimenti triennali previsti dalla L.R. 18/2000, terrà prioritariamente conto di tali eccellenze. È un risultato importante che premia lo sforzo dei musei e delle relative amministrazioni nel miglioramento qualitativo dell'offerta museale e che ha visto la Provincia supportare attivamente, dal punto di vista finanziario e della valorizzazione, il raggiungimento di tale fondamentale traguardo.
In coincidenza con lo Speciale che illustra il notevole patrimonio grafico antico e contemporaneo custodito negli istituti culturali della nostra provincia, dedichiamo la copertina a un'opera di Giuseppe Maestri, per ricordarne la figura di fine incisore e artista che ha dato un pregevole e significativo contributo alla cultura di Ravenna. Egli è stato soprattutto un pioniere, aiutando la città ad aprirsi al panorama artistico nazionale attraverso la sua "Bottega". Oltre a essere un organizzatore di eventi, era un grande artista: fantastica l'esecuzione delle incisioni con la tecnica della ceramolle acquatinta, per una Ravenna sognata, in cui gli elementi onirici e simbolici vengono collegati in modo mirabile agli elementi architettonici delle basiliche bizantine e dei palazzi degli antichi imperatori barbarici. D'altra parte come non ricordarlo per la sua umanità e quale grande affabulatore col suo inconfondibile sorriso, mentre continuando a lavorare al torchio discorreva sulle tante vicende degli artisti della Bottega e sui segreti delle tecniche incisorie.
Continua l'attività di ricerca del Mar di Ravenna, che in collaborazione con l'Ashmolean Museum di Oxford ha organizzato, per la prima volta in Italia, una grande mostra sui Preraffaelliti, il movimento artistico innovatore che a metà dell'Ottocento si schierò contro l'accademismo a favore di un'arte che essi dichiaravano di trarre dai pittori italiani precedenti a Raffaello. Come non rilevare la continuità di questa mostra con quella precedente su L'artista viaggiatore, nel quale il tema del viaggio era collegato alla ricerca delle fonti della cultura e dell'arte: l'Antico e i monumenti e i paesaggi d'Italia, immaginati e considerati come un'unità spirituale cui guardare, come traguardo da raggiungere e conoscere, come fonte da cui attingere. Il viaggio in Italia era desiderio di conoscenza di un'avanguardia che scopriva e disseppelliva le rovine per poterle studiare ponendo più interrogativi che risposte: inizio di una modernità che conciliava la diversità nell'unità, non per un ritorno immobile all'antichità, ma per una innovativa rielaborazione.

Editoriale - pag. 3 [2010 - N.37]

Gabriele Gardini

Prosegue il percorso di crescita del Sistema Museale a cui la Provincia di Ravenna ha dato vita ormai quasi 13 anni fa, e che vede oggi - grazie alla sottoscrizione di una nuova convenzione di durata quinquennale - l'adesione di 40 musei. Nella nuova convenzione, due sono le sostanziali novità: l'introduzione di requisiti minimi e l'ingresso dei musei statali. I requisiti di base appaiono opportuni a seguito della politica di valorizzazione provinciale e regionale incentrata a premiare i musei che per gradi si sono adeguati agli standard indicati dalla Regione Emilia-Romagna e che nel nostro territorio ha individuato come Musei di qualità finora 10 musei.
Il Sistema Museale è sorto con l'intento di valorizzare il patrimonio culturale territoriale: la dimensione provinciale, infatti ha consentito da una parte di razionalizzare le attività promozionali e dall'altra di programmare su larga scala l'attivazione degli standard di qualità, con la necessaria gradualità, per dare un'omogeneità alla qualità dei servizi offerti al pubblico, nonché come strumento di promozione e di comunicazione del patrimonio museale e nell'ambito di una valorizzazione complessiva del territorio. Quindi uno strumento per il coordinamento della rete museale che si pone l'obiettivo di sviluppare la rete stessa, aumentare i servizi, far crescere l'offerta culturale.
Rispetto alla passata convenzione, sei sono i nuovi musei entrati in rete: il Museo Nazionale dell'Età Neoclassica in Romagna - Palazzo Milzetti di Faenza, il Museo Nazionale di Ravenna, il Piccolo Museo delle Bambole e altri Balocchi di Ravenna, il Museo Didattico del Territorio di S. Pietro in Campiano, il Museo della civiltà rurale della Bassa Romagna "Sgurì" di Savarna e il Museo della "Vita nelle acque" dell'Oasi di Aquae Mundi di Russi. Si rileva la novità dell'ingresso in rete dei due musei nazionali, in modo che le istituzioni, locali e nazionali, potranno avvalersi vicendevolmente delle sinergie ottenibili grazie alla collaborazione tra soggetti, competenze, regole ed esperienze differenti. È una prospettiva di lavoro in comune quella che consentirà di mettere a punto questi nuovi strumenti di comunicazione e di approfondite proposte culturali, affrontando anche eventuali problemi di gestione, ma non perdendo mai di vista la missione educativa delle nostre istituzioni.
Nello Speciale in particolare si presentano quattro dei nuovi musei entrati in rete e il Complesso Classense di Ravenna, che aderirà al Sistema entro l'anno, un luogo ricco di storia che conserva sin dalla sua nascita beni di carattere sia librario che artistico. Proprio a questo 'futuro' museo abbiamo dedicato l'apparato iconografico dello Speciale, a dimostrazione dello straordinario valore del patrimonio posseduto, da valorizzare integralmente grazie alla sua musealizzazione, per la piena fruibilità da parte del pubblico. A questo proposito la Provincia sta collaborando con altri Enti pubblici e privati affinché nei prossimi mesi possano entrare in rete ulteriori musei del territorio, in questo momento non in pieno possesso dei requisiti minimi richiesti.
Concludiamo mettendo in risalto come siano tante le notizie che riguardano gli eventi dei musei del Sistema e poiché sul notiziario trova spazio soltanto una minima parte di queste, rimandiamo dunque al calendario sempre aggiornato degli eventi e delle attività didattiche proposte dai nostri musei, entrambi consultabili sul portale del Sistema Museale (www.sistemamusei.ra.it), che proprio in occasione del rinnovo della convenzione si è ulteriormente arricchito di informazioni e di sezioni di approfondimento.

Editoriale - pag. 3 [2010 - N.38]

Gabriele Gardini - Dirigente del Settore Cultura della Provincia di Ravenna

È un momento difficile per chi lavora nel settore della cultura e dei beni culturali e la manifestazione contro i tagli alla cultura ha dato testimonianza del disagio e delle difficoltà in corso anche per gli Enti Locali che risentono pesantemente dei tagli della finanza pubblica. In particolare norme della legge 122/2010 prospettano uno scenario insostenibile nel quale è messa a repentaglio la stessa sopravvivenza di enti e di organismi culturali. Una forma di protesta clamorosa mai sperimentata prima ha coinvolto il 12 novembre musei, biblioteche, teatri, che hanno fermato le loro attività per richiamare l'attenzione sugli effetti dirompenti che la manovra finanziaria avrà sul settore e per riaffermare il diritto alla cultura. Oggi i Paesi più avanzati investono in cultura per reagire alla crisi, per preparare una stagione più favorevole giocando d'anticipo, puntando sulla cultura perché crea innovazione, favorisce lo sviluppo, promuove democrazia e responsabilità. Le attività artistiche, la ricerca scientifica, i progetti museografici, la scuola hanno una funzione alta e insostituibile nella società, promovendo valori civici e identitari. Occorre affermare che la cultura è necessaria affinché una società mantenga un livello minimo di coesione sociale e permane solo se si costituisce come comunità con regole e idee condivise che costituiscono il cemento della società.

Di conseguenza si pongono alcuni interrogativi. Qual è la missione dei musei in un periodo di crisi globale? Che contributo possono dare per una gestione partecipata del patrimonio culturale e per uno sviluppo sostenibile? Non possiamo nasconderci il fatto che in tempi di crisi alcuni considerano la cultura, gli istituti e il patrimonio culturale un lusso a cui rinunciare: al contrario, proprio in tempi di crisi essi sono risorse preziose, fattori competitivi e patrimonio radicato nel territorio. È questa l"occasione per quanti lavorano nei musei per ripensare il loro ruolo al servizio della società e del suo sviluppo. Dati questi tempi difficili, concordiamo con le proposte per non cedere alla crisi del Presidente di Icom, che dichiara che occorre un coraggioso patto tra gli amministratori pubblici e privati per una gestione efficace, trasparente e competente, a cui corrisponda un impegno condiviso per la difesa del capitale umano dei nostri musei, concentrando le scarse risorse sugli istituti culturali permanenti, aumentando la capacità di agire in rete, favorendo la sussidiarietà, la partecipazione volontaria e la sinergia tra azione pubblica e privata.

Continuando nello sforzo di collegare questa attività con reti e realtà più ampie - il Sistema Museale Provinciale continua a valorizzare il patrimonio territoriale consentendo di programmare l'attivazione degli standard di qualità, nonché di razionalizzare le risorse - si svolgerà a Ravenna il nostro annuale convegno dal titolo Biblioteche, Musei, Archivi: quali sinergie? per rispondere alla necessità di conseguire economie relative a servizi e personale: sfida che i professionisti degli istituti culturali vogliono raccogliere. Si rileva come dimostrazione di sinergia virtuosa la mostra A nera. Una lezione di tenebra, a cui è dedicata la copertina e l"apparato iconografico dello Speciale: un progetto di arte che coinvolge quattro diversi musei, proponendo una creativa aggregazione tra raccolte museali, identità e opere contemporanee, all'insegna dunque della collaborazione tra enti.

Concludiamo sottolineando come nel quadro di consistenti riduzioni negli stanziamenti per la cultura, sono stati moltiplicati gli sforzi per gli investimenti del Piano museale 2010 che il Consiglio Provinciale ha deliberato prevedendo investimenti per 734.000 euro. Il che di questi tempi non è poco.


Editoriale - pag. 3 [2010 - N.39]

Gabriele Gardini

Sono trascorsi 150 anni dall'unificazione dell'Italia: un secolo e mezzo durante il quale il Paese è cambiato profondamente, ha modificato i propri modelli di riferimento, ha avuto momenti di sviluppo e affrontato momenti di crisi. Le difficoltà, infatti, rappresentano spesso per la società un'occasione di riflessione. Così l'anniversario dell'unità nazionale può essere un'opportunità per una riflessione collettiva che porti a riflettere sul passato e sul suo presente per guardare consapevolmente al futuro. Giorni di eventi che nel corso del 2011 permetteranno di costruire un quadro dell'identità nazionale condiviso e fonte di orgoglio per tutti gli italiani, nel ricordo del contributo che Ravenna ha dato per questa grande causa fin dal primo Risorgimento, partecipando in modo decisivo ai moti da cui sarebbe nato il processo unitario nazionale. Basti pensare alla Trafila, che consentì a Garibaldi di porsi in salvo nel 1849 e di consolidare un rapporto speciale con i luoghi dove Anita era spirata, segnando per sempre l'immaginario collettivo. Le vicende del periodo risorgimentale del 1848-49 e quelle del 1859-60 in Romagna precedettero con i plebisciti l'unificazione nazionale, coinvolgendo vasti strati popolari e vivono ancora oggi nel ricordo di momenti divenuti simbolici e che ci hanno trasmesso il senso della partecipazione politica e della speranza. L'Unità d'Italia fu perseguita e conseguita - ha detto il Presidente Napolitano nel suo intervento al Teatro Alighieri - attraverso la confluenza di diverse visioni, una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l'attraversarono: "Ieri volemmo farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell'unità come fonte di coesione sociale. Così, anche nel celebrare il 150°, guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per la società e lo Stato".

Nello Speciale ci occupiamo del periodo risorgimentale proprio per offrire uno spaccato della ricca articolazione sul territorio di musei, luoghi e memorie che costituiscono un vero e proprio museo diffuso. Il nostro obiettivo è sempre la ricerca dell'identità: oltre che dar conto dei reperti raccolti nei musei e delle memorie presenti sul territorio, è quello di lavorare sulla memoria e sul senso di appartenenza, in modo da suscitare il desiderio di visitare il museo diffuso con rinnovato spirito di conoscenza. Tantissime iniziative sono in programma nel 2011 in tutta la provincia, dai musei più grandi ai più piccoli, ma anche in biblioteche e altri istituti culturali. Occorre segnalare la Giornata FAI di Primavera 2011 dedicata all'Unità d'Italia durante la quale volontari della delegazione ravennate guidano i visitatori sulle tracce del museo diffuso tricolore; l'apertura del Museo del Risorgimento di Ravenna; a Faenza l'inaugurazione di una nuova sezione permanente del Museo del Risorgimento dedicata a bandiere e uniformi, seguita da un Ciclo di incontri con approfondimenti a tema patriottico-risorgimentale che il Museo ospiterà fino ad aprile; la Notte Tricolore che vede al MIC di Faenza due visite notturne interattive tra storia e musica e al MUSA di Cervia l'apertura straordinaria.

Finiamo segnalando la mostra dal titolo emblematico L'Italia s'è desta 1945-1953. Arte italiana nel secondo dopoguerra, che ha preso il via il 13 febbraio scorso e che fino al 26 giugno sarà visitabile presso le sale del Mar di Ravenna.


Editoriale - pag. 3 [2011 - N.40]

Gabriele Gardini

Stendhal nel diario di viaggio Rome, Naples et Florence narra la visita nella basilica di Santa Croce dove viene colto da uno improvviso stordimento che lo obbliga a uscire nella piazza per risollevarsi dal vertiginoso fascino delle memorie lì presenti. Un immenso carico di storia preme sul visitatore di ogni museo e la questione della comunicazione culturale della collezione è uno dei problemi fondamentali da affrontare, in quanto separata dal contesto l'opera diviene solo un documento. Per il museo la questione dell'allestimento connesso al significato del messaggio che i curatori del museo vogliono trasmettere evidenzia che si devono operare selezioni, definitive o temporanee, del materiale da mostrare. L'allestimento è la traduzione spaziale dell'ordinamento, che riguarda la disposizione sia orizzontale che verticale, la luce, il colore, gli elementi di protezione, la grafica delle didascalie e degli apparati didattici. È un problema di progettazione, con l'esposizione di temi che selezionati in base a certe ipotesi critiche implicano operazioni, con intersezioni di specifiche professionalità, analoghe a quelle scenografiche. Oggi nei musei contemporanei prevale sempre più la narrazione: l'aspetto architettonico si misura con l'impiego delle nuove tecnologie, collegate alle immagini, accentuando così la componente didattica. In ogni caso la qualità del risultato dipende dalla capacità di cogliere e interpretare i tratti identitari del museo, garantendo la specificità della singola istituzione. Una chiave per spiegare questa esigenza sembra essere proprio il ruolo che si attribuisce all'allestimento, in quanto non è una attività neutrale. Ogni museo esistente è anzitutto un documento della cultura che lo ha espresso: a quali condizioni dal punto di vista storico e culturale è possibile adeguarlo al tempo presente?
Nello Speciale di questo numero sono illustrati i più recenti allestimenti o integrazioni di alcuni dei musei aderenti al nostro Sistema: MUSA, Museo Civico delle Cappuccine, Museo Dantesco, Museo Nazionale dell'Età Neoclassica in Romagna, Museo del Risorgimento di Faenza. Inoltre viene presentato il nuovo museo TAMO, che ha appena aderito quale 40° museo del Sistema provinciale, il cui progetto definitivo di allestimento, fondato sui principi dell'assialità, dell'integrazione, del coinvolgimento, ha una forte connotazione tecnologica, in cui il patrimonio musivo antico è esposto in modo innovativo e la cui fruizione viene accompagnata da apparati multimediali d'avanguardia pensati proprio per coinvolgere i visitatori più giovani.
Si pone la necessità di una riflessione critica pensando all'importanza qualitativa che l'allestimento ha assunto nella produzione culturale contemporanea. Proprio per affrontare le tematiche poste dall'allestimento museale, a tale tema sarà dedicato il 18° seminario "Scuola e Museo", organizzato quest'autunno dal Settore Cultura.
Da sottolineare il riconoscimento UNESCO ottenuto dal MIC di Faenza come Monumento testimone di una cultura di pace con il titolo di "Espressione dell'arte ceramica nel Mondo". Questo sia per la presenza delle preziose opere ceramiche in esso contenute sia per la eccezionale documentazione custodita nella sua biblioteca, luogo privilegiato legato alle proprie radici che offre supporti didattici alle giovani generazioni e alla società del futuro, frutti di pace e tolleranza.
Infine segnaliamo che le opere che illustrano lo Speciale sono di Carlo Zauli, esposte in una doppia mostra estiva che il Museo Zauli di Faenza ha organizzato a Bagnacavallo e a Cervia, mettendo così in connessione tre musei del Sistema.

Editoriale - pag. 3 [2011 - N.41]

Gabriele Gardini

Si parla molto oggi del destino dei musei nel tempo della comunicazione, della globalizzazione, dei processi gestionali, ma occorre non dimenticare che le collezioni museali si sono costitute inizialmente con le soppressione degli ordini religiosi, e poi nel tempo con acquisizioni come i lasciti ereditari e soprattutto le donazioni di privati cittadini. Il percorso che le ha condotte nelle collezioni museali spesso è stato mediato dal passaggio attraverso una o più raccolte private: proprio il collezionismo privato è stato la principale risorsa per la costituzione del patrimonio dei nostri musei e attraverso cittadini generosi e munifici hanno consolidato l'identità del territorio e della memoria. L'importanza delle donazioni per la nascita, lo sviluppo, la vita delle istituzioni museali è perciò fondamentale. Quali sono le motivazioni che spingono i cittadini a donare per il patrimonio museale e culturale? In un paese come l'Italia, nel quale le risorse economiche per sostenere il patrimonio artistico e culturale sono insufficienti, ciò è di fondamentale importanza. Quali sono, soprattutto, le motivazioni che potrebbero aumentare le donazioni artistiche? In una condizione contrassegnata da limitate risorse pubbliche per la cultura, il potenziale che può scaturire da una continua e fattiva attenzione al tema delle donazioni, da sviluppare con nuove modalità e normative è quindi indispensabile sia per l'acquisizione di nuove opere e documenti che per valorizzazione di quanto già presente nei musei.

Nel nostro territorio sono molti i musei che sono stati destinatari di significative donazioni e lasciti da parte di privati, da collezioni d'arte contemporanea a nuclei di opere e a singoli cimeli che testimoniano il forte legame della comunità con l'istituzione museale locale. E così ad esempio la città di Faenza si arrichisce di quaranta capolavori di arte italiana del XX secolo, esposti in maniera permanente nelle sale della Pinacoteca Comunale, ma anche del pregevole e raro dipinto su carta dell'inizio dell'Ottocento di Felice Giani donato a Palazzo Milzetti. Alcuni di questi lasciti sono descritti all'interno dello Speciale, ma in realtà sono tante altre le donazioni ricevute in questi ultimi anni dai nostri musei, tra cui - per citarne una - la collezione di 266 stampe di Giulio Ruffini al Mar di Ravenna.

Nonostrante i tempi di crisi, i nostri musei si dimostrano particolarmente dinamici, come si deduce dagli articoli su mostre e iniziative riportate su questo numero; ricordiamo la nuova sezione permanente appena inaugurata al MIC di Faenza dedicata all'Estremo Oriente, che si aggiunge alla sezione permanente dedicata alle ceramiche a soggetto sacro aperta solo pochi mesi fa, un nuovo percorso che si colloca a integrazione dello spazio espositivo dedicato alle ceramiche popolari italiane e alle targhe devozionali di ambito emiliano-romagnolo.

Quest'anno un altro dei musei aderenti al Sistema, il Piccolo Museo delle Bambole e altri Balocchi di Ravenna, è stato insignito dell'ambito riconoscimento di museo di Qualità, andandosi ad aggiungere agli altri 10 musei accreditati dalla Regione lo scorso anno. Si tratta in questo caso del primo museo privato di qualità che ha dimostrato di avere una chiara visione della propria vocazione 'pubblica'.

Si invita a non mancare l'importante appuntamento con il nostro convegno "Scuola e Museo" che si terrà il 6 dicembre al teatro Alighieri sul tema Musei: narrare, allestire, comunicare e che presenterà una selezione di interventi che meglio esprimono l'idea di allestimento come luogo interattivo, di coinvolgimento emotivo, sensoriale e di sperimentazione e comunicazione multimediale, defininendo una nuova idea di museo: da semplice collezione di oggetti a premessa di eventi e luogo di origine di molteplici narrazioni.


Editoriale - pag. 3 [2011 - N.42]

Gabriele Gardini

Predrag Matvejevic, nella sua seconda a visita a Ravenna descrive l'incontro inaspettato con il poeta russo Josif Brodskij; a cui "interessava questa continuazione di Bisanzio fuori dalla stessa Bisanzio [...] Andammo verso il canale e il porto, raggiungendo la Pineta che era venuta su proprio sul terreno depositato dal fiume, giungendo finalmente alla riva del mare. Le alghe richiamarono a Josif il suo 'cantuccio di Baltico'. Alghe pronunciava compiaciuto il termine russo vodorosli. Gli venne in mente una poesia di Umberto Saba che aveva tentato una volta di tradurre in russo: 'In fondo all'Adriatico selvaggio'. Cosa c'è di 'selvaggio' sull'Adriatico? La domanda mi sorprese. Forse, in primo luogo, il suo entroterra. Non riesce ad adattarsi al mare, non gli si accosta, gli volta le spalle".
Richiamo al Baltico e all'Adriatico che è un mare difficile - sulle sue coste non vi è un'unica cultura ma una successione di culture compenetrate, non vi è un paesaggio, ma innumerevoli - e la cui identità è problematica, nel dissolversi in una pluralità di frammenti e di specificità. Ma con una profonda domanda di integrazione. Tale domanda richiede la realizzazione e il rafforzamento di corridoi infrastrutturali come il Corridoio Adriatico-Baltico, che collegherà Helsinki a Ravenna, attraversando tutto il Centro Europa e che potrà rafforzare la nostra posizione strategica promuovendo lo sviluppo dei traffici economici, della cultura e del turismo. In particolare occorre fare del Corridoio non solo un sistema integrato di infrastrutture di collegamento tra l'Europa del Centro-Nord e il Mediterraneo, tra il versante europeo occidentale e quello orientale, ma l'asse di una strategia per l'incontro e la valorizzazione culturale dei territori attraversati. Esso ha rilanciato, tuttavia, una nozione di Adriatico come regione transfrontaliera, come grande bacino di cultura e di mercato, che riassume il suo ruolo di comunicazione che scorre e mette in relazione le parti di un vasto sistema geopolitico. La costa adriatica è in parte un'entità geografica unica: Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania e Grecia condividono parti di un unico contesto con un patrimonio culturale congiunto. Si tratta di un patrimonio con formazione in parte comune, per il quale i paesi che si affacciano sull'Adriatico, nel quadro di progetti europei multilaterali, collaborano da anni al fine di rafforzare la cooperazione nella gestione sostenibile del patrimonio culturale e storico. Tuttavia, c'è ancora un grande potenziale per la cooperazione e per le azioni in rete di valorizzazione del patrimonio culturale e storico di questi paesi. Come organizzare da diverse prospettive il trasferimento di idee, conoscenze ed esperienze per la gestione del patrimonio culturale? Occorre continuare nella strada intrapresa con i progetti europei ParSJad - Parco Archeologico dell'Alto Adriatico e il progetto Openmuseum in corso di realizzazione. Lo Speciale di questo numero è una testimonianza del lavoro svolto da alcuni dei musei del Sistema in merito alla valorizzazione del rapporto tra territorio e acque, salate e dolci.
Continua con un notevole successo di pubblico e di critica l'attività di ricerca del Mar di Ravenna con l'importante mostra Miseria e splendore della carne che rimarrà aperta fino al 17 giugno 2012: il curatore della mostra Claudio Spadoni prosegue la restituzione divulgativa della critica d'arte dopo le mostre degli anni passati dedicate a Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Corrado Ricci. Vorrei inoltre ricordare l'inaugurazione il 10 aprile di una nuova sezione del Museo Varoli di Cotignola, intitolata Giusto tra le Nazioni, che ruota intorno alla narrazione di quella rete dell'ospitalità e della solidarietà che durante il periodo bellico e il protrarsi del fronte sul Senio, ha permesso di salvare 41 ebrei dallo sterminio.

Editoriale - pag. 3 [2012 - N.43]

Claudio Leombroni

In una pubblicazione del 2009 (Volunteers in Museums and Cultural Heritage: A European Handbook) veniva tratteggiato un panorama variegato, ma tutto sommato circoscritto, del possibile impiego di personale volontario nelle istituzioni museali. Quel panorama mutava significativamente, quanto a contenuti e a confini, soltanto un anno dopo, allorché il nuovo governo inglese lanciava l'idea di big society a supporto di una nuova gestione dei servizi pubblici e in particolare delle istituzioni culturali. L'idea era in sé molto semplice: una devoluzione alla società di servizi non più sostenibili pienamente con il finanziamento pubblico. La politica del governo conservatore inglese suscitò ampie discussioni, peraltro tuttora in corso, perché tale devoluzione non appariva ai più come una assunzione di responsabilità da parte della società civile o una forma di doverosa partecipazione del terzo settore alla gestione di biblioteche e musei attraverso l'impegno volontario, ma la copertura di duri tagli o impietose politiche di revisione della spesa.
Nel nostro paese il ricorso al volontariato per la gestione delle istituzioni è un fenomeno antico, ma negli ultimi tempi ha conosciuto una forte espansione, diretta conseguenza dei tagli ai bilanci pubblici e in particolare alla cultura. Le associazioni professionali hanno più volte richiamato la necessità di definire precisi ambiti di utilizzo del volontariato, non sostituivi delle professionalità di settore. La questione sarà dibattuta anche in occasione degli Stati generali dei professionisti del patrimonio culturale organizzata da MAB Italia e in programma a Milano il 22-23 novembre prossimi.
Questo numero di Museo Informa dedica ampio spazio alla questione e ha chiamato a discuterne anche autorevoli esponenti di ICOM Italia, ANAI e AIB, le tre organizzazioni professionali rappresentative a livello nazionale degli operatori di musei, archivi e biblioteche, che hanno dato vita a MAB Italia. Lo scopo che ci siamo prefissi è quello di inquadrare in modo equilibrato la problematica del volontariato nei nostri istituti, cercando di evitare, come scrive Stefano Parise, presidente dell'AIB, quel "sovrappiù di cattiva coscienza" che spesso appare nel modo di affrontare la questione nel nostro paese.
Abbiamo detto di MAB Italia. MAB, ossia il coordinamento delle tre associazioni professionali dei musei, degli archivi e delle biblioteche, si è costituito formalmente il 12 giugno scorso. Ampia documentazione sulle finalità e sulle iniziative del neonato coordinamento sono disponibili sul web all'indirizzo http://www.mab-italia.org. Anche per dar seguito a questo importante evento, a partire da questo numero la nostra rivista dedicherà uno spazio fisso alla Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino. La Rete ha avviato un progetto di riorganizzazione che pensiamo caratterizzerà il dibattito culturale romagnolo nei prossimi mesi e che include la convergenza di archivi, biblioteche, musei come orizzonte operativo. Museo Informa seguirà con attenzione il dispiegarsi di questo progetto e altrettanta attenzione dedicherà alle trasformazioni del contesto istituzionale. Intanto in questo numero potete leggere le novità relative al nuovo sistema di accesso ai servizi ('Scoprirete') e la prima parte di una bella intervista a Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura.

Editoriale - pag. 3 [2012 - N.44]

Claudio Leombroni - Responsabile Servizio Reti Risorse Sistemi - Provincia di Ravenna

Questo numero esce dopo gli "Stati generali dei professionisti del patrimonio culturale"
organizzato da MAB Italia a Milano il 22 e 23 novembre 2012. Museo in-forma non poteva
non tener conto di tale evento e dedicare ad esso lo "Speciale", che infatti affronta il
tema di una delle sessioni dell'evento milanese: i sistemi culturali. Si è scelto questo tema
sia per la sua crucialità, sia perché rappresenta un ambito concettuale in grado di fornire
strumenti adeguati per interpretare con la precisione necessaria le dinamiche cooperative
dei territori intersecandole con la convergenza degli istituti culturali.
Cosa s'intende con sistema culturale? Non certo la mera somma di rete bibliotecaria, sistema
museale e polo archivistico. Tuttavia questa constatazione non è certo definitoria, né sottrae
problematicità a una nozione non particolarmente diffusa nel nostro paese (ma non solo). In
ambito MAB il sistema culturale è definito come "l'offerta integrata di istituti della cultura in un dato
territorio e/o in un ambito specifico". Il sistema ha lo scopo di migliorare l'accessibilità al patrimonio,
materiale e immateriale, la qualità e la quantità della fruizione. La sua forma organizzativa
tipica è la rete, all'interno della quale una o più organizzazioni scambiano o condividono risorse di
ogni genere per raggiungere obiettivi non conseguibili da ciascuna separatamente. La costruzione
di un sistema di relazioni capace di integrare all'interno di uno specifico territorio sistemi e reti culturali
con i beni monumentali, ambientali, il patrimonio immateriale, le infrastrutture e gli altri settori
produttivi del territorio dà invece vita a un "distretto culturale". Queste definizioni consentono
di apprezzare lo Speciale, che affronta la questione sistemica da diverse prospettive: si segnalano
gli interventi di Stefano Vitali, Soprintendente archivistico per l'Emilia-Romagna, di Roberto Balzani,
storico e sindaco di Forlì e di Fabio Donato, co-direttore del MuSeC dell'Università di Ferrara,
che, da punti di vista diversi e in riferimento ad ambiti diversi, affrontano la questione della governance
del policentrismo istituzionale, della collaborazione e della cooperazione fra istituzioni.
Per inciso, una significativa applicazione della collaborazione istituzionale è costituita dalla mostra
E bianca, che interessa sei musei del sistema provinciale e di cui si dà conto in questo numero.
Un'ottima premessa per leggere questi interventi è la ricognizione dello stato di salute dei musei
pubblici del sistema museale che la Provincia di Ravenna ha promosso e che Emanuela Guarnieri,
che ne ha curato la realizzazione nell'ambito di un master, illustra nei suoi dati salienti. Si
tratta di una fotografia che non potrà rimanere isolata, ma dovrà essere accompagnata da analoghe
ricognizioni per le province di Forlì-Cesena e di Rimini, non solo in vista della Provincia
Romagna, ma anche in previsione della costruzione di un sistema museale romagnolo integrato,
come sistema culturale e come rete, con la rete bibliotecaria e il polo archivistico (da creare).
Le rubriche e le pagine dedicate agli istituti arricchiscono come di consueto Museo in-forma. Il
numero ospita anche la pagina della Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino che, come preannunciato,
diventerà un appuntamento ricorrente. In questa pagina si segnala la seconda parte
dell'intervista a Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro e la lettura, quanto mai
attuale stante il decollo a livello nazionale del progetto "in vitro", dedicato alla promozione della
lettura, che avrà come territorio di sperimentazione anche la provincia di Ravenna.
Con questo numero si chiude il 2012; un anno certo difficile. Il 2013 sarà ancora più difficile
per gli effetti della spending review sui bilanci pubblici (e di riflesso su quelli di molte istituzioni
private) e per l'incertezza istituzionale. L'impegno, non solo della rivista, è però quello di continuare
a lavorare e ad accompagnare il processo di crescita del "sistema culturale" romagnolo:
l'unico obiettivo per dare speranza ai nostri istituti e un senso al nostro lavoro.

Editoriale - pag. 3 [2012 - N.45]

Claudio Leombroni

Museo Informa è giunto al suo quindicesimo anno di vita. E’ un traguardo importante, che tuttavia cade in un anno molto difficile per gli istituti culturali del nostro territorio. La dura crisi economica che stiamo vivendo, le riforme istituzionali in tema di Province e le politiche di revisione della spesa hanno sconvolto l’ecosistema in cui i servizi museali, e i servizi culturali più in generale, erano abituati ad operare. I dubbi sul futuro, la progettata riduzione delle loro competenze e i tagli abnormi, hanno delegittimato le Province e provocato la loro ritirata istituzionale dal settore culturale. Si tratta di un danno economico molto grave per il nostro territorio, quantificabile in almeno un milione di euro, che rappresenta l’unico esito certo dell’incerta riforma istituzionale avviata. A ciò dobbiamo aggiungere l’azzeramento del finanziamento regionale del piano museale, così come dell’intera legge 18/2000, e la conferma dell’espunzione della cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni operata dal decreto ‘spending review’. In questo momento difficile, forse il più difficile degli ultimi trenta anni, dobbiamo dare il meglio di noi stessi; dobbiamo continuare a lavorare, dobbiamo fare appello a tutto il nostro cuore e a tutta la nostra intelligenza per cogliere ogni opportunità di cambiamento e per reimpostare su basi nuove quanto abbiamo costruito in questi anni; dobbiamo tutti insieme lavorare per non privarci del futuro. Il futuro coincide ragionevolmente con l’estensione della cooperazione alla base del nostro sistema e con la costruzione di un vero e proprio sistema culturale romagnolo, come definito in ambito MAB. Da questo punto di vista saranno cruciali le reti, come argomenta Michele Rosco in questo numero. Noi non partiamo da zero. In questi anni abbiamo costruito esperienze di rete che costituiranno l’ambiente naturale per il sistema futuro, a cominciare dalla trentennale esperienza della Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino. Museo Informa non rinuncia al futuro, né a immaginare il futuro e accompagnerà questo percorso senza cedere alla rassegnazione. ‘Ripartire dalla cultura’ è l’obiettivo dei promotori e firmatari dell’appello di cui si dà conto in questo numero, ma è anche il convincimento profondo della nostra rivista. A questo spirito si appella il seminario dell’8 aprile prossimo dedicato alla costruzione del sistema culturale romagnolo che vedrà operatori dei musei, bibliotecari e archivisti condividere un progetto, ma anche idee, ideali e passioni. Continuare a lavorare per la cultura nonostante la crisi, significa credere nel nostro lavoro e nel nostro futuro. E’ ciò che i nostri musei fanno: l’inaugurazione di Musa a Cervia, la riapertura del Museo dantesco a Ravenna, il documentario RAI “Cotignola il paese dei giusti” che ha tra i protagonisti il Museo Varoli, la riorganizzazione del Museo ‘Giuseppe Ugonia’ e così via. Si tratta di testimonianze di una presenza viva sul territorio, che non rinuncia a immaginare il futuro, che non rinuncia tout court al futuro. Per finire, vorrei ricordare, proprio in questo annus horribilis, che questi interventi di allestimento e di riorganizzazione devono molto al Piano museale. Credo di interpretare il comune sentire nel chiedere alla Regione di rifinanziare la legge 18/2000 e di rinunciare a politiche di revisione della spesa che penalizzino archivi, biblioteche e musei nella consapevolezza, come ha scritto David Carr, che queste sono le uniche istituzioni della nostra cultura capaci di tenere continuamente aperte le porte chiuse della memoria e dell’indifferenza.

Editoriale - pag. 3 [2013 - N.46]

Claudio Leombroni

Museo Informa è giunto al suo diciassettesimo anno di vita. È un traguardo importante, che tuttavia cade in un anno molto difficile per gli istituti culturali del nostro territorio. La dura crisi economica che stiamo vivendo, le riforme istituzionali in tema di Province e le politiche di revisione della spesa hanno sconvolto l'ecosistema in cui i servizi museali, e i servizi culturali più in generale, erano abituati ad operare. I dubbi sul futuro, la progettata riduzione delle loro competenze e i tagli abnormi, hanno delegittimato le Province e provocato la loro ritirata istituzionale dal settore culturale. Si tratta di un danno economico molto grave per il nostro territorio, quantificabile in almeno un milione di euro, che rappresenta l'unico esito certo dell'incerta riforma istituzionale avviata. A ciò dobbiamo aggiungere l'azzeramento del finanziamento regionale del piano museale, così come dell'intera legge 18/2000, e la conferma dell'espunzione della cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni operata dal decreto "spending review".
In questo momento difficile, forse il più difficile degli ultimi trenta anni, dobbiamo dare il meglio di noi stessi; dobbiamo continuare a lavorare, dobbiamo fare appello a tutto il nostro cuore e a tutta la nostra intelligenza per cogliere ogni opportunità di cambiamento e per reimpostare su basi nuove quanto abbiamo costruito in questi anni; dobbiamo tutti insieme lavorare per non privarci del futuro. Il futuro coincide ragionevolmente con l'estensione della cooperazione alla base del nostro sistema e con la costruzione di un vero e proprio sistema culturale romagnolo, come definito in ambito MAB. Da questo punto di vista saranno cruciali le reti, come argomenta Michele Rosco in questo numero. Noi non partiamo da zero. In questi anni abbiamo costruito esperienze di rete che costituiranno l'ambiente naturale per il sistema futuro, a cominciare dalla trentennale esperienza della Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino.
Museo Informa non rinuncia al futuro, né a immaginare il futuro e accompagnerà questo percorso senza cedere alla rassegnazione. "Ripartire dalla cultura" è l'obiettivo dei promotori e firmatari dell'appello di cui si dà conto in questo numero, ma è anche il convincimento profondo della nostra rivista. A questo spirito si appella il seminario "Immaginare il cambiamento" dell'8 aprile prossimo dedicato alla costruzione del sistema culturale romagnolo, che vedrà operatori dei musei, bibliotecari e archivisti condividere un progetto, ma anche idee, ideali e passioni. Continuare a lavorare per la cultura nonostante la crisi, significa credere nel nostro lavoro e nel nostro futuro. È ciò che i nostri musei fanno: la nuova sede dell'Ecomuseo di Villanova, la riapertura del Museo Dantesco a Ravenna, l'inaugurazione di una nuova sezione al Musa di Cervia, il documentario RAI "Cotignola il paese dei giusti" che ha tra i protagonisti il Museo Civico Varoli, la riorganizzazione del Museo "Ugonia" e così via. Si tratta di testimonianze di una presenza viva sul territorio, che non rinuncia a immaginare il futuro, che non rinuncia tout court al futuro.
Per finire, vorrei ricordare, proprio in questo annus horribilis, che questi interventi di riorganizzazione, di allestimento e di riorganizzazione devono molto al Piano museale. Credo di interpretare il comune sentire nel chiedere alla Regione di rifinanziare la legge 18/2000 e di rinunciare a politiche di revisione della spesa che penalizzino archivi, biblioteche e musei nella consapevolezza, come ha scritto David Carr, che queste sono le uniche istituzioni della nostra cultura capaci di tenere continuamente aperte le porte chiuse della memoria e dell'indifferenza.


Editoriale - pag. 3 [2013 - N.46]

Claudio Leombroni

Questo numero di Museo in•forma è il primo che non potrà leggere Gianfranco Casadio, per molti anni Dirigente del Settore Cultura della Provincia e fondatore di questa rivista, scomparso il 30 maggio scorso. In questo numero Rosella Cantarelli, che ha condiviso con lui tanti anni di lavoro, riepiloga i tratti salienti della sua attività. Al suo ricordo posso solo aggiungere che questo numero della nostra rivista è a lui dedicato.
Lo speciale affronta il tema dei depositi museali, un tema importante, cui pensavamo da tempo di dedicare una riflessione. D'altra parte soltanto un anno fa a Milano è stato presentato un dossier dell'Istituto Bruno Leoni dedicato ai depositi (Un patrimonio invisibile e inaccessibile: idee per dare valore ai depositi dei musei statali di Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però, che si può leggere all'indirizzo web http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=11413), dal quale il lettore ricava l'impressione dell'esistenza di un vero e proprio universo parallelo, ossia di una parte cospicua del patrimonio, di valore inestimabile, nascosta agli occhi del pubblico.
Per i musei statali il tema è cruciale. Anche per i musei degli enti locali, tuttavia, la questione dei depositi non è secondaria. Come scrive Anna Maria Visser Travagli nell'articolo introduttivo allo speciale, i depositi sono il cuore del museo, anche se il nostro Paese tarda a realizzare o ad adeguare gli spazi di cui necessitano. Per molti musei rappresentano la parte prevalente del patrimonio: basti pensare che per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza − come ci ricorda Antonietta Epifani − i depositi ospitano la parte prevalente (circa l'80%) delle collezioni e rappresentano in buona sostanza una estensione degli spazi espositivi. Il focus sul tema riguarda altri tre musei del Sistema Provinciale: il Museo NatuRa di Sant'Alberto, la Pinacoteca Comunale di Faenza e il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine.
Fra le notizie contenute nelle consuete rubriche segnalo l'annuncio, da parte del Direttore del Dipartimento Beni Culturali della sede universitaria ravennate, dell'avvio di un nuovo corso di studi per la formazione di restauratori con due percorsi specifici relativi a due diverse tipologie di materiali. Il dato positivo da segnalare in questo caso, oltre al corso in sé, è anche la fattiva collaborazione fra Università e Soprintendenze. L'auspicio è che questi corsi possano avere un futuro e che, magari, possano occuparsi anche della conservazione degli oggetti digitali che cominciano a popolare le collezioni di biblioteche e archivi, ma che investiranno anche i musei. A questo proposito Klaus Kempf, direttore del dipartimento Digital Library della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, ci ha rilasciato un'ampia intervista, di cui pubblichiamo la prima parte.
Infine segnalo che con questo numero inizia una rubrica dedicata a Ravenna 2019, sperando che porti fortuna al progetto di candidatura a capitale europea della cultura.
Buona estate.

Editoriale - pag. 3 [2013 - N.47]

Claudio Leombroni

Questo numero di Museo in-forma include uno speciale sui musei romagnoli. Non è un caso. Sulla fattibilità di un sistema museale romagnolo torneremo agli inizi del prossimo anno nel seminario dedicato ai musei divenuto ormai un appuntamento tradizionale. Parlare di sistema museale romagnolo significa a un tempo rappresentare un sogno e una necessità. La necessità è bene rappresentata da alcune parole del nostro lessico familiare: economie di scala, sostenibilità, cooperazione, integrazione, autonomia scientifica e culturale, convergenza. Sono parole che gli istituti culturali hanno imparato a usare da molti anni nei loro discorsi sul mondo - non solo il loro mondo - su se stessi e sul futuro. L'avvio del progetto "ScopriRete", ossia della nuova Rete bibliotecaria di Romagna, rappresenta da questo punto di vista l'ecosistema di riferimento. Su questo progetto, sulle sue dimensione romagnole (meglio che dire di "area vasta") e sul suo radicamento territoriale, dovrà essere fondato ogni discorso possibile riguardante la fattibilità di un sistema museale romagnolo.
Le ragioni sono state già illustrate nel convegno organizzato ad aprile di quest'anno e sono rappresentate da alcuni concetti chiave. Il primo è quello di 'sistema culturale', elaborato in ambito MAB. Il sistema culturale può essere definito come il complesso dell'offerta culturale di un territorio. Da questo punto di vista il territorio romagnolo è connotato anche dall'offerta culturale proposta da musei, archivi storici e biblioteche. Tutto ciò può rappresentare un framework cooperativo utile anche per abilitare la creatività locale, oltre che la già consolidata linea di azione del turismo culturale. Il secondo concetto chiave è 'integrazione' e riguarda forme di cooperazione avanzata fra musei, archivi e biblioteche, capaci di produrre significative economie di scala, non solo verticali, ossia all'interno del singolo dominio, ma anche orizzontali. Il terzo concetto chiave è 'convergenza' , che aggiunge al precedente una declinazione più profonda, collegata non tanto alla dimensione economica, quanto piuttosto al profilo culturale e al suo rilievo per la valorizzazione del territorio in un mondo che sta rapidamente cambiando e in cui, soprattutto, sta cambiando il sistema di delivery della conoscenza, ormai reso convergente dalle nuove tecnologie.
Come ben scrive in questo numero Patrick Leech, assessore alla cultura del Comune di Forlì, "i sogni utopici si basano sulla radicale ridefinizione di uno spazio, di uno spazio che non esiste ora, ma che potrebbe esistere. Nel caso concreto, il sogno consiste nell'immaginare un unico spazio romagnolo, uno spazio inteso come unità ambientale, umana e patrimoniale". La Rete bibliotecaria di Romagna è nata trenta anni fa dal basso, dalle biblioteche e dai bibliotecari, proprio da un sogno collettivo. È diventata realtà per la forza delle idee e per la intelligente convivenza fra cooperazione e singolarità della biblioteca. Questo stesso percorso deve essere costruito per i musei e perché conduca alla meta non dovrà essere imposto, ma dovrà essere supportato, abilitato, argomentato. E Leech esprime molto bene le ragioni del cooperare e dell'immaginare nuove forme di cooperazione.
Un altro sogno di cui questo numero dà conto è Ravenna 2019, ora più vicino alla realtà. Alberto Cassani, coordinatore del progetto, riassume ciò che è stato fatto, ma soprattutto ciò che ci attende, perché "il meglio deve ancora venire". E giunti alla fine dell'anno questo potrebbe essere lo spirito di questo numero. Il meglio deve ancora venire appunto: per la nuova Rete di Romagna che inizierà nel 2014 una nuova vita e che la vedrà gradualmente integrata con archivi e musei; per musei archivi e biblioteche, i cui destini saranno sempre più uniti, come ha dimostrato quest'anno la Provincia redigendo il primo Piano MAB integrato; per il nostro sistema museale destinato ad aprirsi alla Romagna; per i colleghi che operano nelle biblioteche, nei musei e negli archivi romagnoli che - ne siamo certi - trasformeranno in realtà un sogno collettivo sapendo cogliere in una stagione non felice per il nostro paese le opportunità per cambiare, per costruire insieme servizi migliori e forse un migliore 'mondo della vita'; e... per la nostra rivista che cambierà essa stessa per diventare, col contributo di tutti, migliore di prima.
Buon Natale a tutti e tanti auguri per un 2014 pieno di idee, di passioni, di vita!

Editoriale - pag. 3 [2013 - N.48]

Claudio Leombroni

Con questo numero inizia un nuovo anno di Museo in•forma, un anno per certi aspetti
difficile anche per la formula editoriale della rivista - online e residualmente su carta -
ma non per questo privo di idee e di entusiasmo. L'entusiasmo è dato dalle sfide che ci
attendono, che attendono il Sistema museale, chiamato ad una riorganizzazione, ad una
riconfigurazione dei propri obiettivi nell'ambito della costruzione, insieme a bibliotecari e
archivisti, di quel sistema culturale integrato per la Romagna di cui stiamo discutendo e
vagliando la fattibilità da un paio di anni.
Intanto nello Speciale diamo conto di un significativo ampliamento del sistema museale.
Sono entrati in rete in particolare la Fondazione Guerrino Tramonti di Faenza e il Museo
San Francesco dei Frati conventuali di Faenza e stiamo per sottoscrivere in questi giorni
col Comune di Faenza la convenzione per l'adesione dell'istituendo Museo all'aperto
della città di Faenza. Tre musei completamente diversi tra loro, di diversa appartenenza
amministrativa, privata, ecclesiastica e comunale, ma che insieme restituiscono ed esaltano
la ricchezza e la complessità del patrimonio locale e la volontà di valorizzarsi grazie ai
servizi cooperativi della rete museale.
Per le prospettive del Sistema non si possono non rimarcare due articoli contenuti in
questo numero. Il primo, di Angelo Pompilio, che annuncia l'offerta da parte della
sede universitaria ravennate di una nuova laurea magistrale in "Scienze del libro e del
documento"; una offerta importante, che spero possa dare un contributo significativo al
progetto di sistema culturale integrato e al territorio, perché l'uno e l'altro hanno bisogno
di competenze e risorse umane qualificate. Istituti culturali romagnoli e offerta universitaria
nell'ambito dei beni e delle attività culturali devono incontrarsi e stimolarsi a vicenda più
di quanto è accaduto sinora. La collaborazione degli istituti non può esaurirsi in tirocini e
in qualche lavoro precario al limite della decenza. Dobbiamo costruire con questa nuova
laurea un rapporto organico perché il nostro settore, proprio in questo momento di crisi,
ha bisogno di giovani competenti e curiosi del futuro.
Il secondo articolo dà invece conto della conclusione del progetto europeo PArSJad. Il
progetto ha reso possibile a due musei del Sistema, il Museo del Castello di Bagnara
di Romagna e il Museo Civico di Russi, di implementare la conoscenza del patrimonio
storico-archeologico attraverso postazioni multimediali e di realtà aumentata. L'esauriente
contributo di Fiamma Lenzi ci offre il destro di proporre per i prossimi numeri della
rivista due temi da approfondire. Un primo tema è costituito dai progetti europei e dalla
necessità di attrezzarci alla nuova progettazione europea. Un tema quanto mai rilevante in
un momento di scarsità di risorse e per un Paese come il nostro che non riesce ad attrarre
risorse europee in modo almeno proporzionale alla condizione di essere fra i primi quattro
Stati contribuenti dell'UE. Un secondo tema è quello delle tecnologie per i beni culturali,
dove non sono rari improvvisazione, luoghi comuni sul trend tecnologico di turno,
mancata ingegnerizzazione e soprattutto mancanza, paradossalmente, di innovazione.
L'uso delle tecnologie senza produrre innovazione va forse ricondotto al fenomeno più
generale rilevato dagli autori di Kulturinfarkt secondo il quale porre le istituzioni culturali
pubbliche "al riparo dalla domanda" (von der Nachfrage abzuschirmen) riduce la capacità
di produrre innovazione?

Editoriale - pag. 3 [2014 - N.49]

Claudio Leombroni

Questo numero estivo è il cinquantesimo di Museo in•forma: un compleanno importante, che segna la maturità di una rivista e la solidità di una esperienza avviata col n. 0 del 1997. Cinquanta numeri vogliono dire anche diciassette anni: tanti, sicuramente intensi, come intense sono state le stagioni della vita culturale e istituzionale del nostro Paese, anche osservate e vissute dal nostro territorio.
Nell'editoriale del n. 0 Gianfranco Casadio osservava che un nuovo periodico induce sempre a chiedersi a che cosa serve e che nel caso di Museo in•forma la risposta era che "mancava un foglio di informazioni specifico in ambito museale rivolto non solo agli operatori del settore, ma anche alle scuole e, si spera, ad un più vasto pubblico". Possiamo dire che l'auspicio di Casadio si è realizzato perché la nostra rivista rappresenta oggi una voce affermata e autorevole nel settore. Al tempo stesso possiamo dire che la promessa del massimo impegno possibile per raggiungere l'obiettivo contenuta nel primo editoriale è stata mantenuta. Posso aggiungere, a distanza di diciassette anni, che faremo il possibile per proseguire la vita della rivista, per arricchirne la traiettoria intellettuale trasformandola anche in uno strumento di confronto e contaminazione di culture e saperi professionali museali, archivistici e bibliotecari. Confido che il lettore saprà interpretare la direzione di quella traiettoria e che possa riconoscersi in essa o che possa collaborare con noi a definirne l'orientamento. Ai non pochi lettori della rivista oggi posso dire, parafrasando Montale, ciò che non siamo e ciò che non vogliamo essere: una rivista espressione di apparati burocratici, una rivista subalterna a questo o quel pensiero (o potere) forte, debole o breve che sia.
Volgendo l'attenzione ai contenuti di questo numero segnalo lo speciale dedicato ai progetti europei, quanto mai opportuno considerando i nuovi programmi dell'Unione. La scarsità di risorse nostrane impone al Sistema Museale, così come alla Rete Bibliotecaria, di dedicarsi con impegno e serietà alla progettazione europea. Tuttavia tale necessità non deriva tanto o soltanto da una questione di risorse finanziarie; è anche una questione di prospettive, di scelte e, da un certo punto di vista, di costruzione della nostra identità. Mi pare che questa idea si ricavi con nettezza dalla panoramica sui nuovi programmi europei e dalla riflessione sulle opportunità di cambiamento che essi offrono contenute nella bella intervista di Romina Pirraglia al prof. Fabio Donato, recentemente nominato dal ministro Franceschini nel Comitato tecnico-scientifico per l'economia della cultura. Come afferma Donato "noi continuiamo a pensare al museo come a un luogo di mera esposizione e di mera conservazione, mentre i musei dovrebbero essere innanzitutto luoghi di produzione di conoscenza e di produzione culturale". I nuovi programmi europei costituiscono quindi una sfida che travalica la pur importante dimensione economica.
Buona lettura e buona estate a tutti.

Editoriale - pag. 3 [2014 - N.50]

Claudio Leombroni

Questo numero di Museo in•forma dedica ampio spazio alla recente riforma del MiBACT. D'altra parte la riforma del Ministero, per quanto possa sembrare lontana o estranea all'ambito locale, ha invece un valore paradigmatico e ci è sembrato opportuno dedicare a essa lo speciale di questo numero. Il commento, ampio, profondo e intelligentemente prospettico è di Daniele Jalla. Si tratta di uno scritto importante e per questo lo abbiamo pubblicato nella sua interezza. Segnalo in proposito, nella pagina curata dall'IBC, anche l'articolo di Maria Pia Guermandi, che ha partecipato alla Commissione D'Alberti voluta dal ministro Bray.
Alla riforma vorrei dedicare anch'io qualche riga di commento e per farlo adotterò un punto di vista particolare e forse inusitato nel nostro ambiente: quello dell'analisi delle politiche pubbliche o del policy-making. Come evidenziano Jalla e Guermandi è indubbio che la riforma contenga degli apprezzabili elementi di novità e dei tratti positivi; soprattutto, mi pare che, al di là del nuovo assetto ministeriale, si percepisca nel settore dei musei una visione, che non è dato di scorgere invece nelle sezioni dedicate al comparto biblioteche o al comparto archivi. Tuttavia la riforma Franceschini non si discosta dalle linee di fondo e dai profili sostanziali delle precedenti, troppe, riforme (quattro a partire dal 1998, di cui ben tre in sei anni, prima di quella voluta dal ministro Franceschini). In particolare la riforma sembra consentanea a quel paradigma egemonico che ha caratterizzato secondo Giliberto Capano le riforme amministrative italiane e che ha, ad esempio, provocato il sostanziale fallimento o la sostanziale sterilizzazione delle riforme improntate al managerialismo degli anni Novanta: l'istituzionalizzazione del diritto amministrativo come modo di essere e di agire della pubblica amministrazione, come paradigma condiviso da policy-makers in tutte le arene dove vengono disegnate e implementate le riforme. Entro questo ambito, caratterizzato da relazioni gerarchiche e di causa-effetto fra regole e azione amministrativa, dall'adempimento alle regole formali, dalla prevalenza della struttura organizzativa sulla policy, ogni altro apporto (business administration, economia aziendale, teorie dell'organizzazione ecc.) e relativo linguaggio viene depotenziato, reinterpretato e piegato alla logica e alle procedure del paradigma egemonico, anche con evidenti ossimori. Così anche il D.P.C.M. n. 171/2014 riesce a conciliare con un autentico salto mortale della ragione l'autonomia del museo con il suo status di "organo periferico del Ministero". È stato così anche per le biblioteche sin dalla istituzione del Ministero dei Beni culturali. Luigi Crocetti, uno dei più grandi bibliotecari italiani del Novecento, scrisse in proposito che dopo la creazione, durante il fascismo, della burocrazia bibliotecaria "molto peggio ancora si sarebbe fatto in età democratica, e da parte di un altro intellettuale, Giovanni Spadolini. Nel testo del decreto del Presidente della Repubblica sull'organizzazione del Ministero per i beni culturali e ambientali (del 1975), non s'infieriva più sui bibliotecari, ormai sistemati, ma sulle biblioteche, non vergognandosi di definirle 'organi periferici del Ministero', ciò che non era stato immaginato neppure nei tempi della dittatura. Se ne ribadiva così la burocratizzazione".
Anche i poli museali regionali sono concepiti come "organi periferici del Ministero". C'è da chiedersi come questo status possa conciliarsi con l'attribuzione ad essi del delicato compito di coordinare il sistema museale nazionale in ambito regionale e, ancor di più, come possa dar vita al sistema museale regionale integrato, aperto ai musei e sistemi museali non statali. Qui si tocca un altro aspetto del paradigma egemonico del nostro tempo: il neo-centralismo. Se SBN nacque da un accordo fra Stato e Regioni, il sistema museale nazionale viene ora promosso dal MiBACT e la sua articolazione territoriale, a differenza degli attuali poli SBN, viene ridotta a "organo periferico del Ministero", col silenzio delle Regioni e delle autonomie locali. Si tratta di una delle migliori testimonianze della stagione che sta vivendo il nostro paese e che potremmo rappresentare con la formula "Stato senza autonomie e Regioni senza regionalismo". Una condizione pericolosa anche per la nostra cultura se conveniamo, come scrisse ancora una volta Crocetti, che il policentrismo ne è un canone precipuo. Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN), Sistema Archivistico Nazionale (SAN) e neonato Sistema Museale Nazionale non possono essere infrastrutture burocratiche statali. In esse l'aggettivo "nazionale", come acquisito nelle migliori stagioni di SBN, non può essere sinonimo di "statale", ma di comunità nazionale, di progetto condiviso da tutti i livelli istituzionali.

Editoriale - pag. 3 [2015 - N.52]

Claudio Leombroni

Il 2015 è un anno importante per i musei italiani e per i professionisti del patrimonio museale e culturale, che prepara la General Conference di ICOM del prossimo anno a Milano. È l'anno di Expo, che non ci aiuta a oltrepassare il luogo comune, perché, come scrive Michele Trimarchi in apertura dello Speciale, "replica un format un po' obsoleto, più fiera dell'est che reticolo di intuizioni progettuali", ma rappresenta comunque una vetrina per gli istituti e un'occasione per interrogarsi sul rapporto con la società contemporanea. Lo Speciale di questo numero di Museo in•forma offre un contributo in entrambe le direzioni: Laura Carlini Fanfogna e Giulia Pretto ci illustrano un'iniziativa dell'IBC concepita per Expo, SEMI, mentre Valeria Arrabito ci racconta del progetto ExpoinMuseo promosso da ICOM Italia; Michele Trimarchi coglie l'occasione dell'evento per riflettere sulla definizione di museo al tempo dell'Expo ed è - la sua - una riflessione acutissima e condivisibile. Come non convenire sulla inopportunità (o addirittura la sconvenienza) di misurare i musei unicamente sulla base di criteri quantitativi o sul fatto che "il confronto dimensionale non dovrebbe avere alcuna cittadinanza nel sistema dell'arte"? E come non convenire sul fatto che pensando di avere come interlocutore un pubblico omogeneo continuiamo "a mantenere criteri espositivi ottocenteschi e a inzeppare le ultime sale di effetti speciali"? Insomma, al di là della "deriva delle grandi mostre", forse ci conviene riconfigurare i musei curando la sostanza dialogica dell'offerta culturale, la capacità di rendere intelligibili le proprie narrazioni. Lo Speciale, tuttavia, si sofferma anche sulla grande mostra Il Tesoro d'Italia, criticatissima, organizzata per l'occasione dell'Expo e lo fa con un contributo di Claudio Casadio, a colloquio con il curatore Vittorio Sgarbi.
Il 2015 è stato anche l'anno della riforma del MiBACT, l'anno della legge di stabilità che ha tremendamente complicato il riordino delle funzioni delle Province e delle Città metropolitane e l'anno della legge della Regione Emilia-Romagna di riforma del sistema di governo regionale e locale approvata il 30 luglio, proprio mentre Museo in•forma sta andando in stampa. Abbiamo già dedicato attenzione a questi temi e lo faremo ancora, considerata la crucialità per i nostri istituti e per il sistema museale. In questo numero Giuliano Volpe, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali del MiBACT, commenta la riforma richiamando la necessità di un sistema museale nazionale fondato sulla autonomia amministrativa e gestionale dei singoli istituti, orientato alla valorizzazione, e quindi al rapporto con i cittadini senza elitismi o snobismi, e a un "approccio olistico al patrimonio culturale e paesaggistico, superando una concezione settoriale e disciplinare e considerando il paesaggio quale elemento comune". Si tratta di temi affrontati anche al congresso di ICOM Italia che si è svolto a Roma il 22 giugno scorso e di cui Adele Maresca Compagna traccia un'efficace resoconto. La professione dovrà continuare a discutere sugli interrogativi che ci siamo posti al congresso, in particolare se un processo di costruzione di un sistema museale nazionale a guida statale sarà in grado di coinvolgere, anche a livello di governance, Regioni ed Enti locali e, aggiungo, se nel contempo creerà le condizioni per l'autonomia degli istituti fino a eliminarne l'esecrabile status di organi periferici del Ministero. La discussione riguarderà inevitabilmente le politiche pubbliche del settore; anzi dovrà riguardare l'istituzionalizzazione di politiche pubbliche del settore, sinora in un certo senso inesistenti. Ciò significa che dovremo contribuire a ritrovare forma e sostanza della cooperazione istituzionale in una stagione di "riforma della riforma" del Titolo V della nostra Carta fondamentale e con ciò verificare se sia possibile nel nostro paese una relazione tra politica e cultura che superi quelle resistenze e quelle diffidenze che David Alcaud ha evidenziato nella storia italiana e di cui ci ha spiegato le ragioni. In gioco, insomma, è anche il ruolo che lo Stato può giocare per la cultura e la 'rappresentazione' di quel ruolo alla società.

Editoriale - pag. 3 [2015 - N.53]

Claudio Leomboni

Lo speciale di questo numero di Museo in-forma è dedicato alla figura del direttore, il cui ruolo unitamente all'autonomia dell'istituto è stato fortemente valorizzato dalla recente riforma del MiBACT voluta dal Ministro Franceschini e formalmente conclusa per i musei con l'emanazione del decreto sull'organizzazione e il funzionamento dei musei statali (DM del 23 dicembre 2014). Come è noto successivamente sono stati selezionati con un bando internazionale i direttori dei venti principali musei e la riforma è stata completata in novembre con la presa di servizio dei 114 direttori dei musei statali non dirigenziali, che dovranno dotarsi di un proprio statuto e di una contabilità trasparente. In quest'ultimo caso, considerando i titoli, sono stati selezionati 48 storici dell'arte (42% del totale degli incaricati), 36 archeologi (31,5%) e 30 architetti (26,5%). La gestione dei musei statali privi di posizioni dirigenziali sarà suddivisa in aree funzionali, con un responsabile per le collezioni, lo studio, la ricerca e la didattica, il marketing, il fundraising, l'amministrazione e la sicurezza.

L'attuazione della riforma merita qualche ulteriore riflessione rispetto alle considerazioni che ho svolto nell'editoriale del numero 52 della nostra rivista. In particolare mi paiono inevitabili due domande: il direttore dei musei statali, che nei paesi più avanzati può contare ad esempio sul pieno governo del personale, potrà veramente dirigere un istituto autonomo o siamo in presenza di un ossimoro? La valorizzazione del ruolo di direttore di museo aprirà la strada al riconoscimento della professione del 'museante' - come acutamente è solito dire Daniele Jallà - e della sua associazione professionale?

Quanto alla prima questione, nell'editoriale sopra richiamato ho già interpretato la riforma nel senso dell'ossimoro sottolineando quanto sia difficile conciliare uno statuto di autonomia con la natura, confermata dalla recente riforma, di organo periferico del Ministero attribuita agli istituti e al Polo museale regionale. Su questo ossimoro pesa indubbiamente il prevalere di quello che gli analisti delle politiche pubbliche hanno chiamato paradigma amministrativo, tipico delle riforme italiane. Pesa però anche il contenitore, la 'forma organizzativa Ministero', scelta nel 1975, in luogo dell'amministrazione autonoma proposta ben cinquanta anni fa dalla Commissione Franceschini, per l'imposizione del Presidente del Consiglio di allora, più decisiva, come raccontò Massimo Severo Giannini, delle resistenze dei "tardigradi" e dei "velocisti incompetenti". Una ventina di anni dopo Marco Cammelli individuò perfettamente due aspetti controversi del nuovo Ministero nato dalle riforme Bassanini, che manteneva, appunto, la 'forma Ministero': anzitutto l'essere stato spesso metafora di una politica per la cultura, sicché si era auspicato il primo per avere la seconda; in secondo luogo l'essere una sorta di ossimoro istituzionale, in cui la legittima pretesa di autonomia degli istituti e della dimensione tecnico-scientifica si scontrava con il contesto ministeriale necessariamente gerarchico e disciplinato dal diritto amministrativo con annessi controlli amministrativi, contabili e finanziari. Di questo ossimoro sono state vittime proprio gli istituti culturali statali (archivi, biblioteche e musei), divenuti nei vari regolamenti di organizzazione "organi periferici del Ministero". Si tratta ora di capire se la tensione fra autonomia e gerarchia, fra autonomia gestionale e cultura amministrativa o dell'adempimento, acuita dall'enfasi del decisore politico sull'autonomia degli istituti e dei direttori non generi anche il ripensamento, poco probabile, della 'forma Ministero' o la ricerca, più probabile, di nuovi strumenti organizzativi (ad es. agenzie) all'interno del Ministero stesso. E noi naturalmente seguiremo con attenzione l'evolversi della situazione.

Per quanto riguarda il riconoscimento della professione mi pare che la recente riforma - si veda in particolare l'art. 4 del decreto di organizzazione - ripari, ma solo in parte in considerazione della fonte normativa, la lacuna dell'art. 9 bis del Codice dei Beni culturali che come è noto non nomina i 'museanti' fra i professionisti dei beni culturali. Da questo punto di vista ancor più lungo è il percorso che ICOM Italia dovrà compiere per diventare associazione rappresentativa a livello nazionale di una professione non regolamentata come la nostra. Un percorso scandito dal D.Lgs 206/2007 e dalla L. 4/2013, che richiede un forte impegno e un profondo cambiamento, anche della struttura associativa. D'altra parte non si danno 'museanti', a partire dai direttori, riconosciuti nella loro autorevolezza e autonomia senza una dimensione autenticamente professionale dei singoli e dell'associazione. Senza naturalmente rinunciare alla difesa degli istituti e dei valori che incarnano.

Buon Natale!


Editoriale - pag. 3 [2015 - N.54]

Claudio Leombroni

Questo primo numero dell'anno esce purtroppo a pochi giorni di distanza dalla morte di Nazzareno Pisauri, avvenuta il 23 marzo scorso, e l'editoriale, un po' più lungo del solito, è a lui dedicato. Ai colleghi più giovani questo nome forse dice poco o nulla in un tempo in cui nella nostra professione abbondano i professori e gli aspiranti accademici, i predicatori o i futurologi e sono quasi scomparsi i maestri.
Eppure a lui gli istituti della cultura emiliano-romagnoli devono molto. A lui, Soprintendente ai Beni librari negli anni Ottanta e direttore dell'IBC negli anni Novanta, devono molto sia la Rete bibliotecaria romagnola, sia il Sistema museale, perché fu grazie a Nazzareno che trovarono posto nell'organizzazione bibliotecaria e museale della Regione. A lui in particolare si deve la dimensione romagnola della Rete bibliotecaria e a lui deve molto SBN stesso, perché fu grazie all'alleanza di ferro con Angela Vinay che il Servizio Bibliotecario Nazionale costruì la propria architettura policentrica fondata sull'intesa fra Stato e Regioni. A lui devono molto anche bibliotecari, archivisti e 'museanti' della nostra Regione; deve molto anche chi scrive, che, oltre a molti debiti culturali e professionali, nel dicembre 1995 fu nominato nel Comitato nazionale di gestione del SBN su sua indicazione.
L'eredità culturale o 'politico-culturale' di Nazzareno Pisauri è ancora più cospicua, anche nei suoi profili di inattualità e ancorché oggi sostanzialmente dimenticata da una biblioteconomia nostrana (o da una archivistica o da una museologia) impregnata di technicalities apparentemente neutrali e povera di valori e di visione, povera di memoria o, come diceva Crocetti, di tradizione. Consiglio in proposito ai più giovani di leggere e rileggere "Leggere è uguale per tutti", un intervento che Pisauri fece al convegno "Leggi in biblioteca" del 1997 e che condensa in poche pagine il suo pensiero critico, insofferente dei luoghi comuni, di bibliotecario consapevolmente militante; perché tale era Nazzareno al di là del suo ruolo di direttore dell'IBC o forse in ragione di tale ruolo, interpretato nel solco di quella altissima dimensione culturale e professionale inaugurata da Giuseppe Guglielmi. In quelle pagine, oltre alla sua straordinaria passione civile, alla sua lucida capacità di interpretare i fenomeni sociali e culturali sottostanti e circostanti i nostri istituti, ma anche di policy making - che non raramente lo pose in contrasto con la politica - emerge con nettezza anche la sua intelligenza visionaria, capace di immaginare molto prima di Lankes o dei nostrani convegni delle Stelline, i tratti fondamentali della biblioteca nel nuovo mondo delle reti: il dover diventare il luogo della comunicazione, il luogo "in cui chi ha qualcosa da dire lo dice", "il megafono di chi non ha altro diritto di parola, di chi ha qualcosa da dire e ha bisogno di un luogo in cui dirlo insieme ad altri".
Quella lucidissima capacità di policy making unita al suo spessore culturale e professionale - dote quest'ultima che gli dovrà essere riconosciuta in sede di interpretazione storica della sua figura e del suo operato - gli consentì di disegnare una organizzazione regionale dei servizi culturali inclusiva dei soggetti privati, coinvolti sulla base dei servizi effettivamente resi alla comunità e non delle logiche burocratiche del contributo, di utilizzare l'automazione per facilitare l'accesso ai servizi culturali pubblici e per rendere possibili nessi e collegamenti fra i diversi domini. Una concezione alta, orgogliosa del servizio pubblico era alla base non solo della sua concezione degli istituti, ma anche della tutela e della fruizione del patrimonio inteso nella sua interezza, nella grande varietà novecentesca di registri, di stili, di supporti, di contaminazioni. Questa concezione del servizio e della pianificazione del servizio, fortemente embricata con la straordinaria elaborazione culturale dell'IBC di Emiliani, di Gambi e di Guglielmi, gli farà immaginare e realizzare progetti MAB prima di altri in Italia, gli farà ricercare i collegamenti culturali fra biblioteche, archivi e musei nella consapevolezza che la complessità del nostro patrimonio culturale, e in particolare del nostro Novecento e dei suoi fondi compositi, può essere autenticamente interpretata, goduta e fruita solo attraverso tale complessità di nessi e di complicità disciplinari e attraverso sistemi informativi che ne agevolino l'istituzione o l'esplorazione. Da questo punto di vista è ancora fondamentale la lettura di "Lussuria e devozione", forse il suo scritto più bello, o del suo intervento al convegno "Archivi e voci d'autorità" in cui il superamento delle distinzioni disciplinari viene concepito come l'esito più profondo del Novecento, che ha modificato radicalmente valore e significato primario dei beni culturali su cui esercitiamo i nostri rispettivi mestieri, quello del bibliotecario, dell'archivista o del 'museante'.
Nella traduzione di questi profili culturali - complessivamente ascrivibili alla nozione eticamente impegnativa di 'democratizzazione della cultura', condivisa con gli esponenti migliori della sua generazione - come pure del ruolo degli istituti culturali in politiche pubbliche, Nazzareno si avvalse della cooperazione e del regionalismo; un regionalismo autentico il suo, forse un regionalismo, coincidente con l'idea di un nuovo modo di governare, che Giorgio Pastori vedeva in crisi già dieci anni dopo l'istituzione delle Regioni. Per Pisauri cooperazione, regionalismo, autonomie locali e territorio, erano parte di un lessico fortemente anticentralista, di una cultura delle autonomie che si era affermata soprattutto fra i bibliotecari nelle battaglie culturali degli anni Sessanta e Settanta. Oggi, di fronte al neo-centralismo statale e alla crisi della cultura regionalista delle Regioni, queste sue posizioni sembrano inattuali. Ma è da qui che dobbiamo ripartire, perché il nostro Paese è storicamente caratterizzato dal policentrismo culturale. Questa è la nostra ricchezza ed è una ricchezza che può essere valorizzata solo dall'intero Paese, non da un Ministero che è stato utilizzato spesso come metafora di una politica culturale senza che quest'ultima ci fosse o fosse condivisa.
Negli ultimi tempi mi è capitato di evocare Nazzareno in diverse occasioni: l'ho fatto all'assemblea dei poli SBN, alla conferenza romana dell'ICOM del mese di giugno dello scorso e al secondo congresso nazionale MAB di qualche mese fa. In queste occasioni ho ricordato che l'assetto neocentralista del sistema museale nazionale - che tale è anche a volerne apprezzare il carattere di rivoluzione dall'alto - e la sottrazione alla Regioni della tutela dei beni librari avrebbero suscitato la sua indignazione pubblica. Nazzareno avrebbe parlato di revanchismo centralista o di centralismo d'accatto perché la sua generazione aveva bene in mente il fallimento delle politiche statali prima delle istituzioni delle Regioni. Si dirà che oggi sono altri tempi, anche se sono passati pochi anni da quando tutti si professavano federalisti. Io credo invece che dobbiamo ripartire dal magistero professionale e culturale di Nazzareno. Solo così potremmo dire - con Goethe - di esserci riguadagnati ciò che avevamo ereditato dai nostri padri.


Editoriale - pag. 3 [2016 - N.55]

Claudio Leombroni

Questo numero di Museo in-forma esce a metà estate, ma ciononostante a ridosso o in concomitanza di due eventi significativi.
Anzitutto esce all'indomani della 24a Conferenza generale di ICOM, che ha avuto grandi numeri e che ha ospitato un ricco e produttivo dibattito sul tema dei paesaggi culturali. Un tema pregnante, come argomenta molto bene Daniele Jalla in questo numero, che per i musei comporta una triplice apertura. In primo luogo alla comunità e ciò significa uscire fuori di sé e sperimentare punti di vista esterni, magari inusitati, certamente non autoreferenziali. In secondo luogo al presente, ossia alla sua percezione, e quindi alla contemporaneità, o, in un certo senso, alla convergenza agostiniana delle dimensioni del passato e del futuro sulla dimensione del presente. Infine l'apertura al patrimonio e il contestuale scolorimento della distinzione fra beni mobili e immobili: la forma di apertura più semplice e al tempo stesso più complessa, soprattutto se analizzata in prospettiva MAB, dove ancora resta da chiarire il lessico e il vocabolario comune delle professioni, a cominciare dalla nozione stessa di patrimonio e di quella collegata di bene culturale.
L'esperienza di MuseoMix - documentata nello 'speciale' di questo numero - va letta anche nel segno dell'apertura; soprattutto può essere valutata da questo punto di vista analizzandone la capacità di rispondere al presente e alla sua incombenza sui nostri istituti.
È anche il momento del concorso MiBACT per 500 posti di funzionario tecnico-scientifico, con varie figure professionali (5 posti per antropologo, 90 per archeologo, 130 per architetto, 95 per archivista, 25 per bibliotecario, 5 per demoantropologo, 30 per promozione e comunicazione, 80 per restauratore, 40 per storico dell'arte). Si tratta di un concorso importante, esito di una riforma discutibile, ma meritevole di discussione, di una riforma di ampia portata, molto incisiva sul versante dei musei, assai meno, anche in termini di visione, sul versante degli archivi e delle biblioteche. Il concorso, nella sua attribuzione di posti fra i vari comparti del Ministero, ha provocato le dimissioni dei rappresentanti dell'area biblioteche in seno al Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici, a testimonianza di quanto sia insensato bandire prove selettive per un numero di posti non significativo a distanza di circa trenta anni dal precedente, e a testimonianza di quanto la riforma non abbia ancora riguardato in profondità un settore - quello delle biblioteche statali - che per numero continua ad essere abnorme in confronto agli altri Paesi. Le prove selettive con quiz, in sé ampiamente discutibili, hanno già suscitato polemiche (si veda in proposito l'articolo di Tomaso Montanari su La Repubblica del 18 luglio scorso). Tali prove, come ha scritto Giuliano Volpe, non costituiscono il modo migliore di guardare al futuro, perché sarebbe stata necessaria una maggiore attenzione alla qualità di questa prova, anche per garantire il buon risultato delle successive prove di valutazione delle competenze tecnico-scientifiche dei candidati. Non è il modo migliore anche con riguardo a quella prospettiva olistica del patrimonio culturale che Volpe con buone ragioni propugna.
A questo proposito non possiamo non ribadire la necessità di discutere e di riflettere sulla nozione di 'patrimonio', sia dal punto di vista dei diversi istituti culturali, magari con l'obiettivo di definire una sorta di ontological commitment, sia dal punto di vista della suo significato sociale o se si vuole del suo significato nella dimensione del presente, perché il termine è stato oggetto di un'autentica "inflazione" come documenta un bel libro di Nathalie Einich apparso in Francia qualche anno fa (La fabrique du patrimoine, Paris, Éditions de la Maison des science de l'homme, 2009, purtroppo non posseduto, stando al catalogo, da nessuna biblioteca SBN). Quell'inflazione è poi diventata una "esplosione", descritta da Pierre Nora nei termini di un passaggio "d'un patrimoine étatique et national à un patrimoine de type social et communautaire", dove si decifra la nostra identità di gruppo o individuale, e di un passaggio "d'un patrimoine hérité à un patrimoine revendiqué".
E proprio la dialettica fra "patrimonio ereditato" e "patrimonio rivendicato" è forse la cifra del presente o dei suoi tre tempi: il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente.


Editoriale - pag. 3 [2016 - N.56]

Claudio Leombroni

Questo numero di Museo in-forma esce dopo il risultato referendario e l'editoriale non può esimersi dall'affrontare il tema.
Il Sistema museale della Provincia di Ravenna è nato nel 1997 e si appresta quindi a festeggiare il suo ventesimo anno di vita. Il Sistema, come molte altre esperienze cooperative italiane nel settore degli istituti culturali, deve la sua esistenza a quella stagione straordinaria per le autonomie locali inaugurata con la L. 142/1990 e terminata per molti aspetti con la recente "legislazione della crisi". Durante quella stagione il Polo SBN, sfidando il politicamente corretto, è diventato la Rete bibliotecaria di Romagna e il Sistema museale una best practice a livello nazionale come riconosciuto da due studi intervallati fra di loro da un decennio: quello di Silvia Bagdadli (Le reti di musei, 2001) e quello dell'Aspen Institute (I sistemi museali in Italia, 2013). In quella stagione, insomma, diverse Province hanno costruito il senso della proprie politiche nel settore facendole coincidere con la cooperazione e con l'esercizio di funzioni strumentali o di supporto agli istituti culturali.
Con l'avvio del riordino delle Province inaugurato dal Governo Monti tutta questa complessa organizzazione territoriale di servizi è stata ignorata e abbandonata di fatto alla più generale deriva demagogica e populista. Non è questa la sede per analizzare nel dettaglio questa vicenda, per molti aspetti grottesca e imbarazzante, e tanto meno per ipotizzare cosa accadrà dopo il 4 dicembre. Certo è che dopo la bocciatura da parte della Consulta della riforma Monti, i tentativi successivi di riordinare e svuotare le Province con legge ordinaria nelle more di una riforma costituzionale hanno dimostrato una certa sérendipité de l'invention, per dirla con Michel Serres, un revanchismo neo-centralista - come avrebbe detto Nazzareno Pisauri - e una notevole insipienza procedurale. Ostinarsi a non riformare il complesso delle autonomie, a far credere, sia pure in un'epoca di "democrazia del pubblico", di aver soppresso le Province senza aver completato l'iter di revisione costituzionale, a scambiare le istituzioni con i comportamenti di coloro che momentaneamente le rappresentano, a ignorare le vere ragioni che dovrebbero essere alla base di questa riforma, note da tempo e brillantemente argomentate più recentemente da Gianfranco Rebora, hanno prodotto conseguenze paradossali anche nel nostro settore: circolari di solerti funzionari statali che invitavano "le soppresse Province" a elencare i propri beni culturali in vista del successivo incameramento da parte dello Stato in barba all'art. 119 della Costituzione, l'esaltazione di esperienze cooperative di rango territoriale più ridotto - operazione di politique politicienne e priva di sostanza gestionale avendo ormai appurato che anche l'ambito provinciale è troppo piccolo per conseguire adeguate economie di scala - lo svuotamento delle professionalità delle Province per rafforzare questo o quell'ente in cerca di una più
ambiziosa legittimazione ancorché non sostenuta da adeguate risorse finanziarie, la Legge Delrio demolita dalla legge di stabilità 2015, e così via. Taccio invece dell'atteggiamento, non sempre elegante, di non pochi colleghi.
In tutto questo non breve lasso di tempo (2012-2015) la Provincia di Ravenna ha continuato nonostante tutto a gestire e finanziare la Rete bibliotecaria e il Sistema museale e lo ha fatto, per due anni, senza risorse regionali, perché ha ritenuto che le esperienze di rete e di cooperazione territoriale fossero incluse nella funzione fondamentale di assistenza tecnica e amministrativa ai Comuni. Dopo la L.R. 13/2015, IBACN e Provincia di Ravenna hanno lavorato per salvaguardare e sviluppare le esperienze cooperative del territorio nell'ambito di un più ampio ridisegno della cooperazione regionale cui l'Istituto sta lavorando. L'esito di questo lungo lavoro è stata una convenzione fra IBACN e Provincia di Ravenna che il Consiglio provinciale ha approvato il 29 novembre scorso. Con questa convenzione l'Istituto affida e finanzia alla Provincia le attività di coordinamento tecnico e gestione della Rete (svolte da una struttura tecnica di fatto assimilabile a una struttura regionale territoriale), nonché lo svolgimento di alcune attività a favore delle altre reti bibliotecarie emiliano-romagnole. Si noti la data: ancora una volta politicamente scorretti e professionalmente corretti, potremmo dire. A questa convenzione ne seguirà una seconda con i Comuni, che riguarderà anche il Sistema museale. Ma di questo Museo in-forma darà conto.
Buon Natale e felice anno nuovo a tutti.

Editoriale - pag. 3 [2016 - N.57]

In chiusura all'editoriale del numero 56 di Museo in-forma, Claudio Leombroni sottolineava la necessità di avviare una discussione sulla nozione di patrimonio, non solo dal punto di vista dei diversi istituti culturali, e delle diverse discipline, ma anche da quello del suo significato sociale o, per meglio dire, "del suo significato nella dimensione del presente". Questa uscita del notiziario si pone quindi su quella scia e, inaugurando un nuovo Speciale dedicato al lessico condiviso, si pone l'obiettivo non tanto di dare una prima risposta, quanto piuttosto di avviare un dibattito sulla individuazione e la definizione di una terminologia comune, di una "convergenza linguistica" che, come spiega Maurizio Vivarelli (da cui abbiamo preso in prestito il titolo per questo editoriale), è necessità oramai imprescindibile per chi si occupa di istituzioni della memoria e di beni culturali intesi quali 'beni comuni'.
Il 2018 è stato nominato Anno europeo del patrimonio culturale. Partiamo quindi proprio dal concetto di 'patrimonio', spesso controverso e inflazionato, che in queste pagine viene indagato da Marco Carassi attraverso il punto di vista di una delle discipline che compongono l'eterogeneo universo dei beni culturali, quello dell'archivistica, e da Daniele Jalla, che propone invece una riflessione più ampia sulla nozione, con un affondo particolare sul suo uso in ambito normativo, italiano e non solo.
Parlando di patrimonio culturale, con riferimento specifico al settore dei musei, fondamentale è l'azione svolta da ICOM Italia, che quest'anno giunge al suo settantesimo anno di vita, e la cui storia è raccontata da Adele Maresca Compagna; esempio di una recente iniziativa messa in campo dal Comitato Nazionale Italiano di ICOM, realizzata in collaborazione con la Direzione generale Musei del MiBACT, è lo schema di monitoraggio sulla web strategy, uno strumento concreto per realizzare un sondaggio presso i musei italiani.
Altri progetti presentati sono E-R Design, censimento sul design negli istituti culturali dell'Emilia Romagna realizzato dall'IBC, e SUCCESS, progetto di ricerca che indaga i processi bio-culturali che hanno favorito il successo dell'Homo sapiens che è stato vinto dal Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna.
Continuando a parlare di patrimonio culturale, e della sua eterogeneità, fondamentale risulta l'azione svolta dalle Soprintendenze, la cui attività di tutela in vari settori viene illustrata attraverso un esempio di tutela di beni demoetnoantropologici.
Vi sono infine i musei del nostro Sistema museale provinciale, anch'essi chiamati, con le loro iniziative, a dar voce a vario titolo al patrimonio culturale locale: dalle mostre in atto al Museo Nazionale di Ravenna, al MIC di Faenza e alle Cappuccine di Bagnacavallo, a quella recentemente conclusa sulla Romagna Monumentale, progetto espositivo svoltosi in più sedi che ha visto un'innovativa e proficua collaborazione tra i Comuni di Brisighella, Faenza e Lugo nella celebrazione della figura di Domenico Rambelli; dal nuovo fumetto di Martoz, presentato a Cotignola durante il festival Saluti da Cotignyork, all'installazione didattica realizzata a Tamo dagli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna.


Editoriale - pag. 3 [2017 - N.58]

Claudio Leombroni

Questo numero estivo di Museo in-forma, dà conto, come di consueto, di interessanti iniziative: consolidate come Giovani per il territorio, di cui illustra le finalità e i risultati Valentina Galloni; o esito di incursioni in altri territori come il quarto convegno annuale della International Federation for Public History (IFPH-FIHP) e il primo convegno della AIPH, l'Associazione Italiana di Public History, che si sono svolti entrambi a Ravenna nel giugno scorso, raccontati da Alessandro Iannucci.
Oltre alle consuete rubriche, la nostra rivista continua a ospitare interventi direttamente o indirettamente collegati al tema lanciato nel numero scorso e anticipato in numeri passati, anche in qualche editoriale: la possibilità/necessità di definire un vocabolario comune o, in termini più tecnici, ontologie condivise fra istituti culturali appartenenti a domini diversi e anche in virtù di questa diversità connotanti un ecosistema culturale.
Si tratta invero di una riflessione sulla quale il Sistema museale ravennate si è impegnato ormai da qualche anno, prima esplorando in un convegno l'universo MAB, poi facendo proprio il concetto di "sistema culturale integrato" come punto di arrivo del lungo e accidentato percorso di realizzazione della nuova rete romagnola. Questo percorso è accidentato perché non è connotato soltanto da profili istituzionali o amministrativi, certamente complessi, ma anche da profili culturali, assai più impegnativi e insidiosi, che anche a livello nazionale le comunità professionali coinvolte non hanno affrontato o hanno affrontato solo superficialmente o con insufficiente profondità teoretica. Dopo gli Stati generali MAB celebrati a Milano nel 2012, densi di aspettative, non è accaduto molto nella prospettiva del sistema integrato e la ricerca di un linguaggio e di ontologie sufficientemente condivise ha segnato il passo. Né il congresso MAB in programma quest'anno a Roma sembra invertire questa tendenza. Anzi tra il primo convegno milanese e quello in programma a Roma nel prossimo novembre l'esplorazione di ciò che è comune o potrebbe esserlo sembra essere stata definitivamente accantonata e sacrificata a temi più rituali declinati fra le tre associazioni secondo una sorta di manuale Cencelli inter-associativo piuttosto che sulla base di una riflessione autentica. Eppure di sistema culturale come ambito in cui si "dialettizza" il rapporto fra individuo e cultura parlava Edgar Morin sin dagli anni Sessanta. Oggi è a mio avviso più appropriato parlare di ecosistema culturale, ma rimane il fatto che anche la costruzione delle nostre identità attinge alle risorse di quel sistema (o di quell'ecosistema) nel suo complesso e che quella trama concettuale, più complessa ed euristicamente più efficace delle prospettive parziali, consente di interpretare meglio le trame del territorio e le aspettative dei cittadini/utenti/fruitori nei confronti degli istituti culturali, peraltro investiti pienamente dal cambiamento (si veda in questo numero l'eccellente intervento di Daniele Jalla sulla traiettoria evolutiva dei musei).
Museo in-forma continuerà a esplorare questi temi, continuerà ad analizzare da più punti di vista i singoli lemmi di un linguaggio possibile (patrimonio, bene culturale, catalogo, contesto ecc.). Continuerà a interrogarsi se nel nostro Paese è possibile condividere l'idea di patrimonio culturale nazionale, se è possibile realizzarla in cataloghi di nuova concezione, in policies condivise, in modelli formativi non raccogliticci e approssimativi, se la nozione di 'bene patrimoniale' possa essere qualcosa di più pregnante di un concetto ragionieristico; se quella nozione, come ha scritto Michel Melot - bibliotecario fortemente coinvolto nell'Inventaire del patrimonio francese che ha sapientemente illustrato e interpretato in Mirabilia. Essai sur l'Inventaire général du patrimoine culturel edito da Gallimard nel 2012 - possa fondare l'esistenza stessa di una comunità, se possa essere riconosciuta collettivamente nella consapevolezza che una comunità si dota di beni patrimoniali: testi orali o scritti, oggetti, monumenti, gesti, riti, monumenti... Ma forse per noi il problema è proprio questo: la difficoltà di interpretare il Paese nella sua interezza, come comunità nazionale.

Editoriale - pag. 3 [2017 - N.59]

Claudio Leombroni

Siamo giunti all'ultimo numero del 2017 di Museo in-forma. Per me significa entrare nel quinto anno di direzione della rivista e forse cominciare a riflettere sul bilancio di questa esperienza. Non vorrei però parlare di questo, riservandomi magari di darne conto nel prossimo editoriale. Vorrei invece parlare del Sistema Museale della Provincia di Ravenna, di una esperienza straordinaria duramente colpita dalle scellerate riforme istituzionali avviate e incompiute dal futurismo politico che ha caratterizzato gli ultimi anni della nostra vita pubblica, che quest'anno ha compiuto vent'anni.
Un compleanno importante passato però sotto silenzio, non solo da parte delle istituzioni che ne fanno parte, dai Comuni coinvolti, ma anche dai colleghi. Eppure il nostro Sistema è stato in questi venti anni una esperienza esemplare, citata come best practice non solo da Silvia Bagdadli nel suo fortunato saggio sulle reti museali del 2001, ma anche nel più recente studio finanziato dall'Aspen Institute, a testimonianza di una solida continuità d'azione e di pensiero. Certo, potremmo appellarci alla caducità delle "cose degli uomini" come le chiamava Marc Bloch, ma per le costruzioni dell'uomo, per le organizzazioni, venti anni hanno un significato diverso. Per gli uomini venti anni rappresentano il pieno della giovinezza, ma possono essere anche molto problematici. Forse nessuno meglio di Paul Nizan ha saputo interpretare il malessere dei vent'anni in relazione alla società e alle istituzioni. Nizan era un giovane parigino, laureato all'École normale e compagno di studi di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, che non riusciva a sopportare il mondo che lo circondava, quello della Francia fra anni gli Venti e Trenta del XX secolo. Cercò di fuggire quel mondo convenzionale e distante rifugiandosi ad Aden, ma anche qui però non trovò una umanità̀ autentica o non trovò ciò che cercava. Raccontò tutto questo in un libro e le prime righe sono rimaste nella storia letteraria: "J'avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c'est le plus bel âge de la vie".
Per una organizzazione è diverso e per il nostro Sistema in venti anni è cambiato il mondo che aveva cercato di interpretare. Nato sulla spinta riformistica degli anni Novanta, supportato dal protagonismo degli enti locali, da idee di decentramento e policentrismo, si è ritrovato a operare negli ultimi anni in una stagione di neocentralismo che ha avuto diverse declinazioni e che nei nostri settori ha generato, ad esempio, la sottrazione - non limpidissima sotto il profilo costituzionale - della tutela dei beni librari alle Regioni e la nascita del Sistema Museale Nazionale, un sogno per tutti i 'museanti' italiani, ma irritualmente istituito nell'ambito di una riforma del Ministero.
Quali sono ora le prospettive del Sistema Museale ravennate? Io credo che le idee alla base del sistema debbano continuare a vivere e che l'esperienza in cui si sono concretate non possa essere abbandonata. Il futuro del sistema, parafrasando Calvino, deve essere, come per un ventenne, oltre il ponte. L'esperienza sistemica ravennate dovrà essere innestata nello spazio istituzionale disegnato dalle ultime riforme e dovrà diventare una risorsa per l'intera organizzazione museale regionale. Le colleghe e i colleghi dovranno essere fieri di questa esperienza che li ha visti protagonisti in tante occasioni o con la quale hanno collaborato. Io ne sono fiero, così come sono fiero di aver lavorato con colleghe che hanno investito nel lavoro della rete il cuore oltre che l'intelligenza: Eloisa Gennaro, Romina Pirraglia, Gioia Boattini, per citare coloro che hanno intersecato la mia vita professionale. Per i colleghi che hanno avuto a che fare con questa ventennale esperienza, per tutti noi, il Sistema Museale Provinciale ci insegna che non dobbiamo smettere di sognare. Come scrisse Jean-Paul Sartre, presentando proprio Aden Arabie di Nizan "non vergognatevi di volere la luna: ne abbiamo bisogno!".


Editoriale - pag. 3 [2017 - N.60]

Al centro degli incontri di lavoro l’IBC presenterà i primi risultati del progetto MUSA, relativo alla creazione di una rete intermuseale per la gestione a distanza delle condizioni ambientali dei musei

Luisa Bitelli - Istituto Beni Culturali

Quest’anno il Salone del Restauro di Ferrara giunge alla sua decima edizione. È un traguardo significativo per chi - Istituto per i beni culturali compreso - si era posto l’obiettivo di rendere l’appuntamento ferrarese una scadenza importante per la presentazione e la discussione delle numerose problematiche attinenti i beni culturali. L’interesse sempre più accentuato nei confronti di una materia in continua evoluzione, la ricorrente approvazione di disposizioni legislative, da un lato in ordine alla formazione professionale per il restauro e, dall’altro, in riferimento alla normativa sui Lavori Pubblici, Legge Merloni, hanno creato l’esigenza di momenti collettivi di informazione e dibattito. In tal senso Ferrara ha soddisfatto e soddisfa al meglio tali richieste. Gli spazi grandi e ben disegnati dall’architetto Vittorio Gregotti hanno permesso di articolare le diverse sezioni del Salone con allestimenti gradevoli e facilmente visitabili. Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole aumento di visitatori: un pubblico attento, curioso, partecipativo, spesso costituito da giovani provenienti da diverse regioni italiane, in particolare studenti universitari, ma anche allievi di scuole medie superiori. Una caratteristica interessante del salone ferrarese è rappresentata dagli "incontri tecnici", che si susseguono nelle giornate di apertura ed hanno lo scopo di presentare al pubblico gli esiti di studi e ricerche, particolari interventi di restauro, nuovi prodotti e loro applicazioni specifiche, pubblicazioni, leggi e decreti, ecc.. Da alcuni anni l’Istituto per il Commercio con l’Estero (ICE) ha inviato delegazioni provenienti da vari Paesi europei ed extraeuropei. La manifestazione assume così un carattere di internazionalità in ulteriore sviluppo. Proseguendo nell’impegno di collaborazione scientifica che risale al 1991 ed ha consentito di porre l’iniziativa fieristica ferrarese ad un livello decisamente alto nel panorama degli appuntamenti dedicati al settore, l’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna offre anche in occasione di questa edizione un programma diversificato: giornate di studio, convegni, incontri tecnici a cui si aggiungono due mostre e la presentazione della propria attività e dei progetti più importanti messi a punto negli ultimi anni. Le sculture all’aperto in parchi e contesti urbani e periferici, accanto alle problematiche poste dalla loro conservazione, costituiranno il tema di una mostra che presenterà al pubblico bozzetti ed esemplari originali di autori noti quali Giò Pomodoro, Benetton, Cascella, Ghermandi, ecc.. Gli argomenti saranno trattati anche nell’incontro di studio al quale parteciperanno docenti universitari e di Accademia, responsabili di servizi regionali, restauratori e artisti. I giganti protetti, altra esposizione organizzata dall’IBC, presenta immagini di alberi monumentali tutelati dalla Regione, pervenute a seguito di un concorso fotografico promosso dall’Istituto e dall’Assessorato regionale Agricoltura, Ambiente e Sviluppo Sostenibile. L’intento della mostra è quello di sottolineare l’importanza della salvaguardia di tale patrimonio. Un’esposizione di pannelli con testo e immagini riferiti a progetti realizzati dai vari settori dell’IBC negli ultimi anni riempirà gli spazi dello stand, punto di incontro particolarmente apprezzato dai visitatori del Salone. Gli interventi regionali riferiti all’ambiente e al suo "restauro" costituiranno il tema di una giornata di convegno che ha lo scopo fondamentale di presentare le attività intraprese (anche con finanziamenti europei) e gli obiettivi concreti raggiunti. A continuazione di un tema già affrontato nella precedente edizione di Restauro - riguardante la conservazione dei cimiteri ebraici - in collaborazione con il Museo ebraico di Bologna l’IBC organizza un incontro internazionale di studio sulla conservazione delle sinagoghe in Europa, affrontando anche la situazione dell’Emilia-Romagna dove ne esistono alcune tuttora funzionanti e altre che, pur essendo chiuse, rappresentano ugualmente una testimonianza culturale importante per il patrimonio artistico conservato al loro interno. La fotografia, affrontata sotto l’aspetto catalografico e conservativo, rappresenterà un altro momento di confronto al convegno organizzato dalla Soprintendenza per i beni librari e documentari dell’IBC - quarto appuntamento di Conservare il 900 - in collaborazione con l’Associazione Italiana Biblioteche, l’Istituto Centrale di Patologia del libro e il Centro di Fotoriproduzione Legatoria e Restauro degli Archivi di Stato. L’incontro di lavoro avente per tema Il progetto MUSA. Creazione di una rete intermuseale per la gestione a distanza della conservazione dei beni artistici è finalizzato alla presentazione dei primi risultati del programma ideato e messo a punto dall’IBC e dal CNR-ISAC (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima) di Bologna. La necessità di analizzare le condizioni ambientali all’interno dei musei per provvedere alle esigenze conservative delle opere esposte, rientra nel percorso intrapreso negli ultimi anni dall’Istituto per i beni culturali nel settore della conservazione e del restauro, focalizzando l’interesse su di un aspetto fondamentale e preliminare, vale a dire quello della conservazione preventiva. L’attenzione, appunto, alla conservazione preventiva si è espressa in vari momenti, fra i quali i più significativi hanno riguardato l’organizzazione di incontri pubblici sull’argomento e, più di recente, la predisposizione degli Standard e obiettivi di qualità per biblioteche, archivi storici e musei, secondo le direttive della legge regionale per i musei. Il progetto MUSA continua il cammino iniziato negli anni scorsi con l’installazione di strumentazioni elettroniche presso alcuni musei della regione per la misurazione di parametri ambientali: temperatura e umidità relativa. Per poter offrire una collaborazione a chi gestisce le collezioni e deve operare nel rispetto delle necessità conservative, l’Istituto e il CNR-ISAC hanno avviato un programma, in questa prima fase riferito a tre realtà museali delle regione (Casa Moretti di Cesenatico; Pinacoteca comunale di Ravenna; Collezioni comunali d’arte di Bologna), che consente di far pervenire ad un centro (individuato ora presso il CNR) tutti i valori trasmessi dalle strumentazioni presenti nei musei, raccolti e rielaborati in un archivio di monitoraggio operativo. Presso lo stand dell’IBC, durante le giornate di apertura del Salone, sarà possibile consultare la postazione predisposta al fine di far conoscere concretamente le caratteristiche del progetto. Progetto MIDA (Memoria Informatica: Data base Artistici). Una banca dati per gli interventi di restauro sarà l’argomento di un incontro promosso dall’Istituto beni culturali nel corso del quale si tratterà il tema della documentazione dei restauri e verrà presentata la banca dati utilizzata per l’archiviazione del materiale documentario relativo ai lavori di restauro finanziati dall’IBC. ENEA-Progetto Giano, che ha messo a disposizione il software e l’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Conservazione dei beni culturali di Ravenna sono i partners di questa iniziativa che rappresenta un traguardo importante per l’Istituto. Quest’ultimo, infatti, già negli anni Ottanta aveva avviato sperimentazioni volte alla predisposizione di archivi informatizzati realizzando un database che consentì un primo riordino della grande mole di documentazione fornita dai laboratori incaricati dei lavori di restauro. Le attuali e più avanzate risorse informatiche ci consentono ora di utilizzare sistemi molto più razionali che permettono, da un lato, di inserire più velocemente le informazioni rappresentate da immagini, grafici e relazioni sui lavori eseguiti e, dall’altro, di consultarle con una notevole rapidità. Il risultato di una prima fase di lavoro riguarda l’acquisizione di oltre duemila immagini e l’informatizzazione dei restauri finanziati dall’IBC in due annualità della legge regionale per i musei (1993-1994) e potrà essere visibile al pubblico nei quattro giorni di apertura del Salone presso lo stand dell’IBC.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2003 - N.16]

Fin dalle origini il museo ha fondato la sua unica esistenza in ambienti chiusi e fortemente protettivi; è solo degli anni ottanta l’idea di ecomuseo, della musealizzazione attiva di un territorio

Fiamma Lenzi - Istituto Beni Culturali

Accostare al termine museo la specificazione all’aperto può apparire un autentico paradosso non solo perché nel sentire dei più il museo è per definizione un luogo confinato, ma soprattutto in ragione del fatto che sin dai suoi lontani esordi e nelle diverse fisionomie che ha assunto col tempo il museo ha sempre palesato connotati fortemente protettivi che, nella chiusura degli ambienti e nella reclusione degli oggetti, rimarcavano la selezione dei beni in chiave di eccellenza e di unicità testimoniale e manifestavano la volontà inequivocabile di sottrazione dal degrado e dalle criticità dei fattori esterni. La rivisitazione, anche per sommi capi, del cammino lungo e talora accidentato che la museografia ha percorso dal Cinquecento ad oggi, passando dall’esclusività del collezionismo pur sempre principio fondativo del museo stesso sino alle forme massivamente e sempre più sociali che questa istituzione ha assunto negli ultimi tempi, mostra che sino a circa venti o trenta anni fa, salvo rare eccezioni che qui non mette conto esaminare, il museo è sempre rimasto sostanzialmente intra muros. Quando e come si è determinato un radicale mutamento di atteggiamento? Cosa ha portato il museo fuori del museo? La comparsa nel 1974 del ben noto saggio di Andrea Emiliani Dal museo al territorio contrassegna con il valore di un vero manifesto programmatico il sostanziarsi di un processo che certamente non cominciava lì e in quel momento se non altro perché il volume raccoglie riflessioni e scritti di una intensa e continuativa esperienza sul campo ma che stava divenendo percezione condivisa e imprescindibile riferimento operativo. Se fosse quindi possibile fissare con la precisione dell’istante la smaterializzazione fisica e concettuale del museo non potremmo che porla in quegli anni, nei quali entro il medesimo flusso di pensiero maturava tra l’altro la nascita dell’Istituto e prendevano corpo nuovi modelli di tutela e di gestione dei beni culturali come visione unitaria e politica, ma non politicizzata, del patrimonio. La proiezione del museo al di là di se stesso ne ha automaticamente spostato l’attenzione conservativa e la funzione educativa dall’oggetto al contesto che lo ha espresso. Il museo ha preso a saggiare e a recuperare lo spazio fisico e geografico entro cui la vicenda umana è venuta dipanandosi, ha imparato a ricostruire la fitta trama di rimandi fra le forme antropiche e le forme naturali come testimonianza pregnante dell’intenso rapporto intrecciato dall’uomo con l’ambiente, attraverso i secoli e nelle loro reciproche influenze. La consapevolezza che l’inscindibilità del legame fra le espressioni dell’uomo e quelle dell’ambiente esige un giudizio storico unitario e richiede quindi omogeneità di intenti nelle attività di conoscenza e di interpretazione, indispensabili a qualsiasi dimensione progettuale ed operativa, è perciò alla radice stessa di una concezione della storia del territorio come risorsa alla quale attingere per valorizzare la realtà presente e fondare le trasformazioni future. Da allora, questa presa di coscienza continua a rappresentare l’elemento-guida di una complessa lettura del processo evolutivo territoriale, al cui punto terminale si pongono come collettori di testimonianze e come mediatori proprio i musei. Sempre più spesso, la progettazione museale si occupa e si preoccupa di far sì che le aree, sottoposte senza tregua a processi incalzanti di urbanizzazione e di sviluppo, mantengano i caratteri originari e conservino la propria memoria per contrastare i fenomeni inarrestabili di omologazione, di abbandono, di scadimento qualitativo. In altri termini, si potrebbe sostenere che il museo tout court non importa in quale veste esteriore fornisce elementi di conoscenza perché si utilizzino i caratteri propri del territorio per garantire una migliore vivibilità a chi vi abita. Vi si mettono in evidenza gli elementi di specificità storica e di pregio ambientale che daranno vita a nuove opportunità di frequentazione, di occupazione, di uso e di manutenzione dei contesti territoriali. L’idea di una preservazione e valorizzazione complessiva ed integrata delle testimonianze di cultura e natura intorno alla metà degli anni ottanta si intreccia strettamente e inevitabilmente con le politiche di protezione delle risorse e delle componenti naturali del territorio, trovando forse una delle espressioni più compiute e come tale autentico enunciato di una musealizzazione oltre il museo nei piani paesistici affidati dalla normativa alle regioni. Si consolida così una tutela integrale del paesaggio che attraverso un’analisi multidisciplinare del territorio, prende in esame simultaneamente non solo le caratteristiche paesistiche e ambientali ma anche le tracce della presenza dell’uomo, inserendo il patrimonio archeologico, architettonico, storico-artistico, demo-antropologico in un’unica e coerente linea interpretativa. E sebbene la legge-quadro nazionale sulle aree protette di poco successiva riveli almeno agli occhi di quanti operano nel campo dei beni culturali una impostazione prettamente naturalistica e un’attenzione decisamente più sfumata verso il tema dell’interazione storica uomo/ambiente, è pur vero che nel sistema regionale dei parchi e delle aree protette il riconoscimento di questi aspetti ha un peso significativo e che i parchi stessi sono tali in quanto considerati sistemi territoriali in cui anche le componenti storico-culturali concorrono alla scelta di una gestione e di una organizzazione unitaria. L’esternalizzazione del museo e i principi di una conservazione globale sono dunque le naturali premesse della nascita di una museografia all’aperto, scevra da vincoli strutturali, che nelle prime realizzazioni si è declinata secondo sfumature diverse, ma comunque tendenti a coagularsi intorno ad una sorta di bipolarismo fisionomico, con non pochi ibridi e forme intermedie. Il primo il modello dell’ecomuseo per dirla con Giovanni Pinna è l’espressione di una comunità attraverso la musealizzazione attiva delle componenti storico-antropiche e naturali del territorio in cui essa è insediata. Questo modello privilegia come campo di osservazione principale la matrice ambientale, analizzata attraverso i suoi connotati originali e soprattutto nelle sue molteplici connessioni antropiche che derivano dal diuturno interagire delle comunità umane sulla natura e dalle modificazioni introdotte dall’uomo su di essa, specialmente nel corso delle attività produttive e di sussistenza. All’altro capo, ma non in contrapposizione, sta l’idea del museo diffuso che sembra rispondere piuttosto alla logica di collegare fra loro in prospettiva storica o paesaggistica una serie di testimonianze eterogenee della cultura materiale ed artistica dell’uomo, di specificità territoriali, di elementi ed emergenze naturalistiche disseminate all’interno di un territorio dato, esaltandone i legami di senso e restituendo loro unità di spazio e di tempo. Oggi, nelle fasi che possiamo considerare conclusive del processo che ci ha portato a conquistare uno spazio museografico più ampio e complesso, facendo sedimentare nell’opinione comune il concetto di una musealizzazione allargata ove il passato e il presente si saldano con il futuro in un continuum spazio-temporale, si affaccia ineludibile il problema di come costruire una comunicazione efficace ed adeguata per queste nuove forme di museo. Chi opera nell’ambito della didattica e della comunicazione museale sa infatti quanto sia difficoltoso parlare al proprio pubblico perfino nel museo più tradizionale, in un museo-opera chiusa come lo definirebbe Emiliani. Perché il museo intra muros o open air serba sempre intatto, né dovrà mai accettare che gli sia sottratto, il compito fondamentale di essere costruttore, interprete e trasmissore di identità.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2002 - N.13]

Una meta che l’IBC si è posta e che il percorso formativo di Ravenna su "la qualità nella pratica educativa al museo" tenta di raggiungere

Margherita Sani - Istituto Beni Culturali

Parlare di standard con riferimento ai musei è diventato in Italia uno dei temi più frequentemente dibattuti in contesti pubblici, quali convegni, seminari o corsi di formazione e aggiornamento per operatori. Di standard per i musei tuttavia, non solo si parla, ma molto si è già cominciato a fare nel senso di una loro reale definizione e applicazione, in particolare ad opera delle amministrazioni regionali e più recentemente anche degli organi statali. Non è questa la sede per ripercorrere la vicenda che a partire dal Dlgs. 112/98 ha visto l’introduzione del concetto di standard relativamente ai beni culturali nel contesto italiano. Da quel testo di legge, come è noto, è nato il gruppo di lavoro coordinato dalle Regioni il cui documento conclusivo rilasciato nel settembre 1999 ha costituito la base per gli ulteriori approfondimenti messi a punto dalla commissione di prevalente composizione ministeriale, cui si deve la produzione nel maggio 2001 dell’Atto di indirizzo Criteri tecnico-scientifici e standard per i musei, divenuto per tutti il riferimento ineludibile in materia. Al momento diversi sono i soggetti istituzionali che stanno indirizzando i loro sforzi a dare concretezza agli standard, traducendoli da mere dichiarazioni di principio in riferimenti concreti all’interno di sistemi di riconoscimento o accreditamento sviluppati per lo più a livello regionale. Partendo dal documento ministeriale, i requisiti che i musei devono dimostrare di possedere per poter godere dello status di accreditato o riconosciuto afferiscono a otto ambiti: status giuridico, assetto finanziario, strutture, personale, sicurezza, gestione delle collezioni, rapporti con il pubblico e relativi servizi, rapporti con il territorio. Da oltre un anno, tramite il lavoro di sottocommissioni, l’Istituto Beni Culturali ha avviato, secondo quanto disposto dalla L.R. 18/2000, il lavoro di definizione di standard e obiettivi di qualità per musei, biblioteche e archivi, che dovrebbe tradursi ben presto in un atto di indirizzo approvato dalla Giunta Regionale. Particolare attenzione, nel caso dei musei, è stata rivolta ai servizi educativi e alla didattica, nella consapevolezza che il compito di mediazione culturale che un museo può svolgere nei confronti dei suoi diversi pubblici è assolutamente centrale e che forse ancora troppo poco si fa per valorizzare il potenziale educativo e comunicativo di molti istituti. Gli standard sono da intendersi in primo luogo come strumento per innalzare il livello qualitativo dei servizi museali nel nostro territorio e questo richiede sia da parte dell’ente regionale che delle altre amministrazioni un impegno a sostenere i musei nel percorso di adeguamento, anche tramite il ricorso a misure di accompagnamento, prima fra tutte la formazione degli operatori. In quest’ottica, e proprio per cogliere l’opportunità del momento e anticipare quanto dagli standard verrà richiesto ai musei in termini di prestazioni e al personale in termini di professionalità, è stato avviato dal settembre scorso il percorso formativo La qualità nella pratica educativa al museo, che si rivolge a circa 50 operatori della didattica museale in ambito regionale. Il corso, organizzato dalla Provincia di Ravenna-Settore Beni e Attività Culturali in collaborazione con l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, ha una durata di 70 ore, di cui 54 in aula e 16 da impiegarsi in attività di studio individuale. Obiettivo prioritario del corso è sviluppare alcune delle competenze che confluiranno nel profilo di Responsabile dei Servizi Educativi, tra cui la progettazione e la valutazione delle attività educative, anche in relazione alle diverse necessità delle varie fasce di utenza (scuola, infanzia, adolescenza, adulti e anziani, disabili, ecc.), la costruzione e l’impiego di strumenti per conoscere i visitatori e valutarne la soddisfazione, la conoscenza e il corretto utilizzo delle strategie di comunicazione. Al termine del corso e dopo il superamento di una prova finale verrà rilasciata ai partecipanti una Dichiarazione di Competenze. Questo documento costituisce uno degli strumenti messi a punto dall’Ente Regionale – in linea con le direttive comunitarie – per certificare le capacità acquisite da un soggetto, sia in contesti formativi che all’interno di situazioni lavorative e che rappresenterà in un futuro molto prossimo la moneta di scambio per muoversi con maggiore flessibilità nel mercato del lavoro non solo in ambito locale, ma anche a livello europeo.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2002 - N.15]

Il fondo storico, la biblioteca del Museo Archeologico e il patrimonio moderno del Museo d’Arte costituiscono un formidabile patrimonio librario e di documentazione

Isabella Giacometti e Beatrice Orsini - Istituto Beni Culturali

Il 21 maggio si è svolto a Bologna, su iniziativa dell’Istituto, il workshop Sistemi museali esperienze a confronto, che ha visto la partecipazione di operatori del settore e di funzionari dell’amministrazione pubblica riuniti dal comune interesse di conoscere ed approfondire questo tipo di organizzazione, di cui oggi si parla molto. I relatori sono stati chiamati a presentare le loro realtà secondo un ordine che permettesse di fornire agli uditori un quadro chiaro ed esaustivo dei processi che hanno portato a pensare e a realizzare questi progetti, sviluppando nei loro interventi alcuni punti focali fra cui: gli obiettivi del sistema museale, la forma giuridica scelta, la composizione della struttura organizzativa, i criteri di gestione delle risorse umane, finanziarie e patrimoniali, le attività realizzate, per concludere con la valutazione dei risultati raggiunti e con una riflessione sulle opportunità e minacce future. Seguendo questa traccia, i relatori si sono succeduti per "raccontare" la loro esperienza e per mettere a confronto i diversi modelli di sistemi museali esistenti. Dopo una breve introduzione sulle ragioni dell’incontro analizzate da Laura Carlini del Servizio Musei IBC, i lavori si sono aperti con l’intervento di Francesca Bruni del Comune di Bologna, che ha riferito i risultati raggiunti negli ultimi anni da Bologna dei Musei, evidenziando l’importante contributo che il progetto Bologna 2000, città Europea della Cultura ha offerto per lo sviluppo del sistema museale cittadino. Un altro esempio, sempre legato all’ambito cittadino è stato presentato da Luca Zan dell’Università di Bologna, che ha esposto l’ipotesi progettuale relativa ai musei di Milano, da riunirsi in una grande fondazione di partecipazione. Per l’area toscana Silvia Guideri ha illustrato il modello gestionale innovativo della Parchi Val di Cornia S.p.A., volto a promuovere la conoscenza e la valorizzazione di aree archeologiche e di ambienti naturali fino ad oggi trascurati, che con una struttura mista pubblico-privata si è data lo scopo di gestire in forma integrata il sistema dei parchi. Diverso è apparso invece il caso del sistema museale Agno-Chiampo, esposto da Roberto Ghiotto del Museo Civico "G. Zannato" di Montecchio Maggiore nel vicentino. La sua peculiarità consiste nella realizzazione di un unico museo per il territorio occidentale della provincia, che ha risolto il problema della dispersione delle risorse in tante piccole realtà difficili da gestire. A conclusione della sessione antimeridiana Andrea Zifferero, dell’Università di Siena, ha puntato l’attenzione sulle potenzialità offerte dalla realizzazione di sistemi museali di parchi e musei archeologici, minerari e naturalistici, sottolineando la mancanza di un loro riconoscimento giuridico. Nell’opinione dello studioso la realizzazione di un parco va considerata un modo per valorizzare un territorio dal punto di vista archeologico riconoscendone il valore di risorsa non solo culturale, ma anche e soprattutto economica. In questa linea di pensiero si inserisce ad esempio il progetto Strada del Vino "Colli di Maremma", che si prefigge di ridurre la frattura tra il paesaggio odierno della Maremma e la sua storia, evitando di proporre l’archeologia esclusivamente come "paesaggio di rovine". Preceduto da un breve saluto agli intervenuti della Vicepresidente della Regione, Vera Negri Zamagni, il pomeriggio è stato dedicato all’analisi dei sistemi museali attivi in Emilia-Romagna. Con la legge 20 la Regione ha infatti prefigurato la creazione di sistemi museali sin dai primi anni Novanta, favorendo in tal modo la costituzione a livello provinciale dei primi sistemi a Rimini (1993), Ravenna (1995 - 96) e Modena (1998). L’esperienza riminese, presentata da Rita Giannini, rimane significativa poiché la nascita del sistema museale ha preceduto quella della Provincia, dimostrando il desiderio di valorizzare il patrimonio culturale tramite un’integrazione fra saperi, competenze ed esperienze per la creazione di un modello organizzativo territoriale unitario. La stessa idea sta alla base del sistema della Provincia di Ravenna illustrato da Gianfranco Casadio, che prende le mosse dal progetto STIMMA, un’indagine conoscitiva finalizzata alla creazione di una banca dati del patrimonio culturale presente sul territorio. Questa attività ha costituito il punto di partenza e, in un certo senso, gettate le basi per un sistema museale provinciale, il cui scopo è quello di promuovere la rete dei musei locali al fine di permettere alle piccole realtà di poter usufruire di servizi che non avrebbero potuto attuare in modo autonomo. Il più "giovane" fra i sistemi provinciali, descritto da Lauretta Longagnani, è sicuramente quello di Modena a cui aderisce una diversificata articolazione di musei. La sua nascita ha permesso alla realtà museale provinciale di compiere un salto di qualità, aumentando la capacità di attrazione del proprio patrimonio culturale. Un’esperienza a se stante è infine rappresentata dall’Associazione Intercomunale della Bassa Romagna illustrata da Mario Mazzotti, primo cittadino di Bagnacavallo, il quale ha riferito le motivazioni di questa scelta, nata dall’accorpamento di dieci comuni allo scopo di coordinare le istituzioni e le attività culturali, favorendo una maggiore rapidità nella realizzazione dei progetti. I testi degli interventi e gli statuti dei vari sistemi museali sono disponibili sul sito Internet dell’Istituto all’indirizzo: www.ibc.regione.emilia-romagna.it.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2002 - N.14]

L'IBC ha attivato fin dal 1980 una capillare ricerca nel settore dei patrimoni artistici e architettonici delle Opere Pie e delle ASL della regione che ha portato alle mostre di Piacenza e Bologna e, nel 1998-99 nella provincia di Ravenna, a Lugo, Bagnacavallo e Faenza

Micaela Guarino e Gabriella Lippi - Istituto Beni Culturali

Censire e analizzare l'architettura ospedaliera rapportata agli aspetti funzionali e di destinazione d'uso nel tempo, siano essi mantenuti o mutati, era l'obiettivo del progetto europeo annuale Paphe che si concluderà con un colloquio internazionale in programma a Parigi per il prossimo dicembre. Presupposto del progetto era la consapevolezza che tale patrimonio, spesso di notevole interesse artistico, è al tempo stesso strettamente legato alla storia culturale e sociale dell'Europa e fortemente soggetto al rischio di manomissione o scomparsa, anche per via delle trasformazioni in atto negli assetti sociali e sanitari. Al progetto Paphe, acronimo di Présent et Avenir du Patrimoine Hospitalier Européen, partecipano istituzioni regionali di sette paesi europei, ciò che rimarca le possibilità di collaborazione non solo tra gli Stati ma anche tra le istituzioni che appaiono maggiormente radicate ai territori di riferimento. Così, ad esempio, la Francia partecipa considerando principalmente l'Ile de France, mentre la Spagna presenta la situazione relativa alla Catalogna. Per l'Italia, dove oggetto di studio sono le architetture ospedaliere dell'Emilia-Romagna, il partner del progetto è l'Istituto per i beni culturali. Il colloquio di fine anno segnerà un punto di arrivo e insieme di partenza. Rappresenterà infatti la conclusione di una serie di attività che nel breve arco di un anno hanno prodotto risultati tangibili come la realizzazione di una guida a stampa dei luoghi ospedalieri europei (una cinquantina, scelti tra i più significativi in rapporto alle accennate finalità del progetto) e l'approntamento e l'implementazione di un sito web, aperto a futuri aggiornamenti e integrazioni, che presenta un primo censimento delle architetture. Contemporaneamente costituirà un possibile punto di partenza per auspicabili futuri progetti di livello europeo e, in ogni caso, per una nuova fase di studi. Per quanto riguarda la nostra regione, questo ulteriore passo può far leva su una rilevante esperienza istituzionale sul fronte della conoscenza e valorizzazione di quei patrimoni culturali che testimoniano e scandiscono le vicende assistenziali e sanitarie; dei patrimoni costituiti oltre che dai beni architettonici, anche da quelli artistici, storici, documentari e librari, nella restituzione di un contesto storico utile a orientare progetti di valorizzazione e d'uso. A questo proposito è appena il caso di ricordare che l'Ibc vanta al suo attivo una pionieristica ricerca che nel 1980 diede vita a pubblicazioni ed eventi espositivi di rilievo. Le mostre di Piacenza e Bologna, che presentavano i patrimoni delle opere pie in un particolare momento di ridefinizione degli assetti proprietari, si imponevano per l'approccio metodologico finalizzato a evidenziare il collegamento delle singole opere con i contesti di origine e con le funzioni che quei luoghi e quelle istituzioni avevano svolto. Più di recente, a partire dalla costituzione nella nostra regione delle Aziende Usl, e quindi in occasione di un altro passaggio proprietario per un considerevole numero di patrimoni culturali, tale orientamento è stato ripreso dall'Istituto per i beni culturali. Nella provincia di Ravenna, in particolare, la collaborazione con l'Azienda sanitaria e il successivo supporto della Soprintendenza per i beni artistici e culturali di Bologna, competente anche per il territorio ravennate, ha reso possibile la presentazione dei risultati di attività di conoscenza, conservazione e valorizzazione di opere d'arte attraverso la realizzazione di due mostre che hanno avuto luogo rispettivamente a Lugo e Bagnacavallo, nel 1997, e a Faenza, nel 1999-2000. Nella stessa provincia si procede attualmente sulla strada della valorizzazione intrapresa, ricercando e attuando soluzioni espositive permanenti delle opere che evidenzino il loro pregnante collegamento con il contesto ambientale e architettonico di riferimento. È il caso dell'Ospedale di Faenza dove già è esposta e visitabile gran parte delle collezioni di pertinenza e dove è in atto il recupero architettonico della chiesa annessa, parte integrante della struttura sanitaria. Da segnalare è un altro esempio di collaborazione dell'Istituto con le Aziende sanitarie, concretizzatosi nel censimento dei beni artistici del territorio ferrarese, punto di partenza per future attività di studio e valorizzazione. Accanto a queste attività perseguite dall'Ibc, assume particolare rilievo l'azione, condotta con maggiore autonomia dall'Azienda sanitaria Città di Bologna, che ha attivato molteplici collaborazioni scientifiche e finanziarie per il pieno recupero del complesso monumentale di Santa Maria della Vita e per la costituzione a Bologna del Museo della Sanità e dell'Assistenza in un luogo da decenni abbandonato al degrado e assegnato a usi impropri. Nonostante questi esempi (e alcuni altri dei quali non si può qui per brevità dar conto), il quadro delle condizioni dei patrimoni culturali delle Aziende sanitarie non può dirsi confortante. È evidente che le loro prioritarie finalità assistenziali raramente consentono la dovuta attenzione agli aspetti di salvaguardia dei beni. Quest'ultima tuttavia si impone anche per orientare i processi innovativi, che non possono prescindere da una puntuale conoscenza della propria storia istituzionale, testimoniata in modo pregnante dalle opere. Per far fronte a un impegno particolare e straordinario, in grado di promuovere e coordinare le iniziative locali, è dunque apparso necessario un sostegno e insieme uno stimolo alle Aziende da parte delle istituzioni regionali. Con il seminario tenutosi a Bologna nel marzo 2000, nell'Oratorio di Santa Maria della Vita, promosso dagli Assessorati alla Sanità e alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e dall'Istituto per i beni culturali, si è voluto quindi organizzare un momento di riflessione e una prima rassegna delle diverse realtà, per poi proseguire con la costituzione di un gruppo di lavoro tecnico regionale. Una prima fase di attività del gruppo ha portato alla ricognizione della consistenza patrimoniale e ha fatto emergere le esigenze d'intervento su scala regionale e locale. Il progetto elaborato potrà trovare attuazione nei prossimi anni, con tappe caratterizzate dalle priorità che la Regione vorrà indicare, esprimibili con diverse modalità d'azione: sul piano degli approfondimenti conoscitivi con censimenti e catalogazioni, sul piano della conservazione e restauro per le situazioni più a rischio o degradate, e infine su quello della valorizzazione con manifestazioni espositive e costituzione di luoghi di conservazione permanenti. Una complessiva attività che si rivolgerà a tutte le tipologie di beni che compongono il patrimonio per restituirci, per quanto possibile, insiemi, contesti, luoghi significativi. E in quest'opera grande rilevanza non potranno non avere lo studio e la conservazione delle architetture, sia in quanto testimonianza delle attività lì esercitate e mutate nel tempo, sia per la funzione di "contenitori" di opere d'arte e di storia che svolgono o potranno svolgere.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2001 - N.12]

Presentato il 24 novembre scorso, in una giornata di studi, la complessa operazione di catalogazione informatizzata condotta presso il MIC dal 1993 al 1997

Micaela Guarino - Funzionario IBC, coordinatrice intervento catalogazione informatizzata presso il MIC di Faenza

Un'operazione complessa, così si può definire la catalogazione informatizzata condotta su opere del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza nel quinquennio '93-'97 con i contributi della legge regionale 20/90 sui musei di ente locale o di interesse locale. L'intervento, coordinato dall'Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e realizzato grazie alla collaborazione con i funzionari e gli operatori del MIC e alla gestione operativa del Centro regionale di catalogazione e documentazione CRC, è stato presentato il 24 novembre scorso nella giornata di studi Per una nuova gestione dei beni museali in ceramica svoltasi presso la sede del museo faentino alla presenza, tra gli altri, del direttore dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, arch. Polichetti. Obiettivo della giornata era illustrare l'intera operazione agli addetti ai lavori - musei, università, enti locali, studiosi, ecc. - e proporre all'adozione dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e le Attività gli strumenti catalografici prodotti come contributo dell'attività regionale di catalogazione. Fin dalla fase di progettazione si era pensato di costruire sperimentalmente una scheda specifica di approfondimento per la catalogazione della ceramica, ancora assente dai modelli ministeriali, e di cogliere tutte le ulteriori potenzialità insite in tale operazione. Il lavoro ha visto la partecipazione di soggetti, ruoli e competenze diverse che hanno contribuito a definire in modo integrato le diverse componenti dell'intervento catalografico informatizzato, le cui metodologie ed aspetti gestionali sono stati illustrati dalla sottoscritta nella relazione introduttiva. La tipologia ceramica, rientrando negli ambiti disciplinari storico-artistico e archeologico, ha posto prima di tutto un problema di individuazione della scheda generale cartacea e informatizzata cui far riferimento, facendo optare per l'adozione della scheda ministeriale OA "opere d'arte" integrata con campi della RA "reperti archeologici" e con altri di nuova formulazione o adattati alle esigenze proprie dei materiali ceramici. Si è proceduto all'individuazione di strumenti di riferimento per una resa omogenea della catalogazione a partire dal modello di classificazione cronologico-stilistica identificandolo nelle terminologie derivabili dalla storiografia faentina fra XIX e XX secolo, entrate nel linguaggio corrente di ceramologi e ceramisti e illustrate dal direttore del MIC Gian Carlo Bojani. Il lavoro più innovativo e cospicuo cresciuto sul campo è consistito nella ricerca e nell'adozione della terminologia più corretta ed esauriente per definire gli aspetti relativi ai campi "materia e tecnica" e "conservazione e restauro", anche alla luce di quanto era stato fatto in questo campo dalla Commissione UNI-Normal "ceramiche e vetri". Oltre che su questi aspetti, la consulente del MIC Anna Maria Lega ha relazionato sul glossario e sul vocabolario di controllo realizzati durante la catalogazione. A quegli strumenti va aggiunto il "manuale di compilazione" che integra quello ministeriale relativo alle schede OA con le indicazioni riguardanti le modifiche e le innovazioni apportate nel corso dell'intervento faentino. Cresciuto e verificato in corso d'opera, il manuale ha garantito al lavoro un buon livello di omogeneità e potrà in questo senso risultare utile anche nelle successive fasi di approfondimento. Aspetti di "investimento" ha comportato anche la parte relativa alla documentazione fotografica fatta precedere da un intervento formativo specifico sulla ripresa fotografica dei manufatti ceramici, rivolto agli schedatori e condotto da Riccardo Vlahov dell'IBC che ne ha relazionato; tale scelta teneva conto dell'esistenza di un laboratorio fotografico e delle relative attrezzature tra le strutture del MIC. Riguardo al formato, si è optato per diapositive a colori 24x36, kodak photo cd e stampe cyba in considerazione della documentazione già esistente in museo e del buon rapporto costi-benefici. Per l'informatizzazione delle schede cartacee si è fatto ricorso al programma Odysseus dell'IBC per la gestione informatizzata della normativa catalografica dell'ICCD, strumento caratterizzato da un alto grado di flessibilità e dalla possibilità di abbinamento testo-immagini della cui adozione ha parlato il responsabile del centro di documentazione Alessandro Zucchini. Raffaella Gattiani di CRC ha illustrato le fasi operative del progetto che hanno consentito la verifica della uniformità dei dati catalografici in relazione alla normativa ministeriale e della correttezza dell'operazione data entry, la digitalizzazione delle immagini, il collegamento schede/immagini, fino alla consegna al Museo del prodotto finito. Due approfondimenti al progetto generale hanno riguardato la catalogazione dei frammenti di maiolica italo-moresca, argomento trattato dal conservatore del MIC Carmen Ravanelli Guidotti, e i lessici storici della ceramica. Su quest'ultimo punto l'IBC ha avviato una ricerca sulla terminologia faentina, condotta su fonti bibliografiche e documentarie locali secondo una metodologia illustrata dalla ricercatrice Raffaella Cattinari. Alcune dimostrazioni sul lavoro svolto sono state effettuate da Elisabetta Alpi del MIC. Uno degli aspetti conclusivi più interessanti di un tipo di lavoro come questo, e quindi un punto da considerare fin dall'impostazione del progetto, è quello della destinazione finale di dati e immagini. Possono esistere diversi livelli di fruizione a seconda degli utenti - lo studioso, lo studente, il turista, il bambino, il collezionista, l'artigiano, ecc. - e anche diversi strumenti di divulgazione di tali informazioni. Il consulente MIC Claudio Casadio si è soffermato su alcune delle possibilità di utilizzo rivolto all'esterno, come prodotti editoriali o visite virtuali accessibili via internet, o all'interno, come quelli con finalità gestionali utilizzabili via intranet. L'intervento quinquennale ha prodotto a livello di precatalogo e in parte di catalogo 2798 schede riguardanti le maioliche faentine dal Medioevo al Novecento, con la relativa documentazione fotografica ammontante a 7241 diapositive e relativi kodak photo-cd; a livello inventariale, l'informatizzazione di tutte le schede cartacee inventariali del Museo, escluse le schede già sottoposte a precatalogazione. Le potenzialità di un intervento catalografico informatizzato sono molteplici. A Faenza l'operazione ha reso possibile la riunificazione dei diversi inventari in un'unica sede consentendo al tempo stesso una lettura più immediata della situazione patrimoniale. Sul fronte gestionale mette a disposizione una topografia informatizzata con possibilità di localizzazione immediata delle opere, comprese quelle in prestito per ragioni espositive. Rende possibile la realizzazione di diversi livelli di stampa e di fruizione delle informazioni in grado di rispondere sia a necessità gestionali (attività espositive, di manutenzione e restauro) sia a esigenze di studio espresse direttamente o per via telematica (una mole di dati omogenei informatizzati consente allo studioso ricerche incrociate e confronti molto agevoli e veloci). Vanno quindi considerati gli effetti più ampi del modello metodologico prescelto. Un intervento come quello descritto costringe il museo titolare delle opere a una riflessione sulle proprie esigenze e sulle eventuali problematicità, impegnandolo in un lavoro di progettazione e programmazione che può implicare anche dei cambiamenti nell'organizzazione generale del lavoro. Un'esperienza come questa può quindi contribuire anche alla diffusione di una cultura organizzativa più efficace ed efficiente, di un modello lavorativo più innovativo, in sintonia con le attuali tendenze nella pubblica amministrazione. Micaela Guarino Funzionario IBC, coordinatrice intervento catalogazione informatizzata presso il MIC di Faenza

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2001 - N.10]

Pubblicato dall'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna un volume che censisce i musei della regione e da cui risulta che i musei romagnoli sono il 34,2% del totale

Orlando Piraccini - Soprintendenza Beni librari e documentari dell'IBC

E chiamiamola Romagna dei Musei. I numeri, in effetti, parlano da soli. Dei 363 istituti museali censiti e pubblicati dall'Istituto per i Beni Culturali nel suo più recente repertorio (cfr. Musei in Emilia-Romagna, Compositori, Bologna 2000), ben 97 hanno sede nei territori provinciali di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. Con Imola ed il suo territorio si giunge a quota 106. Sul totale regionale la Romagna è dunque accreditata di una percentuale nell'ordine del 34,2 per cento. Ma vediamole nel dettaglio queste quote. Cominciando dalla distribuzione: dove sono, per cominciare, i Musei di Romagna? Ebbene, nella mappa museale sono indicati 46 Comuni. Qui, per i beni culturali, vi sono una o più case. In testa a tutti Ravenna e territorio (9), seguono Forlì (8), quindi Cesena, Faenza, Imola, Rimini (6), la piccola Longiano (4). Cesenatico, Riccione, Santarcangelo di Romagna, Verucchio, Brisighella e Russi contano tre punti musei; 2 per Borghi, Modigliana, Sarsina, Cattolica, Montefiore Conca, Alfonsine, Bagnacavallo, Cervia, Lugo, Massa Lombarda, Dozza Imolese. Ma nel sistema territoriale entrano anche Bagno di Romagna, Bertinoro, Castrocaro, Forlimpopoli, Galeata, Premilcuore, San Mauro Pascoli, Santa Sofia, Savignano sul Rubicone, Bellaria, Gemmano, Mondaino, Montescudo, San Giovanni in Marignano, Poggio Berni, Bagnara, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Cotignola e, per l'imolese, Castel del Rio. Sono dunque 45 i territori comunali della rete museale romagnola. Una rete a maglie fitte, ma anche a trama variegata se si guarda ai campi tipologici. Più numerosi di tutti, naturalmente, sono i musei d'arte: ben 32. Seguono quelli di antichità (18), quelli d'interesse demo-antropologico (17), quelli storici (15) con una preminenza di raccolte risorgimentali e belliche; seguono i musei naturalistici (11), quelli della tecnica e della scienza (8) e, infine, le cosiddette case-musei (5). Ancora numeri, per dire delle pertinenze, ovvero dei gestori degli istituti museali di Romagna. Numeri che parlano a favore degli Enti locali, titolari di 73 tra pinacoteche, gallerie e musei; 15 i privati e le associazioni a vocazione pubblica, 2 le fondazioni, 12, infine, i nuclei - tutti d'arte sacra - in giurisdizione ecclesiastica. Ma passiamo ora a quella che potrebbe essere chiamata la "carta dei servizi". Proviamo a vedere come vengono fruiti dal pubblico i musei romagnoli del duemila. Cominciamo (salvo un caso per il quale non si hanno dati di riferimento) dalle modalità d'apertura: 64 sono i musei ad orario fisso (anche se in molti casi le visite sono limitate ai soli giorni festivi o a ristrette fasce giornaliere), 32 quelli agibili su richiesta o mediante prenotazione; 10 sedi museali sono attualmente chiuse per ristrutturazioni, riordini delle raccolte, nuovi assetti espositivi. In 38 musei si entra a pagamento (previste in molti casi le riduzioni di rito), in altri 58 l'ingresso è libero; 55 istituti garantiscono (non sempre, però, con regolarità) servizi di visite guidate; 35 offrono book e/o gift shop (più o meno forniti). In 27 musei il visitatore ha a disposizione spazi attrezzati per lo studio e la consultazione di apparati librari e documentari, ma solo in uno si può anche bere (se si vuole) un caffè. Numeri bassi anche per gli accessi facilitati, realizzati a rigore di legge in solo 7 casi. Una risposta si dovrebbe ora al lettore che certo si aspetta una qualche segnaletica che lo indirizzi verso quelli che possono essere ritenuti - quantomeno per le ricchezze patrimoniali, più ampiezze adeguate di spazi espositivi, più qualità degli ordinamenti e più dotazione di servizi - i maggiori tra i musei indicati nella mappa romagnola. Ma per questo, si sa che mancano appositi standard di valutazione. E allora? Può dire qualcosa una "top ten" stilata da chi di recente è stato utente museale in funzione del "Repertorio IBC"? Comunque sia, ma con beneficio di inventario, ecco l'indice dei graditi (all'estate 2000): primo, Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza; secondo, Museo della Città di Rimini; terzo, Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna di Santarcangelo di R.; quarto, Museo Civico Archeologico di Verucchio; quinta, Fondazione Tito Balestra di Longiano; sesto, Museo Naturalistico della Riserva Naturale di Inferno; settima, Pinacoteca della Cassa di Risparmio di Cesena; ottava, Pinacoteca Comunale di Imola; nono, Museo Nazionale di Ravenna; infine pari merito per due case museo: Il Cardello di Casola Valsenio e Casa Moretti di Cesenatico. Ma onore ad alcuni piccoli musei che hanno saputo rinnovarsi in quest'ultimo periodo; onore, per esempio, a Modigliana, con la Pinacoteca Comunale "Silvestro Lega", onore a Brisighella che ha dedicato al suo talentuoso disegnatore Giuseppe Ugonia il suo Museo Civico, onore a Castel Bolognese che, tra archeologia e buona pittura di secondo Ottocento (quella, per intenderci del "locale" Giovanni Piancastelli) ha fatto nascere un nuovo Museo Civico, onore a Cattolica con il Museo della Regina che comprende archeologia e marineria, onore a Forlimpopoli che nella rocca comunale ha rigenerato il proprio Museo Archeologico, onore a Imola ed al lavoro svolto in Palazzo Tozzoni, onore alla premiata Ditta Neri che a Longiano ha costituito il Museo della Ghisa. E le 'maglie nere'? Una (Pinacoteca Comunale di Faenza) per tutti quei casi di 'temporaneamente chiuso al pubblico'. Per i progetti, lode (se i tempi di realizzazione saranno rispettati) alla Pinacoteca Comunale di Ravenna in espansione, al Museo della Marineria di Cesenatico che avrà una 'sezione a terra', al Museo delle Miniere di Zolfo di Formignano, con suggestione, ma per ora sulla fiducia, alla quasi nata Galleria Comunale d'Arte Moderna nella 'liberty house' di villa Franceschi a Riccione, a Lugo che vedrà prossimamente costituita (nell'antica rocca) la Pinacoteca Comunale. Alcune tra le urgenze più appariscenti? Sono quelle di Forlì con i Civici Musei che aspettano il San Domenico risanato; sono quelle di Cesena, con una Pinacoteca Comunale miracolosamente risorta vent'anni fa, ma già diventata troppo stretta per una città che si considera medio-grande; sono quelle di Sarsina con il suo Museo Archeologico Nazionale, un museo d'eccezione, ma che per difetto di promozione troppo pochi (a cominciare dai Sarsinati) ancora oggi conoscono. La Romagna dei Musei è grande. Ma la Romagna, per essere sana e bella, di terapie adeguate e di plastiche facciali ha ancora bisogno.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2000 - N.9]

Un repertorio per l'Emilia-Romagna pubblicato dall'IBC e nato dall'esperienza maturata nello spirito della legge regionale 20/90

Marina Foschi - Istituto Beni Culturali

Il repertorio dei musei regionali appena pubblicato dall'IBC, concludendo da un lato un decennio di vigenza della legge regionale 20/90, fissa anche l'esito di forti cambiamenti in tutto il settore, riscontrabili in ogni paese e in ulteriore evoluzione. Trasformazioni significative sono avvenute e sono in corso nelle maggiori istituzioni regionali già consolidate: nella domanda e nell'offerta di servizi, negli obiettivi, nei rapporti fra proprietà e gestione, nella direzione e nel personale, nei cambiamenti di sede e di allestimenti. Maggiore considerazione, rispetto al passato, è rivolta alle realtà minori, divenute orgoglio delle comunità, ma difficilmente garantite per una gestione duratura. La guida Electa curata da Ranieri Varese nel 1984 aveva rappresentato il primo atto divulgativo di ricognizioni e ricerche promosse dall'Istituto a dieci anni dalla sua nascita. L'anno successivo uscì la prima indagine statistica comprensiva di musei e raccolte, che utilizzava i dati sistematici del questionario compilato negli anni precedenti per fornire indirizzi alla legge prevista, che sarebbe entrata in vigore nel 1990. È significativo il divario fra il numero di musei descritti nella guida di Varese (122) e quello dell'indagine, che aveva individuato 204 musei e 307 raccolte. Conoscenza e visibilità, riordino e programmazione conservativa furono le principali attività dell'Istituto nel primo periodo. L'obiettivo - per citare la presentazione scritta da Giuseppe Gherpelli per la guida - era allora quello di "determinare uno sviluppo omogeneo e coordinato delle istituzioni museali emiliano-romagnole". Nel 1991 uscì l'indagine nazionale di Daniela Primicerio per il Ministero del bilancio e della programmazione, che sottolineava l'aspetto dei musei come "patrimonio sommerso" e indicava, attraverso comparazioni statistiche per regione e per provincia, alcuni indirizzi programmatici riferiti a quantità, a tipologie e alla funzionalità degli istituti, individuando la chiave di lettura nei rapporti con la città. Negli anni Novanta, insieme con la maggiore attenzione al valore patrimoniale dei beni, si è assistito ad una sorta di inversione nella loro considerazione presso l'opinione pubblica, al loro proliferare (con un incremento medio superiore al trenta per cento in Europa), ma, al tempo stesso, ad una minore attenzione verso i problemi conservativi rispetto a quelli gestionali e allo sviluppo di alcuni settori più innovativi. A questo periodo corrisponde in Emilia-Romagna la gestione della legge 20/90. Nonostante le difficoltà crescenti nei meccanismi di spesa e la differenza fra esigenze e finanziamenti disponibili, che hanno finito col prevalere sulle finalità programmatiche, questa legge ha sostenuto l'azione di conoscenza, adeguamento e conservazione precedentemente individuata come obiettivo; ha indotto atteggiamenti più consapevoli nei detentori e nei fruitori ed ha promosso, ove le forze locali apparivano più ricettive, un'organizzazione per sistemi tendenti a supportare le realtà più deboli e a promuovere l'immagine complessiva. Se l'organizzazione della spesa degli enti locali non premia generalmente gli investimenti a lungo termine sui beni culturali, è pur vero che la presenza dell'Istituto ha incrementato il valore e l'efficacia dei finanziamenti con un'azione capillare di supporto tecnico e scientifico. Il nuovo repertorio, che raccoglie i risultati della seconda ricognizione sistematica compiuta dall'Istituto nel 1995, testimonia anche, per certi versi, l'effetto di generale consolidamento delle strutture sparse nel territorio e la riorganizzazione dei principali poli, nell'esercizio della legge. I dati del 1995 furono raccolti in indici e in sintesi statistiche e su quella base i singoli musei furono affidati ai funzionari dell'IBC competenti per settore, con il compito di produrre schede descrittive aggiornate e idonee alla pubblicazione divulgativa. Tuttavia l'evidenza del quadro in evoluzione fece subito riflettere sulla necessità di completare e rivedere le informazioni. Inoltre, sembrò opportuno uniformare le schede tenendo conto anche dello stretto rapporto fra museo e contesto: fra edificio e sito e fra collezioni e contenitore architettonico. Lo scopo non è stato quello di realizzare una guida, come testimonia la stessa veste editoriale scelta, anche se la consultazione sollecita percorsi di visita e suggerisce relazioni e confronti fra istituzioni diverse. Il repertorio si può considerare piuttosto una base di studio. Il campo descritto fotografa il momento di passaggio fra le leggi regionali di settore e registra un quadro in rapida evoluzione. Su questa hanno inciso la professionalità del personale nei musei maggiori, un nuovo ruolo di supporto provinciale per quelli minori, l'accresciuta responsabilità degli enti titolari. Le schede corrispondono alle istituzioni attualmente riconosciute da questi ultimi, anche in corso di realizzazione e di riordino, nonché a realtà private convenzionate o particolarmente significative. Ai due estremi ci sono da un lato i sistemi urbani complessi, ove risultano diversamente aggregate forme di proprietà, di gestione, di localizzazione, che portano anche a disparità fra la designazione di "museo" e le responsabilità di "istituto"; dall'altro ci sono le espressioni di realtà minori, anche formalmente istituite, la cui sopravvivenza è spesso affidata a forze precarie. L'inventario registra la proprietà dei musei e ne organizza la gerarchia su questa base nell'ambito comunale (base ragionata per il riordino e la verifica di requisiti essenziali). Le epoche di formazione, la segnalazione di raccolte e di opere orientano sulla qualità e favoriscono connessioni fra realtà diverse. I collegamenti possibili sono di tipo territoriale e tematico. L'ordine geografico dato alla successione delle province privilegia l'adesione ad ambiti storici territoriali con identità riconoscibili, mentre l'ordine alfabetico dei comuni facilita la ricerca. Sistemi museali urbani e provinciali sono, così, individuabili e suggeriti se non ancora organizzati. Le schede compilate in tutta la regione sono 344, corrispondenti ad altrettanti istituti, ma i musei individuati sono 364, alcuni dei quali raccolti in singole istituzioni. Di questi, 76 sono nella sola provincia di Bologna (di cui la metà nel capoluogo), mentre Piacenza e Rimini, con 24 e 26 musei rispettivamente sono quelle con minore dotazione. L'incremento in quindici anni si avvicina al cento per cento . Il lavoro dell'IBC consente di mettere a disposizione lo "stato dell'arte" in un momento da tutti avvertito come transizione. Il senso del passaggio è sottolineato anche dalla parte "anagrafica" delle schede, riportata in appendice per poterla aggiornare più facilmente, non solo per indirizzi ed orari. In relazione con il censimento ISTAT del 2001 si offre l'opportunità di concordare criteri omogenei con le altre Regioni e con le organizzazioni professionali per raccogliere dati finalizzati alla verifica, dapprima dei requisiti essenziali per definire l'identità museale, quindi della qualità delle prestazioni nei diversi ambiti funzionali. Il conclamato adeguamento agli "standard museali", come condizione per ogni trasferimento di denaro, di gestione, di responsabilità ed infine per la sussistenza stessa dei musei, rende essenziali aggiornamenti e verifiche (ed il supporto conseguente per raggiungere livelli adeguati). I responsabili dei musei, che hanno collaborato alla formazione e alla revisione delle schede nelle principali e più complesse realtà, sono chiamati dalla nuova legge regionale di settore appena approvata a contribuire alla definizione degli "obiettivi di qualità" nell'ambito di una apposita Commissione consultiva dell'Istituto. Come la prima ricognizione sui musei è stata alla base degli indirizzi della legge regionale 20/90 recentemente abrogata, questo rapporto, insieme con gli aggiornamenti che seguiranno, diviene supporto all'organizzazione museale prevista dalla nuova legge 18/2000.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2000 - N.8]

Dalle fotografie che Paul Scheuermeier scattò e raccolse fra il 1919 e il 1935 su tutto il territorio romagnolo, emerge una ricca documentazione sui mestieri e il lavoro contadino

Anna Maria Baratelli - Istituto Beni Culturali

Segnano i confini della Romagna etnografica, da Ravenna a Sant'Agata Feltria a Tavoleto, le 167 fotografie di Paul Scheuermeier, 119 delle quali inedite, recuperate dal Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna presso il Romanisches Seminar di Berna. Un corpus scelto fra migliaia di immagini che avrebbero dovuto corredare una pubblicazione a carattere "illustrativo" da accompagnarsi al volume intitolato Atlante Linguistico-Etnografico dell'Italia e della Svizzera, di K. Jaberg e J. Jud. Durante il lungo soggiorno trascorso in Italia dal 1919 al 1925, come ricercatore dell'Ateneo di Zurigo, e poi durante i cinque brevi soggiorni supplementari degli anni 1930-1935, Scheurmeier avviò un'accuratissima indagine sul campo, svolta con l'ausilio di una scheda scientifica di rilevamento, redatta dai suoi maestri Jaberg e Jud, e della tecnica fotografica. Scheuermeier accompagnò il rilevamento da fonte orale, effettuato su un campione scelto, con una serie di appunti annotati sul "Diario" o trasmessi a Jud in forma di corrispondenza. Nel periodo trascorso in Romagna, Scheuermeir compilò anche un Supplemento di indagine di quattordici cartelle, datato ottobre 1931, contenente indicazioni di "etnografia tecnica" e di fonetica e lessico dialettale rilasciate da un informatore fusignanese di nome Stefano Melandri. L'enorme mole del materiale raccolto, caratterizzato dall'approfondimento delle informazioni sugli usi domestici, le tecniche di lavorazione agricola ed artigianale, i cicli produttivi, le tipologie abitative, delle zone rurali italiane venne poi a costituire la materia per i due volumi de Il lavoro dei contadini, pubblicati rispettivamente a Zurigo nel 1943 e a Berna nel 1956, thesauri di quel prezioso sapere etnografico che, altrimenti, non avrebbe potuto trovare spazio in un'opera principalmente di carattere linguistico e cartografico quale doveva essere l'AIS. L'organizzazione strutturale dei due volumi, che prevede l'accostamento di una antologia di immagini ai disegni e alla descrizione testuale relativa ad ambiti specifici di attività lavorative ed occupazioni domestiche, arriva a delineare in maniera quanto mai esaustiva il quadro della cultura tecnologica del mondo rurale italiano e, di conseguenza, della struttura sociale ed esso connessa. L'adozione di un metodo di ricerca innovativo che dall'occasione e dalla singola esperienza focalizza l'attenzione sulla struttura e sull'insieme, consente, tra l'altro, allo Scheuermeier un'analisi comparativa tra le varie aree geografiche italiane e l'individuazione delle prime manifestazioni della radicale trasformazione impressa all'agricoltura dal progresso tecnologico e dalla politica del regime fascista. La documentazione fotografica della pianura ravennate percorsa da fondi canali o scavata dai bacini dei maceri della canapa, garantisce dell'aspetto idrogeologico di un territorio che la bonifica avviata dal governo italiano negli anni '30 ha parzialmente mutato, con un impatto notevole anche sul piano economico dovuto alla progressiva scomparsa di terreno da adibirsi a pascolo e la conseguente diminuzione della produzione casearia e dei filati sia di fibre animali che di fibre vegetali. La filatura tradizionale con rocca e fuso, aspo, incannatoio a mano, dipanatoio e la tessitura con la preparazione del filo dell'ordito sull'orditoio a muro ed il grande telaio, documentata come nel caso della cardatura della lana a Fusignano per l'intero ciclo, costituiscono una voce dell'economia domestica, prettamente femminile, destinata ad essere soppiantata dalla concorrenza del nascente settore tessile industriale capace di reimpiegare anche la donna come forza lavoro. La sequenza documentativa dei vari tipi di utensili (falcetti, falci da erba, falci messorie, badili, zappe, zappette da vigna, vanghe semplici o con predellino) appoggiati alla porta della rimessa di una casa colonica di Saludecio o Meldola e delle diverse tipologie di aratro in uso a Brisighella o a San Benedetto in Alpe, legge di un livello tecnologico artigianale, che se pur basso, rappresenta la massima espressione di prodotto per un'autorganizzazione produttiva, quale è quella contadina, in grado di garantire un'ampia gamma di strumenti ed utensili con una specifica funzione e di riconvertire ad altro uso gli attrezzi dismessi. Il rilievo dell'architettura rurale, con l'evidenza delle sostanziali differenze fra le tipologie abitative delle zone dell'entroterra ravennate e del primo appennino marchigiano, ricostruisce, invece, la topografia di alcune zone abitative che, dopo la spopolamento degli anni '50, cominciano ad essere oggi valorizzate all'interno di un progetto di sviluppo economico legato al turismo rurale piuttosto che all'agricoltura. Una traccia di continuità che le fotografie di Paul Scheuermeier insegnano a rintracciare negli oggetti, nei costumi, nei prodotti di una cultura materiale che ci appartiene come futuro del nostro presente.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2000 - N.7]

Le antichità del Museo Venturini di Massa Lombarda sono un esempio emblematico del collezionismo tardo-ottocentesco di marca borghese

Fiamma Lenzi - Istituto Beni Culturali

Nel 1881, appena pochi anni prima della morte, Carlo Venturini acquista in Massa Lombarda una piccola dimora con l'idea di collocarvi - come lui stesso scrive nel testamento - "pochi libri, oltre tremila circa... ed alcuni oggetti appartenenti alla Storia Naturale, all'Archeologia, alla Numismatica, alla Pittura e diversi lavori d'arte". Giunto il tempo del riposo e del ritorno alla terra natìa, dominante è dunque il pensiero di dare vita ad una biblioteca e ad un museo ove collocare gli oggetti, i cimeli, le memorie riunite nel corso di un'intera esistenza votata all'esercizio della professione e contrassegnata da numerosi spostamenti da una città all'altra. Esemplare spaccato delle vicende, dei criteri, delle motivazioni culturali che hanno costituito la linfa vitale del collezionismo tardo-ottocentesco di marca borghese ed erudita, le raccolte artistiche del Venturini sono profondamente intrise di quell'imperante eclettismo del gusto che domina mode e costumi dell'ultimo scampolo di secolo e rifluisce prepotentemente nei diversi filoni in cui la collezione si articola. Vi spicca per consistenza ed interesse antiquariale un nucleo di antichità riferibili a svariati centri della penisola italiana, ma anche ad alcuni siti del vicino Oriente. Intensi contatti sociali e culturali con esponenti della classe dirigente dell'epoca, con studiosi e viaggiatori, favoriti anche dalla professione medica e dagli incarichi diplomatici per conto della Tunisia e del Venezuela consentono infatti al collezionista di partecipare alla vita di alcuni organismi associativi di grande prestigio (Accademia Etrusca di Cortona, Istituto Bartolomeo Borghesi, Società Italiana di Archeologia e Storia, Istituto numismatico e antiquario di Buenos Aires). E' grazie a queste relazioni, allo scambio di doni e di cortesie con conoscenti ed amici che egli riunisce presso di sé documenti e testimonianze del passato, intensificandone la raccolta soprattutto nei due decenni centrali del secondo Ottocento. Contrassegnato da una spiccata predilezione più per gli oggetti della quotidianità che non per le manifestazioni dell'arte antica, questo segmento di collezione si compone soprattutto di vasi dipinti, piccoli bronzi, reperti fittili, elementi architettonici e frammenti marmorei, rare iscrizioni. Ben rappresentate sono le ceramiche greche, magnogreche e italiote, la cui presenza si spiega con la riscoperta archeologica della Magna Grecia avviata già a partire dalla prima metà del XIX secolo e il cui principale bacino di alimentazione è per il Venturini la città di Rudiae. Attraverso i buoni uffici di conoscenti di Lecce e di Taranto giungono parecchi materiali, fra i quali alcuni prodotti delle officine di Gnathia. Altri reperti provengono dalla Lucania occidentale per il tramite di Monsignor Macchiaroli, ottimo conoscitore dell'archeologia del Vallo di Diano e iniziatore di una raccolta a fondamento dell'attuale museo civico di Teggiano. Nella hydria a figure rosse dell'atelier di Assteas e Python, attivo a Paestum nel terzo venticinquennio del IV sec. a.C. si riconosce il pezzo di maggior interesse. A ricordare la siciliana Selinunte, con i suoi celebri templi, sono tre piccole lekythoi della bottega del Pittore della Megera databili al secondo quarto del V sec. a.C. Troviamo poi buccheri etruschi, ceramiche a vernice nera di varia produzione, insieme a raccolte più organiche come quella delle lucerne - in gran parte romane - o dei balsamari di età ellenistica. Dal canto suo, la piccola bronzistica offre un'ampia esemplificazione degli impieghi della lega metallica più usata nell'antichità sia per gli oggetti di ornamento personale e di uso domestico (fibule, campanelli, chiavi, appliques, fibbie) sia per la plastica votiva destinata ai santuari e agli altari casalinghi. Uno sguardo ancora all'origine degli oggetti ci dà conto dello spaziare nei secoli e nella geografia del mondo antico di questa archeologia che, con parole della museografia ottocentesca, potremmo definire "extraregionale". Ancona, Alessandria, Acqui, Aquileia, Chiusi, Campobasso, Fano, e poi Roma. Un'importante occasione per arricchire la collezione si presenta infatti al Venturini quando si aprono nella capitale gli scavi per la costruzione del Ministero delle Finanze. Conservata sotto cornice, secondo una "artistica" disposizione a mo' di quadro, una serie di manufatti silicei riassume simbolicamente la preistoria degli Abruzzi, perpetuando il ricordo di Concezio Rosa, pioniere della ricerca paletnologica e delle esplorazioni nella Valle della Vibrata. Poi, al di là del mare, Costantinopoli ove risiede l'amico conte Grati e l'Egitto, dal quale il bolognese commendator Muzzi direttore delle regie poste egiziane si premura di inviare esotici cimeli di una civiltà plurimillenaria. E, per finire, le testimonianze archeologiche dell'Africa settentrionale che la carica di console onorario della Tunisia rendeva più agevole avvicinare. Arriva dalla lontana Tunisi una messe di materiali che abbracciano l'intero arco di vita della gloriosa Cartagine, prima fiorente metropoli punica, poi illustre colonia romana. Un posto di assoluto rilievo, anche per il rarissimo numero di presenze simili in collezioni pubbliche italiane, spetta al piccolo gruppo di stele votive del tofet cartaginese, che ben si prestavano con le loro raffigurazioni cariche di significati e con le iscrizioni dall'arcana grafìa a svelare usi, costumi e riti di quell'antico popolo dominatore del Mediterraneo.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [1999 - N.6]

Reperti marmorei, oggetti in terracotta, ceramiche, avori, icone, bronzetti, placchette ed altro offrono una testimonianza pressoché completa di "arte minore" di notevole valore

Luciana Martini - Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Non v'è dubbio che il Museo Nazionale di Ravenna sia uno dei maggiori musei di raccolte artistiche della Provincia; di fatto, è uno dei pochi che offrano una testimonianza pressoché completa delle tipologie di oggetti generalmente classificate sotto il nome di "arti minori". Le raccolte del monastero di Classe in Ravenna, dalle quali proviene il primo nucleo del museo, vennero smembrate dopo la soppressione degli enti religiosi fra le maggiori istituzioni cittadine: i materiali d'arte diciamo così "maggiore" (tavole e tele), andarono alla Pinacoteca, quelli di "arte minore" e archeologia confluirono nel Museo municipale, antecedente del Museo Nazionale. Qui vennero trasferiti dunque tutti i reperti marmorei, le ceramiche, gli oggetti in terracotta, in avorio, in vetro, ferro, legno, ecc. ai quali venne poi in seguito aggiunta la collezione di icone e, con diversa provenienza, quelle delle armi e armature. Le cosiddette "arti minori" hanno raggiunto, nel dibattito critico recente, il posto e l'attenzione che gli spetta, e che all'estero avevano già da tempo conquistato; quella di espressioni artistiche all'interno delle quali, come nella pittura, sono presenti capolavori e lavori di buon artigianato, ma tutti necessari all'interpretazione della storia, che si deve avvalere dello studio della complessità di un contesto, e non solo delle sue emergenze. Forse la collezione più conosciuta del Museo Nazionale è quella degli avori, materiale che ha sempre goduto nei secoli di grande prestigio: vi sono compresi gli esemplari tardoantichi elaborati nel complesso ambito culturale dell'Egitto ellenistico (il famoso Dittico di Murano e la tavoletta con Apollo e Dafne), le testimonianze sontuose dell'arte carolingia di Carlo Magno, le creazioni originali e fiorite del gotico francese. La collezione delle icone, formata da oltre duecento dipinti su tavola, documenta largamente la scuola cosiddetta "cretese-veneziana" e la pittura popolare dei Madonneri, ma comprende anche tavolette di arte italiana del Trecento. La raccolta di ceramiche esemplifica varie tipologie di produzione, quali la maiolica istoriata, di provenienza classense, la ceramica da farmacia, il graffito, la maiolica settecentesca. Negli ultimi decenni si è cercato di valorizzare anche le collezioni un tempo meno note, come la raccolta rinascimentale dei bronzetti e delle placchette, fra i quali troviamo ben rappresentata l'attività dell'operosa bottega di Severo da Ravenna e un'opera attribuita al Riccio, il più famoso scultore in bronzo dell'Italia settentrionale. Non è stato possibile offrire al pubblico continuativamente, per ragioni di conservazione, i preziosi e fragili reperti della collezione tessile, relativamente ai quali però è stata organizzata recentemente una mostra dedicata alla sezione copta. Alla raccolta di armi e armature, con pezzi di eccellente qualità tra i quali una rara brigantina della fine del Quattrocento e un elmetto da incastro di scuola tedesca, attribuito a Desiderius Helschmid, è stata data invece un'esposizione definitiva al pubblico in una mostra permanente. Il Museo raccoglie anche alcuni dipinti e affreschi staccati, pervenuti al Museo per via di recuperi da lavori effettuati sui monumenti cittadini nei primi decenni del secolo. Ad essi si è recentemente aggiunta una delle più importanti testimonianze artistiche della scuola riminese del Trecento, il ciclo di affreschi staccati provenienti dalla chiesa di Santa Chiara a Ravenna, opera di Pietro da Rimini. L'identità del Museo quale luogo di raccolta di opere d'arte di notevole valore artistico, e nello stesso tempo di grande e piacevole varietà di tipologie, è stata proprio recentemente focalizzata da una pubblicazione riccamente illustrata: Cinquanta capolavori dal Museo Nazionale di Ravenna, edita a Ravenna nel 1998.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 4 [1999 - N.5]

Anna Marina Foschi e Giovanni Battista Pesce - Servizio Musei e Beni Culturali Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna

Dalla ricognizione nazionale compiuta dieci anni fa da Daniela Primicerio sulle istituzioni museali, emerge una presenza di musei scientifici in Emilia-Romagna superiore alla media italiana. Non si tratta solo di raccolte didattiche di notevole prestigio, esposte al pubblico fin dal secolo scorso, ma del risultato di una tradizione peculiare, che risale al Rinascimento, scientifica, analitica, topografica e idraulica. Si realizza, infatti, a Bologna il modello originario di museo scientifico e naturalistico con la donazione, nel 1603, di Ulisse Aldrovandi alla città e all'istituzione universitaria e con la collezione cospiana, precedendo la fondazione nel 1683 del Museo Ashmoliano di Oxford. Qui invece viene elaborata la filosofia del "museo come forma organizzata dell'esperienza" ed è previsto il pagamento per la visita delle esposizioni. L'Accademia bolognese delle Scienze, voluta da Luigi Ferdinando Marsigli nel 1711, la collezione settecentesca dello scienziato Lazzaro Spallanzani a Reggio Emilia, come quella di Giuseppe Scarabelli ad Imola consolidano le radici dei musei naturalistici emiliano-romagnoli. Sul versante della museologia tecnica e degli strumenti scientifici, la prima attuazione concreta può essere individuata nella collezione costituita a Dresda, fra il 1560 ed il 1586, da Augusto, Elettore di Sassonia, per mostrare processi e innovazioni tecniche destinate a perfezionare i mestieri.La formula, filtrata dall'Illuminismo, diviene non solo la base per i musei di arti industriali fine Ottocento, ma anche degli osservatori e dei gabinetti scientifici direttamente collegati all'istruzione. Ne sono esempi tanto le raccolte didattiche bolognesi dell'Istituto Aldini Valeriani e del Museo dell'Innovazione Industriale, quanto quelle dei Gabinetti e Musei universitari. Pure la consistente tradizione scientifica faentina, da Evangelista Torricelli in poi, trova applicazione sia nella formazione didattica (dei Gesuiti prima, del Liceo classico poi), sia nella stessa nascita del Museo delle ceramiche ed infine di quello naturalistico. L'altro aspetto specifico, congeniale alla cultura pratica emiliano-romagnola, è la declinazione collezionistica informata e di ampio respiro, che si è comunque manifestata -anche quando non ha trovato competenze, spazi e risorse accademiche- con l'apporto di studiosi locali: punto di riferimento e promotori di gruppi di volontari hanno creato e incrementano una rete diffusa di musei e di raccolte di storia e scienze naturali, facendo maturare la coscienza ecologica, sfociata nell'istituzione di ambiti naturali protetti e nell'individuazione delle zone degne di tutela. In particolare la Romagna ha prodotto, in questo secolo, sorprendenti esempi, quale il museo naturalistico, migrato poi a Verona, di Piero Zangheri. L'approccio progettuale di questa raccolta, nata con la volontà di "fare scuola", ha prodotto criteri di catalogazione ed una vera e propria manualistica per l'allestimento musealePer rispondere alla duplice natura di ricerca/conservazione e di conoscenza/divulgazione, che questi musei naturalistici sono chiamati a svolgere, e per vivacizzarne la funzione pubblica, debbono essere rispettate una serie di condizioni. Occorre incrementare uno sviluppo delle peculiarità delle singole istituzioni, nel rispetto delle vocazioni originarie e in un rinnovato legame con il territorio; organizzare un tessuto di fulcri museali di scienza e storia naturale, dotati di finanziamenti e di contenitori idonei, nonché di chiavi di lettura -di interesse dilatato e su cui investire nei percorsi museali- relative alla genesi dell'ambiente regionale, all'evoluzione e alle caratteristiche culturali della comunità; creare, a maggior ragione per i luoghi di conservazione settoriali e specifici, il collegamento ad una rete informativa di più vasto respiro,concordata scientificamente, che consenta l'arricchimento costante del sapere con precisi recapiti e linguaggi di classificazione omogenei, in un contesto di filoni tematici e in un processo di inventariazione su base quantomeno regionale. Ciò inserito in un'organizzazione provinciale di poli museali e centri di documentazione connessi agli ambiti territoriali protetti. Quanto alla prevalente vocazione didattica, può essere soddisfatta inserendo percorsi di lettura, di studio e di attrazione, diversificati per classi di utenti, e destinando spazi a laboratori interni, che forniscano una gamma di offerte alle scuole, progetti di ricerca scientifica sia per i settori produttivi che per la pianificazione degli enti locali e, al tempo stesso, programmi educativi per gli adulti, volti alla promozione dello sviluppo sostenibile. Nell'ottobre prossimo il Forum Internazionale dei Musei, che si terrà a Cortona e che seguirà l'edizione del 1998 a Bertinoro (in cui è stato presentato il sistema museale ravennate) verterà proprio su questi aspetti (educazione e didattica), per i quali la nostra regione potrà essere un riferimento significativo. I.B.C. e Province potranno dare un nuovo impulso, scientifico e promozionale incentivando, il primo, coordinamenti tematici tra reti di musei e, le seconde, i sistemi museali collegati alle istituzioni e ai beni culturali sul territorio. In questo senso il rapporto tra parchi e musei naturalistici è immediato e necessario per realizzare un percorso educativo efficace.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [1999 - N.4]

Franca di Valerio - Istituto per i Beni Culturali

Nella prospettata e, pare, imminente riforma dei beni culturali in Italia, più millantata che realmente perseguita, ancora una volta la vasta tipologia di patrimonio indicata con la comune denominazione di beni demoetnoantropologici è stata ignorata dai legislatori come se si trattasse di una realtà marginale e, tautologicamente, folkloristica dell'identità culturale del nostro paese.E così, ancora una volta, anche il convegno Contesto e identità. Gli oggetti fuori e dentro i musei, organizzato a Parma il 16 e 17 aprile di quest'anno dall'Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, dalla Provincia di Parma, dalla Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici di Parma e Piacenza, dai Comuni di Collecchio e di Fornovo Taro e dal Parco Ragionale del Taro, ha prestato la scena alla presentazione di una serie di cahiers de doléances sulla condizione di questo settore, mentre le esperienze illustrate dalle istituzioni straniere invitate, il British Museum con il Museum of Mankind, la Smithsonian Institution con il Nationale Museum of the American Indian, il Nordiska Museet di Stoccolma, il Musée des Arts et Traditions Populaires di Parigi, hanno inevitabilmente sottolineato, di nuovo, la distanza siderale che separa il nostro sistema delle politiche culturali e non solo quelle relative al patrimonio, da quello in cui queste istituzioni sono inserite e agiscono. I musei e le collezioni demoetnoantropologiche nel nostro paese si collocano in un quadro istituzionale che vede da un lato due uniche istituzioni statali, il Museo preistorico Etnografico Nazionale "L. Pigorini" di Roma, che è appunto preistorico ed etnogtrafico secondo una concezione che risale ad inizio secolo e che forse sarà aggiornata con a riapertura delle varie sezioni riallestite proprio in questi ultimi anni, ed il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni. Popolari alla cui direzione è stato posto, nel rinnovare di recente la carica, uno storico dell'arte, a ribadire la gerarchia delle competenze disciplinari di cui si ha convinzione in questo Paese. Dall'altro lato troviamo una museografia e un collezionismo diffuso che fanno capo o riferimento agli enti locali, o spesso a privati cittadini. La riflessione museografica sugli oggetti e sulle collezioni di oggetti, soprattutto sui modi e sulle possibilità di farne oggetti esemplari ai fini della trasmissione e comunicazione culturale, in sostanza documenti delle relazioni tra essi e gli uomini e tra gli uomini ed uno specifico contesto, quasi una sorta di traduttori per coloro che visitano la raccolta o il museo, ha fatto emergere due diverse modalità di approccio teorico che possiamo riassumere molto sinteticamente, e facendo torto alla complessità della questione, in una che identifica il museo come il luogo dell'apprendimento razionale e scientifico, ed in un'altra per cui il museo diventa uno scenario dove il visitatore viene "attivato" anche attraverso la propria componente emozionale. Paradossalmente, a rivelare molti elementi di contatto, inconsci naturalmente, con le museografie straniere presenti è stata una collezione considerata fino a qualche tempo fa un outsider dall'ambito ufficiale dei musei demoetnoantropologici italiani: quella di Ettore Guatelli, il collezionista che ad Ozzano Taro, in provincia di Parma, ha creato un'eccezionale impresa museografica, testimoniale e scritturale, raccogliendo oggetti di ogni tipo, testimonianze della gente, schede, idee, discorsi, una sorta di monumento alla intelligenza pratica della gente comune, dei modi di consumare, usare, operare, pensare l'ambiente e le risorse. E questa è la stessa logica che sottende, ad esempio, all'attività di acquisizione del Nordiska Museet, il quale nella propria attività di documentazione sull'età contemporanea include perfino l'acquisizione di mobili Ikea, senza che nessun curatore o museologo svedese abbia mai protestato invocando la profanazione della sacralità attribuita al luogo museale e agli oggetti che videvono essere collocati. E questo non certo a causa della tiepida reattività scandinava.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [1998 - N.3]

Vittorio Ferorelli - Istituto per i Beni Culturali

Nella strategia a lungo termine dell'Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna la scelta della forma "casa-museo", "casa-biblioteca", "casa-archivio" risponde ad un criterio che in senso lato ,si può definire "economico", dove l'attributo in questione mantiene appieno il suo valore etimologico di "legge che amministra la vita di una dimora". Scegliere di trasformare in percorso della memoria un luogo in cui si è vissuto e abitato realmente può essere infatti il modo più efficace per ottenere nello stesso tempo due importanti vantaggi. Innanzitutto è evidente il risparmio che deriva in termini monetari dall'opportunità di concentrare in una sola operazione di recupero la salvaguardia di una dimora storica e il perfezionamento di un giacimento culturale, risparmio mai come oggi provvidenziale. Ma insieme si offre la possibilità di trasmettere al museo, alla ,biblioteca, all'archivio nascenti la vitalità che solo una casa possiede, con la prerogativa di mantenere intatta e conservare nel tempo la rete di relazioni che legano gli oggetti e le testimonianze biblio-iconografiche di una esistenza intera. La frequenza e la riuscita di queste occasioni di crescita culturale dipendono naturalmente dal grado di credibilità delle istituzioni centrali, dal rapporto fiduciario che lega in misura maggiore o minore chi è pronto a donare memoria e chi dovrebbe essere pronto a riceverla e a valorizzarla. L'esperienza degli archivi letterari emiliano-romagnoli è in questo senso confortante. Da anni oramai l'organo regionale ,preposto alla loro salvaguardia, la Soprintendenza per i Beni Librari e Documentari, lavora alla creazione di un sistema della memoria cartacea che possa collegare luoghi e storie diversi, mantenendo tuttavia ciascuna voce radicata il più possibile al proprio contesto. Piuttosto che ,optare, come è stato fatto altrove, per una soluzione centralizzata con la fondazione di un apposito e unico centro di documentazione, si è scelto appunto di .favorire la destinazione delle raccolte documentarie alle strutture bibliotecarie pertinenti o addirittura ove le circostanze lo permettevano - alle "case d'autore" da cui provenivano o in cui erano ancora conservate. A quest'ultimo caso, per fare un esempio particolarmente significativo, è riconducibile la vicenda di Casa Moretti a Cesenatico. Fu lo stesso poeta Marino Moretti, nel 1978, a stabilire le basi dell'istituzione con il testamento in cui donava alla Biblioteca Comunale della cittadina romagnola i suoi libri e le sue carte: un'ingente documentazione di quasi 6.000 volumi, 2.000 periodici, 600 opuscoli, 4.000 ritagli e 14.000 lettere. Nel 1980 la sorella Ines, portando idealmente a compimento .la volontà del poeta, donava al Comune la casa sul canale, permettendo di mantenere integro il legame che unisce tuttora la biblioteca e l'archivio con i tanti significativi frammenti di una esistenza domestica, da quelli più concreti a quelli più incorporei: gli oggetti cari, i dischi, le cartoline, le stampe incorniciate, le foto-ricordo, le finestre sul giardino, e l'aria stessa, quel profumo che rende unica ogni casa. "E in queste vecchie stanze, è nei mattoni corrosi, è nei segni di umidità alle pareti, è nel cortile negletto, nel cigolìo delle porte (a ognuna il suo cigolìo), nella vecchiaia della cucina, nella sedia zoppa e nel quadro storto, nell'invalidità dei mobili ovunque spaiati, in ognuna di queste piccole povere cose ch'io potrò ritrovare la verità di me stesso e dell'arte": sono le parole del poeta. La migliore testimonianza del valore di questa scelta sta nella crescita continua dell'Istituto da 18 anni a questa parte, come è attestato dall'incremento delle acquisizioni attraverso lo scambio con altri archivi, dalla costante attività di promozione culturale (indirizzata in particolar modo alla scuola) e dal successo del premio biennale per la filologia, la storia e la critica letterarie delI'Otto e Novecento. Recentemente si sono avute anche le donazioni di altri fondi privati: la biblioteca del professore Virginio Minzolini e le carte del professore Federico Ravagli, a riprova di come soltanto una casa che rimane viva possa continuare ad essere ospitale.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [1998 - N.2]

Vittorio Ferorelli - Istituto per i Beni Culturali

Il 3 e 4 aprile 1998 nell'ambito di "Restauro 98. Salone internazionale dell'arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali" a Ferrara, l'Istituto per i beni artistici, culturali ,e naturali della Regione Emilia-Romagna, presente con un proprio stand, organizza il convegno internazionale "Archeologia e ambiente". Oggetto dell'indagine è il "legame indissolubile fra le espressioni dell'uomo e quelle dell'ambiente che - come sosteneva oltre venti anni or sono Andrea Emiliani, dando lucidità interpretativa al metodo destinato a divenire modello al nostro sentire e lavorare - richiede omogeneità di intenti nell'azione conoscitiva ed esige quindi un giudizio storico unitario" (E. Raimondi). Il programma è diviso in due sessioni. La prima, dal titolo "Archeologia come storia del territorio e delI'ambiente", è dedicata al ruolo fondamentale della conoscenza storica nella conservazione e valorizzazione degli ecosistemi antropizzati, dai paesaggi agricoli ai tracciati fluviali. Nella seconda, dedicata alla "musealizzazione del paesaggio antropico", gli interventi si concentreranno sulla correlazione sempre più auspicabile tra parchi e musei, sulle strategie economiche in grado di favorirne lo sviluppo, sulle funzioni degli enti locali nella loro progettazione e gestione. Due tavole rotonde concludono ciascuna giornata, approfondendo da un lato la questione delle linee di intervento sui beni culturali, con la presentazione in particolare di due progetti ("Archivio Biologico", promosso dal Comitato 15 Beni Culturali del CNR e "PARNASO. Patrimonio Artistico Nuove tecnologie Applicate per lo Sviluppo e l'Occupazione" promosso dal Ministero dell'Università e della ricerca scientifica e tecnologica) e dall'altro l'analisi delle esperienze di parchi archeologici e parchi tematici progettati e costituiti in ambito sia europeo che ex-traeuropeo, di cui sono illustrati gli aspetti gestionali, manageriali ed economici, analizzandone gli effetti sul territorio e approfondendo in particolare la questione del coinvolgimento delle comunità locali. Per informazioni: ufficio stampa IBC. "Restauro 98" è anche l'occasione per fare il punto sulle altre importanti iniziative legate ai settori di intervento dell'IBC. Il 4 aprile si svolge una giornata di studio sul restauro dei dipinti su tavola, in collaborazione con I'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. L'incontro è rivolto a tutti i professionisti della conservazione, con particolare riguardo per quelli che si confrontano quotidianamente con i problemi legati ai supporti lignei. Nella giornata successiva saranno presentati in anteprima gli appuntamenti dei prossimi mesi: - il colloquio internazionale di museologia che si terrà ad Argenta dal 2 al 6 giugno 1998, promosso insieme al Museo delle Valli d'Argenta e all'European Museum Forum; - la mostra che durante la prossima estate farà rivivere, dopo il recente restauro, l'opificio idraulico della Grada a Bologna (nell'occasione saranno presentate le attività di animazione già organizzate dall'IBC sul tema delle acque: il Museo del Po e della navigazione interna di Boretto e la mostra fotografica sulle saline di Cervia); - il convegno internazionale "Contesto e identità. Gli oggetti fuori e dentro i musei", organizzato a Parma il 16 e 17 aprile insieme all'Assessorato alla cultura della Provincia di Parma per dibattere sui paradigmi museografici da applicare alle numerose collezioni di oggetti e strumenti di valore etno-antropologico presenti nel nostro Paese; -il convegno e la mostra sul naturalista forlivese Pietro Zangheri promossi in collaborazione con il Parco nazionale delle foreste casentinesi, monte Falterona e Campigna, previsti per la metà del mese di maggio.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [1998 - N.1]

Gianfranco Casadio - Dirigente del Servizio Beni e Attività Culturali della Provincia di Ravenna

L'idea di attivare un Sistema Museale nella nostra provincia nasce dalla constatazione che, l'insieme dei musei presenti sul territorio provinciale, si pone al secondo posto, dopo la provincia di Bologna, nell'ambito della regione. Cio' costituisce un patrimonio ricco e differenziato, di forte valore culturale, che esprime vivaci potenzialità di sviluppo e che da un sistema territoriale integrato potrebbe trarre notevoli vantaggi.Ciò è vero in particolare per quelle realtà medio - piccole che, per carenze oggettive, non sono in condizione di fare crescere in modo autonomo i propri musei. Con questa premessa la Provincia ha invitato gli Enti Locali e i privati titolari di musei, ad aderire ad un Sistema che sia aperto a tutti, purché regolarmente funzionanti e aperti al pubblico anche in modo discontinuo. Sarà coordinato dalla Provincia che nell'arco di un triennio si farà carico di consolidare il sistema e di individuare ulteriori collaborazioni: oltre a quella dell'Istituto per i Beni Culturali della Regione, quella dell'Università, e in particolare la Facoltà di Conservazione Beni Culturali di Ravenna e la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della provincia di Ravenna, Ferrara, Forlì e Rimini e la Diocesi di Ravenna.Il Sistema Museale opererà su diversi livelli di intervento (dal coordinamento, alla promozione e valorizzazione dei musei, alla schedatura e catalogazione dei reperti museali, alla conservazione, al restauro, all'impiantistica di sicurezza e di conservazione e alla didattica e formazione del personale) e si avvarrà della consulenza di un Comitato Scientifico.I progetti approvati dal Sistema Museale Provinciale saranno finanziati, salvo diverse indicazioni, oltre che con i fondi degli Enti proprietari, con i fondi a carico della Provincia e con i contributi di altri enti (Regione, sponsor, ecc.). I Comuni e gli Enti collaboreranno, oltre che con la quota a loro carico, mettendo a disposizione spazi e attrezzature dei rispettivi musei e soprattutto la partecipazione attiva dei propri collaboratori alla progettazione ed elaborazione dei progetti del Sistema che è regolamentato da apposite convenzioni tra Provincia e Comuni e tra Provincia e Enti. Ogni Comune convenzionato, così come gli altri Enti, sono rappresentati nel Sistema con propri esperti che fanno parte del Comitato Scientifico.Il Sistema così definito resta comunque aperto alle adesioni di altri Comuni e di altri Enti che successivamente arrivino a possedere i suindicati "requisiti minimi" previsti per farne parte.Il Sistema Museale, oltre a quanto finora indicato, si avvarrà dei servizi messi a disposizione dal Laboratorio provinciale per la didattica, realizzato dalla Provincia con la collaborazione finanziaria della Regione sui fondi della L.R. 20/90.Il Laboratorio ha sede a Ravenna e sarà gestito dalla Provincia che mette a disposizione spazi, strutture, attrezzature informatiche e personale e prevede l'avvio di un progetto di banca dati museale informatizzata (realizzata in collaborazione con l'IBACN), nell'ottica di un futuro sviluppo che possa coinvolgere altre istituzioni, fra cui i Provveditorati agli Studi.Parallelamente all'avvio del Laboratorio provinciale, la Provincia ha previsto per il 1997 la realizzazione di alcuni progetti che coinvolgono il Sistema Museale Provinciale e che sono: la realizzazione di un Logo che identifica il Sistema Museale Provinciale e il Laboratorio che lo rappresenta, l'ideazione progettuale e grafica di una Collana sulla didattica e la produzione di una prima pubblicazione, la progettazione di un Notiziario periodico che è quello su cui vi stiamo scrivendo.

Notizie dal Sistema Museale della Provincia di Ravenna - pag. 4 [1997 - N.0]

La loro applicazione è elemento fondamentale per favorire una qualificazione complessiva più omogenea del settore culturale

Margherita Sani - Istituto Beni Culturali

Il 3 marzo 2003 la Giunta Regionale dell'Emilia Romagna ha approvato la Direttiva Standard e obiettivi di qualità per biblioteche, archivi storici e musei ai sensi dell'art. 10 della L.R. 18/2000 - Norme in materia di biblioteche, archivi, musei e beni culturali (l'atto è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Emilia-Romagna del 17-4-03, ed è disponibile anche sul sito dell'IBC, www.ibc.regione.emilia-romagna.it). Il documento è frutto del lavoro di una Commissione consultiva, prevista dalla stessa legge all'art 6, composta da rappresentanti delle associazioni di categoria AIB, ANMLI, ANAI, funzionari delle Amministrazioni provinciali, delle Soprintendenze e degli istituti culturali regionali con il coordinamento dell'IBACN. Partendo dal dettato della L.R. 18/2000, che vede nell'individuazione e nella applicazione di standard e obiettivi di qualità un elemento fondamentale per favorire una qualificazione complessiva e più omogenea del settore culturale nel suo complesso, è stato elaborato un documento che esplicita, ora in forma di requisiti ora in forma di raccomandazioni, gli elementi che dovranno concorrere nei prossimi anni ad innalzare il livello qualitativo delle prestazioni e dei servizi degli istituti culturali nella nostra regione. La legge regionale fa infatti riferimento a musei, biblioteche e archivi storici, ricomprendendoli nella dizione comune di "istituti culturali", a voler sottolineare la loro natura sostanzialmente analoga di servizi che perseguono fini di "informazione, documentazione e formazione permanente dei cittadini in raccordo con le finalità educative generali". L'obiettivo di fondo della legge è dunque quello di ridisegnare in modo innovativo il sistema dei servizi e delle attività di biblioteche, archivi e musei, pervenendo gradualmente alla costruzione di un modello organizzativo territoriale unitario per i tre settori. Partendo dalla consapevolezza di una situazione di sostanziale disomogeneità all'interno dei settori di riferimento, con punte qualitative molto alte accanto a situazioni di palese arretratezza, ci si è riproposti con l'elaborazione degli standard di qualità di operare su un doppio livello, da un lato favorendo una crescita omogenea a livello regionale, dall'altro consentendo una possibilità di recupero delle situazioni più svantaggiate. Si sono così individuati "standard obiettivo", finalizzati a promuovere e a mantenere livelli qualitativi ottimali e a sollecitare un processo di continua crescita dell'offerta di servizi all'utenza, indicando nel contempo soglie minime al di sotto delle quali il servizio non può essere qualificato come tale. Questi standard, definiti, come recita la legge, "secondo la natura, la dimensione, la localizzazione e l'eventuale organizzazione in sistema degli istituti considerati… vengono elaborati dall'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali coi soggetti interessati e con le organizzazioni professionali… e si applicano anche in caso di affidamento all'esterno di funzioni e servizi" (L.R. 18/2000, art. 10). La sottocommissione che ha elaborato gli standard relativi al settore musei si è insediata nel maggio 2001. In questo modo, prima di iniziare i propri lavori, ha potuto prendere visione dell'Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei emanato con decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali il 10 maggio 2001, che costituisce un punto di riferimento ineludibile per chi - a livello regionale o locale - intende cimentarsi in questo campo. Il lavoro di definizione degli standard per i musei ha dunque fatto riferimento al documento ministeriale, di cui ha adottato la struttura nella suddivisione degli ambiti al cui interno sono stati dettagliati gli standard. In sintesi i requisiti con cui i musei dell'Emilia Romagna dovranno confrontarsi e ai quali dovranno cercare di adeguarsi nei prossimi due anni sono i seguenti: · ai musei sarà richiesto di dotarsi in primo luogo di uno statuto o di un regolamento a seconda del loro status giuridico. Statuto e regolamento costituiscono la carta di identità del museo nella quale, in linea con la definizione di museo data dall'Icom, sono esplicitati finalità e funzioni, compiti e attività, risorse umane, finanziarie e patrimoniali disponibili, modalità e criteri della loro gestione; · per quanto riguarda l'assetto finanziario, verificata l'impossibilità di chiedere ai musei una ricostruzione a posteriori del proprio bilancio, ci si è orientati a indicare come standard la predisposizione di un documento programmatico annuale che dichiari le risorse finanziarie disponibili, le attività previste, gli obiettivi da raggiungere. A questo documento si accompagna una relazione a consuntivo per verificare lo scostamento del reale dal programmato. Nel caso di progetti di sviluppo che comportino l'assunzione di oneri di gestione a tempo indeterminato - come potrebbe essere il restauro e l'apertura al pubblico di nuove sale, o la stessa apertura di un nuovo museo - viene richiesta la predisposizione di un documento di previsione dei costi e ricavi di esercizio, una sorta di business plan su base triennale; · strutture e sicurezza fanno riferimento alla normativa vigente, evidenziando, per i requisiti obbligatori previsti, la loro effettiva presenza o l'intenzione di dotarsene facendo riferimento all'atto (delibera o altro) che ne determina la futura acquisizione; · le questioni relative al personale sono state affrontate più dal punto di vista delle funzioni da garantire, che non dei profili professionali da richiedere in organico. Lo standard richiesto al museo è perciò quello di garantire in modo adeguato e con continuità le funzioni di direzione, conservazione e cura delle collezioni, servizi educativi e didattici, sorveglianza e vigilanza, siano essi interni o esterni al museo, facenti capo a una stessa persona o a più individui, a un museo singolo o a una rete di musei. Queste funzioni vanno comunque assicurate, così come va sempre garantita una responsabilità di direzione. Si raccomanda inoltre al museo di sostenere e incoraggiare l'aggiornamento e la formazione continua del proprio personale; · la gestione delle collezioni è l'ambito più ricco e articolato tra quelli contenuti nell'Atto di indirizzo, poiché spazia dalle politiche di ricerca e studio - assolutamente essenziali alla vita di un museo, ma difficilmente "standardizzabili" - alle norme per la conservazione e il restauro, alla registrazione e documentazione, alle politiche di acquisizione (incremento e inalienabilità delle collezioni). Gli standard per la conservazione e il restauro richiedono il rispetto di condizioni e parametri precisi relativi all'ambiente, al microclima, alla prevenzione e messa in sicurezza delle opere, alla manutenzione e al restauro, alla documentazione (scheda conservativa, documentazione degli interventi di restauro, ecc.); · per quanto riguarda la documentazione e la catalogazione del patrimonio si richiede la presenza almeno di un inventario e di un registro di carico, di un catalogo e della documentazione fotografica delle opere (con l'informatizzazione dei relativi dati) in percentuali diverse a seconda del punto in cui il museo si colloca nel percorso intrapreso per il raggiungimento dello standard; · altri requisiti riguardano l'accessibilità delle collezioni e dei depositi, le politiche di incremento del patrimonio, quelle di ricerca e studio; · infine i rapporti con il pubblico e il territorio, terreno cruciale sul quale si gioca il rinnovamento del museo e il ripensamento delle sue funzioni in atto ormai in tutti i paesi europei. Anche per questi ambiti ci si è voluti concentrare su alcuni requisiti di base (orari di apertura, presenza di un catalogo, conoscenza del pubblico e del bacino di utenza, presenza di un progetto educativo-didattico), senza tuttavia trascurare tutte le altre misure (segnaletica, sussidi alla visita, carta dei servizi) che possono contribuire a migliorare l'accessibilità e le potenzialità informative ed educative del museo. Per consentire ai musei di comprendere più agevolmente come si posizionano rispetto ai requisiti contenuti nell'Atto di indirizzo, l'IBACN predisporrà una scheda per rilevare lo stato dei musei rispetto agli standard, così anche da poter valutare sulla scorta di riscontri oggettivi più puntuali come orientare i finanziamenti all'interno dei prossimi piani e quali azioni intraprendere per sostenere i musei nel processo di miglioramento e di adeguamento agli standard. Dall'autunno prossimo saranno inoltre organizzati a livello provinciale momenti informativi rivolti a operatori e amministratori, per promuovere la conoscenza dell'Atto di indirizzo e favorire in tutti gli attori coinvolti una maggiore consapevolezza delle sue implicazioni.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2003 - N.17]

Si è costituito a Ravenna il Centro Studi per l'Archeologia dell'Adriatico. Fra le prime iniziative, un convegno internazionale sulla storia adriatica dalle origini all'età medievale

Fiamma Lenzi - Istituto Beni Culturali

Come in una fotografia divenuta pietra, la consueta maestria continua a guidare per l'eternità la mano di Longidienvs mentre manovra l'ascia con la quale ha dato forma, durante i suoi giorni di uomo, a molti dei natanti alla rada nel porto di Classe. Accompagnato dal ceppo di un'ancora, che tanti attracchi fidati gli aveva forse garantito, Klutikuna di Spina dorme il suo sonno millenario. Fra i flutti guizzano festosi delfini ed altri pesci nella composita trama musiva di Palazzo Diotallevi in un bianco/nero optical ante litteram, salutando l'arrivo delle navi appresso al faro di Rimini. Naufragata con l'intero suo carico, Stella Maris sino ad ieri celava gelosamente il proprio segreto nella sabbia di Valle Ponti. Anche Vel Kaikna, felsineo metropolitano di terra, compì la scelta di consegnarsi al domani attraverso la visione di un vascello da guerra, emblema di ciò che egli seppe essere - un navarca - su un mare saldamente controllato dalla sua gente. Sparsi frammenti di storie, tutte ruotanti nell'orbita di una narrazione più vasta, al cui centro sta l'Adriatico, con le sue rotte, con i suoi approdi, con l'essere "spontaneo" mediatore culturale per le civiltà insediate lungo le sue coste o per i popoli dell'interno, sospinti sul litorale dalla ricerca di un affaccio, dall'ansia di un contatto con l'Altrove. Il sistema dei "segni" incessantemente tessuti dall'uomo solcando l'Adriatico in infinite intersecazioni delle linee cardinali o immaginandolo come una soglia verso mondi alieni, trova nelle testimonianze del passato il punto obbligato di partenza e di transito per ripercorrere, sul filo della diacronia, i processi storici di lunga durata. Ma anche per rileggere e "interpretare" uno degli elementi naturali che maggiormente hanno modellato e conferito fisionomia all'antico volto di questa estrema propaggine d'Europa. Ecco, allora, che la relazione fra l'uomo e l'Adriatico si colora di sfumature cangianti, si flette in una molteplicità di declinazioni, guardando ora all'archeologia delle comunicazioni marittime, ora alla mappa delle emergenze storiche sommerse, ora alle direttrici di smistamento di merci e materie prime, ora ai progetti museografici o ai parchi tematici che hanno in questo mare il principale perno generatore. È naturale, dunque, che a tale importante entità geofisiografica, coincidente con uno dei grandi "luoghi della storia" del mondo antico, intorno al cui bacino è cresciuto un inestricabile intreccio di rapporti storici, sociali, economici, culturali, sia stato appena dedicato un convegno internazionale, il primo nel suo genere, in una città emblematica come Ravenna. Si tratta di uno dei passi iniziali - ma già capace di dare contorno alla dimensione futura degli intenti - mossi dal Centro di Studi per l'Archeologia dell'Adriatico, che è recentemente sorto per iniziativa dell'Università di Bologna con lo scopo di incentivare la ricerca scientifica e promuovere le conoscenze storiche e archeologiche legate a tale distesa d'acqua. Lo sviluppo di indagini specifiche o ad ampio raggio concernenti le tematiche adriatiche, l'approntamento di materiali informativi, il sostegno ad iniziative di tutela e valorizzazione territoriale, la stampa di studi e monografie, l'organizzazione di consessi come quello appena conclusosi rappresentano solo alcuni dei traguardi da raggiungere. La vastità di orizzonti e la misura degli impegni programmatici sono del resto chiaramente rimarcati dal numero di adesioni pervenute. Fra i soci fondatori figurano Università, Soprintendenze, Istituti di ricerca, Enti locali e importanti realtà regionali come il Comune e la Provincia di Ravenna, l'Istituto Beni Culturali, la Fondazione Flaminia. Secondo auspici da più parti espressi, ad una fase organizzativa per ora tutta "italiana" farà seguito assai presto un ampliamento del quadro partecipativo alla sponda orientale dell'Adriatico, rendendo possibile arricchire e completare la rete di collaborazioni e realizzare autentiche e permanenti sinergie fra gli ambiti e i paesi che in questo scenario condiviso si riconoscono. L'articolazione che l'organismo è destinato ad assumere consentirà di utilizzare appieno e far emergere la varietà di risorse scientifiche e tecniche degli enti presenti, che saranno così in grado di modulare al meglio il loro apporto operativo, pur rimanendo sempre in sintonia con gli obiettivi istituzionali propri.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2001 - N.11]

Una ricerca svolta con l'intento di strappare dall'isolamento gli oggetti musealizzati per porli in rapporto con il loro contesto storico-ambientale

Antonella Tricoli - Incaricata per il Sistema Museale Provinciale di Modena

Dal 1998 la Provincia di Modena si occupa dell'organizzazione delle attività del Sistema Museale Modenese, che mette "in rete" gli oltre cinquanta musei del territorio; nel 2001 l'Amministrazione ha commissionato alla Scrivente un'indagine conoscitiva, al fine di progettare interventi mirati ad un miglioramento gestionale, strutturale e ad una giusta valorizzazione dei musei, tale censimento è stato coordinato dall'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali dell'Emilia-Romagna. Si è inoltre ritenuto opportuno affidare al "rilevatore" la redazione di una sintesi della realtà museale provinciale nel suo complesso e della situazione interna alle singole istituzioni, confrontata con la più ampia situazione nazionale, per quanto attiene ai principi generali sulla gestione museale. Lo scritto si struttura in due parti: nella prima brevi notizie di carattere storico sulle collezioni e sulle loro sedi introducono alle principali argomentazioni, riguardanti la gestione del museo e del territorio, le attività delle istituzioni culturali, i finanziamenti pubblici e privati, gli spazi fisici e la fruibilità; nella seconda parte sono presentati schemi riassuntivi e schede sui musei, che costituiscono esempi significativi ai fini del discorso. È obiettivo della ricerca, oltre che definire le principali caratteristiche delle istituzioni museali in quanto tali, rapportate alle realtà locali, soprattutto favorire un potenziamento della "conservazione globale" che contrasti la pratica dell'isolamento degli oggetti musealizzati dal loro contesto storico-ambientale; il Museo, infatti, deve essere considerato parte integrante della realtà territoriale che l'ha espresso e viceversa, poiché sono assai strette le interrelazioni tra i contenuti dell'uno e dell'altra. La museologia e la museografia escono sempre di più dal limite ristretto del museo tradizionale per estendere il loro campo di applicazione a quel ben più ampio "Museo" che è la città storica e al contesto naturalistico in cui la stessa città si colloca.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 4 [2003 - N.18]

In autunno una giornata di studio per riflettere sulle potenzialità educative del museo verso gli utenti di tutte le età

Alba Trombini - Consulente museale

A tre anni dal Convegno nazionale sul ruolo sociale del museo - e come sua naturale prosecuzione - la Provincia di Modena organizza per il prossimo autunno una giornata di studio e dibattito sulle potenzialità educative e creative del museo, intendendo con tale definizione tutte le attività che rendono il museo strumento e luogo di crescita sia personale che collettiva, senza alcuna distinzione per quanto riguarda età, identità culturale, abilità, status sociale o provenienza. Il tema di un nuovo possibile rapporto fra pubblico e museo verrà analizzato da diverse prospettive: dalla dimensione fisica, indagata da architetti e museologi, alla sfera emotiva di pertinenza della ricerca psicoanalitica; dalla riflessione maturata in seno alla critica d'arte alla testimonianza di chi direttamente sul campo cerca nuove vie educative al museo, nuove modalità di interazione con pubblici diversi . Accesso, dialogo e creatività: sembrano questi i punti chiave attorno ai quali ruoterà l'attenzione dei musei in futuro. Parlare di accesso o inclusione, di dialogo o creatività - in modo concreto e diverso - significa allargare la prospettiva ad un raggio di azione e pensiero più ampio, ad una visione che sappia coniugare le esigenze di persone diverse con le potenzialità educative del museo, non sempre o non ancora del tutto esplorate. Ci sono alcuni temi come l'educazione permanente degli adulti, o l'integrazione di modelli e approcci culturali differenti, con i quali il museo prossimo venturo dovrà necessariamente confrontarsi data l'evoluzione della società contemporanea. Altri aspetti, invece, come il coinvolgimento di fasce sociali cosiddette deboli - anziani, disabili, adolescenti a rischio, emarginati - rientrano più nel campo della possibilità che in quello della necessità. Occuparsi di disagio, in qualsiasi forma o intensità esso si manifesti, potrebbe sembrare ad alcuni un compito estraneo alla cultura museale: in realtà dallo studio di esperienze compiute sia in Italia che all'estero, risulta che chi offre spazi e servizi in tal senso anche al museo ottiene grandi risultati in termini di crescita e arricchimento culturale reciproco

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 4 [2003 - N.18]

Il progetto MUSA permette di verificare i parametri ambientali necessari per una buona conservazione museale

Paola De Nuntiis, Chiara Guaraldi, Paolo Mandrioli, Alessandro Monco - ISAC-CNR, Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna

Per conservare la sua integrità, un oggetto deve essere costantemente controllato e sottoposto a procedure che ne impediscano il rapido deterioramento, per evitare il ricorso a operazioni di restauro a scadenze eccessivamente ravvicinate, che non gioverebbero all'integrità dei manufatti artistici. Il controllo della qualità dell'atmosfera che "avvolge" l'opera d'arte o il manufatto storico collocato nelle sale espositive, nelle sale di consultazione, nei magazzini, o durante il trasporto per destinazioni differenti, costituisce la base su cui si è sviluppato il progetto MUSA, nato dalla collaborazione tra l'Istituto per i beni culturali (IBC) della Regione Emilia-Romagna e il Consiglio nazionale delle ricerche - Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (CNR-ISAC) di Bologna.
La filosofia principale del progetto è la verifica della compatibilità dell'ambiente con le caratteristiche dei materiali conservati. Il progetto MUSA propone procedure e metodi per caratterizzare ambienti e materiali allo scopo di definire limiti e criteri "quantitativi", che permettano un monitoraggio efficace dello stato di conservazione degli ambienti e dei materiali, oltre che la valutazione del rischio di degrado dei medesimi. Uno degli scopi del progetto è l'individuazione di strumenti disponibili e idonei per la valutazione qualitativa e quantitativa dei parametri fisici, chimici e biologici dell'aria, oltre che la caratterizzazione dell'ambiente e dei materiali conservati, al fine di definire l'effettiva situazione di rischio e fornire indicazioni, indispensabili, per gli opportuni interventi di prevenzione, conservazione e restauro. Il progetto è dedicato ai musei, alle gallerie, alle biblioteche, alle chiese, ai siti archeologici ipogei destinati alla esposizione permanente o temporanea e alla conservazione delle opere d'arte. Il progetto è inoltre finalizzato alla realizzazione di una rete basata sulla comunicazione internet e sulla comunicazione diretta via modem: la rete utilizza tecnologie di comunicazione internet e wireless e offre ai curatori e al personale tecnico un concreto aiuto in risposta ai quesiti inerenti la conservazione del patrimonio artistico.
La gestione avviene attraverso scambio di informazioni e procedure tra il centro e i siti periferici (i musei). Il sistema si basa sulla rete di misura dei parametri fisici del microclima interno, con particolare riferimento a umidità e temperatura, attivi nei siti periferici. Altri parametri come l'intensità luminosa e la concentrazione di inquinanti chimici e biologici, estremamente utili per una miglior caratterizzazione dell'ambiente, verranno considerati in un secondo tempo. Tutte queste misure e i relativi dati sono trasmessi dai siti periferici verso un punto centrale che costituisce un archivio indispensabile per monitorare le differenti situazioni locali e per generare analisi e previsioni sull'andamento delle condizioni ambientali. Il trasferimento dei dati nelle due direzioni (periferia-centro e centro-periferia) avviene in tempo reale. Presso ogni sito è possibile consultare i propri dati poiché il centro ha funzione anche di banca dati con accesso riservato, in questo modo saranno immediatamente evidenziati quei valori che non rientrano negli intervalli stabiliti per la conservazione ottimale dei beni architettonici. Inoltre verranno evidenziati tramite opportuni grafici gli andamenti dei valori riscontrati in funzione del tempo.
Un aspetto non marginale della rete intermuseale è costituito dalla possibilità di utilizzo come forum per la discussione allargata a tutti gli utenti della rete dei problemi di gestione. Il sistema estremamente interessante per i siti che non sono provvisti di personale tecnico esperto nella climatizzazione o nella conservazione. In questi casi il sistema è di aiuto per segnalare situazioni di rischio che potrebbero verificarsi o che sono già in atto. La rete sviluppata nell'ambito del progetto è costituita da un centro di acquisizione ed elaborazione delle informazioni, situato presso il CNR-ISAC, che riceve dati dai siti museali aderenti al progetto e restituisce l'analisi agli stessi.
I siti coinvolti allo stato attuale nel progetto appartengono alle strutture che erano già dotate di sistemi per il monitoraggio automatico del microclima. Questi siti, prescelti in base alla tipologia climatica, alla destinazione d'uso e ai materiali conservati, sono: le Collezioni comunali d'arte di Palazzo d'Accursio a Bologna, il Museo d'arte della città - Loggetta Lombardesca di Ravenna, la Casa Museo "Marino Moretti" di Cesenatico (Forlì-Cesena). Ogni sito è dotato sia di sistema automatico per l'acquisizione di alcuni parametri, sia di apposito software installato su computer locale, per mezzo del quale vengono acquisiti tutti i dati da introdurre manualmente: le misure non automatiche, le informazioni in chiaro derivate da altre sorgenti (numero di visitatori, schede relative ai materiali conservati, ecc.) e qualsiasi altra informazione necessaria a caratterizzare l'ambiente e il patrimonio conservato. Le categorie di parametri sotto elencati vanno intese come riferimento attuale, da implementare in fasi successive: § tipologia e caratteristiche dell'ambiente designato (museo, galleria, altro); § tipologia e caratteristiche dei materiali conservati; § stato di conservazione dei manufatti; § parametri ambientali interni: umidità relativa (minima, massima, media), temperatura (minima, massima, media), illuminamento, velocità aria, carica microbica, polveri, inquinanti gassosi; § flusso di visitatori. Ogni sito è connesso tramite PC al Centro CNR-ISAC. Il collegamento di rete viene utilizzato sia per la trasmissione dei dati che per la ricezione di messaggi, elaborazioni e allarmi. È stato ideato inoltre un canale di scambio degli input e output tra musei e centro di acquisizione ed elaborazione (CNR), che utilizza la tecnologia internet, creando un sito specifico: www.isac.cnr.it/musa/, utile strumento di lavoro per gli aderenti al progetto e anche punto di riferimento per gli esperti del settore.
Il progetto, sviluppato nell'arco di soli 18 mesi, ha dato risultati ottimali sia dal punto di vista scientifico che tecnico, offrendo la possibilità di realizzare un servizio concreto anche alla luce delle recenti normative che vincoleranno i musei ad adeguarsi in tempi brevi a standard nazionali di riferimento. Il progetto non esaurisce la problematica, ma richiede una partecipazione attiva del personale museale e va incontro a un grande problema delle realtà museali italiane: la carenza di figure professionali competenti e in grado di gestire le tematiche legate alla conservazione; il sistema si rivolge proprio al personale addetto ai musei, esperto d'arte ma non di materie tecnico-scientifiche, chiamandolo a gestire attivamente gli ambienti microclimatici delle proprie strutture.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2004 - N.19]

Un dossier, pubblicato a cura dell’IBC, approfondisce le tematiche legate al sessantesimo anniversario della Liberazione, attraverso lo studio dei musei storici della regione

Patrizia Tamassia - Patrizia Tamassia

Nel territorio dell’Emilia-Romagna sono presenti molti e significativi musei e luoghi di memoria della Resistenza e della Seconda guerra mondiale: questa concentrazione, che risalta particolarmente nel panorama italiano, è dovuta a ragioni legate sia allo svolgersi degli eventi storici che allo sviluppo della società regionale nel dopoguerra. Sono frutto di quel particolare legame tra la storia appena trascorsa e la sua rappresentazione che si crea quando i protagonisti e i testimoni sono molto spesso determinanti nel farsi museo degli eventi e dei valori che si vogliono ricordare e dunque trasmettere.
Proprio all’approfondimento di questo rapporto è dedicato il dossier monografico della rivista IBC (n.2 – giugno 2004) appena uscita, che intende in questo modo offrire un contributo di riflessione per le celebrazioni del Sessantesimo anniversario della lotta di Liberazione.
L’analisi si apre con la rappresentazione del Risorgimento che nei musei trova uno degli strumenti di quel processo di costruzione dell’identità nazionale che era il chiaro obiettivo della classe dirigente nell’Italia postunitaria. Scrive Massimo Baioni: “Il Risorgimento – la storia contemporanea dell’epoca – entrava dunque nelle sale dei musei sull’onda di una pressante esigenza di educazione nazionale, che conferiva loro quella fisionomia di templi laici del patriottismo destinata a segnare per lungo tempo le strategie espositive.”
Seguendo lo sviluppo dei musei del Risorgimento dall’epoca della loro fondazione fino ad oggi, si possono cogliere elementi per una riflessione su quanto gli avvenimenti successivi abbiano prodotto adattamenti e modificazioni sia come contenuto che come allestimento: ovvero su quanto la storia contemporanea che si fa museo, sia soggetta ad interagire con il mondo esterno, in modo molto più marcato ed evidente di quanto questo si verifichi per altre tipologie di musei .
Sono proprio queste considerazioni a rappresentare il collegamento che si intende sottolineare tra i musei del Risorgimento e quelli della Resistenza, esempi più vicini a noi di storia contemporanea rappresentata nei musei.
La Resistenza, in Italia, entra nei musei in modo tutt’altro che lineare intrecciando il suo percorso con le vicende politiche del nostro paese: Ersilia Alessandrona Perona individua quattro momenti: “lo sforzo dei Comitati di Liberazione nazionale (CLN) di creare un discorso pubblico a livello non solo di simboli ma anche di rappresentazione esemplare (1945-1947), frustrato dall’avvento dei governi di centro destra e congelato dalla guerra fredda; la ripresa di un discorso propositivo tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta ad opera soprattutto dei testimoni; la svolta negli anni Settanta con l’apporto di nuove risorse umane, culturali, politiche; la ricerca, dagli anni Novanta, di un nuovo modo di rappresentare, comunicare, trasmettere la storia nei musei”.
Nella nostra regione è proprio durante gli anni Settanta che si realizzano la maggior parte dei musei della Resistenza anche se già Casa Cervi era un luogo di memoria e identità molto forte, fin dagli anni dell’immediato dopoguerra. La vicenda della nascita di questo museo è unica perché ruota attorno alla figura carismatica di papà Alcide e alla sua volontà ferma e decisa di continuare a tramandare il ricordo dei figli e del loro sacrificio; la realizzazione della casa museo rappresenta, in modo esemplare, proprio quel legame particolare tra storia contemporanea e musei in quella fase cruciale determinata da una forte esigenza di memoria.
Infatti il delicato passaggio dal racconto dei protagonisti all’allestimento dei musei storici che è stato compiuto – e si sta continuando a compiere – in questi sessant’anni che ci separano dagli eventi è un tema da approfondire; sono le modalità attraverso le quali i musei della Resistenza comunicano i loro contenuti ad essere già diventate esse stesse elementi storicizzati della rappresentazione che in questi anni si è proposta di quel periodo storico decisivo e sofferto. Dunque un punto di vista particolare dal quale osservare l’insieme dei musei e dei luoghi per la memoria che permette di evidenziare letture e stratificazioni legate alle interpretazioni e alle volontà di memoria degli ultimi decenni e che risalta maggiormente proprio nel quadro d’insieme regionale.
Le realtà museali emiliano-romagnole compongono un mosaico che restituisce la storia del periodo della Seconda guerra mondiale, così complessa e difficile da dipanare, attraverso l’approfondimento di singoli aspetti degli avvenimenti di una regione che ha avuto un ruolo determinante nel quadro nazionale.
Proprio dal collegamento e dalla ricomposizione delle singole esperienze museali può realizzarsi quel processo di crescita, indispensabile per poter continuare a comunicare in modo efficace ed incisivo. Per dare un segnale che vada nella direzione di un sistema regionale dei musei e dei luoghi per la memoria l’Istituto Beni culturali, insieme agli Istituti storici e ai musei della regione, ha proposto, per le celebrazioni del Sessantesimo una carta tematica dal titolo provvisorio Una regione di storia. Musei e luoghi per la memoria della Seconda guerra mondiale in Emilia-Romagna da distribuire con un quotidiano a ampia diffusione regionale.
Memoria come percorso continuo di costruzione di memoria: come ha scritto Ezio Raimondi nella prefazione alla mostra permanente su Silvio Corbari a Ca’ Cornio di Modigliana “Ricordare significa anche rimettere in discussione una esperienza codificata nel tempo, interrogare di nuovo certezze e convinzioni alla luce implacabile del dopo, con nuove prospettive e nuovi problemi: il passato non è qualcosa di immobile, ma è sempre investito dalle esigenze, dai desideri, dai ripensamenti del nostro presente”.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2004 - N.20]

Il questionario di auto-valutazione proposto dall’IBC consente ai musei di verificare punti di forza e di debolezza e di posizionarsi rispetto al sistema museale a livello provinciale e regionale

Laura Carlini - - Responsabile Servizio Musei Istituto Beni Culturali

Con l’approvazione della Deliberazione della Giunta Regionale 3 marzo 2003, n. 309 Approvazione standard ed obiettivi di qualità per biblioteche, archivi storici e musei ai sensi dell’art. 10 della L.R. 18/00 “Norme in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali”, la Regione si è dotata di uno strumento operativo, attraverso il quale favorire la crescita della qualità dei servizi di studio e ricerca, documentazione, conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale e incrementare la fruizione dei beni e degli istituti culturali.
La filosofia che sottende alla messa in atto degli standard è di garantire l’operatività presente e futura dei musei, dotandoli dei requisiti di funzionamento essenziali ed incentivando il progressivo e permanente miglioramento delle prestazioni. La piattaforma di requisiti uniformi per musei di ogni tipologia e dimensione vuole garantire l’omogeneità della qualità dei servizi offerti, nel rispetto della singolarità e della vocazione peculiare di ciascuno.
La Direttiva è uno dei punti qualificanti del nuovo Programma regionale degli interventi in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali. Obiettivi, Linee d’indirizzo e procedure per il triennio 2004-2006 (L.R. 24/3/2000, n. 18), approvato dal Consiglio Regionale con delibera n. 569 del 19 maggio 2004.
Il lavoro svolto nel primo anno dall’emanazione della Direttiva ha raggiunto i risultati seguenti:
• definire ed attivare un sistema di rilevazione e monitoraggio delle prestazioni dei musei, da utilizzare con continuità quale strumento di auto-valutazione da parte degli istituti e di valutazione e programmazione da parte delle Amministrazioni Provinciali e dell’IBC;
• coinvolgere le Amministrazioni Provinciali ed i musei nel progetto, istituendo una modalità operativa e di comunicazione permanente e coordinata tra IBC, Province e musei;
• realizzare una prima rilevazione sullo stato attuale di rispondenza agli standard e riferire alla Giunta Regionale i risultati di tale verifica;
• creare un archivio informatizzato aggiornabile sugli standard museali;
• individuare, predisporre e realizzare le azioni d’assistenza tecnico-scientifica e formativa a favore dei musei, finalizzate al raggiungimento degli standard.
Il questionario di auto-valutazione sviluppato dall’IBC, che traduce la direttiva regionale in una check-list a domande chiuse (si/no), compilabile in linea all’indirizzo www.ibc.regione.emilia-romagna.it/stamus/indexie.htm, consente ai musei di verificare in modo autonomo i propri punti di forza e di debolezza e, attraverso il raffronto con le elaborazioni statistiche su base regionale e provinciale, di posizionarsi rispetto all’andamento complessivo del sistema museale a livello provinciale e regionale. La modalità “autoanalisi” è stata pensata altresì per permettere alle istituzioni di programmare, con il massimo grado di puntualità, i propri interventi di adeguamento agli standard di qualità, da finanziare anche attraverso la L.R. 18/00.
La prima rilevazione realizzata tra febbraio e aprile 2004, rispecchia la situazione di 172 realtà museali ed assimilate. I risultati statistici sono visibili sul sito www.ibc.regione.emilia-romagna.it/Questionario/risultati.htm.
Nell’implementazione dell’indagine è stato fondamentale il ruolo di front-office svolto in collaborazione con gli uffici cultura delle Province, ai quali si esprime un sentito ringraziamento per il fattivo contributo, consistito nell’informare e sollecitare i musei, dare chiarimenti sui contenuti, le modalità e le finalità della rilevazione.
La modalità operativa concertata ha consentito di mettere a punto uno strumento duraturo e aggiornabile, che garantisce la più ampia circolazione dell’informazione pur nel rispetto della privacy. Ogni museo può accedere al proprio dossier in linea e riscontrare i progressi ottenuti nel corso del tempo. Le Amministrazioni Provinciali, che hanno accesso con una password riservata a tutti i file dei musei del loro territorio, hanno l’opportunità di monitorare in ogni momento il loro sistema museale; l’IBC può raffrontare le prestazioni di tutti i musei della regione e verificare i miglioramenti e le criticità tanto dei singoli istituti quanto di comparti specifici (musei in comuni minori, in aree di montagna, appartenenti a tipologie specifiche: archeologia, storia, specializzati ecc.) per appurare le soluzioni preferibili da consigliare a ciascuno.
Hanno completato il questionario in ogni sua parte 157 organizzazioni; invece 15 realtà hanno comunicato di non considerarsi musei o di non essere in grado di rispondere per ragioni varie (chiusura a tempo indeterminato per cambio di sede o restauro). Il tasso di risposta a livello regionale è pari al 34% (157 risposte su 460 contatti), da valutarsi molto positivamente, tenuto conto della complessità del questionario e dei tempi ristretti concessi per la sua compilazione, che è stata inoltre realizzata impiegando una modalità innovativa: diffusione e compilazione on-line, che ha consentito un notevole risparmio di tempo e denaro sia da parte dei compilatori, sia per gli aspetti di diffusione, raccolta, validazione, elaborazione, e commento dei dati.
È inoltre apprezzabile l’elevato riscontro registrato in tutte le province, con la partecipazione di musei d’ogni tipologia e dimensione, dislocati sia nei comuni capoluogo, sia in centri minori, che rispecchia in modo eloquente la realtà museale regionale, ove nel 45% dei Comuni esiste almeno un museo, sebbene di dimensione contenuta: circa un terzo occupa spazi inferiori ai 200 mq e quasi la metà è dotata di superfici espositive minori di 400 mq. Si ritiene estremamente significativo che ottimi risultati siano stati ottenuti sia da musei di grandi dimensioni ubicati in comuni capoluogo, sia da piccole entità collocate in comuni minori. Tale esito dimostra che gli standard sono alla portata di tutti i musei regionali, quando vi siano attenzione ed impegno da parte degli enti titolari e professionalità adeguate per gestire la struttura.
I musei rispondenti hanno, in media, il 55,21% di tutti i requisiti richiesti, con lacune complessivamente più evidenti nell’ambito 1 – Status giuridico, ambito 5/01 – Conservazione, ed ambito 7 – Rapporti con il territorio, nei quali meno della metà degli istituti è attualmente in grado di ottemperare ai requisiti. I punti di forza sono riscontrabili negli ambiti 4 – Personale, 5/02 – Manutenzione e restauro, e 6 – Rapporti con il pubblico e servizi, ove i musei già oggi possiedono, in media, i due terzi degli standard obbligatori.
Nell’ottica di programmare azioni mirate al raggiungimento degli standard, si deve considerare che i requisiti possono essere classificati in due grandi famiglie.
1. Requisiti per raggiungere i quali non occorrono investimenti finanziari, ma sono sufficienti azioni di formazione del personale e di supporto tecnico-scientifico. Esempi di questa tipologia sono: “avere il regolamento”, (ambito 1 – Status giuridico) non posseduto dal 60% degli istituti, oppure “avere un mansionario per la movimentazione interna delle opere”, assente nel 90% dei musei. Per ovviare a tale tipo di carenza IBC ha già provveduto ad organizzare attività formative ad hoc. Il primo workshop, attualmente in corso, è infatti dedicato al tema del regolamento. Ulteriori iniziative su altri punti qualificanti saranno presentate nei mesi futuri.
2. Requisiti a carattere strutturale, che comportano investimenti finanziari. Tra questi i più significativi riguardano l’ambito conservativo: impianti e strumentazione adeguata per la conservazione degli oggetti, sia negli spazi espositivi, sia nei depositi e per il controllo dei parametri microclimatici, non posseduti da più del 70% dei rispondenti. Per colmare questo tipo d’insufficienze sarà necessario che i musei possano fruire di risorse finanziarie da reperirsi anche mediante la pianificazione museale annuale della L.R. 18/00. Anche in questo caso l’IBC ha attivato un progetto di assistenza tecnico-scientifica per il monitoraggio a distanza del microclima al quale i musei possono far richiesta di adesione.
I musei hanno già tratto vantaggio da questa prima auto-valutazione ai fini della redazione di progetti d’intervento mirati a superare le carenze riscontrate. Nel novero delle richieste di finanziamento avanzate per il piano museale 2004, gli istituti hanno fatto puntuale citazione dell’ambito e del requisito/obiettivo di qualità che intendevano raggiungere grazie alla proposta avanzata.
Per rendere la futura attività di pianificazione più efficace ed incisiva, la compilazione completa del questionario per tutti i musei che presentano progetti da finanziare attraverso i piani museali annuali ai sensi della L.R. 18/00 sarà obbligatoria. Si prospetta infine di procedere alla predisposizione, in forma sperimentale, di un processo d’accreditamento per i musei, che miri alla formulazione di un modello e di procedure certe di valutazione e di riconoscimento.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2004 - N.21]

Le iniziative promosse dall’IBC nell’ambito del XII Salone del Restauro di Ferrara mettono in rilievo la collaborazione tra l’Istituto e gli Enti locali della Regione per la valorizzazione dell’attività di musei e biblioteche

Lidia Bortolotti - Servizio Musei e Beni Culturali Istituto Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna

Dal 7 al 10 aprile, negli spazi fieristici di Ferrara, si svolgerà anche quest’anno il Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, giunto alla XII edizione. L’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna – che ne è tra l’altro uno degli enti promotori – partecipa attivamente all’iniziativa fin dalla prima manifestazione e non mancherà di apportarvi un cospicuo contributo organizzando tre convegni specialistici, una mostra e uno stand.
Biblioteche, archivi e musei della regione sono i protagonisti dell’evento espositivo IBACN Cantieri culturali, suddiviso significativamente in due sezioni, il sottotitolo Allestimenti, didattica, catalogazione e restauro nei musei dell’Emilia-Romagna esplicita il contenuto della sezione museale, mentre Nuovi spazi per le biblioteche e gli archivi indica il tema della sezione dedicata per l’appunto alle biblioteche e agli archivi regionali.
L’intento è quello di offrire al numeroso pubblico che affluisce alla manifestazione ferrarese, una panoramica dell’attività svolta dall’Istituto di concerto con gli Enti Locali per la valorizzazione, il rinnovamento e il continuo miglioramento della qualità dei servizi, messa in opera dalle centinaia di biblioteche, archivi e musei della nostra regione.
In particolare la sezione che riguarda le biblioteche e gli archivi storici di enti locali, intende segnalare le nuove realizzazioni e le ristrutturazioni più significative che hanno interessato queste strutture negli ultimi cinque anni, con particolare attenzione agli interventi che si sono caratterizzati per l’estensione e la qualificazione dei servizi per gli utenti. Da cui emerge un panorama di indubbio interesse sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo delle innovazioni introdotte, attestando una costante sensibilità delle Amministrazioni locali su questo fronte.
La sezione che riguarda i musei intende illustrare, attraverso una scelta rilevante benché non esaustiva, gli esiti conseguiti in questo ambito grazie all’impegno della Regione Emilia-Romagna che, attraverso l’IBACN, si attiva per l’applicazione della legge regionale 18/2000 “Norme in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali”. Al fine di proporre una rassegna significativa l’esposizione si sviluppa seguendo quattro principali indirizzi: nuovi allestimenti, didattica, restauro, catalogazione, che pienamente richiamano quella definizione di museo contenuta nella stessa legge citata e dettata dagli indirizzi ICOM, secondo la quale esso è “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”. Provincia per provincia sono state pertanto individuate quelle situazioni che meglio caratterizzano il tema della mostra ponendo l’accento sulla varietà tipologica dei beni presenti nei musei. Inoltre grazie alla presenza di alcuni oggetti, prestati per l’occasione, è possibile offrire al pubblico uno spaccato significativo della multiforme realtà museale della regione.
Il convegno organizzato dal Servizio Musei e Beni Culturali dell’IBACN, Virgo gloriosa: percorsi di conoscenza, restauro e tutela delle madonne vestite è stato inizialmente stimolato da un intervento di restauro che l’IBACN si accinge a finanziare, relativo al recupero di un manufatto conservato presso il Museo d’Arte Sacra Beato Amato di Saludecio (Rimini). L’obiettivo è quello di richiamare l’attenzione degli operatori del settore su oggetti, polimaterici per eccellenza, con specifiche problematiche conservative, di notevole interesse sia sotto il profilo storico che artistico e antropologico e, mettendo a confronto sia gli aspetti della conoscenza e valorizzazione che quelli della conservazione e tutela, stimolarne un recupero sia intellettuale che materiale. La definizione “Madonna vestita” indica una particolare rappresentazione della Vergine Maria sola o con il Bambino, costituita da una struttura in legno, in gesso o in cartapesta, accuratamente modellata nelle sole parti visibili costituite dal volto, dalle mani e dai piedi, risulta appena abbozzata nel resto del corpo che di fatto ne costituisce l’armatura, destinata ad essere totalmente ricoperta di sontuosi abiti dai colori sgargianti e dai pregevoli tessuti, cui talvolta non mancano preziosi ornamenti quali veri e propri gioielli. A lungo questi simulacri sono stati (e in molti casi lo sono tuttora) oggetto di una coinvolgente devozione popolare dalla profonda matrice arcaica, che vede i devoti, o più spesso le devote, in uno stretto rapporto di comunicazione con il simulacro che si esprime attraverso la preparazione e/o la donazione delle vesti, ma soprattutto nel rito della vestizione. Rituali che diventano espressione di pregnanti valori devozionali e taumaturgici in cui le stoffe, le vesti, il corpo, gli occhi, le mani e il sacro diventano veicolo di esperienze emotive.
Con lo specifico intento di illustrare finalità e modalità operative sperimentate in occasione del primo bando collegato alla L.R. 16/2002, l’Assessorato alla Programmazione Territoriale della Regione Emilia-Romagna e il Servizio Beni Architettonici e Ambientali dell’IBACN, in collaborazione con OIKOS Centro Studi, organizzano il convegno Legge Sedici: note a margine. Paesaggio, arte pubblica, nuova architettura. Nel corso dell’incontro saranno presentate le esperienze più rilevanti relative ai molteplici temi che caratterizzano la legge (concorsi, studi e ricerche, progetti urbani, arte, restauro, architettura contemporanea, demolizione delle opere incongrue con il paesaggio) ma anche le riflessioni effettuate da un Comitato di esperti, coordinato da OIKOS Centro Studi e incaricato del monitoraggio dello stato di attuazione dei progetti.
Il convegno Conservare il Novecento. I colori del libro, prosegue la riflessione avviata sei anni fa sulla conservazione dei materiali librari e documentari del secolo appena trascorso ed è articolato in due sessioni. La prima, di carattere generale, è dedicata a L’editoria di genere, coordinata da Luigi Crocetti prevede interventi di scrittori e docenti universitari sui libri per ragazzi, sui classici, sui libri gialli e sulla letteratura rosa, ponendo l’accento sulle principali collane relative a tali generi che hanno goduto di una particolare fortuna nel ’900. La sessione pomeridiana è dedicata ai Principi di conservazione e tutela e comprende l’illustrazione non solo dei principi di conservazione dell’IFLA, ma anche una riflessione sulla tematica della tutela alla luce del nuovo Codice e l’esposizione di progetti relativi alla prevenzione e conservazione dei beni librari. L’organizzazione si deve alla Soprintendenza per i beni librari e documentari dell’IBACN, in collaborazione con l’Associazione Italiana Biblioteche e l’Istituto centrale di patologia del libro del Ministero per i beni e le attività culturali.
È prassi ormai consolidata che l’Istituto, nell’ambito del salone ferrarese, affidi ad un proprio stand, di volta in volta opportunamente progettato, un delicato ruolo di rappresentanza. Non meno rilevante delle iniziative espositive e dei convegni lo stand ne è la “vetrina”, il punto d’ascolto e di contatto con il numeroso pubblico che affolla gli spazi fieristici, è il polo da cui diffondere informazioni sull’attività svolta, le iniziative realizzate od anche in fase di progettazione.
È prassi ormai consolidata che l’Istituto, nell’ambito del salone ferrarese, affidi ad un proprio stand, di volta in volta opportunamente progettato, un delicato ruolo di rappresentanza. Non meno rilevante delle iniziative espositive e dei convegni lo stand ne è la “vetrina”, il punto d’ascolto e di contatto con il numeroso pubblico che affolla gli spazi fieristici, è il polo da cui diffondere informazioni sull’attività svolta, le iniziative realizzate od anche in fase di progettazione.
Quello allestito a RESTAURO 2005 è dedicato alle attività del Servizio Beni Architettonici e Ambitali(uno dei tre settori dell'IBACN), in quest'occasione punta a presentare una propria immagine adeguata ai bisogni odierni che consistono principalmente nello svolgere una funzione di sostegno e consulenza agli assessorati nella gestione di alcune leggi di settore, e nel porsi nei confronti degli enti locali come punto di informazioni, cartografia e documentazione storica. Affiancare Enti Locali e Regione nelle loro attività di progettazione e programmazione, in una rinnovata funzione, più paritetica e collaborativa, costituirà l’immagine più attiva dell’IBACN in questo settore di particolare importanza per le politiche regionali.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2005 - N.22]

I Parchi di Cultura dei Luoghi dell’Anima e del Medioevo valorizzano le risorse culturali e turistiche dell’Appennino modenese

Francesco Scaringella - Responsabile Ricerche e Sviluppo - IAL Emilia Romagna Area di Modena e Reggio Emilia

Il progetto Parchi di Cultura (www.parchidicultura.it) intende tutelare il patrimonio storico ed ambientale dell’Appennino modenese e valorizzarne turisticamente le risorse e le attività di animazione culturale; è coordinato da IAL ER Area di Modena e Reggio Emilia e Provincia di Modena, supportato dalle tre Comunità montane, dai 18 Comuni dell’Appennino, dalla Diocesi di Modena, dal GAL Antico Frignano ed Appennino Reggiano, dal Parco del Frignano, dalle società di promozione turistica e da oltre 50 operatori culturali e turistici privati della montagna, ed è finanziato dalla Provincia di Modena e del Fondo Sociale Europeo. La rete territoriale attivata ha creato due parchi tematici legati alla più autentica identità e vocazione del territorio: il Parco di Cultura del Medioevo e il Parco di Cultura dei Luoghi dell’Anima. Essi collegano, in un itinerario ideale che va da maggio 2005 a febbraio 2006, proposte turistiche e culturali già presenti nella montagna modenese e nuove attività create ad hoc.
Il Parco dei Luoghi dell’Anima (www.parcoluoghidellanima.it), grazie anche alla presenza di un patrimonio storico naturalistico di pregio, rappresenta il contenitore virtuale di luoghi, eventi e momenti finalizzati allo stacco, alla riflessione, alla riscoperta dello spirito ed alla ricerca di un maggiore benessere psicofisico. L’offerta del Parco si articola in oltre 60 proposte legate a 4 diversi filoni: Natura e benessere (iniziative rivolte, tra l’altro, alla sensibilizzazione nei confronti della sostenibilità energetica, della valorizzazione e del rispetto delle risorse ambientali e della riscoperta di prodotti e di tecniche di produzione tipiche del territorio); Spiritualità e tradizione (occasioni per approfondire temi legati alla spiritualità cristiana); Spazi e Silenzi (momenti di riflessione e percorsi per fermarsi e purificarsi dallo stress quotidiano); Pace e Dialogo (eventi culturali e di scambio per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con la natura).
Tra gli eventi del Parco, possiamo ricordare: Tramonto al parco, la suggestiva escursione guidata al tramonto lungo il panoramico sentiero, per vedere e conoscere le abitudini degli animali che popolano il Parco faunistico di Festà a Marano sul Panaro, il 19 giugno; due giorni (2-3 luglio a Gombola di Polinago) ricchi di eventi, tra concerti, danze e gastronomia, legati alle tradizioni e alla cultura popolare nel Frignano Folk Festival. Inoltre, il 7 agosto a Sassoguidano di Pavullo, la Festa della Madonna delle nevi offrirà l’occasione per passeggiate guidate dalle emozioni e dai racconti, in percorsi ricchi di storia tra castelli, pievi e paesaggi che sanno trasmettere serenità d’animo e che fanno affiorare antiche memorie… Oppure, tra il 3 e l’11 settembre, il Parco S. Giulia di Monchio sarà scenario di La spada del guerriero, rievocazione legata al ritrovamento di una spada dell’età del bronzo, con particolare attenzione agli aspetti storici ed archeologici e ai rituali legati all’uso delle spade.
Anche il Parco di Cultura del Medioevo (www.parcomedioevo.it) presenta interessanti appuntamenti, come Lungo le antiche vie medioevali – Trekking a cavallo e con gli asini lungo la via Romea-Nonantolana, un “sorprendente” viaggio nel tempo, che si terrà dal 15 al 17 luglio; mentre il 10 agosto, a Piandelagotti di Frassinoro, viene offerta l’opportunità di una passeggiata in notturna, percorrendo antichi sentieri in Tra miti e leggende lungo la via Bibulca. Il Parco del Medioevo intende, attraverso 40 diverse proposte, fare conoscere e valorizzare in modo sistemico castelli, rocche e torri, pievi ed abbazie, borghi e centri rurali, antiche vie, ma anche cerimonie, manifestazioni, feste e rievocazioni che trovano le loro origini e radici in questo periodo storico. Le iniziative si dividono in 4 aree tematiche: Leggende e Miti dal Medioevo, Gusti e Sapori del Medioevo, Il Medioevo storico, Il Medioevo quotidiano, per rivivere le avventure di dame e cavalieri, di signori e contadini, di mercanti e uomini di fede.
Per approfondire il calendario dei due Parchi di Cultura, oltre ai citati siti Internet, è possibile consultare le mappe disponibili presso l’Assessorato al turismo e cultura della Provincia di Modena e presso numerosi IAT dell’Appennino.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 4 [2005 - N.23]

L’attività dell’Istituto nella provincia di Ravenna ha permesso interventi di svariate tipologie nel settore del restauro

Beatrice Orsini - Istituto Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna

L’impegno dell’IBC per il restauro è stato caratterizzato nel corso degli anni dalla varietà degli interventi dovuta alla ricchezza tipologica delle collezioni museali e, in generale, dei beni storico artistici presenti in regione. La sua attività ha cercato di contribuire a una migliore conservazione e valorizzazione dei beni di pertinenza degli enti locali, privilegiando la presenza sul territorio, ritenuta utile per individuare le diverse esigenze e priorità di intervento, in una costante collaborazione con le direzioni dei musei, gli amministratori locali e le competenti Soprintendenze per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico.
Le leggi regionali per i musei (L.R. 20/1990 e L.R. 18/2000) hanno contribuito a proseguire, negli ultimi dieci anni, questa linea di lavoro, dando vita ad una operatività intensa, che ha portato alla creazione di progetti importanti riferiti a diverse sezioni di intervento: nuovi allestimenti, interventi collegati a restauri architettonici, progetti di conservazione preventiva, collaborazioni con Istituti ed Accademie per la creazione di cantieri scuola.
Per Ravenna e la sua provincia le iniziative hanno seguito quasi tutte queste direzioni di lavoro: è stata messa in atto una programmazione molto ricca e articolata che ha tenuto conto delle diverse realtà e dell’impegno continuo e costante delle Amministrazioni locali e della Provincia, per la valorizzazione del patrimonio culturale dei musei.
Al fine di garantire una nuova e adeguata esposizione degli abiti di scena del Museo del Teatro di Faenza, ad esempio, è stata avviata un’accurata serie di interventi, non solo di restauro, ma anche di messa in forma dei manufatti, accanto ad operazioni conservative per i pezzi custoditi temporaneamente nei depositi.
Il contributo dell’Istituto ha inoltre facilitato la recente apertura della Casa delle Marionette di Ravenna, grazie alla catalogazione dei burattini e dei materiali di scena e al restauro di copioni manoscritti appartenenti alla Collezione Monticelli.
La collaborazione tra Istituto, Comune di Bagnacavallo e Soprintendenze competenti ha consentito la realizzazione di un progetto di restauro di opere pittoriche provenienti dall’ex convento di San Francesco, in parte restaurato ed esempio interessante di recupero di un edificio a fini culturali. È stata inoltre organizzata una mostra, Ritorno al San Francesco, corredata da una pubblicazione che riporta le diverse fasi di un progetto di particolare complessità.
I materiali della civiltà contadina e le loro esigenze conservative sono stati i protagonisti di un esperimento presso il piccolo Museo della vita contadina in Romagna di San Pancrazio di Russi, in seguito ripetuto anche per altre realtà museali della regione, che ha visto la partecipazione di operatori volontari ad una sorta di piccolo cantiere scuola. Nel corso di incontri programmati, essi hanno appreso, sotto la guida di un restauratore incaricato dall’IBC, i necessari procedimenti tecnici per eseguire, nel tempo, interventi o manutenzioni degli oggetti della collezione (in legno, metallo, paglia ecc.).
Al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza sono stati messi in opera due importanti recuperi che hanno riguardato diverse tipologie di manufatti: scenografie dipinte su carta eseguite da Romolo Liverani per fare da sfondo ad un presepio della famiglia dei conti Zucchini (attualmente esposto in museo), e materiali tessili eterogenei di epoca precolombiana, provenienti da una donazione, che faranno parte del percorso museale nella sezione dedicata a questo tema. Nel caso del presepio, tra l’altro, si è voluto dare risalto ad un intervento abbastanza complesso proponendo le varie fasi in un filmato a carattere conoscitivo e didattico.
Al Museo d’Arte della città di Ravenna gli impegni negli anni hanno riguardato il restauro di dipinti (su tela e tavola), di cornici, di piccole opere su rame, di disegni, accanto allo studio delle condizioni conservative degli ambienti grazie all’inserimento del Museo nel progetto MUSA – Rete regionale intermuseale per la gestione a distanza della conservazione dei beni artistici, promosso dall’Istituto in collaborazione con il CNR-ISAC di Bologna.
Uno degli interventi più recenti al Museo d’Arte è riferito in particolare al restauro di tre opere su tavola di Nicolò Rondinelli, parti di un trittico raffigurante la Madonna col Bambino, Sant’Alberto Carmelitano e San Sebastiano. La storia del dipinto e i problemi emersi in laboratorio sono stati evidenziati in un breve studio predisposto in occasione del Salone del Restauro di Ferrara nel 2005, all’interno della mostra Cantieri culturali.
Già programmati e di prossimo avvio saranno altri lavori per il Museo d’Arte e inoltre per la quadreria della Biblioteca Classense di Ravenna. Della Madonna con Bambino – detta Madonna del Popolo dagli abitanti di Brisighella – e del suo laborioso restauro si parla in questo numero di Museo informa. È un esempio significativo della varietà e delle situazioni conservative con cui ci si rapporta nel lavoro quotidiano per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2006 - N.25]

L’attività dell’IBC in materia di catalogazione dei beni culturali, efficace strumento per la loro valorizzazione

Alessandro Zucchini - Direttore dell'Istituto Beni Culturali

“Perché dobbiamo sostenere la catalogazione dei beni culturali?”.
Questa domanda mi è stata fatta nel 2001 da un componente della Giunta Regionale.
Ricordo di avere balbettato un imbarazzato “… Ma è ovvio…”. Non ritenevo però sufficiente citare l’articolo 2 della nostra legge istitutiva che indica fra le attribuzioni specificatamente “attività conoscitiva ed operativa, di indagine e di ricerca …”, “provvede alla costituzione dell’inventario regionale dei beni artistici, culturali e naturali…”. Ripresomi dalla sorpresa, mi ritrovai a ragionare velocemente più sul perché della domanda che sulla risposta.
È evidente e giusto che un amministratore pubblico che risponde in prima persona soprattutto ai fabbisogni dei cittadini - fabbisogni culturali nel nostro caso - si aspetti un ritorno più visibile delle risorse impiegate. La catalogazione dei beni culturali rappresenta un’attività definibile, secondo il nuovo gergo “informatico-amministrativo”, di “back-office”: è necessaria ed essenziale ai fini di una razionalizzazione sapiente e diafana di un simile patrimonio, tuttavia, inevitabilmente, sussiste uno scarto tra questa azione ordinatrice e l’integrazione dei suoi risultati con le occasioni di fruizione da parte dell’utenza.
Caso diverso è costituito dalla catalogazione di una tipologia particolare di beni, quelli librari e documentari. Chiaramente, su questo altro versante, lo scarto sopra ricordato viene ad attenuarsi notevolmente, perché la biblioteca e, in misura minore, l’archivio sono luoghi di frequentazione diffusa, nei quali l’utente interviene attivamente nella selezione dei beni catalogati. Come la catalogazione dei beni culturali, anche il servizio protocollare che registra i flussi documentali in entrata e in uscita presso un ente privato/pubblico riveste una mansione fondamentale, però questa rimane oscura di fronte al pubblico. Di certo, non occorre che l’utente esterno conosca le dinamiche intrinseche al fatto protocollare, discorso ben diverso va fatto in relazione al bene culturale, che deve essere l’oggetto di una cura lungimirante che ne decreti la totale condivisione.
Dalla sua istituzione, e con continuità, l’Istituto Beni Culturali ha sempre attuato interventi di catalogazione, riconoscendo la primaria necessità di alimentare la conoscenza del patrimonio culturale, in modo tale da fornire elementi utili alla programmazione regionale in materia. Sulla base di un’esperienza catalografica complessa sviluppata con la collaborazione delle Soprintendenze statali (Progetto SIRIS), l’Istituto negli anni ’90 creò, in collaborazione con altri partner pubblici e privati, la società “Centro Regionale per il catalogo e la documentazione” (CRC srl), come struttura operativa dedicata alla catalogazione dei beni culturali. In questo modo, le esperienze maturate dai collaboratori del progetto SIRIS nella gestione delle complesse normative catalografiche dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali non andavano disperse.
Già da tempo stiamo studiando con altri enti territoriali come valorizzare al meglio il patrimonio culturale regionale e una sicura modalità di valorizzazione passa attraverso la fruizione da parte dei cittadini del patrimonio catalografico. In questo quadro si inseriscono le azioni previste al punto D.6 Un dominio cooperativo della cultura del Piano Telematico Regionale (PTR Programma operativo 2004). Voglio qui ricordare e ringraziare Claudio Leombroni della Provincia di Ravenna, perché è anche grazie al suo supporto ed alla sua tenacia che la “nostra” idea dell’utilizzo degli strumenti informatici per valorizzare e promuovere la cultura è stata inserita nel PTR, ponendo l’accento sul modello “cooperativo”.
Una delle attività previste nel piano vede coinvolto Daniele Panebarco e la sua équipe, perché la sua “creatività” ci ha messo a disposizione uno strumento unico nel suo genere per semplicità di utilizzo e resa grafica su WEB: Exhibits 3D. Attraverso il PTR sono state sviluppate altre funzionalità dedicate, ad esempio, all’interfaccia diretta con la catalogazione informatizzata.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2006 - N.26]

Gli interventi catalografici promossi in Emilia Romagna e, in particolare, nella provincia ravennate portano alla costituzione di cataloghi virtuali disponibili per una più completa fruizione

Isabella Giacometti - Istituto Beni Culturali

L’impegno di salvaguardare il patrimonio artistico, culturale e naturale richiede l’attuazione di operazioni di tutela quale risultato di una programmazione concertata tra gli organi tecnico-scientifici competenti. In tale contesto il censimento e la catalogazione, assieme all’attività di restauro, rappresentano un’esigenza indispensabile per la conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali. I dati catalografici infatti costituiscono una sorta di documento identificativo, di un bene materiale o immateriale, che permette di comprenderne con maggior precisione le caratteristiche e il valore testimoniale, base imprescindibile per ogni attività di tutela consapevole e di valorizzazione pubblica.
L’Istituto per i Beni Culturali svolge questa attività mettendo a disposizione la sua competenza e le sue risorse a favore del patrimonio regionale. L’attività di catalogazione infatti si impone quale azione prioritaria nella programmazione annuale dell’IBC; questa prevede la definizione di piani di intervento formulati in seguito alle segnalazioni dei soggetti titolari dei beni e dai fabbisogni emersi a seguito dell’azione di consulenza svolta capillarmente sul territorio regionale dall’IBC. Con la L.R. 20/1990 prima, e con l’attuale L.R. 18/2000 poi, l’IBC ha rafforzato il suo impegno in questa direzione.
La consapevolezza del valore di tali interventi ha fatto emergere di conseguenza la considerazione che la conoscenza necessita di strumenti. E la disponibilità dei mezzi informatici costituisce un valido, anzi indispensabile, strumento per diffondere tale conoscenza. Per questo motivo tutta l’attività di catalogazione viene digitalizzata in modo da costituire una sorta di catalogo informatico rapido ed efficace non solo per chi opera nella catalogazione ma anche per quegli utenti interessati alla conoscenza e alla comprensione dell’ampio e sfaccettato complesso dei beni culturali regionali.
Per evitare che i diversi interventi restino scoordinati l’IBC ha realizzato, all’interno del più ampio repertorio digitale dei musei dell’Emilia Romagna, un collegamento da cui si può accedere direttamente ai beni catalogati a partire dalla scheda di quella realtà in cui sono conservati e in cui è stata compiuta l’attività di catalogazione. Questo strumento ha reso possibile la riunificazione dei diversi inventari in un’unica sede consentendo al tempo stesso una lettura più immediata della situazione patrimoniale. Da un punto di vista gestionale mette a disposizione una topografia informatizzata che permette di localizzare le opere e rende possibile la fruizione delle informazioni.
In Emilia Romagna l’attività di catalogazione si è sviluppata in modo pienamente autonomo, seppur in stretta correlazione con l’ICCD, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, che predispone a livello nazionale appositi modelli catalografici corredati da una dettagliata normativa, che garantisce la realizzazione di schede corrette ed uniformi. Per lo svolgimento delle sue attività l’IBC ha messo a punto uno specifico software, in grado di dialogare con la più ampia rete nazionale del Sistema Informativo Generale del Catalogo (SIGEC), e si avvale del supporto tecnico del Centro Regionale per il Catalogo (CRC), società appositamente costituita dalla Regione.
Nel cospicuo assortimento di schede utilizzate, che rispondono alle esigenze derivanti dal carattere diffuso e stratificato del patrimonio e dalla compresenza nel territorio di tipologie diverse di beni (dai naturalistici a quelli artistici, dai demo-etnoantropologici a quelli archeologici), i modelli maggiormente impiegati si rivelano la scheda OA per i beni storico-artistici, e la scheda RA per i beni archeologici.
Altre schede sono state invece predisposte o adattate alla tipologia delle collezioni; tra queste alcune sono il frutto della collaborazione dell’IBC con altre istituzioni, mirata alla progettazione di tracciati catalografici per categorie particolari di manufatti, come nel caso della scheda di approfondimento dedicata alla ceramica, assente tra i modelli ministeriali, ma realizzata di concerto con il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza e dotata di una sintassi omogenea a quella predisposta a livello nazionale dall’ICCD.
Sono molteplici le realtà museali del territorio ravennate interessate dalle campagne catalografiche. Si tratta per la maggior parte di realtà di piccole e medie dimensioni che si caratterizzano per l’eterogeneità delle raccolte a testimonianza della varietà culturale del territorio di appartenenza. Dalle tracce archeologiche ai cimeli della storia risorgimentale e della Grande guerra, dalle opere pittoriche alle ceramiche e alle targhe devozionali, dagli strumenti musicali alle marionette, dagli strumenti del lavoro contadino a quelli della civiltà palustre e di quella salinara. L’analisi dei primi sei anni di programmazione, attuata attraverso la legge regionale n. 18 del 2000, delinea un quadro di sicuro interesse relativo agli interventi conoscitivi sul patrimonio storico-artistico della provincia di Ravenna.
Sono undici i Comuni del territorio coinvolti, per un totale di ventidue realtà museali, in favore delle quali sono state avviate attività di inventariazione e catalogazione. Dalla pianura di Alfonsine dove l'attenzione è caduta sui fondi fotografici storici, alle colline di Brisighella, che custodisce nel Museo Civico “Giuseppe Ugonia” le più importanti e rappresentative opere di questo Maestro; dal mare di Cervia con i tipici strumenti salinari del Museo del Sale, a Faenza che alla più blasonata realtà del MIC affianca ragguardevoli patrimoni museali: i cimeli del Museo del Risorgimento, la collezione degli strumenti musicali del Museo del Teatro, la Pinacoteca Comunale con le opere esposte in occasione del nuovo ordinamento.
Nel delizioso centro di Bagnacavallo, presso il Museo “Le Cappuccine” sono state invece catalogate ex novo le opere dal ’700 al ’900, comprese le tele e alcune carte di Enzo Morelli. Non si possono poi dimenticare i materiali conservati nella singolare realtà dell’Ecomuseo della civiltà palustre di Villanova di Bagnacavallo e il nucleo storico-artistico nonché la raccolta di disegni del fondo Piancastelli del Museo Civico di Castel Bolognese.
Altri interventi ancora hanno toccato le piccole realtà di Fusignano, dove si è lavorato sulle opere esposte nel Museo Civico San Rocco, di San Pancrazio di Russi con il suo Museo della vita contadina, di Bagnara di Romagna in occasione dell’apertura al pubblico della sezione archeologica del costituendo Museo del Castello. In una pregevole realtà artistica come quella della città di Ravenna si è infine spaziato dalle opere del Museo d’Arte della Città, ai materiali del Museo Nazionale delle Attività Subacquee, dai materiali di scena della Casa delle Marionette, alle medaglie e ceramiche del Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali.
La conoscenza che deriva da queste azioni rende sì piacevolmente consapevoli dell’eterogeneità del patrimonio culturale di un territorio, ma allo stesso tempo richiama alla responsabilità di una continua e adeguata conservazione.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2006 - N.27]

Gli interventi in materia di schedatura e di restauro delle opere e dei cimeli nei musei del Risorgimento della Regione

Marta Cuoghi Costantini - Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna - Servizio Musei e Beni Culturali

Era ancora vivo nella memoria di molti italiani il ricordo delle cospirazioni carbonare e delle guerre che avevano segnato il tribolato cammino verso lo Stato unitario, quando presero forma e consistenza le prime raccolte di cimeli risorgimentali grazie alle generose donazioni di chi aveva vissuto in prima persona le lotte per l'indipendenza o dei familiari che avevano conservato ricordi, effetti personali, testimonianze.

Nacquero negli ultimi decenni dell'800 o nei primissimi anni del '900, soprattutto nelle città del Nord Italia, crescendo a fianco dei più rinomati e considerati Musei Civici, di cui spesso costituirono un'appendice secondaria, legata ai protagonisti della locale storia cittadina. Tutte comunque svolsero l'importante funzione di riunire, raggruppare, ordinare e soprattutto conservare una mole cospicua di testimonianze, di tramandarle e farle conoscere alle nuove generazioni, fornendo ancora oggi spunti di riflessione e preziosi riscontri non solo per la ricostruzione delle vicende locali ma in generale per una rilettura storica del Risorgimento italiano.

Terra di radicate tradizioni repubblicane, nella quale furono prontamente recepiti gli ideali mazziniani e largamente condivisa l'azione garibaldina, il territorio dell'Emilia-Romagna diede un contributo significativo al filone dei musei del Risorgimento ospitando le rilevanti raccolte di Bologna, Modena, Reggio Emilia oltre a quelle di Ferrara, Ravenna, Faenza, Modigliana, per citare solo le principali.

Dopo il fervore iniziale che aveva accompagnato la formazione dei primi nuclei documentari, la maggior parte dei quali venne presentata alla grande Esposizione Italiana di Torino del 1884 e, negli anni immediatamente successivi a questo evento, reso possibile la loro sistemazione nelle rispettive sedi cittadine, le collezioni vennero ben presto relegate a un ruolo di secondo piano se non completamente dimenticate. Per molti di noi il ricordo di questi musei, visitati principalmente per obbligo scolastico, è quello di luoghi poco frequentati, di teche e vetrine antiquate e polverose, di documenti e oggetti accostati in sequenze ripetitive, con fini conservativi più che per trasmettere messaggi al visitatore.

In realtà gli eterogenei materiali che essi custodiscono, comprensivi di libri, bandi, lettere, di bandiere, fazzoletti e uniformi, di copricapi, medaglie e targhe commemorative e ancora di fucili, daghe, spadini, fotografie, dipinti e molti altri oggetti ancora, si presterebbero, per il loro forte potere evocativo, ad assolvere una funzione comunicativa efficace qualora fossero accostati ed esibiti secondo concezioni museografiche moderne. Chi ne volesse una riprova può visitare il Museo del Tricolore di Reggio Emilia dove sono parzialmente confluiti i materiali delle vecchia raccolta del Risorgimento, cui aveva dato vita Naborre Campanili. Di facile e piacevole lettura, il nuovo progetto espositivo è specificamente incentrato sulla storia della nostra bandiera il cui uso fu per l'appunto sancito nel 1796, proprio in questa città, allorché venne proclamata la Repubblica Cispadana.

Concezioni di moderna museografia hanno ispirato anche il recente allestimento del Museo del Risorgimento di Ravenna ospitato negli spazi seicenteschi della ex-chiesa di San Romualdo. Attraverso una sequenza ragionata di documenti ed oggetti, disposti entro moderne e funzionali vetrine, il nuovo percorso espositivo traccia una sintesi dei momenti salienti della storia italiana, oltre che ravennate, dal periodo giacobino sino alla Grande Guerra.

In questo anno di celebrazioni dedicate alla memoria di Giuseppe Garibaldi, ad uno dei personaggi più rappresentativi ed emblematici del nostro Risorgimento, certamente l'eroe più popolare ed amato, ci fa dunque piacere poter sottolineare ancora una volta l'attenzione che con lungimiranza l'IBC ha dedicato nel corso della sua ormai trentennale esperienza al patrimonio dei Musei del Risorgimento. Secondo una prassi avviata già nei primissimi anni di attività e via via consolidata nel corso dei tempo, pur limitatamente ad alcuni fondi (Bologna, Modena, Ravenna, Ferrara, Faenza) sono state condotte schedature sistematiche, i cui risultati sono poi confluiti in una banca dati attualmente consultabile anche on line.

Sul fronte della manutenzione e del restauro gli interventi, spesso motivati da urgenti problemi conservativi, hanno interessato una svariata gamma di materiali che vanno dai documenti cartacei ai dipinti, dai reperti tessili ai metalli. Realizzati da ditte o artigiani specializzati con metodologie rigorosamente conservative, nel rispetto delle tecniche storiche peculiari di ciascun reperto, i restauri hanno consentito di migliorare le condizioni di conservazione e in alcuni casi di salvare oggetti a rischio riscoprendone le importanti valenze documentarie.

Fra le realizzazioni più significative vi è certamente il recupero di un nucleo di bandiere del Museo del Risorgimento di Ferrara composto prevalentemente da tricolori di seta, alcuni con stemma sabaudo e scritte che testimoniano la loro appartenenza alla Guardia Nazionale Italiana, quel particolare corpo dell'esercito sorto subito dopo l'Unità d'Italia per fronteggiare il problema del banditismo meridionale. Debitamente pulite, ricomposte nella loro forma originaria e consolidate a cucito o con tecniche termoplastiche, tutti i vessilli hanno riacquistato una buona leggibilità. Anche una bandiera in leggero taffetas di seta beige con scritta in velluto rosso, pervenuta in condizioni frammentarie, è stata ricomposta nella sua interezza ed ora si può leggere con chiarezza il nome di Pio IX, il papa che ha gestito la non facile trasformazione del nostro paese in un moderno stato nazionale.

Diversi e scaglionati nel corso del tempo sono stati i restauri di opere conservate nel Museo del Risorgimento di Bologna, che si segnala in regione come una delle realtà meglio strutturate e dinamiche del settore. Gli interventi hanno riguardato il recupero di uniformi e casacche garibaldine, un pregevole nucleo di fazzoletti patriottici, alcune significative testimonianze iconografiche fra le quali si segnalano i ritratti del patriota bolognese Livio Zambeccari, quello di Giuseppe Garibaldi in tenuta dell'esercito italiano entrambi di autore anonimo e la morte di Anita Garibaldi ad opera di F. Fabbi.

Vorrei concludere ricordando la vera e propria campagna di restauri promossa dall'IBC in occasione dell'allestimento del Museo di Ravenna. Grazie ai finanziamenti regionali sono state manutenzionati e restaurati il gruppo delle armi (fucili, spade, daghe, spadini), i busti e i ritratti dedicati a protagonisti della storia locale, e l'interessante nucleo di indumenti. Oltre alle casacche garibaldine che col loro acceso colore rosso ci riportano alla memoria le mitiche imprese dei Mille, si segnala una rara quanto bella uniforme da ufficiale medico databile poco oltre la metà dell'800 composta da giacca in panno di lana nera e cappello a feluca con pennacchio piumato. Fiore all'occhiello del Museo sono tuttavia gli indumenti appartenuti a Garibaldi e alla moglie Anita: un mantello in panno nero con fodera in damasco di lana bianca e colletto di velluto marrone, un cappello di feltro nero, un paio di alti stivali femminili in cuoio, anch'essi neri. Si tratta di capi molto semplici, confezionati con materiali comuni, privi di qualsiasi ornamento, ma capaci di rievocare le mitiche figure del generale e della moglie che presumibilmente li indossavano durante la loro avventurosa fuga dopo la Repubblica Romana. Provvedendo alla loro manutenzione e al loro restauro, effettuato con rigorose metodologie conservative, l'Istituto ha contribuito a migliorarne lo stato di salute rafforzando in questo modo, attraverso oggetti tangibili, la memoria storica della leggendaria e tragica permanenza dell'eroe dei due mondi in terra di Romagna.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2007 - N.28]

Le linee guida per il triennio 2007-2009 presentano tre fondamentali novità.

Laura Carlini - Responsabile Servizio Musei dell'IBACN

Rispetto al triennio precedente, le nuove linee guide approvate in maggio dall'Assemblea Legislativa Regionale ai sensi della L.R. 18/2000, si caratterizzano per la graduale introduzione degli standard di qualità, per l'introduzione della programmazione triennale degli interventi, per i nuovi vincoli/opportunità di carattere amministrativo.

La rispondenza agli standard viene valutata attraverso un questionario appositamente predisposto, la cui compilazione è obbligatoria per ogni annualità. I risultati del questionario serviranno a valutare sia lo stato di aderenza del museo agli standard, sia la coerenza delle domande di finanziamento con il perseguimento di precisi obiettivi di miglioramento dei servizi. La semplice compilazione del questionario è vincolante ai fini dell'ammissibilità della domanda per il 2007; nelle due annualità successive i musei dovranno invece dimostrare di possedere anche requisiti specifici: per il 2008 possedere il regolamento e il bilancio/documento programmatico/piano di gestione, oltre ad aver identificato la figura del responsabile di direzione; per il 2009 garantire le funzioni di direzione, conservazione delle collezioni, didattica e sorveglianza, oltre all'apertura al pubblico per almeno 24 ore settimanali.

Il percorso è stato scandito per dare agli Enti titolari tempo e modo di adeguarsi alle richieste. Se nel 2007 si richiede la sola autovalutazione, al fine di verificare le proprie eventuali lacune, nel 2008 è necessario raggiungere standard che non comportano oneri finanziari, mentre nel 2009 è indispensabile essere in grado di garantire una serie di funzioni strettamente legate agli aspetti organizzativo-gestionali. Tali requisiti sono stati posti solo nell'ultima annualità per consentire agli Enti di trovare soluzioni adeguate, anche e soprattutto mediante l'adesione a sistemi e a forme di gestione associata.

La programmazione triennale è la seconda novità. Come per altre leggi regionali, anche per la L.R. 18/2000 è offerta la possibilità di programmare gli interventi con il massimo grado di flessibilità e di organicità. In altre parole gli Enti possono proporre già nel 2007 domanda di contributo per interventi che si mandano a effetto su più annualità, o anche avanzare proposte su una sola annualità (2007 o successive). Ciò consente agli Enti proponenti, alle Province e all'IBC, di avere un quadro più completo e puntuale della progettualità in atto e di quella in previsione per l'intero triennio.

Infine le novità a carattere amministrativo. Tra queste le principali sono il vincolo del costo complessivo minimo di Euro 10.000 per ciascun intervento rientrante nei Piani provinciali e l'obbligo di copertura finanziaria della spesa, inserita (a partire dal 2008) negli atti di programmazione finanziaria dei soggetti attuatori nell'anno per il quale si richiede il contributo regionale.

Per concludere, le linee guida affermano che la valutazione dei progetti verrà effettuata tenendo conto della qualità progettuale, della qualità delle strutture e dei servizi erogati, della tempestività nell'esecuzione degli interventi e, conseguentemente, della celerità nella spesa. Oltre ad essere coerenti con gli obiettivi, le azioni prioritarie e i criteri di spesa indicati nel Programma, gli interventi cui sarà data priorità sono quelli che meglio risponderanno ai seguenti criteri:
  • la realizzazione, oltre a quelli di competenza diretta delle Province, di progetti presentati dalle Unioni di Comuni, dalle Comunità montane e dalle Associazioni intercomunali, stante quanto stabilito dall'art. 14 della L.R. 6/2004;
  • l'esecutività dei progetti, ovvero il grado di progettazione raggiunto, al fine di garantire la realizzazione immediata degli interventi;
  • la copertura finanziaria della spesa, in una logica di efficienza nell'utilizzo delle risorse finanziarie disponibili;
  • il completamento di lavori già avviati, anche con il contributo regionale su diversi stralci, per favorire l'esecuzione definitiva di opere in corso di realizzazione;
  • la strategicità degli interventi all'interno dei rispettivi territori provinciali, valutando sia la loro incidenza sulle possibilità di sviluppo del territorio sia il conseguimento di un maggiore equilibrio tra le varie realtà locali;
  • la rispondenza delle strutture e dei servizi agli standard indicati nella Direttiva sugli standard e gli obiettivi di qualità, tenendo conto del numero complessivo di requisiti già posseduti.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2007 - N.29]

Le riflessioni del Presidente dell'IBC su reti, territorio e paesaggio, in occasione dell'incontro "Governo e riqualificazione solidale del territorio", tenutosi presso l'Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna.

Ezio Raimondi - Italianista e Presidente Istituto per i Beni Culturali

L'Istituto per i beni culturali nacque in un momento di fervore e si affermò come un progetto d'avanguardia per una Regione che aveva fatto dell'indagine sulla propria realtà e sulla propria cultura una parte della propria scoperta della modernità.

Molto lavoro venne fatto su un'ipotesi di sistema, di insieme, dove le singole realtà - che in quel caso erano soprattutto il mondo dei musei e dell'arte, il mondo naturale e il mondo dei libri e delle biblioteche - non venissero più considerate come parti di un insieme irrelato ma diventassero un discorso comune, con una varietà che nello stesso tempo non negasse la presenza di uno stile comune, di una logica, di un orizzonte in cui, di là dalle differenze, ci si riconduceva anche a un'unità e a un'ispirazione profonde.

Il principio era che non si può parlare di beni culturali se non si rapportano a un insieme, e il primo grande insieme lo chiamiamo "Regione": nasceva quasi dal basso, perché erano le realtà museali, le realtà delle biblioteche, e tutte le altre cose che vi si aggiungevano, a chiedere di essere interpretate e di giungere finalmente a una considerazione comune che diventava tutt'uno con quello che sembrava essere uno sviluppo senza ostacoli.

Anche se poi le cose cambiarono radicalmente, fin dall'origine l'Istituto anticipava che ciò che chiamiamo il mondo dei beni culturali va legato a un'entità più ampia che può chiamarsi paesaggio, se al termine paesaggio diamo delle ragioni nuove rispetto a una vecchia interpretazione che non vedeva la storia legata allo spazio, ma la separava in una sorta di dimensione ideale.
Il paesaggio di cui si parlava nasceva dalle idee della nuova geografia di cui Gambi era un interprete di livello internazionale; e paesaggio - questo è importante - voleva dire un'entità storica, in primo luogo.
Quando un grande storico dell'arte come Henri Focillon in tempi lontani parlava di nazione, diceva che la nazione è una lunga esperienza. La stessa cosa possiamo dirla per una regione: è una lunga esperienza, ed è una lunga esperienza il paesaggio in cui si realizza un'immagine visibile, insieme con altre immagini invisibili della regione.

L'Istituto quindi si portava dietro questa sorta di dialettica, questo bisogno di interpretare le singolarità dentro un insieme, cui dava quel nome non avendone un altro, ma con una logica che non era quella della cultura tradizionale italiana, poco attenta alla dimensione materiale della cultura. Qui invece c'era qualche cosa che veniva dagli anni successivi al 1945: era una cultura internazionale che trovava posto anche nell'orgoglio di un gruppo che tentava di portare avanti convinzioni nuove nel salto delle generazioni e nello scontro che sempre si dà nelle idee. E all'Istituto lentamente venne dato un compito, quello di amministrare in questa logica, per conto della Regione insieme con le Province, quella che oggi è divenuta la legge 18, relativa alle biblioteche da una parte e ai musei dall'altra.
Da quasi dieci anni questa logica si è venuta realizzando di anno in anno in quella che è stata di fatto una concertazione o una negoziazione, dove il punto di vista delle province veniva ripreso da un punto più ampio, che per intenderci chiamiamo "Regione". Si verificavano le differenze e le incongruenze, si discuteva insieme e si arrivava alla fine all'approvazione di una logica comune, che regolava anche quella che diventava poi la distribuzione del budget assegnato dalla Regione; era un'idea di sistema, si diceva così ancora, ma sotto sotto ciò che contava era l'idea del paesaggio, e questo significa che nel momento in cui ci si riduceva a parlare soprattutto di libri, biblioteche, opere d'arte o magari musei scientifici, si trovava di continuo il bisogno di entrare in uno spazio più ampio: erano siti che andavano collocati in un insieme.

E paesaggio a questo punto diventa qualche cosa di molto preciso, di molto definito: non riuscivamo, nel fondo, ad amministrare il "bene culturale-libro" o il "bene culturale-immagine" senza ricondurli a una realtà di cui facevano parte. Ci sembrava di poter affermare che quando parliamo di paesaggio di una regione, in quel paesaggio ci sono sempre anche i libri e le immagini codificate da una tradizione che chiamiamo quella pittorica; e quindi nel momento in cui l'Istituto divideva le sue parti in un momento di ricerca e in un momento di applicazione e realizzazione, si trovava che insieme alle analisi da fare su quello che riguardava il mondo dei libri e il mondo delle immagini bisognava per forza parlare anche di edifici.
Non erano grandi edifici, grandi monumenti le biblioteche? Potevamo ignorarle a questo punto e fermarci soltanto ai libri?

Cominciarono le prime operazioni di catalogazione del territorio, i primi atti di conoscenza della ricchezza che avevamo intorno, che diventava parte essenziale di una nuova logica, per un futuro e per uno sviluppo possibili.
La legge regionale 20 del 2000 indica chiaramente questo: l'assunzione del paesaggio non come un capitolo in più dei beni culturali, ma come il contesto necessario per intendere davvero i beni culturali nella loro concretezza e nella loro varietà.
Il testo della nuova legge 20 si apre proprio parlando del paesaggio come riferimento per le politiche che abbiano un'incidenza territoriale: esso viene posto quindi come una categoria molto più ampia, in una logica in cui si situano anche quelli che chiamiamo normalmente i beni culturali. È un'idea di cultura che viene in questo modo discussa ed è un'idea di cultura che dovrebbe risultare partecipata; in ogni caso è una nozione nuova, che viene proposta ma a cui bisogna dare dei precisi contenuti: che cosa vuol dire esattamente "valore di paesaggio", e "paesaggistico", come aggettivo, che cosa significa?
Probabilmente - e provo a ragionare un poco per qualche congettura di lettore - probabilmente la nozione di paesaggio non è una nozione iniziale, è una nozione finale, che poi usiamo per interpretare.
Ma è un insieme: se non abbiamo un sistema di relazioni che mettono insieme elementi diversi, naturali e culturali, come facciamo a parlare di paesaggio?
Non possiamo parlare di paesaggio se non introduciamo un'idea non di percezione, ma di interpretazione: che cosa interpretiamo come significante di una certa realtà, e perché ci interessa per discorrere del nostro presente? Occorre misurarsi in qualche modo con essa.

Ma mi fermo semplicemente a questo punto. Nel dispositivo della nuova legge 20 è probabile che debba diventare ancora più nitida quest'idea di complessità e di composizione del paesaggio che è l'entità necessaria, l'insieme senza di cui non interpreto ciò che chiamo beni culturali. E per beni culturali non parlo qui di edifici, soltanto di monumenti; dico anche tutti gli altri. D'altro canto come si fa a dire che una grande biblioteca non fa parte di un paesaggio mentale? È un problema che va tenuto presente nel riscrivere la legge, con il criterio che non occorre soltanto avere delle regole chiare ma anche dei concetti chiari, sapere dove ci portano, sapere come governano la nostra intenzione, per diventare uno strumento vero.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2007 - N.30]

L'opera dell'IBC per valorizzare il patrimonio in chiave interculturale a partire dal Progetto Etno

Antonella Salvi Margherita Sani - IBC della Regione Emilia-Romagna

Da anni l'Istituto per i Beni Culturali rivolge particolare attenzione ai temi dell'interculturalità realizzando progetti speciali sia a livello regionale che europeo.
Con il Progetto ETNO. Indagine di rilevamento del patrimonio culturale extraeuropeo in Emilia-Romagna, l'Istituto ha avviato nel 2004, con la direzione di un Comitato Scientifico e la messa in campo di un gruppo di lavoro multidisciplinare, una sistematica azione conoscitiva presso i musei di tutto il territorio regionale, tesa ad individuare la presenza, consistenza e provenienza dei materiali etno esposti o custoditi nei depositi museali. Questa azione conoscitiva, nelle finalità del Progetto Etno, è preliminare ad una serie di azioni di valorizzazione ad ampio raggio tese ad esplorare il potenziale culturale ed interculturale di questo patrimonio. Si è deciso di nominarlo Progetto Etno proprio perché la parola-logo "Etno", che compendia in sé interi mondi di idee e suggestioni, è apparsa particolarmente adatta ad identificare le collezioni etnografiche e ad esprimere quella dimensione di alterità culturale che occorre oggi avvicinare e conoscere, sfruttando le inesauribili possibilità di dialogo interculturale che questo patrimonio consente.
Le operazioni di rilevamento, che si sono protratte fino al 2006, sono servite a far emergere un ricco ed eterogeneo patrimonio etno pressoché sconosciuto, fatto di collezioni, raccolte e oggetti d'arte che sono espressione di culture, gruppi etnici e comunità provenienti da altri continenti (America, Asia, Africa, Oceania) e giunto fino a noi grazie all'opera e alla passione di viaggiatori, di entusiasti e talvolta bizzarri collezionisti o di missionari in terre lontane.
In aderenza con le finalità del Progetto Etno, a conclusione dell'indagine - tuttora in atto come ricerca in progress - ha fatto seguito l'attivazione di azioni di valorizzazione del patrimonio emerso allo scopo di stimolare l'attenzione dei pubblici verso un patrimonio fatto di linguaggi ed espressioni diverse. Solo per darne un'esemplificazione: sono in corso interventi di catalogazione e di restauro delle collezioni etno nell'ambito dei Piano Museali (LR18/2000); si promuovono attività formative a favore degli operatori museali che si occupano di mediazione culturali anche attraverso la partecipazione ad esperienze di partenariato europeo; si è realizzata la prima mostra su questa tipologia di beni culturali Lo Sguardo altrove. Il Progetto Etno e il Patrimonio extraeuropeo in Emilia-Romagna e un catalogo che segue l'evento.
Presentata nel marzo 2007 al Salone Internazionale dell'arte del Restauro di Ferrara e da allora divenuta evento itinerante e riallestita presso le istituzioni culturali che ne fanno richiesta, la mostra Lo Sguardo Altrove... racconta i sorprendenti risultati dell'indagine che ha portato alla luce le tante sedi museali che custodiscono collezioni etnografiche (oltre 25 musei) e le innumerevoli collezioni etno (oltre un centinaio), illustrando l'estrema varietà che caratterizza questo settore di beni culturali: varietà di epoca e provenienza (manufatti cinesi, giapponesi, africani, precolombiani, oceanini, etc.); varietà tipologia dei manufatti (ceramiche, dipinti su seta, su carta, tessuti, terrecotte, arredi, maschere, materiali lignei e in metallo, fondi fotografici ecc ). E ancora la varietà di motivazioni che hanno spinto i primi collezionisti a costruire le raccolte etnografiche, come pure il differente rilievo e la diversa attenzione che le collezioni hanno avuto nel corso tempo e hanno nell'attualità.
Ma la mostra è assieme l'occasione di una riflessione attorno all'attuale dibattito internazionale: il ruolo del museo etnografico e delle sue collezioni, quale riflesso coerente della crescente dimensione multietnica, nel creare le condizioni di una reciproca comprensione e scambio culturale. Oggi conoscere e valorizzare questo importante e multiforme patrimonio conservato nei musei è importante non solo perché è portatore di forti contenuti artistici, antropologici ed etnologici, ma anche perché rappresenta il polo attorno cui creare potenti occasioni di percezione e comprensione della diversità culturale e quindi di integrazione culturale in una società che si affaccia sempre più ad una dimensione multietnica.
Dalla consapevolezza dell'importanza del museo che dispone di "preziose" raccolte etnografiche, testimoni della cultura di altri luoghi e di altri popoli, e quindi dell'importanza del ruolo di chi opera in questi musei, che si è estesa l'attività dell'IBC promuovendo la partecipazione degli operatori museali ad esperienze di confronto e di apprendimento europeo. Il progetto europeo Museums Tell Many Stories ha proprio riguardato la formazione del personale che si occupa di mediazione culturale sui temi di interculturalità mediante l'utilizzo delle collezioni etnografiche e delle "storie" che quegli oggetti raccontano. Coordinato dall'Istituto, il progetto biennale MTMS che si è appena concluso ha dato la possibilità ad un gruppo di partecipanti per l'Emilia-Romagna selezionati fra i Musei etno di confrontarsi con le esperienze di altre istituzioni europee nell'elaborazione di idee e metodologie di interpretazione per rendere accessibili al pubblico collezioni appartenenti a diverse culture. Gli esiti di questa significativa esperienza sono ora disponibili in una pubblicazione in italiano e in inglese.
Ed eccoci nel 2008, l'Anno Europeo dedicato al Dialogo Interculturale, che intende sottolineare ulteriormente l'importanza e la necessità di insistere in questa direzione. L'Istituto Beni Culturali celebra il 2008 con la presentazione di un altro progetto europeo MAP for ID - Museums as Places for Intercultural Dialogue. Ideato come proseguimento e approfondimento del precedente progetto Museums Tell Many Stories e finanziato dal Programma Comunitario Lifelong Learning Grundtvig per il biennio 2008-2009, MAP for ID è finalizzato allo sviluppo del potenziale dei musei come luoghi di educazione alla multiculturalità, promuovendo un coinvolgimento più attivo e diretto delle diverse comunità presenti sul territorio e favorendone il dialogo e la reciproca conoscenza. Sulla base dei risultati del progetto Museums Tell Many Stories, MAP for ID intende svilupparne ulteriormente tematiche, insistendo sulla necessità di attivare azioni e pratiche che consentano di guardare alle culture - attraverso le loro produzioni e collezioni museali - da diversi punti di vista e diverse prospettive per esplorarne la complessità e la dinamicità, facendo dei musei luoghi di incontro e confronto, di dialogo, scoperta e approfondimento delle diverse identità culturali.
Il progetto, coordinato dall'Istituto Beni Culturali, vede la partecipazione del British Museum (Londra), del Museo de America (Madrid, Spagna), della Fondazione Musei e Visitatori (Budapest, Ungheria), della Chester Beatty Library (Dublino, Irlanda), del Settore Educazione al Patrimonio della Città di Torino, di Amitié (Bologna), del Museo degli Sguardi di Rimini, di Imagine Identity and Culture (Amsterdam, Paesi Bassi).
Ai partner spetta di sviluppare la prima fase di ricerca che consiste nella individuazione delle buone pratiche a livello europeo e nella redazione di linee guida per orientare i 25 progetti pilota da realizzarsi nei paesi partner tra il luglio 2008 e il luglio 2009.
Per favorire la partecipazione dei musei emiliano romagnoli al progetto, è stato pubblicato un bando sul sito dell'IBC contenente le caratteristiche delle attività da ammettere al co-finanziamento e tutte le modalità per prendere parte all'iniziativa. Il primo momento pubblico di disseminazione del progetto è stato il convegno Musei e Dialogo Interculturale", che si è tenuto a Bologna il 10 giugno 2008 presso l'Auditorium della Regione Emilia-Romagna, nel quale sono intervenute tutte le istituzioni coinvolte.
Successivamente prenderanno il via i progetti pilota che si svolgeranno nei diversi paesi europei con il sostegno dei partner di MAP for ID e i cui protagonisti avranno modo di incontrarsi per approfondire ulteriormente le tematiche affrontate nella conferenza finale che si terrà a Madrid presso il Museo de America dal 14 al 16 ottobre 2009.
Attenderemo la conclusione anche di questo impegnativo e stimolante progetto, alla fine del 2009, per realizzare una pubblicazione in italiano e inglese e documentare così lavoro e esiti prodotti nel corso di questa ultima esperienza sul dialogo interculturale. Per ulteriori informazioni: www.ibc.regione.emilia-romagna.it.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2008 - N.32]

Un progetto per conoscere a fondo il volontariato nel settore dei beni culturali in ambito europeo

Valentina Galloni e Margherita Sani - Istituto Beni Culturali

Chiunque operi in una istituzione culturale è consapevole del ruolo fondamentale che il volontariato occupa in questo settore. Oltre alla rilevanza sociale del fenomeno, considerato importante strumento per la crescita professionale e personale dell'individuo, mezzo fondamentale di inclusione e integrazione sociale e potente stimolo per una cittadinanza attiva e responsabile, appare infatti essenziale il contributo dei volontari alla gestione vera e propria delle istituzioni culturali, considerando che essi di frequente operano a più livelli, da quello strettamente esecutivo (apertura, guardiania, ecc.) a quello più propositivo (progettuale e di programmazione).
I dati sulle organizzazioni di volontariato in Italia, seppure incompleti perché non tengono conto dei volontari che si rapportano alle istituzioni a livello individuale, mostrano una situazione in costante sviluppo, con una crescita sostanziale sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo. Ma a fianco degli innumerevoli vantaggi che il volontariato può apportare al settore culturale, vi sono anche una serie di difficoltà che richiedono di essere indagate e affrontate, affinché il rapporto tra il volontario e l'istituzione possa essere il più possibile proficuo.
Alcune importanti iniziative dell'ultimo anno - dal Workshop dell'European Museum Forum di Bertinoro, alla III Conferenza Nazionale dei Musei organizzata da ICOM Italia, al convegno sul volontariato di Prato - hanno posto questo tema al centro di un interessante dibattito, che ha visto come protagonisti le associazioni di volontariato attive in questo campo e le istituzioni culturali, in particolar modo i musei, in cui i volontari operano.
Al fine di comprendere e analizzare la situazione del volontariato nel settore culturale a livello europeo, tenendo conto delle specificità nazionali, è nato anche il progetto VoCH - Volunteers for Cultural Heritage, finanziato dal Programma Europeo Lifelong Learning Grundtvig per il biennio 2008-2009. Il progetto vede alcune istituzioni europee - tra cui, in ambito italiano, l'Istituto per i Beni Culturali, l'ECCOM e il Museo del Tessuto di Prato - impegnate in uno studio del volontariato nei beni culturali in ambito europeo e nell'identificazione delle strategie più efficaci per gestirlo.
A livello italiano si sta conducendo una indagine più specifica, mirante a individuare le diverse tipologie di volontari per studiarne le adeguate modalità di reclutamento, motivazione, gestione e riconoscimento/accreditamento. Per quanto riguarda l'Emilia-Romagna, è stato inviato un questionario ai musei della Regione volto a rilevare quali funzioni vengono presidiate dai volontari, a quali categorie essi appartengono, da quali motivazioni sono spinti, quali sono i vantaggi e gli svantaggi ottenuti dal museo nel collaborare con essi, e quali sono i principali bisogni formativi sia dei volontari sia dei loro coordinatori.
I nodi cruciali emersi sono in primo luogo legati alla complessità del rapporto fra il mondo dei volontari e quello dei professionisti, alla necessità di una chiarezza istituzionale nel definire i ruoli e le competenze richieste e alla variabilità e al forte ricambio dei volontari, che ne rende difficile un'attività di formazione continua. Dall'elaborazione dell'indagine e dal confronto con la situazione europea, sebbene la specificità italiana richieda particolare cautela, scaturiranno nuovi stimoli per le iniziative formative che verranno sostenute prossimamente nell'ambito del progetto. Per quanto riguarda l'Italia, nel 2009 verranno organizzati dall'IBC un seminario a Bologna rivolto ai coordinatori dei volontari nei musei, e dal Museo del Tessuto di Prato la conferenza conclusiva del progetto.
Informazioni più dettagliate saranno disponibili sul sito del progetto (www.amitie.it/voch) o sul sito dell'IBC nella sezione dedicata ai progetti internazionali (www.ibc.regione.emilia-romagna.it/artistici.htm).


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2008 - N.33]

Al via il riconoscimento dei musei regionali, per il progressivo adeguamento agli standard internazionali di buona gestione

Laura Carlini - Istituto Beni Culturali

La politica della Regione Emilia-Romagna in materia di qualificazione dell'offerta culturale favorisce il progressivo e stabile miglioramento delle prestazioni degli istituti culturali in tutti gli ambiti di attività: studio e ricerca, documentazione, conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio, in conformità agli standard ed obiettivi individuati nel 2003 con la Deliberazione della Giunta Regionale n. 309 "Approvazione standard ed obiettivi di qualità per biblioteche, archivi storici e musei".
Ispirato a tale deliberazione, il programma triennale 2007-2009 degli interventi della L.R. 18/00 è stato prioritariamente orientato - nella selezione dei progetti da finanziare - al miglioramento dell'organizzazione museale mediante l'applicazione, di anno in anno più stringente, della deliberazione sugli standard e gli obiettivi di qualità. Il riconoscimento regionale, punto culminante di questo percorso triennale, conclude pertanto un ciclo di programmazione e rappresenta altresì la base di partenza per la pianificazione del triennio successivo.
Per dare opportuno compimento a quanto deliberato nel 2003, la Giunta Regionale ha definito (DGR n. 1888/08) "Criteri e linee guida per il riconoscimento dei musei regionali in base agli standard e obiettivi di qualità", precisando le modalità e i termini del processo di riconoscimento dei musei regionali che si svolgerà nel 2009. Il riconoscimento è, in effetti, una procedura che verifica il rispetto dei requisiti obbligatori di qualità stabiliti dalla Regione, con l'obiettivo di stimolare i musei ad adeguarsi a standard nazionali e internazionali di buona gestione.
Il riconoscimento si configura sia come una garanzia sulla qualità dei servizi offerti agli utenti, sia come un premio per la capacità operativa dimostrata dai musei. Ha, inoltre, l'ambizione di coinvolgere tutta la realtà dei musei regionali, essendo concepito come uno strumento per verificare i risultati ottenuti e gli obiettivi da perseguire in materia di valorizzazione del patrimonio e servizi al pubblico. Il processo di riconoscimento costituisce un invito per la comunità museale alla riflessione e al confronto sui temi della propria identità e sui valori fondanti del settore.
Nelle intenzioni della Regione il riconoscimento non andrebbe interpretato come un atto di selezione mediante il quale premiare alcune realtà ed escluderne altre, quanto piuttosto come un mezzo per definire un percorso di crescita per tutti i musei dell'Emilia-Romagna, un'opportunità rivolta all'insieme dei musei pubblici e privati, che vi possono prendere parte su base del tutto volontaria. La piattaforma di requisiti uniformi per musei di ogni tipologia e dimensione è stata pensata per garantire l'omogeneità della qualità dei servizi offerti in tutto il territorio regionale, nel rispetto della singolarità e della vocazione peculiare di ciascun istituto culturale.
L'iter si è avviato a gennaio 2009 con una serie d'incontri informativi tenuti nelle nove province dal Servizio Musei dell'IBC, che cura le fasi d'istruttoria e di valutazione dei musei canditati al riconoscimento (coadiuvato da un gruppo di lavoro costituito da esperti designati da Amministrazioni Provinciali, Comuni capoluogo, ANCI, UPPI, CRUI) per illustrare i contenuti, le modalità ed i tempi di svolgimento della procedura che porterà i musei a ottenere l'ambito riconoscimento. Il percorso si concluderà a dicembre con una deliberazione della Giunta Regionale che identificherà i musei che potranno fregiarsi per un triennio dello status di museo riconosciuto.
Tra i benefici attesi per gli istituti riconosciuti si possono ravvisare: la possibilità di accedere a finanziamenti regionali, il riconoscimento dell'identità del museo come istituto autonomo operante sul territorio, la certificazione e la valorizzazione della qualità, che sarà individuata anche attraverso un apposito logo/marchio creato ad hoc, l'inclusione in specifiche campagne di comunicazione promosse dalla Regione e dall'IBC, la potenzialità di attrarre sponsor e donazioni, la crescita della reputazione e la maggiore visibilità nei confronti degli amministratori locali e delle comunità di riferimento.
Nell'intento di assistere e accompagnare i musei nel percorso di riconoscimento, l'IBC ha creato un'area di lavoro dedicata all'interno del proprio sito, strutturata come un manuale on line per gli operatori museali: www.ibc.regione.emilia-romagna.it/wcm/ibc/menu/attivita/11std/approf/musei.htm.
Per ottenere il riconoscimento i musei dovranno garantire il possesso dei requisiti rispondendo al questionario di autovalutazione. La compilazione sarà effettuata on line dall'area di lavoro riservata. I musei dovranno anche inoltrare una lettera di domanda formale di riconoscimento (fac-simile scaricabile dal sito IBC) entro il 30 giugno 2009 allegando i documenti necessari alla verifica degli standard: una copia cartacea del questionario di autovalutazione compilato in ogni sua parte, lo statuto e/o regolamento, lo stralcio di bilancio o documento programmatico per l'anno in corso e la relazione a consuntivo per l'anno precedente che attestino le risorse finanziarie disponibili, l'autocertificazione di adempimento alla normativa vigente in materia di sicurezza, il piano delle attività educative. Inoltre, se necessari, dovranno essere allegati: il piano finanziario triennale, nel caso i progetti di sviluppo che comportino oneri di gestione aggiuntivi a tempo indeterminato, e i piani di adeguamento per il raggiungimento di eventuali requisiti obbligatori mancanti.
L'IBC procederà successivamente, con il supporto degli esperti del gruppo di lavoro, all'analisi e alla valutazione delle richieste di riconoscimento, momento che comprenderà anche incontri di approfondimento e verifica con i responsabili presso le sedi museali. Tale fase si concluderà entro il 15 ottobre con una Deliberazione del Consiglio Direttivo dell'IBC, che conterrà l'elenco dei musei aventi i requisiti per essere riconosciuti, che sarà proposto alla Giunta Regionale per il recepimento da deliberarsi entro il 31 dicembre 2009.
È prevista, infine, una forma di riconoscimento provvisorio per i musei che non siano ancora in possesso di tutti i requisiti obbligatori, ma che abbiano già predisposto idonei piani di adeguamento per ovviare alle carenze riscontrate. Si dovrà trattare esclusivamente di lacune marginali, che dovranno essere già in corso di risoluzione o che potranno essere sanate con risorse già stanziate a proposito e in tempi precisamente definiti e che saranno attentamente vagliate dal gruppo di lavoro. Spetterà all'IBC, d'intesa con gli esperti del gruppo di lavoro per il riconoscimento, valutare l'entità delle carenze e la reale sostenibilità dei piani di adeguamento e, conseguentemente, decidere l'eventuale concessione del riconoscimento provvisorio.
Con la finalità di dare il massimo rilievo allo status di museo riconosciuto, IBC ha previsto l'espletamento di un concorso per la creazione del logo/marchio di qualità e della relativa immagine coordinata, riservato ai giovani artisti e grafici attivi in regione. Il concorso, che prenderà il via nei prossimi mesi, sarà organizzato e gestito dall'IBC in collaborazione con il GAER - Ufficio Giovani d'Arte del Comune di Modena e con il Design Center dell'Accademia di Belle Arti di Bologna.
Il riconoscimento consentirà dunque di favorire la creatività giovanile, come nel dettato della recente L.R. 14/08 Norme in materia di politiche per le giovani generazioni che all'articolo sugli interventi di promozione culturale (art. 40), enuncia che la Regione sostiene e valorizza la creatività giovanile e il pluralismo di espressione, e promuove la crescita, la consapevolezza critica, la conoscenza e la competenza dei giovani in ambito culturale (comma 1) e inoltre che la Regione favorisce l'incontro tra produzione artistico-creativa dei giovani e mercato (comma 4) anche attraverso iniziative realizzate per mezzo della L.R. 18/00 (comma 5).


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2009 - N.34]

I fondi cartografici e iconografici dell'IBC

Stefano Pezzoli - Istituto Beni Culturali

Il titolo che pongo a questo intervento richiama volutamente un noto testo di Lucio Gambi che fu il primo presidente dell'Istituto Beni Culturali, ma molto più significativamente e per molti anni, per noi funzionari e al tempo stesso ricercatori, fondamentale ed impareggiabile suggeritore, fervido e disponibile consigliere, e pure critico severo e pungente, ma sempre generoso.
Fu appunto Gambi al momento della prima operatività dell'Istituto (nel 1977), in occasione della formazione del «primo inventario dei centri e nuclei storici» della regione (dal dettato della legge n. 2 del 1974, art. 2), che pose il tema di una configurazione storica dell'ambiente regionale emiliano romagnolo suggerendoci la lettura della cartografia topografica ottocentesca e preunitaria, precisamente la cosiddetta "carta austriaca" realizzata fra il 1821 e il 1851 dall'impero asburgico come ripresa di un precedente progetto napoleonico e costituente la prima rappresentazione omogenea per scala (1:86400) e disegno del terreno dei territori che ora costituiscono l'ambito regionale.
Questo documento che rappresenta (essendo redatto con l'ausilio dei primi rilievi catastali degli stati preunitari) con grande attendibilità la rete viaria e idrografica, la distribuzione degli abitati, le principali classi dell'uso coltivo del suolo, nonché i terreni boscati, sabbiosi e incolti, le zone umide e il rilievo orografico, costituisce un'insostituibile fonte di notizie per conoscere l'assetto insediativo e colturale del nostro territorio come era percepibile allo scadere dell'età moderna, in un'immagine di metà Ottocento, ma certamente in gran parte rappresentativa dei due secoli precedenti.
Va detto che questa fondamentale cartografia (estesa dalle Alpi lombardo-venete all'allineamento dei fiumi Tronto, Liri e Garigliano) è stata oggetto da parte dell'IBC, in collaborazione col Servizio Sviluppo dell'Amministrazione Digitale e Sistemi Informativi Geografici della Regione, di un'operazione comparativa rispetto alla odierna cartografia tecnica regionale mediante una ristampa georeferenziata e disposta secondo i moderni quadranti in scala 1:50000; operazione che ha reso del tutto evidenti i grandi mutamenti intercorsi, in modo particolare lungo le fasce della via Emilia e della costa, nel basso ferrarese, nella bassa pianura bolognese e nel ravennate, dove l'azione della bonifica idraulica ha cancellato un'estesissima copertura di paludi, acquitrini e boschi idromorfi.
Nel 2007 questo lavoro è stato trasferito in un DVD intitolato Uso storico del suolo distribuito dal predetto servizio regionale, uno strumento che consente di apprezzare il paesaggio regionale alla metà dell'Ottocento: con una gamma di colori sono selezionate le aree urbane, i seminativi semplici, risaie, campi alberati a vigna, campi con altre alberature, prati stabili, aree boscate, ambienti con vegetazione arbustiva o erbacea, zone montane prive di vegetazione, sabbie e spiagge, paludi, valli salmastre, saline, alvei fluviali e bacini d'acqua. Da questa elaborazione e con confronti al 1976 e al 2003 si è potuto constatare come il territorio urbano che occupava l'1,04% intorno al 1850 sia giunto all'8,49%, mentre una trentina d'anni or sono stava al 4,81%, evidenziando la crescita esponenziale degli ultimi decenni.
Restando nel campo cartografico ricordo altri documenti storici raccolti dall'IBC e poi diffusi al pubblico mediante operazioni editoriali, ritenute assai importanti in relazione al significato storico testimoniale dei sopraddetti. Mi riferisco, procedendo in ordine cronologico, alla topografia di epoca napoleonica (1812-1814) del territorio ferrarese a valle della confluenza del Panaro nel Po, mappa in 38 fogli in scala 1:15000, di altissimo livello tecnico ed estetico, tale da evocare di fatto il paesaggio del tempo. Pubblicata alla scala ridotta di 1:32500 consente una minuziosissima lettura (ben 20 classi d'uso del suolo) di terreni che all'epoca per il 43,4% erano ricoperti d'acqua. A seguire menziono la mirabile Carta della Pianura Bolognese di Andrea Chiesa, risalente al 1742, in 18 tavole, ad una scala corrispondente all'incirca all'1:34000, un documento costruito con affidabile strumentazione geodetica per un progetto di assetto territoriale, per risolvere il secolare problema dell'inalveazione del Reno. Carta a finalità idraulica, con la completa rete naturale e artificiale comprendente anche le risorgive e pure con una precisa registrazione della trama viaria e dell'insediamento sparso. Pertanto uno strumento utilissimo per censire le abitazioni rurali (delle quali con sicurezza si individuano i nuclei a corpi separati e a corpi giustapposti) e le residenze signorili, queste ritratte mediante vignette con i caratteri tipologici a volte riconoscibili; inoltre si trovano rappresentati anche i filari alberati inquadranti le ville principali; e ancora i grandi spazi vallivi e paludosi che permeavano gran parte della bassa pianura. Ricordo ancora le pubblicazioni di due notevoli documenti riferiti al ducato modenese, la topografia del territorio risalente agli anni 1821-1828 (in originale alla scala di 1:28800 e ridotta all'1:50000), in 45 tavole comprendenti i territori delle attuali province di Modena e Reggio Emilia, più Massa Carrara e parte di Parma e La Spezia; e la mappa della città di Modena in scala di 1:2000 del 1825 conservata in unico esemplare alla Biblioteca Nazionale di Vienna. Accomunano queste cartografie l'essere prodotte dal genio militare modenese, di essere state progettate dal suo comandante Giuseppe Carandini e di rappresentare ognuna la più antica documentazione affidabile e comparabile con la situazione moderna. Rimanendo nel campo topografico vediamo il fondo costituito dalle tavolette IGM in scala 1:25000 e 1:50000 (per l'area montana) rilevate fra il 1875 e il 1895 e poi aggiornate fra la seconda metà degli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta. Il loro contenuto informativo riprende i tematismi delle precedenti topografie austriache ma introduce l'uso delle curve di livello, di punti quotati e i confini comunali; e ancora l'indicazione di ulteriori elementi quali oratori, pilastrini devozionali, opifici e riporta una maggiore diffusione di toponimi.
Risalendo ad una scala più grande (1:2000), indispensabile per la perimetrazione e l'analisi evolutiva dei centri urbani di qualsiasi dimensione, vediamo come l'IBC fin dai suoi primi passi si sia dotato di una ripresa fotografica selezionata (1500 immagini) dai catasti degli Stati preunitari risalenti ai primi due decenni del XIX secolo e relativi ai territori del ducato di Parma, del granducato di Toscana e dello Stato pontificio, mentre per l'ex ducato di Modena risalenti agli ultimi due decenni dello stesso secolo. Per l'area delle ex legazioni pontificie è stata resa disponibile una selezione delle cosiddette "mappette", assemblaggi a scala più piccola (1:4000 o 1:8000), risalenti al periodo napoleonico e riguardanti i centri più importanti. Sono presenti anche altri campioni catastali settecenteschi, come quello detto "Boncompagni" per il bolognese, il cosiddetto "Calindri" per il riminese, il "Teresiano" per l'ex provincia di Bobbio, ed altri stralci minori.
Per concludere questa sintetica rassegna vediamo come le fotografie aeree costituiscano un altro fondo assai rilevante, assimilabile in un certo senso alla cartografia, ma con ulteriori e più affinate capacità analitiche, uno specchio reale e scevro di mediazioni tematiche. Sono presenti tutte (circa 3000 scatti) quelle commissionate dall'Istituto Geografico Militare fra il 1931 e il 1937 per l'aggiornamento topografico, un significativo campione (poco più di 500) di quelle realizzate nelle ricognizioni della Royal Air Force durante la seconda guerra mondiale (1943-1945) e le fotografie del Gruppo Aereo Italiano (1954-1955), riprese in scala 1:30000 per la pianura e 1:58000 per i territori collinari e montani (1300 in tutto). Questi documenti illustrano un territorio non ancora segnato dal pervasivo sviluppo dell'erosione antropica, con le grandi bonifiche del ferrarese in gran parte da compiersi e un paesaggio agrario ancora dominato dal sistema della piantata.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2009 - N.35]

Le indagini dell'IBC testimoniano un'articolata presenza di opere e decorazioni musive in regione

Micaela Guarino - Istituto Beni Culturali

L'Istituto Beni Culturali si è spesso occupato di mosaico, attraverso ricerche, interventi di catalogazione e restauro, progetti europei, collaborando con i musei e le istituzioni culturali ravennati e le soprintendenze.
Grazie anche alle conoscenze e all'esperienza maturate in questi contesti è stato possibile alcuni anni fa realizzare il volume L'immagine e il frammento. Il mosaico in Emilia-Romagna, uno strumento di valorizzazione di quanto sul territorio regionale riguarda questa particolare tecnica artistica con riferimento alla sua storia, alle opere realizzate, ai musei e agli altri luoghi che le conservano, ai suoi artefici, ai restauratori, agli istituti che si occupano di istruzione e formazione in questo ambito.
Ravenna vi svolge naturalmente il ruolo di protagonista nel documentare la complessità del mondo musivo, lungo un arco cronologico molto esteso che dall'antico giunge al contemporaneo e consente di cogliere le capacità espressive e l'impiego, la potenzialità e l'estrema versatilità di questo medium che riguarda una serie di prodotti anche molto diversi tra loro.
Alla luce di tutto ciò, uno degli aspetti più interessanti della ricerca finalizzata al volume è l'aver potuto riscontrare quanto ricca, articolata e diffusa sia nella nostra regione la presenza di opere e decorazioni musive, alcune delle quali non particolarmente note e a volte neanche immediatamente percepibili come tali.
Il fenomeno della decorazione musiva delle grotte è per esempio documentato dalla Grotta musiva della fine del XVI secolo situata all'interno della bolognese Villa Guastavillani. Il Ritratto di Benedetto XIV di P.P. Cristofari e allievi su cartone di G. Zoboli, conservato nel Museo di Palazzo Poggi a Bologna ma realizzato nel 1744 a Roma, testimonia invece una delle stagioni significative del rapporto tra mosaico e pittura, sviluppatasi tra Sei e Settecento all'interno della imponente impresa decorativa della Basilica di San Pietro. Per ragioni conservative si iniziò allora a sostituire grandi pale d'altare dipinte su tela con riproduzioni musive, meno soggette al degrado, per giungere poi alla commissione diretta di pale musive i cui effetti pittorici vennero esaltati da un particolare tipo di lavorazione.
Sempre nell'ambito della fabbrica vaticana nasce e si sviluppa tra la fine del XVIII e il XIX secolo un'altra interessante produzione, quella dei micromosaici che i pontefici donavano alle eminenti personalità in visita. Tali opere di dimensioni contenute si ottenevano con elementi la cui superficie si era estremamente ridotta. I micromosaici trovarono una felice applicazione, dettata anche dall'esigenza di ampliare il mercato, nella decorazione di oggetti ed elementi di arredo, come anche nella realizzazione di ornamenti quali le spille, ricordate in un brano significativamente attuale di Henry James: "Quando gli Americani si recavano all'estero nel 1820, compivano un'impresa romantica, quasi eroica, se la si confronta col perpetuo traghettare dei giorni nostri, di quest'epoca in cui la fotografia e altre invenzioni hanno annullato ogni sorpresa. Miss Borderau s'era imbarcata con la famiglia su un traballante brigantino nei giorni in cui i viaggi erano lunghi e i contrasti acuti [...] e, raggiunta la Città Eterna, era sta colpita dalla bellezza delle perle romane, degli scialli, delle spille a mosaico". Con le loro riproduzioni di soggetti quali il repertorio figurativo Neoclassico, i monumenti antichi, le vedute di Roma e dei dintorni, i micromosaici diventarono anche veicolo di diffusione e di promozione dell'immagine della città.
Oltre all'interesse storico-artistico che rivestono, questi esempi rimandano ad applicazioni e tappe significative nella storia del mosaico e testimoniano una grande capacità di rinnovamento in grado di non disperdere quanto costruito nei secoli. È questa grande capacità che consente ancora oggi al mosaico di mantenere la sua attualità e il suo fascino.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 4 [2009 - N.36]

Centonove musei emiliano-romagnoli al traguardo del riconoscimento

Laura Carlini - Istituto Beni Culturali

Si è concluso nel 2009 l'iter per il riconoscimento dei musei in conformità agli standard e obiettivi di qualità individuati nel 2003 con la Delibera della Giunta Regionale n. 309; per dare compimento a tale direttiva, la Regione aveva definito (DGR n. 1888/08) i "Criteri e linee guida per il riconoscimento dei musei regionali in base agli standard e obiettivi di qualità", precisando modalità e termini del processo di riconoscimento dei musei.
Innanzitutto i dati attestano il notevole interesse suscitato: circa 200 musei hanno contattato IBC per informazioni, 170 di questi hanno chiesto la password per accedere all'area riservata alla compilazione on line del questionario di autovalutazione e, infine, 149 istituzioni hanno partecipato inviando la domanda ufficiale, corredata dal questionario e dalla documentazione da allegare.
Il primo nucleo di 109 musei che hanno superato la prova è costituito da 78 musei che garantiscono tutti gli standard (riconoscimento definitivo) e da 31 istituti ai quali è stato assegnato il riconoscimento provvisorio, non essendo ancora in possesso di tutti i requisiti, ma avendo già predisposto idonei piani di adeguamento per ovviare alle carenze riscontrate. Il riconoscimento avrà durata triennale 2010-2012; vi sarà comunque per i musei non ancora riconosciuti la possibilità di candidarsi nelle istruttorie successive (anni 2010 e 2011), che si svolgeranno con la stessa tempistica della prima. La scadenza del riconoscimento rimarrà in ogni caso fissata al 31 dicembre 2012.
Tra i risultati più significativi raggiunti dal sistema museale di qualità nel suo insieme annoveriamo prima di tutto lo sviluppo del senso di appartenenza a un gruppo che parla lo stesso linguaggio e condivide obiettivi comuni, come pure una serie di miglioramenti che gli Enti hanno ottenuto grazie alla profusione di un cospicuo impegno per la conquista del traguardo.
Si menzionano l'approvazione dello statuto e/o regolamento; la presenza di un documento di bilancio; l'ordinata raccolta presso il museo e l'aggiornamento della documentazione in materia di sicurezza. Inoltre è da considerare un successo il fatto che molte Amministrazioni abbiano identificato con atto formale la figura di direzione. Ciò è stato attuato con due modalità: la prima dando il giusto riconoscimento al lavoro di funzionari già in organico, che pur svolgendo da tempo compiti di responsabilità nel museo, non avevano ancora ottenuto un'attestazione specifica; la seconda, valida nel caso di esternalizzazioni, è ravvisabile nella selezione di professionisti e/o ditte in grado di garantire il servizio richiesto con personale che risponde ai profili professionali predisposti da IBC. Da ultimo, un apprezzamento per l'impegno finanziario e organizzativo è dovuto alle Amministrazioni che garantiscono l'apertura del museo per almeno 24 ore settimanali.
IBC, nell'intento di valorizzare tutti gli istituti riconosciuti, ha ideato un marchio "Museo di Qualità" per contraddistinguerli e dare loro la massima visibilità, evidenziandone l'inclusione nel gruppo di eccellenza. Il marchio è stato selezionato mediante un concorso riservato ai giovani creativi under 36 attivi nel territorio regionale, che ha visto la partecipazione di 70 studi grafici. Il progetto vincitore è reso disponibile ai musei, per consentire a tutti di applicare il marchio di qualità in ogni occasione sui propri materiali divulgativi e promozionali, concorrendo così a consolidare l'immagine del sistema dei musei di qualità. IBC inoltre pubblica il primo repertorio a schede sui 109 musei riconosciuti, che, pensato per avere la massima diffusione, può essere ristampato anche dai musei stessi. I musei riconosciuti potranno giovarsi anche di altri strumenti realizzati da IBC: una targa in bronzo da esporre all'ingresso e una versione tridimensionale del marchio da esporre al banco della reception, oltre a un timbro e degli adesivi per apporre il sigillo di qualità su materiali già in possesso del museo. Il marchio verrà inoltre apposto sulle schede della banca dati musei del catalogo regionale del patrimonio, la cui traduzione in inglese è in corso, per promuovere i musei di qualità ad un pubblico internazionale.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2010 - N.37]

Sono centinaia di migliaia i dati consultabili nel Catalogo digitale del patrimonio culturale dell'Emilia-Romagna

Fiamma Lenzi - Istituto per i Beni Culturali

Qualche numero per cominciare: più di 900 fra musei e raccolte, teatri storici, luoghi dedicati all'arte contemporanea, siti culturali di vario genere, da indagare in una pluralità di direzioni e nei reciproci legami insieme alle opere d'arte e d'artigianato, ai manufatti, alle testimonianze materiali contenuti. Circa 100.000 schede descrittive che illustrano peculiarità e caratteristiche del patrimonio, realizzate secondo gli standard catalografici nazionali. Un ricchissimo corredo iconografico con oltre 60.000 immagini raffiguranti singoli beni, ma anche contesti museali ed evidenze architettoniche di pregio. Migliaia di nominativi e cronologie di artisti e autori che popolano l'eloquente lista degli artefici del nostro universo artistico, storico, culturale. Una cospicua serie di riferimenti e citazioni bibliografiche, materiali e documenti sugli interventi conservativi attuati, con fotografie delle opere prima, durante e dopo il restauro e descrizioni delle metodologie adottate di caso in caso.
Poco più di un'istantanea questa, utile però a fotografare e a consegnare con immediatezza l'immagine del Catalogo del patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna, che da un anno a questa parte ogni cittadino, studioso, operatore del settore o semplice curioso può scoprire e visitare a piacimento grazie ad un facile accesso attraverso il web, a partire dal portale dell'IBC, oppure formulando un quesito sui principali motori di ricerca abitualmente utilizzati da tutti gli internauti.
In termini strettamente tecnici, possiamo definire il Catalogo come un sistema informativo, in continuo divenire, realizzato grazie al software web based Samira ®. Unendo e integrando fra loro le risorse informative costituite dall'IBC su supporto tradizionale o native digitali in quasi quattro decenni di attività di valorizzazione, catalogazione, conservazione e sviluppo dei musei e delle raccolte culturali, si restituiscono e rendono esplorabili le innumerevoli connessioni inscritte nell'eredità culturale emiliano-romagnola, in costante rapporto con il territorio che l'ha espressa. La logica sistemica sottesa all'architettura e alla presentazione dei dati aderisce alle esigenze di autonomia e personalizzazione della ricerca considerate oggi il requisito indispensabile di ogni risorsa digitale o di insiemi correlati di risorse di nuova generazione.
Nelle intenzioni dell'IBC sin dalle prime fasi progettuali, il Catalogo voleva anche essere e si propone quindi come uno strumento a sostegno delle politiche e delle iniziative di promozione e gestione attuate da Regione, Province, Comuni, musei, organismi pubblici e privati nel campo della salvaguardia, della conoscenza e della fruizione del patrimonio. Si tratta inoltre di un'occasione per dare visibilità alle fruttuose forme di collaborazione stabilitesi fra questi attori. È doveroso infatti qui ricordare l'apporto di numerosi interlocutori dell'IBC - in primo luogo i musei - alla maturazione del percorso operativo che da "precoci" sperimentazioni catalografiche informatizzate ha portato alla creazione del Catalogo e sta evolvendo verso forme di catalogazione partecipata.
Ne passiamo brevemente in rassegna le componenti principali, che fanno di questo prodotto uno degli esempi più avanzati e compiuti, fra quelli promossi dalle regioni italiane nel contesto delle politiche pubbliche rivolte al patrimonio culturale. La stringente relazione fra contenente, sia esso una sede consueta qual'è un museo oppure una qualsivoglia forma aggregativa del patrimonio, e contenuto, inteso quest'ultimo come singolo elemento culturale, materiale o immateriale, o come nucleo storicizzato di beni, rappresenta il principio ordinatore della struttura organizzativa delle conoscenze.
Nella prima compagine, ampia rappresentanza hanno i musei: un vasto repertorio, imprescindibile riferimento per conoscerne distribuzione, singolarità patrimoniali, attività e servizi al pubblico, in cui trovano posto musei di tradizione e nuove fondazioni, grandi collezioni d'arte e dimore storiche, ecomusei e castelli, musei all'aperto e musei d'impresa. Vi si affianca il prezioso manipolo delle sedi storiche dello spettacolo: una novantina di teatri edificati prima del 1925 - rilevati con cura dall'IBC in lunghi anni di lavoro - che per lo più conservano sostanzialmente intatta l'originaria funzione e lo splendido apparato tecnico e artistico.
È poi la volta dell'arte contemporanea, che per la connaturata vitalità e per il persistente attraversare e interfacciarsi con la realtà odierna non è ancora giunta a registrare un maturo processo di sedimentazione conservativa. Di qui la scelta di mettere a disposizione, senza riserve, un accesso integrato a tutte le informazioni sull'arte contemporanea fruibili nell'area regionale, con risorse e servizi raggiungibili sul web, localmente e in rete: musei, gallerie, collezioni, fondazioni, parchi artistici, siti urbani, sedi espositive, mostre, premi, saloni fieristici, accademie e archivi di giovani artisti.
Asseconda la stessa visione dell'arte contemporanea come bene culturale, unita alla necessità di circoscrivere e conferire consistenza all'insospettabile patrimonio presente sul territorio, l'insieme dei "Luoghi del percento per l'arte" che dà conto della ricognizione sulle opere realizzate in edifici pubblici in applicazione della legge 717/1949 e successive modificazioni. Non manca una mappa delle numerose sedi sparse in cui si concentrano, in virtù della loro vicenda storica o del radicamento territoriale, insiemi - anche non strutturati - di beni culturali. Sono oggetto di attenzione raccolte d'arte di proprietà di Comuni e Province, patrimoni degli enti di beneficenza e assistenza pervenuti alle Aziende sanitarie locali, complessi chiesastici e cimiteriali, centri-visita e di documentazione, edifici termali e altri luoghi ancora.
La ricchezza e la molteplicità di sfaccettature del patrimonio culturale regionale emergono compiutamente dalla consultazione delle categorie del Catalogo. Quasi 70.000 beni storico-artistici, fra cui opere pittoriche, sculture, mobilia e suppellettili, medaglie e placchette, ceramiche e targhe devozionali, arredi liturgici, tessuti. Diverse migliaia di reperti archeologici fra iscrizioni, materiali lapidei, instrumentum domesticum, manufatti metallici e fittili, mosaici, ornamenti, monete. Una nutrita documentazione di beni demoetnoantropologici che, con oltre 16.000 unità, include attrezzi agricoli, utensili delle attività artigianali e manufatturiere, suppellettili della civiltà rurale, testimonianze delle tradizioni economico-produttive locali. E ancora, opere d'arte contemporanea "lette" analiticamente attraverso la specifica scheda OAC, beni tecnico-scientifici comprendenti strumentazione di varia tipologia (bilance, apparecchiature, attrezzature ecc.), ampi segmenti di patrimonio naturalistico (mineralogia, petrologia, paleontologia, botanica, zoologia, planetologia) descritti attraverso le sottospecie del tracciato BN, messo a punto dall'ICCD in concertazione con varie istituzioni, fra cui l'IBC.
Il Catalogo è disponibile parzialmente anche in english version e rappresenta nel suo insieme una nuova opportunità di conoscenza e di studio offerta a chi desideri avere una visione complessiva della memoria storica e culturale della regione. O, per meglio dire, una guida essenziale con cui avvicinarsi alle realtà disseminate nell'area regionale, una modalità di approfondimento del mosaico di relazioni che intrecciano e collegano fra loro l'infinita varietà del manifestarsi del patrimonio culturale, espandendosi nello spazio e nel tempo sino alla più stringente attualità: multiformi espressioni d'arte e oggetti della nostra perduta - ma non dimenticata - quotidianità, memorie documentali e trasmissione orale, spazi della conservazione e dell'esposizione e luoghi della contemporaneità. Un mezzo, insomma, per facilitare il dialogo fra le istituzioni culturali e il pubblico, per porre nel giusto risalto la vitalità e la civiltà culturale dell'Emilia-Romagna.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2010 - N.38]

Nove "Kit - Piccoli Laboratori portatili" nati dalla collaborazione tra 11 musei e 23 scuole regionali nell'ambito del progetto Scienze e Tecnologia

Valentina Galloni e Giovanni Battista Pesce - Istituto per i Beni Culturali

Acqua, strumenti per pesare, suolo e sottosuolo, biodiversità, evoluzione, sostenibilità e orogenesi sono gli argomenti sviluppati dai nove "Kit - piccoli laboratori portatili" realizzati nell'ambito di una delle azioni del progetto regionale Scienze e Tecnologia, l'iniziativa avviata nel 2008 dalla Regione Emilia Romagna, assieme all'Ufficio Scolastico Regionale e all'Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell'Autonomia Scolastica. Ricordiamo che il progetto si inquadra nelle finalità elaborate dal Gruppo di lavoro interministeriale per lo sviluppo della Cultura Scientifica e Tecnologica.

Il gruppo di lavoro che a vario titolo ha collaborato a questa azione è costituito da alcuni funzionari dell'Isituto Beni Culturali, del Servizio Istruzione e integrazione fra i sistemi formativi della Regione Emilia-Romagna e dell'Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell'Autonomia Scolastica, con la consulenza di Silvia Mascheroni, esperta in pedagogia del patrimonio culturale e didattica museale.

Il Progetto, coordinato dall'IBC, ha coinvolto 11 musei, 23 istituti scolastici e diverse realtà territoriali che, attraverso una sinergica collaborazione, hanno realizzato i KIT, nove scatole in legno, facili da trasportare e custodire, che racchiudono gli strumenti per sperimentare e comprendere alcune delle domande che ci pone la scienza.

Inizialmente è stato organizzato un corso di formazione rivolto agli insegnanti di materie scientifiche delle scuole superiori di I e II grado e agli operatori dei servizi educativi di alcuni musei scientifici che ha posto le basi del lavoro in partenariato. Grande attenzione è stata posta alla completa documentazione dell'esperienza: la compilazione di una scheda articolata in diverse voci ha avuto lo scopo di portare i vari soggetti a riflettere sulle dinamiche, le azioni, le strategie messe in atto dalle scuole e dai musei, ma anche di fornire materiale per reiterare e diffondere queste esperienze. A corredo della scheda, fotografie, presentazioni e prodotti multimediali illustrano i momenti salienti di ognuno dei nove progetti. Il dvd "La scienza in viaggio: dal museo alla scuola al territorio" è disponibile sul sito www.didatticaer.it/progetti_regionali/progetto_scienze_tecnologia.aspx.

Complessivamente, 50 classi e circa 1200 studenti hanno partecipato alla realizzazione o alla sperimentazione dei Kit. Oltre al dato quantitativo, ciò che ha dato particolare soddisfazione ai promotori del progetto è stato l'entusiasmo dei docenti, degli operatori museali e soprattutto degli allievi. Questi ultimi sono stati i veri protagonisti delle esperienze perché spesso hanno partecipato alla scelta degli argomenti, hanno in gran parte realizzato i materiali all'interno dei Kit, si sono cimentati in ricerche, hanno creato blog e siti internet, hanno scritto articoli scientifici e in alcuni progetti hanno guidato i ragazzi più giovani nella sperimentazione dei materiali.

Attraverso queste esperienze hanno acquisito conoscenze specifiche sulle discipline scientifiche e nello stesso tempo hanno sviluppato le loro competenze personali e civiche interrogandosi sui temi ambientali di grande attualità. Gli insegnanti di materie scientifiche hanno coinvolto i colleghi di materie umanistiche per realizzare materiali con un forte carattere multidisciplinare. Il confronto continuo tra operatori museali e docenti ha favorito un'integrazione di punti di vista complementari. Non solo il museo, ma anche il territorio, i fiumi, le rocce, il sottosuolo e gli animali sono diventati, al pari dei libri di testo, strumenti formativi su cui cimentarsi.

L'auspicio è che nel prossimo futuro, attraverso questi kit, che rimangono in dotazione alle scuole e ai musei, le esperienze possano essere reiterate e che il progetto nel suo complesso costituisca una buona prassi da diffondere e migliorare.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2010 - N.39]

L'IBC celebra il 150° dell'unità nazionale attraverso molteplici interventi di valorizzazione, passati e futuri, delle raccolte risorgimentali

Isabella Giacometti - Istituto Beni Culturali

I festeggiamenti per l'anniversario dell'Unità d'Italia sono iniziati ufficialmente e si assiste a un fiorire e moltiplicarsi di iniziative e manifestazioni culturali. Queste celebrazioni sono infatti una preziosa occasione per ripercorrere il travagliato cammino che ha portato alla formazione dello Stato unitario, ma anche uno spunto interessante per rileggere gli eventi e per ricordare i personaggi che hanno partecipato alle vicende risorgimentali. In realtà sarebbe sufficiente prestare maggiore attenzione a ciò che ci circonda per comprendere che i monumenti delle nostre città, la toponomastica delle nostre strade, le targhe commemorative sui nostri muri ci parlano quotidianamente di quel periodo storico, secondo una studiata strategia celebrativa ed educativa.

In quest'ottica un ruolo di primo piano spetta però alle istituzioni museali in quanto divennero i principali depositari della memoria del Risorgimento. La tappa fondante per la formazione delle prime raccolte permanenti si attribuisce all'Esposizione generale italiana di Torino del 1884, a cui gli enti locali parteciparono con la raccolta di cimeli e materiali documentari. A questa seguirono l'Esposizione emiliana di Bologna del 1888 e quella romagnola del 1904, che furono in ambito regionale il propulsore per la formazione, in tempi più o meno ravvicinati, dei primi allestimenti museali in un territorio che si era caratterizzato per essere stato teatro di numerosi fatti ed episodi significativi, un esempio fra tutti la Trafila garibaldina.

Ai musei di Bologna, Modena e Ferrara seguirono quelli di Forlì, Faenza, Reggio Emilia, Modigliana, sull'onda di una spinta propulsiva che è giunta fino ai giorni nostri con l'allestimento delle collezioni di Fidenza e Ravenna, solo per citare alcuni esempi di un mosaico museale molto più complesso e variegato. Si tratta infatti non solo di musei a prevalente vocazione risorgimentale, ma anche di sezioni all'interno di realtà conservative più ampie e composite e di piccole ma non meno significative raccolte locali.

A partire dagli anni Novanta queste istituzioni sono state oggetto di grande interesse da parte dell'IBC. Il censimento dei Musei del Risorgimento e delle raccolte storiche di interesse risorgimentale, avviato in occasione dei festeggiamenti per il bicentenario del Tricolore, ha fatto emergere alcuni dati che hanno permesso di effettuare considerazioni in merito allo stato di conservazione dei materiali in particolare dal punto di vista della catalogazione e documentazione fotografica.

Queste valutazioni alla luce della legge regionale n. 20 del 1990 "Norme in materia di musei di enti locali e di interesse locale" hanno consentito all'Istituto di avviare, in collaborazione con le amministrazioni comunali, una diffusa attività di catalogazione informatizzata e di manutenzione e restauro dei materiali che componevano le prime raccolte risorgimentali, limitata però ad alcuni fondi (Bologna, Modena, Ravenna, Ferrara, Faenza e Forlì). Le nuove tecnologie informatiche hanno favorito l'attività di catalogazione, che è alla base di ogni attività di valorizzazione e promozione dell'Istituto, migliorandone la gestione dei dati e della documentazione fotografica.

Il Catalogo informatizzato del patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna è diventato, così, un efficace veicolo per la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale regionale e il facile accesso on-line (bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/samira/v2fe/index.do) rende possibile a chiunque un percorso virtuale per curiosare tra queste collezioni, formatesi allo scopo di mantenere vivo il coinvolgimento del visitatore attraverso un apparato iconografico e documentario che intendeva elevare le vicende risorgimentali a una dimensione mitica. Si tratta di un patrimonio comprensivo di libri, manifesti, stampe, dipinti, fotografie, uniformi, copricapi, bandiere, fazzoletti, medaglie, targhe commemorative, armi (fucili, daghe, spadini), e ancora cimeli di vario genere appartenuti ai patrioti che hanno vissuto in prima persona le lotte per l'indipendenza.

Primo fra tutti Giuseppe Garibaldi, l'eroe più popolare ed amato, di cui si conservano un poncho a righe presso il Museo Civico del Risorgimento di Modena, un cappello di feltro, indossato durante la fuga in terra di Romagna, al Museo del Risorgimento di Ravenna, senza dimenticare le numerosissime stampe, le fotografie e i dipinti che lo ritraggono, come nel quadro, opera dell'artista Silvestro Lega, conservato al Museo Don Giovanni Verità di Modigliana. Questo museo, ospitato nella casa del sacerdote e patriota che nel 1849 salvò Garibaldi durante la fuga dagli austriaci, conserva tra le altre cose gli indumenti e una ciocca di capelli dell'eroico salvatore, esempio di una consuetudine secondo la quale gli oggetti appartenuti ai patrioti hanno assunto, nel tempo, il valore di vere e proprie reliquie. Una regola che si è estesa anche ai familiari di Garibaldi: il Museo conserva infatti uno scialle a righe tradizionalmente appartenuto alla moglie Anita, mentre il Museo di Ravenna ne custodisce gli stivali. Lo stesso vale per quegli oggetti il cui unico valore è quello di evocare il ricordo di luoghi ed eventi emblematici, come la pagnotta da 5 centesimi che la tradizione vuole che sia stata in vendita durante l'assedio di Venezia nel 1849, il proiettile raccolto durante l'assedio della casa di Ciro Menotti, o come il quadretto in cui sono stati essiccati e sistemati i fiori raccolti sulla tomba di Garibaldi a Caprera.

Il ricordo dei "Padri della Patria" e dei patrioti locali che hanno preso parte alle vicende risorgimentali è ampiamente illustrato da dipinti, stampe, rilievi, fotografie, busti, fazzoletti patriottici e medaglieri. Ecco allora un pregevole busto di Giuseppe Mazzini eseguito da Domenico Baccarini e conservato presso il Museo del Risorgimento e dell'Età contemporanea di Faenza, dove si trova anche una bella formella dipinta da Angelo Marabini che ritrae il forlivese Aurelio Saffi, patriota e politico italiano. Ritratti del carpigiano Ciro Menotti, protagonista di una rivolta patriottica nel 1831 soffocata nel sangue, sono custoditi presso i Musei di Palazzo Pio a Carpi e al Museo Civico del Risorgimento di Modena dove si conserva anche la tunica del patriota, mentre al Museo Civico del Risorgimento di Bologna sono esposti gli abiti sacerdotali di Ugo Bassi. Sono migliaia gli oggetti e le testimonianze schedati in questi anni, ma nonostante questo non può ancora dirsi conclusa la catalogazione del patrimonio risorgimentale, che al contrario prosegue supportata dall'attuale legge regionale di settore (n.18 del 2000). A questo proposito, sono state di recente avviate le schedature della collezione del Museo del Risorgimento "Faustino Tanara" di Langhirano e il completamento delle schede del Museo del Risorgimento "Aurelio Saffi" di Forlì, mentre sarà di prossima attuazione l'intervento di catalogazione nel Museo del Risorgimenro "Luigi Musini" di Fidenza.

Il 150° anniversario dell'Unificazione nazionale rappresenta dunque per l'IBC un'occasione davvero propizia non solo per tracciare il bilancio dell'attività fin qui svolta, ma anche e soprattutto per delineare il programma dei progetti futuri.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2011 - N.40]

L'IBC partecipa al progetto europeo Aqueduct pensato per insegnanti e operatori museali

Valentina Galloni - Istituto Beni Culturali

L'educazione al patrimonio culturale, oltre a essere una risorsa educativa funzionale all'apprendimento delle varie discipline, è anche uno strumento importante e complesso in grado di sviluppare competenze personali, sociali e civiche. Su questo presupposto si basa "Aqueduct-Acquiring Key Competences through heritage education", il progetto europeo multilaterale Comenius, coordinato dal Landcommanderij Alden Biesen (Belgio), che in Italia vede coinvolto l'IBC.
Il Quadro di Riferimento Europeo adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio nel 2006 (http://ec.europa.eu/dgs/education_culture/publ/pdf/ll-learning/keycomp_it.pdf) stabilisce le otto competenze chiave che i cittadini devono possedere per la propria realizzazione personale, per l'inclusione sociale, per la cittadinanza attiva e per l'occupazione nella nostra società basata sulla conoscenza: comunicazione nella propria lingua; comunicazione in lingue straniere; competenza matematica e competenze di base in campo scientifico e tecnologico; competenza digitale; imparare a imparare; competenze sociali e civiche; spirito di iniziativa e di imprenditorialità; consapevolezza ed espressione culturali. Il progetto "Aqueduct" si focalizza sulle ultime quattro, vale a dire quelle trasversali, proponendo a insegnanti e operatori museali di utilizzare l'educazione al patrimonio come strumento strategico per acquisirle.
Gli enti che costituiscono il partenariato, quattro tra Università ed enti di formazione degli insegnanti e cinque istituzioni culturali, dopo una prima fase di ricerca nei vari paesi, hanno delineato una cornice di riferimento comune; hanno, quindi, raccolto e descritto una serie di buone pratiche alla luce di quanto stabilito e hanno, infine, formato alcuni operatori culturali e insegnanti affinché sviluppassero assieme nove progetti pilota.
Elementi chiave di tali progetti sono stati i seguenti: l'utilizzo di un autentico e significativo bene culturale come contesto/contenuto; un approccio orientato alle competenze con una particolare focalizzazione sulle quattro competenze chiave trasversali; lo sviluppo del processo mediante quattro fasi: motivazione-esperienza-dimostrazione-riflessione. L'integrazione dei contenuti e delle discipline, il lavoro di gruppo, l'apprendimento/ricerca e l'esperienza come veicolo di apprendimento sono le modalità di approccio ritenute indispensabili.
Per quanto riguarda il progetto pilota italiano, il Museo della Preistoria "L. Donini" di San Lazzaro e la Scuola Primaria "G. Carducci" di Bologna, avvalendosi della collaborazione del Parco Archeologico della Terramara di Montale, hanno scelto di condurre gli alunni attraverso un vero e proprio viaggio nel tempo alla scoperta delle origini dell'uomo e delle prime fasi storico-culturali della nostra civiltà. Tale scelta e la metodologia impiegata hanno permesso agli alunni di migliorare, in primo luogo, le competenze chiave relative a consapevolezza ed espressione culturali e al concetto di "imparare ad imparare"; allo stesso tempo anche competenze più generali, quali quelle civiche, sociali e interpersonali, hanno avuto un loro considerevole sviluppo, così come l'imprenditorialità e lo spirito di iniziativa. Avvalendosi del ricco patrimonio archeologico locale e tenendo ben presenti le esigenze e le capacità del gruppo di bambini coinvolti (con un'età media di 8 anni), è stato elaborato un percorso che promuovesse la conoscenza e l'uso di contesti storico-culturali di rilievo per un apprendimento attivo ed efficace. I bambini, al termine del progetto, si sono cimentati nella progettazione e nella realizzazione di uno spettacolo che raccontasse la loro esperienza e di una piccola brochure dedicata, e poi distribuita, ai bambini più piccoli, per consentire loro di replicare questo emozionante viaggio.
I materiali e le riflessioni scaturite dai vari progetti pilota realizzati, assieme agli esempi di buone pratiche e alla cornice teorica di riferimento, costituiscono la base per un manuale e per i corsi di formazione previsti nei paesi partner. La presentazione dei risultati di "Aqueduct" e del manuale si terrà a Bologna il prossimo 27 ottobre nella prima giornata della conferenza internazionale conclusiva del progetto. La giornata sarà aperta a tutti gli insegnanti e agli operatori culturali italiani. Per maggiori informazioni: www.ibc.regione.emilia-romagna.it; www.the-aqueduct.eu.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2011 - N.41]

La doppia progettualità dell'IBC per una rete educativa sul patrimonio archeologico tangibile e intangibile

Fiamma Lenzi e Simona Parisini - Istituto Beni Culturali

Antico tempo presente: un ossimoro che forse meglio di ogni altro racchiude l'essenza di quel sottile, talora invisibile, ma tenacissimo filo che attraversa la nostra contemporaneità.

Il presente non potrebbe, infatti, dirsi tale se non volgessimo costantemente lo sguardo oltre le nostre spalle e non sapessimo scrutare il passato con gli occhi curiosi della modernità, rischiarando della sua luce il percorso che ciascuno di noi deve compiere per comprendere e interpretare l'oggi. Al passato, alla sua eredità culturale, alle tracce e materiali e intangibili disseminate dai nostri predecessori lungo la "strada del tempo", l'IBC ha dedicato negli anni molto lavoro e molta progettualità per riscoprirne le orme, le voci, i significati, e insieme valorizzare l'azione delle istituzioni che ne presidiano la conservazione e il godimento, cercando di restituire un'immagine complessiva, non frammentaria, dell'antichità della regione e della sua fisionomia sociale e culturale.

Di questo impegno crediamo siano testimonianza effettiva le iniziative e i progetti brevemente passati in rassegna nelle righe a seguire. Incentivare la conoscenza delle nostre importanti realtà museali e dare ai cittadini l'opportunità di apprezzarne le collezioni e le attività, permettendo così a ciascuno di entrare in contatto con il ricco patrimonio archeologico regionale, costituiscono certamente uno degli obiettivi maggiormente perseguiti dall'Istituto durante il suo concreto operare. Dalla scorsa annualità, in coincidenza con importanti appuntamenti relativi all'archeologia emiliano-romagnola, si è deciso di impostare programmi di "sistema" in grado di coinvolgere intorno ad alcuni tematismi le realtà operanti nel settore. Si è cominciato con "La Settimana della Preistoria", in occasione della XLV Riunione dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria tenutasi a Modena.

Quest'anno è la volta di "Sotto il segno di Roma", un programma di iniziative autunnali, incentrate sulla civiltà romana, che prende spunto dalla ricorrenza dei 2200 anni dalla fondazione di Bononia e dalle collegate manifestazioni di "Archeopolis", e dilata le sollecitazioni scaturite da questo evento proiettandole in una dimensione regionale (http://www.ibc.regione.emilia-romagna.it/wcm/ibc/menu/dx/07parliamo/storico/musei/par/SOTTOILSEGNODIROMA/par04_scelta/opuscolo_archeopolis_def.pdf).

Da Piacenza a Rimini, grazie all'imprescindibile apporto di una sessantina di musei e anche alla cooperazione delle Soprintendenze e di altri organismi pubblici, si propongono al pubblico oltre cento iniziative, più di cinquanta visite guidate su argomenti che vanno dalla tavola ai costumi funerari, dalla quotidianità delle comunità locali alla gestione delle aree cittadine e rurali, dalla casa all'epigrafia. E poi laboratori e momenti ludici per i bambini e le loro famiglie, dove la creatività e il gioco costituiscono il mezzo per entrare "nel vivo della storia". Una ventina di conferenze spaziano dall'urbanistica alla monetazione, dalle singole realtà archeologiche alle nuove scoperte. Non vanno dimenticate le presentazioni di volumi e di pubblicazioni didattiche illustranti questo momento cruciale della storia regionale e le inaugurazioni di nuovi allestimenti museali.

In particolare il territorio ravennate vede la partecipazione del Museo del Castello di Bagnara, con la collezione romana e una conferenza sulla centuriazione, e quella del Comune di Russi con il suo museo e una visita alla grande villa urbano-rustica. Il Museo del Paesaggio di Riolo Terme presenta a sua volta la raccolta di materiali d'epoca romana, mentre un'interessante serie di incontri e di attività didattiche promossi dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Ravenna entra nel vivo dell'epoca teodericiana attraverso i grandi monumenti cittadini e i reperti del Museo Nazionale.

Ma c'è ancora molto altro, a partire dal cibo. Ecco, allora, la visita che si chiude con un banchetto romano oppure l'apertura di un'anfora olearia o le degustazioni di vini doc. Si può continuare con uno spettacolo teatrale e poi assistere ad un convegno in cui si parla di volontariato archeologico. Rivisitare il passato può anche voler dire essere in prima persona sulla scena della storia e costatare con i propri occhi com'erano, cosa facevano, come si comportavano i nostri predecessori: lo si può fare assistendo all'ultima battaglia fra i Galli Boi e le truppe romane o penetrando in un accampamento militare trapiantato nella modernità di una piazza urbana.

Neppure il momento della formazione e dell'aggiornamento è trascurato. Due cantieri-scuola di restauro, ideati e coordinati direttamente dall'IBC, avvicinano studenti e specializzandi in archeologia alle tematiche e alle metodologie della conservazione del patrimonio, mentre progetti didattici dedicati alle radici archeologiche dell'Unità e all'idea dello stato tra federalismo e unità, offrono, in forma di corso di aggiornamento per gli insegnanti, l'opportunità di riflettere sul cammino che ci ha portati all'Italia di oggi.

Valorizzare il patrimonio archeologico dell'area costiera dell'Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, un'area storicamente caratterizzata da un'intensa comunicazione commerciale e culturale, costituisce invece la finalità principale del progetto di cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia (2007-2013) PArSJAd, che impegna l'IBC e altri otto partner, con capofila la Regione Veneto. Sei enti italiani, fra cui i Comuni di Russi, di Bagnara di Romagna e di Voghiera, e tre sloveni concorrono all'ideazione e all'impostazione dell'idea di Parco Archeologico dell'Alto Adriatico inteso come vasto e composito areale accomunato da significativi elementi fisio-geografici, al cui interno coesistono diverse evidenze di interesse archeologico, culturale e paesaggistico e assume rilievo la compenetrazione di valori storici e ambientali. Lo studio di fattibilità del Parco non può prescindere da un'approfondita conoscenza del territorio stesso e da un complesso di azioni integrate e coerenti riguardanti la formazione di idonee figure professionali, l'elaborazione di metodologie didattiche e lo studio di un'efficace comunicazione tradizionale e innovativa.

In regione il progetto coinvolge appieno il Ravennate e il Ferrarese: qui stiamo predisponendo la dettagliata catalogazione dei principali insediamenti storici, con particolare attenzione al tema dell'abitare in villa nella romanità. Tale attività fornisce simultaneamente occasione di ulteriore arricchimento del portale del Patrimonio Culturale dell'Emilia Romagna (http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/samira/v2fe/index.do), ove è già possibile navigare tra i luoghi culturali e le testimonianze materiali del patrimonio regionale, ma non erano ancora annoverati i siti archeologici. A questi ultimi si affiancheranno schede di approfondimento culturale su eventi, personaggi, strade e fonti storiche, così da sviluppare un dettagliato quadro informativo sulla dinamica di evoluzione storica di questo quadrante del distretto adriatico.

Grazie al forte rapporto di collaborazione col Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna, è in via di progettazione un modello plurilingue di portal technology per facilitare l'accesso ad archivi digitali e basi di dati multimediali mediante la visualizzazione scientifica in 3D dei dati in ambiente immersivo. Pur rappresentando una sperimentazione prototipale, lo sviluppo di simili tecnologie contiene però già in sé l'idoneità a un'applicazione su scala più ampia rispetto all'area di competenza di PArSJAd. Con azioni condivise si vuole anche costruire un contesto di riferimento coerente nella pianificazione urbanistica e ambientale e nello scambio di buone pratiche e modelli operativi per la valorizzazione delle aree archeologiche. Legato a quest'ultimo aspetto è pure l'impegno nell'impostazione di progetti didattici e di formazione al fine di realizzare una comune rete educativa sul patrimonio archeologico tangibile e intangibile, attraverso l'elaborazione di linee-guida e strumenti online.

Al termine del progetto, una guida del Parco, coordinata dall'IBC, elaborerà e presenterà le conoscenze, i dati, le informazioni complessivamente acquisiti, rimanendo a disposizione di tutti come strumento permanente di conoscenza e di divulgazione di questa realtà che ha rappresentato nel mondo antico uno snodo cruciale per le relazioni economiche, sociali e culturali tra Occidente e Oriente.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2011 - N.42]

Fin dalla sua nascita l'IBC ha dedicato grande attenzione al tema delle acque e del loro corso naturale e artificiale

Massimo Tozzi Fontana - Istituto Beni Culturali

È del 1984 la mostra, il volume (I mulini ad acqua della valle dell'Enza, a cura di W. Baricchi, F. Foresti, M. Tozzi Fontana, Dossier IBC n. 20, Grafis) e il cortometraggio dedicati ai mulini della valle dell'Enza che, in discreto numero, erano ancora attivi a quei tempi. Il bacino idrografico compreso tra i territori parmense e reggiano fa da cornice a uno studio approfondito su vari piani: la geografia antropica, la storia dell'economia e della tecnica, l'osservazione tecnologica, la linguistica e la dialettologia; la rappresentazione grafica e fotografica. Sotto quest'ultimo aspetto si è tentato di proporre un metodo di trascrizione fotografica del ciclo produttivo dei mulini alimentari a palmenti, seguendo il percorso dell'acqua dall'ingresso nell'opificio all'uscita. La ricerca prende le mosse da una ricognizione, a scala regionale, sulla cartografia IGM, degli impianti idraulici corrispondenti alle varie industrie. Dal confronto è emersa una sostanziale analogia, come numero di impianti censiti, tra la valle dell'Enza e quelle degli altri affluenti di destra del Po, a dimostrazione di una intensa, secolare attività molitoria che ha iniziato a declinare solo nel secondo dopoguerra.
Il fiume Po è stato al centro di due approfondimenti: il primo, nel 1999, dedicato alla cantieristica tradizionale (Imbarcazioni e navigazione del Po, a cura di F. Foresti, M. Tozzi Fontana, CLUEB), ha preso in esame, in particolare, il cantiere navale della famiglia Chezzi, costruttori di imbarcazioni da tre generazioni, a Boretto, presso Reggio Emilia. Proprio a Boretto si trova a tutt'oggi il principale centro operativo per il controllo del fiume. Dall'indagine, centrata sul racconto dei fratelli Chezzi, è emerso che la progettazione non aveva una base grafica né l'esecuzione era preceduta da una qualche riflessione che non fosse puramente verbale o gestuale. La meticolosità degli artefici, impegnati nel produrre "a regola d'arte", si fondava su un'empiria quotidiana, sui gesti e sulle parole tradotti in leggi rigide, anche se non scritte né rappresentate graficamente.
Il secondo approfondimento sul Po ha preso le mosse nel 2008 da un progetto europeo dedicato alla valorizzazione del patrimonio culturale delle regioni solcate dai grandi fiumi europei. Tra i temi trattati nel volume (Indagini sul Po, a cura di P. Orlandi, M. Tozzi Fontana, CLUEB) si ricorda innanzitutto il cibo, nei suoi molteplici aspetti economici (dalla produzione al consumo), antropologici (i legami con la religione, le tradizioni culturali e climatiche), sociali (il convivio nelle sue diverse valenze), dal passato remoto a oggi; le abitazioni e i modi di edificare del Po, da una parte per conservare la memoria di un mondo che non esiste più, ma dall'altra con l'intento di incoraggiare una politica di recupero mirata su poche e selezionate testimonianze; infine, ancora la cantieristica tradizionale, con un contributo, questa volta, di taglio storico. La ricerca ha affrontato inoltre il tema dello sfruttamento indiscriminato, dei colpi mortali inferti all'ambiente negli ultimi cinquanta anni, e delle occasioni mancate sul fronte dell'utilizzo del fiume come via di comunicazione. Questo tema è attraversato dalle dinamiche sociali e antropologiche contemporanee, determinate dai flussi migratori, dai fenomeni di inurbamento e dalle radicali trasformazioni della struttura produttiva e delle modalità costruttive e abitative. Arricchisce il quadro una raccolta di testi letterari e immagini sottolineata e rafforzata dalle fotografie di Giovanni Zaffagnini e Claudio Sabatino.
Sempre a proposito delle iniziative legate alle acque meritano un cenno i tre dépliants dedicati ai luoghi dell'acqua Bologna, dell'intero territorio regionale e al mare Adriatico, distribuiti in grande numero dall'IBC con il quotidiano La Repubblica nel 2000.
Per concludere si ricorda una delle iniziative più importanti: la mostra, i filmati e il volume (Bologna e l'invenzione delle acque. Saperi, arti e produzione tra '500 e '800, a cura di M. Tozzi Fontana, Editrice Compositori, 2001) realizzati in occasione dell'evento Bologna 2000 capitale culturale europea, e, parallelamente, il coordinamento dei lavori del comitato scientifico per il costituendo centro di documentazione delle acque bolognesi presso l'antica Pellacaneria della Grada, dal 2003 a oggi. Il compito di questa nuova istituzione sarà di fare conoscere nel modo più completo possibile la storia idraulica bolognese e la possibilità concreta di una sua riscoperta.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2012 - N.43]

LEM - The Learning Museum è un progetto europeo di rete che vede coinvolti numerosi ed eterogenei partner coordinati dall'IBC

Margherita Sani - Istituto Beni Culturali

In un momento di profondi cambiamenti nella società, quali scelte deve intraprendere il museo per evitare uno sterile arroccamento in uno scenario, anche culturale, divenuto oramai globale? Quale sistema di sinergie deve porre in atto per realizzare un più ampio scambio e arricchimento professionale, a livello oramai necessariamente internazionale, fra quanti lavorano, a vario titolo, nei musei?
Una risposta è rappresentata da LEM - Learning Museum (www.lemproject.eu), un progetto europeo di rete aperta che intende creare uno spazio permanente di scambio e confronto per gli educatori museali e gli educatori degli adulti che vede coinvolto, fra i partner italiani, l'Istituto per i Beni Culturali. Alla rete, che oggi conta 38 istituzioni presenti in 20 Paesi Ue e statunitensi, possono aderire sia singoli musei che reti di musei, o organizzazioni culturali interessate all'educazione degli adulti, alle politiche culturali, all'audience development.
Dall'avvio del progetto, nel novembre 2010, LEM ha acquisito 29 nuovi partner tra musei, istituzioni culturali, università, centri di ricerca, fondazioni, che non appartenendo alla rete al momento della sua istituzione, sono state qualificate come Partner Associati. Tale qualifica non ha comportato per essi, nè per eventuali nuovi partner, alcun costo e permette di godere sul sito LEM della stessa visibilità dei Partner a pieno titolo, di partecipare ai Gruppi di lavoro, di accedere alle esperienze di mobilità. Inoltre è permesso l'accesso all'area riservata del sito, dove vengono caricati i materiali di lavoro prodotti dai diversi Gruppi di lavoro e dove si concentrano le discussioni più interessanti a livello professionale.
È proprio lo scambio di esperienze tra istituzioni internazionali, realizzato per mezzo di una rete aperta fra organizzazioni - non solamente museali - attive in vari paesi, il nucleo portante di questo progetto che permette esperienze di soggiorno (che vanno da due settimane a tre mesi) in forma di visite di studio, periodi di stage o di job shadowing presso realtà museali partner del progetto al fine di poterne toccare concretamente con mano l'organizzazione, seguendo i colleghi stranieri nel loro lavoro e collaborando con essi, ponendosi nella reciproca prospettiva dello scambio, del confronto delle esperienze e non in quello dell'insegnamento/apprendimento passivo.
Non a caso il peer learning rappresenta una risorsa fondamentale per i professionisti del settore museale che LEM propone per mezzo di visite di studio presso i partner di progetto, che si rendono disponibili ad ospitare i colleghi, e grazie ai gruppi di lavoro tematici (www.lemproject.eu/WORKING-GROUPS ) su cinque temi specifici: "Nuove tendenze per i musei del XXI secolo", "Musei e popolazione che invecchia", "Ricerca sul pubblico, stili di apprendimento e visitor relation management", "Musei come luoghi di apprendimento", e "Dialogo interculturale".
Vista l'estensione geografica della rete e l'eterogeneità dei suoi Partner, il lavoro di ricerca e approfondimento dei cinque gruppi, ciascuno coordinato da un Partner e da un tutor IBC, è organizzato su un modello decentralizzato, suddiviso per gruppi di interesse, ai quali i partecipanti alla rete aderiscono liberamente sulla base delle tematiche che sentono più vicine ai propri interessi. I cinque gruppi godono di completa libertà per quanto riguarda l'organizzazione del programma di lavoro e hanno un budget per le visite di studio, di cui dispongono in autonomia. Fra le azioni messe in atto vi è l'organizzazione di incontri, lo scambio di materiali, lo studio di casi, l'approfondimento delle migliori pratiche educative, producendo poi report delle proprie attività nel corso dello svolgersi del progetto.
Parte integrante e non secondaria del progetto è il sito, ricco di informazioni, ma che conta anche sull'apporto di chiunque proponga contributi e materiali purchè in linea con le tematiche di cui si occupa LEM.
Il progetto LEM, che si concluderà nell'ottobre 2013, è finanziato dal Programma Lifelong Learning Grundtvig e dall'Unione Europea. I musei dell'Emilia Romagna possono diventare Partner Associati del progetto LEM seguendo le istruzioni disponibili su http://www.lemproject.eu/the-project/associate-partners/become-an-associate-partner

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2012 - N.44]

Un progetto, un network e un convegno per un'archeologia di respiro europeo

Romina Pirraglia - Collaboratrice IBC - Progetto ACE

ACE è un progetto europeo finanziato all'interno del programma Culture 2007-2012. L'IBC, subentrato al MiBAC nel 2011, è l'unica istituzione italiana ad aver preso parte al progetto insieme ad una dozzina di altri partner provenienti da 10 paesi della UE (Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Grecia, Ungheria, Belgio, Olanda e Polonia).
ACE ha inseguito il duplice obiettivo di promuovere l'archeologia a livello europeo nelle sue attuali dimensioni culturali, scientifiche, economiche e comunicative, e allo stesso tempo di realizzare un network tra le diverse istituzioni (universitarie, pubbliche e private) impegnate nei vari ambiti dell'archeologia contemporanea.
Non a caso infatti il titolo (quasi ossimorico) del progetto richiama la necessità di ripensare al ruolo e alla collocazione nell'archeologia nella realtà odierna, caratterizzata sì da una fase storica recessiva che vede le poche risorse finanziarie disponibili spesso privilegiare ambiti altri rispetto a quello culturale, ma che fornisce anche l'opportunità di ripensare a una gestione più sostenibile del nostro patrimonio, che magari possa coinvolgere − perché no? − tutti i cittadini europei.
Non può essere ignorato come negli ultimi decenni il rilancio di grandi operazioni di infrastrutturazione, generalizzato in tutto il continente, abbia avuto un forte impatto sul patrimonio archeologico, amplificando latenti problemi di lunga data, inerenti sia l'efficacia dei diversi sistemi di tutela che lo stesso ruolo professionale dell'archeologo.
Nel cercare proposte e soluzioni concrete a tali problemi i partner della rete ACE hanno condotto ricerche, attività di documentazione e di diffusione lungo quattro assi tematici, ciascuno sviluppato nel proprio contesto internazionale: la ricerca del significato del passato; le pratiche comparative nell'archeologia; la professione dell'archeologo; il contatto con il pubblico e la diffusione dell'archeologia.
Per approfondire e connettere tra loro gli ultimi due aspetti, in particolare, è stata realizzata la mostra Working in archaeology / Mestiere di archeologo, con le immagini del fotografo Pierre Buch scattate nei paesi aderenti ad ACE, tese a illustrare le varie realtà e i molteplici aspetti di una professione tanto complessa per gli addetti ai lavori e per chi aspiri a diventarvi, quanto stereotipata nell'immaginario comune.
L'esposizione di 40 immagini selezionate, strutturata in più sezioni (scavare - registrare - analizzare - conservare - raccontare), ha restituito un'istantanea di come gli archeologi si trovino ad operare quotidianamente. Inaugurata a Parigi nel novembre 2011, nel corso del 2012 la mostra era visitabile in altri nove paesi europei; in Italia, a cura di IBC, è stata ospitata al Salone del Restauro di Ferrara, al Festival del Mondo Antico di Rimini, presso il Museo La Regina di Cattolica e i Musei di San Domenico a Forlì.
La fase finale del progetto ha invece visto l'organizzazione del convegno internazionale Vent'anni dopo Malta. L'archeologia preventiva in Europa e in Italia, sotto la direzione scientifica di Maria Pia Guermandi (responsabile ACE per IBC) e del capofila del progetto INRAP (Institut National de Recherches Archèologiques Préventives) tenutosi il 19 ottobre scorso, presso la sede dell'École française de Rome.
I vent'anni dalla promulgazione della Convenzione de La Valletta per la tutela del patrimonio archeologico - tuttora non ratificata dall'Italia - e i quaranta trascorsi dalla Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale hanno costituito l'occasione per un bilancio e una riflessione sullo sviluppo metodologico e sull'evoluzione normativa che ha interessato l'archeologia preventiva europea in questo lungo arco di tempo. Il coinvolgimento di rappresentanti dell'UNESCO, del MiBAC, delle Università italiane, dell'Associazione Nazionale Archeologi, nonché del Landesamtfür Archäologie Sachsen, della Leiden University e dell'English Heritage ha permesso un proficuo confronto tra le diverse esperienze europee, verificando come − pur nella diversità dei contesti istituzionali e sociali − la ricerca di strumenti comuni per affrontare le nuove sfide di chi oggi si occupa della tutela e dello studio del patrimonio archeologico sia tutt'altro che vana.
Nel corso del convegno, infine, è stato presentato in anteprima il video Archeologi: una professione in trincea realizzato a cura dell'IBC a partire dalle interviste effettuate in Emilia-Romagna ai diversi attori del settore (collaboratori a progetto, titolari di ditte private, soci di cooperative, liberi professionisti, operatori museali, operatori didattici, sindacalisti, studenti e docenti universitari di Archeologia, funzionari della Soprintendenza), presto disponibili e scaricabili dal sito IBC. Le interviste non hanno tralasciato le spinose questioni relative alle tipologie contrattuali, alle retribuzioni medie orarie, alle recenti mobilitazioni dei professionisti precari: perchè l'apatia e la rassegnazione possono essere di tutti, ma non degli archeologi contemporanei.
www.ace-archaeology.eu

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2012 - N.45]

Prosegue l'impegno dell'IBC al Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea di Faenza

Lidia Bortolotti - Istituto Beni Culturali

Nelle sale neoclassiche del palazzo voluto dal conte Ludovico Laderchi, sede del Museo faentino, si espongono nuovi cimeli che fino a qualche tempo fa uno stato conservativo precario li rendeva inadatti alla fruibilità del pubblico. Si tratta di quattro giubbe militari d'età risorgimentale e di una sontuosa poltrona appartenuta al primo sindaco faentino post unitario. Il restauro recentemente concluso è stato realizzato con un finanziamento regionale erogato ai sensi della L.R. 18/2000 e conclude l'impegno che l'IBC ha portato avanti per il museo nell'arco dell'intero piano triennale 2008-10 della citata legge.
Nel corso delle prime due annualità sono stati restaurati i ritratti d'illustri personaggi quali Francesco e Achille Laderchi, di autore ignoto e l'Autoritratto di Michele Chiarini, oltre a un primo nucleo di incisioni, bandi e disegni. Successivamente ancora opere pittoriche, sette in tutto sia ritratti che raffigurazioni di eventi risorgimentali, per la maggior parte oli su tela o altri supporti: tra cui il Ritratto dell'Ingegner Rubaldini di ignoto; la Veduta della Piazza di Faenza durante i festeggiamenti per la proclamazione della Repubblica Romana di F. Rav (1887-88), e si è intervenuti su un secondo lotto di documenti cartacei: proclami, provvedimenti, notifiche, disposizioni, stampe e bandi ecc. (XVIII-XIX sec.).
Il restauro delle quattro giubbe militari - da ussaro, della Guardia Nazionale, della Cavalleria garibaldina e una in panno azzurro - ha permesso il recupero di oggetti di notevole interesse e fortemente evocativi, tra queste significativa, e impegnativa sotto il profilo del restauro, è risultata quella da ussaro. Quella degli ussari era una specialità della cavalleria, propria di numerosi eserciti europei, il cui nome deriva dall'ungherese huszar, ventesimo, traendo origine dalla consuetudine di arruolare un cittadino su venti praticata in Ungheria nel XV secolo, nel corso delle frequenti mobilitazioni contro i turchi. Tale corpo militare venne poi definendosi alla fine del Seicento in Francia, Napoleone lo sviluppò ulteriormente per un impiego veloce e spregiudicato di ricerca e attacco dell'avversario.
Quella conservata a Faenza è una giubba da 'Ussaro di Piacenza' appartenuta a Luigi Baldi, in panno di lana nero è decorata con un cordone rosso sul petto, sulle maniche, sulle spalle e sui fianchi. Corta, arriva fino alla vita, presenta sul fronte il cordone disposto a doppio in diciassette file parallele che si uniscono all'estremità vicino alle maniche con un intreccio a piccoli "cerchi". Sul lato sinistro i cordoni formano delle asole per permettere la chiusura della giacca con bottoni di metallo di forma quasi sferica. Quindi le file di cordone sono decorate con una doppia serie di bottoni, simili a quelli della chiusura: una cucita a metà dei cordoni e una all'estremità dove si forma l'intreccio decorativo. La stessa passamaneria della chiusura profila il bordo inferiore e il colletto alla coreana della giubba, inoltre crea un intreccio alla fine della manica. L'intreccio è quindi sovrastato da un nastro in lana color ocra disposto a creare una V rovesciata che probabilmente determina il grado militare. Anche sulle spalle e sul retro della giubba, in prossimità dei fianchi è presente un altro intreccio decorativo a girali. Sulla spalla sinistra si trova una spallina di cordone fermata con un bottone, mentre sulla destra vi è una decorazione realizzata con cordoncino e due nappe in filato metallico argentato e seta rossa.
La situazione conservativa della giubba era, tra le quattro, di certo quella più problematica, molto sporca e impolverata, con gore dovute all'umidità e macchie di ruggine, il panno presentava piccoli fori dovuti all'attacco di tarme e un ampio taglio mal rammendato su una manica. La passamaneria era in pessimo stato, il filato di rivestimento era andato perduto in molte zone lasciando a vista l'anima in fibra vegetale, anche il nastro risultava abraso. Le restauratrici hanno provveduto in primo luogo a un'accurata pulizia e alla rimozione dei vecchi rammendi. Si è proceduto al consolidamento e alla chiusura dei fori presenti (intervenendo in modo differenziato a seconda delle dimensioni) e delle cuciture aperte. Il cordone della passamaneria è stato opportunamente consolidato e integrato con materiali adeguati riproponendone l'aspetto esterno evitando l'invasività che sarebbe derivata da una riproposta dell'originale peraltro impossibile da eseguire.
Notevole infine il recupero dell'imponente poltrona in legno intagliato con parti imbottite e tappezzate della seconda metà dell'Ottocento.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2013 - N.46]

Tessuti, abiti, dipinti in due mostre a Modena e Bologna promosse dall'IBC

Iolanda Silvestrini, Marta Cuoghi Costantini - Istituto Bni Culturali

L'IBC ha promosso di recente due eventi dedicati al tema del tessile e della moda, aperti in due contesti differenti, il Museo Civico d'Arte di Modena e il Museo Civico di Bologna.
L'evento modenese Museum in Fashion/MIF è stato inaugurato a maggio con una sfilata di moda e una mostra aperta fino al 14 luglio 2013. Sfilata e mostra espongono gli esiti finali del progetto europeo Comenius che ha visto lavorare in partnership per due anni consecutivi di formazione sul campo giovani provenienti da quattro istituti professionali superiori d'arte italiani, finlandesi, turchi e rumeni con i Musei del Costume delle quattro diverse

nazionalità: il Museo Civico d'Arte di Modena (Italia), il KH Renlund Museum di Kokkola (Finlandia), il Kent Müzesi di Bursa (Turchia) e il Museum Casa Muresenilor di Brasov (Romania). Gli studenti hanno studiato e copiato i materiali e le tecniche sartoriali di capi storici dei rispettivi musei di appartenenza, e hanno poi creato nuovi outfit ispirati ai modelli antichi e alle tendenze della moda contemporanea. I loro lavori costituiscono la prima sezione della mostra Per un Diagolo Europeo tra Giovani e Moda. Un nucleo di abiti e accessori dei secoli XVIII-XX dei Musei Civici restaurati con i finanziamenti dell'IBC dal laboratorio RT Restauro Tessile di Albinea (RE), compone, invece, la seconda sezione della mostra C'è Moda e Moda... dall'abito aristocratico all'abito "uniforme". Abiti restaurati dei secc. XVIII, XIX, XX delle collezioni museali. Lo studio e il restauro dei materiali individuati per questa seconda sezione su un fondo di ben 250 pezzi sono confluiti in una piccola guida a stampa curata da Lorenzo Lorenzini e Iolanda Silvestri. L'iniziativa modenese tenta di dare sostanza a una proposta innovativa radicata nella contemporaneità, partendo dal passato per poi puntare al futuro e avere come protagonisti, i giovani e la moda, da un lato, l'interculturalità e lo scambio dei saperi, dall'altro. Un modello vincente poiché cerca di dare risposte consone e aggiornate alle istanze della globalizzazione, puntando a due obiettivi di sviluppo: i giovani con le loro aspettative di crescita culturale, economica, sociale e la ricerca applicata all'arte, all'industria e all'artigianato. Una sfida quella modenese che punta a rafforzare la propria riconosciuta leadership nazionale in materia di programmi d'inclusione sociale e di attenzione ai temi interculturali, anche in un ambito specifico d'intervento come quello del fashion. Un obiettivo ambizioso e lungimirante da parte di un'istituzione locale che persegue la migliore offerta culturale e gestionale possibile, per garantire gli standard di qualità museali regionali approvati nel 2003.

Complementare all'evento modenese è la piccola mostra Sete fruscianti, sete dipinte interamente dedicata al tema poco frequentato dei tessuti antichi che i visitatori del Museo Civico Medievale di Bologna potranno visitare fino al prossimo 29 settembre negli spazi del lapidario. La rassegna, curata da Silvia Battistini, Massimo Medica e Marta Cuoghi Costantini, si sviluppa in un breve ma denso percorso di visita dove trovano spazio una selezione di manufatti tessili esemplificativi dell'importante fondo conservato nel museo bolognese, alcuni importanti dipinti di raffronto e una recente acquisizione, un completo maschile da gala della fine del sec. XVIII appartenuto a una nota famiglia bolognese. Un sintetico ed essenziale corredo esplicativo, puntualmente ripreso in una piccola guida a stampa, presenta le opere esposte oltre ai primi importanti risultati di un articolato programma di valorizzazione avviato già da qualche anno proprio sull'inedito fondo tessile. Fasi salienti del progetto di lavoro sono state la catalogazione informatizzata dei tessuti che andrà a implementare il Catalogo del Patrimonio Culturale della Regione Emilia-Romagna e un intervento di manutenzione straordinaria che ha consentito di affrontare la pulitura e la messa in sicurezza della totalità dei manufatti pur salvaguardando il loro ordinamento storico. Il progetto approderà all'allestimento di una nuova sezione espositiva, la Sala Tessuti. Promotore dell'iniziativa oltre al Museo è l'IBC, che ha partecipato sin dall'inizio al progetto di valorizzazione del fondo tessile bolognese con un ragguardevole impegno finanziario e la fattiva collaborazione di diversi funzionari. Quest'ultimo aspetto attribuisce un "valore aggiunto" al lavoro realizzato poiché in tempi di pesanti ristrettezze economiche come l'attuale la fattiva collaborazione fra enti e istituzioni rappresenta forse l'unica via praticabile per condurre in porto iniziative complesse come la valorizzazione e il recupero dei beni museali. La piccola mostra bolognese documenta dunque un'operazione di carattere museografico e un modello di gestione virtuoso.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2013 - N.47]

Con questo slogan è partita nel settembre scorso l'avventura dell'IBC sul noto social media 

Beatrice Orsini - Istituto Beni Culturali

Informare e promuovere in modo efficace le varie iniziative organizzate dall'Istituto sul territorio regionale sono i principali obiettivi della pagina Facebook, integrata e supportata dal sito istituzionale www.ibc.regione.emilia-romagna.it.
La principali notizie che escono nella home page del sito e nelle nostra newsletter, si trovano postate nella pagina, con informazioni flash relative all'evento e sempre corredate da un'immagine. Per ulteriori approfondimenti si inserisce il link che rimanda alla pagina istituzionale dell'evento (nel caso di seminari o convegni, sul sito vengono riportate le informazioni necessarie per procedere con le iscrizioni).
Grazie al nostro ampio patrimonio fotografico, implementato in modo costante attraverso la professionalità dei fotografi IBC e la preziosa collaborazione delle istituzioni museali che mettono a nostra disposizione le loro risorse, siamo riusciti a pubblicare sulla nostra pagina molti interessanti album: dalle foto di restauro (il piccolo Crocefisso anatomico del Museo di San Martino in Rio (Re), gli abiti delle mummie di Roccapelago (Mo), le decorazioni e i soffitti lignei della Rocca di San Martino in Rio e ancora il restauro delle decorazioni della loggia della Rocca di Dozza (Bo), a quelle dei musei di qualità (Museo dell'agricoltura e del mondo rurale di San Martino in Rio, le Case degli artisti), al "diario di cantiere" allestito presso la Galleria Ricci Oddi di Piacenza, alle foto scattate nella Bologna sotterranea dei rifugi antiaerei.
Molto ricca è inoltre la sezione dedicata alle foto dei nostri numerosi eventi come le inaugurazioni di mostre o le presentazioni di volumi o ancora i convegni. In questi ultimi giorni il fulcro delle nostre informazioni è il progetto "Io amo i beni culturali", che ha coinvolto ben 270 enti presenti sul territorio regionale con la creazione di 67 progetti di cui 39 per la sezione musei e 28 per la sezione archivi.
Non potevamo inoltre mancare alla Festa degli alberi 2013, manifestazione promossa dal Comune di Bologna, Fondazione Villa Ghigi e Urban Center Bologna. Direttamente dagli scatti di uno dei nostri fotografi si possono apprezzare i particolari della stanza "boschereccia" realizzata da R. Fantuzzi nel 1810 al pianterreno di Palazzo Hercolani a Bologna, in Strada Maggiore n 45 (Facoltà di Scienze Politiche). Una sala dalla pareti curve, interamente dipinta con platani, querce e pini, un immenso giardino le cui fronde si incontrano al centro del soffitto e fanno da sfondo alla copertina del volume di prossima uscita "Verde Maestà. L'albero tra simboli, miti e storie". A questa occasione è legato anche il piccolo concorso no profit dal titolo "L'albero del cuore" per coinvolgere e sensibilizzare il nostro pubblico sull'importante tema della salvaguardia degli alberi: in palio ci sono 5 copie del volume sugli alberi!
Siamo inoltre partiti con rubriche relative ad alcuni progetti come il diario di cantiere relativo al lavoro di monitoraggio presso la Galleria Ricci Oddi di Piacenza, che procede a stretto contatto con il personale della Galleria e la restauratrice, la quale si occupa di monitorare le condizioni di salute dei dipinti presenti in alcune delle sale e riversare i dati nelle schede create appositamente all'interno del Catalogo del Patrimonio IBC.
All'interno della pagina trovano inoltre spazio le numerose iniziative promosse dalla Biblioteca G. Guglielmi. Nel salone d'onore, in una meravigliosa cornice affrescata con scene tratte dall'Eneide, vengono organizzate conferenze su vari temi come "I mestieri della cultura", il racconto del censimento fotografico dei centri storici e delle architetture rurali degli Appennini realizzata da Paolo Monti (1908-1982) fino ad arrivare ai racconti di quando, quelle stesse sale, ospitavano casa Gazzoni immortalate nelle foto del fotografo Massimo Listri.
Recentemente la pagina facebook è stata supportata, per il caricamento dei video, dall'apertura di un canale istituzionale su Youtube, che si prevede di ampliare nel corso del tempo, per rendere maggiormente fruibili i numerosi video prodotti dall'IBC.
Inutile dirlo: seguiteci su Facebook, perché le sorprese non mancheranno!

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2013 - N.48]

Un bilancio positivo del progetto PArSJAd coordinato dall'IBC

Fiamma Lenzi - Istituto Beni Culturali

Giunge in questi giorni alla sua naturale conclusione il progetto di cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia PArSJAd che, attraverso una serie di azioni e iniziative convergenti sulla pianificazione, promozione e valorizzazione condivise della risorsa archeologica presente nell'arco territoriale fra la costa emiliano-romagnola e l'Istria slovena, intendeva porre le basi per la costituzione di un Parco Archeologico dell'Alto Adriatico, uno spazio geografico caratterizzato da una diffusa molteplicità di elementi culturali e ambientali comuni, ma mai sinora oggetto di un'analisi congiunta.
È dunque tempo per un primo bilancio, filtrato - in considerazione della sede che ci ospita - in prospettiva tutta ravennate, a cominciare da quanto è stato realizzato da due partner: il Comune di Bagnara e quello di Russi. L'impegno del primo si è indirizzato all'implementazione di una piattaforma web multimediale (http://www.bagnaraturismoalcastello.it/), di supporto alle postazioni informatiche attive presso il Museo del Castello e ai totem touch screen distribuiti sul territorio, che mette a disposizione un ricco corredo informativo sulla storia e le locali evidenze culturali, integrato con una visita virtuale della Rocca Sforzesca e del museo stesso. A Russi l'attenzione operativa si è concentrata sulla cosiddetta "realtà aumentata", con l'approntamento di un'app per dispositivi mobili che accompagna i visitatori lungo un itinerario di congiunzione fra le principali realtà culturali del luogo: la villa romana, il Museo civico e il Palazzo S. Giacomo.
A corollario della consolidata attività di catalogazione del patrimonio archeologico nelle sue varie declinazione, l'IBC ha invece messo in programma diversi altri output. La conservazione e la trasformazione delle risorse alimentari, dalla preistoria alla modernità, è il soggetto di un DVD multimediale (http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/static/amphora/index.html), che collega fra loro, musei, aree archeologiche, centri urbani e complessi storici ove si custodiscono reperti e testimonianze di ogni epoca attinenti a questo tema. L'offerta di approcci tematici diversi (i luoghi, le tecniche, l'acqua, le ricette, i giochi e le curiosità) e le proposte di approfondimento consentono all'utente di personalizzare il proprio percorso e di scoprire le singole realtà grazie a brevi testi esplicativi, foto, piante, sezioni e, in alcuni casi, filmati e piccole rielaborazioni 3D.
Grazie alle opportunità offerte dall'ICT e dalla realtà virtuale alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio archeologico l'IBC e il team congiunto del DiSCi - Dipartimento di Storie, Culture, Civiltà, Sezione di Archeologia dell'Ateneo bolognese e del CINECA hanno poi predisposto una specifica applicazione per accedere in modo semplice e attrattivo a informazioni georeferenziate "navigando" un territorio definito e visualizzando i dati nella loro distribuzione e correlazione spaziale e geofisica. Si è cercato inoltre di sviluppare la possibilità di una navigazione e di una consultazione dei dati con accesso attraverso modelli tridimensionali standardizzati o costruiti ad hoc come il modello virtuale navigabile della villa romana di Russi (http://3d-test.cineca.it/files/PARSJAD/public/applications/PARSJAD/).
Chiude la rassegna "Per antiche vie. Guida al Parco Archeologico dell'Alto Adriatico", baedeker bilingue ove, mirando al superamento delle moderne barriere geo-politiche, si svela e divulga senza artificiose frammentazioni la ricchezza complessiva della risorsa archeologica racchiusa nel quadrante areale del progetto. Vi si ripropongono in chiave itineraria undici antichi tracciati, consolidatisi in età romana, che possono considerarsi una testimonianza fra le più eloquenti dei rapporti allacciati nei secoli dalle due sponde dell'Adriatico (http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/I/libri/pdf/Per_antiche_vie.pdf). Lungo le direttrici disegnate ora dalla via Popilia, dalla tappa di Cervia sino al caput viae di Adria, ora dal tragitto per Padum alla volta di Ravenna e, infine, dalla via Faentina attraverso la valle del Lamone sfilano luoghi archeologici, musei, siti puntiformi, monumenti e aree di elevato interesse paesaggistico e ambientale, quali pregnanti capisaldi dell'avvicendarsi di epoche e civiltà entro lo spazio fisico e geografico che ne è stato il fondamentale scenario.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2014 - N.49]

Dal 4 ottobre a Ravenna una mostra sulle radici culturali dell'Europa

Maria Pia Guermandi - Istituto Beni Culturali

Anno cruciale questo 2014 per l'Europa: oltre alla scadenza elettorale dagli esiti problematici e che ha formato gli organismi politici dell'Unione su basi completamente nuove, sul piano, apparentemente più tranquillo, della ricerca storica, questo è anche l'anno di un anniversario di particolare rilievo: il 28 gennaio 814 moriva Carlo Magno.
Da molti considerato come uno degli antesignani dell'unità europea, perché artefice di quel Sacro Romano Impero che si poneva in ideale continuità con l'impero romano, in realtà la sua costruzione politica fu da subito incrinata da divisioni che si prolungarono nei secoli, sul piano politico e religioso.
Milleduecento anni dopo, un progetto europeo - CEC, Cradles of european culture, finanziato dalla comunità europea nell'ambito del programma Culture - e una serie di eventi cercano di raccontare la storia dell'eredità di quell'impero, a partire dall'epoca immediatamente successiva, quella degli imperatori Ottoni fino al secondo dopoguerra e al crollo del Muro di Berlino.
L'IBC, come unico partner italiano del progetto, è fra i curatori della mostra internazionale che ha coinvolto 10 partners europei, ed è stata inaugurata l'8 maggio scorso a Ename, alla presenza del presidente del Consiglio d'Europa, Herman van Rompuy.
Dopo secoli di lotte sanguinosissime, derivate anche da abusi nefasti della storia, dalle ceneri della tragedia bellica rinasce il sogno di un'Europa unita, ispirato al motto unity in diversity. In realtà, fra le molte radici vere e presunte dell'unità europea, l'unica che abbia una reale continuità storica è quella culturale.
È il patrimonio culturale che costituisce il fil rouge che lega le vicende della storia europea. Ed è su quel patrimonio che si concentra sia la ricerca del team IBC a Ename, che l'edizione italiana della mostra, che avrà carattere didattico e sarà ospitata a Ravenna dal 4 ottobre prossimo. Imperiituro - allestita in collaborazione con il Comune di Ravenna e la Fondazione RavennAntica - avrà per tema la Renovatio Imperii, cioè la trasmissione dell'idea imperiale che dall'antichità si prolunga fino all'Europa di Carlo Magno e degli Ottoni e arriva ai giorni nostri, attraverso il patrimonio culturale di Ravenna che è una vera cerniera nel tempo (dall'Antichità al Medioevo) e nello spazio (da Roma e Bisanzio verso l'Europa continentale).
Ospitata nelle due sedi del museo TAMO e della Biblioteca Classense, la mostra si articola in diverse sezioni: Carlo Magno e l'Italia, Gli Ottoni, Ravenna e l'Italia, Il ruolo della tradizione classica e la circolazione dei modelli in epoca ottoniana a TAMO, dove sarà illustrato il ruolo di Ravenna come punto di riferimento culturale per Carlo Magno nella sua impresa di trasformare Aquisgrana nella Roma secunda e poi per gli Ottoni, come dimostra il sito archeologico di San Severo a Classe. Grazie a Carlo Magno e agli imperatori della dinastia ottoniana, Roma riacquistò un ruolo centrale nella politica e nell'immaginario europei, anche attraverso la mediazione di Ravenna.
Alla Biblioteca Classense, invece, attorniati dalle immagini dei rappresentanti imperiali di età ottoniana, arrivate a noi attraverso grandi esempi di miniatura provenienti dalle Biblioteche d'Europa, si espongono nell'Aula Magna dell'antico monastero camaldolese importanti e vetusti documenti della politica degli Ottoni a Ravenna, in collaborazione con i ravennati Archivio di Stato, Archivio storico comunale e Archivio arcivescovile. E assieme, esemplari classensi delle prime testimonianze della storiografia ravennate e le immagini della città e dei suoi monumenti nell'opera di Vincenzo Coronelli, testimoniano di un'idea dell'antica Ravenna, sopravvissuta nella memoria collettiva fino ad oggi.
Per avvicinare i giovani ai temi del progetto, è stata organizzata una sezione della mostra, Disegnare il Medioevo che, lungo il Corridoio Grande della Classense, esporrà i lavori di alcuni illustratori realizzati per l'occasione e ispirati al periodo storico di cui si occupa Imperiituro. Inoltre l'IBC, attraverso una sezione speciale del proprio concorso "Io amo i beni culturali", ha finanziato due progetti elaborati da scuole medie assieme ad istituzioni culturali del territorio ravennate i cui risultati saranno illustrati in mostra, a TAMO.
Imperiituro, che chiuderà il 6 gennaio 2015, sarà accompagnata da una serie di eventi, fra cui un ciclo di conferenze, mirato a esplorare l'importanza del patrimonio culturale nella costruzione dell'idea europea, non solo dal punto di vista storico, ma da quello civile: un'Europa dei popoli e non delle nazioni.
Info: www.imperiituro.eu


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2014 - N.50]

Le artiste Silvia Camporesi e Valentina D'accardi sono le protagoniste del progetto "Vie di dialogo/4"

Claudia Collina - Istituto Beni Culturali

Una collaborazione tra istituzioni pubbliche per la conoscenza, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio artistico della contemporaneità presente sul territorio regionale, al fine di sostenere sempre più l'integrazione nella società della pluralità di espressioni artistiche odierne, con un'offerta culturale scientificamente qualificata e un incremento delle collezioni d'arte contemporanea sul territorio regionale, ma soprattutto "un singolare osservatorio, che non intende sancire graduatorie di valore, semmai analizzare alcuni casi emblematici del panorama artistico, per acquisire e affinare gli strumenti della conoscenza per comprendere gli orizzonti della cultura in continua trasformazione" (A. Varni, 2014).
A cadenza biennale il progetto "Vie di dialogo" prevede il confronto espositivo, ma non solo, di due artisti che sappiano dialogare insieme attraverso il loro lavoro, parallelo e tangente, durante il processo di creazione della mostra e del catalogo, liberando nuove energie scaturite dalla reciproca collaborazione artistica; affinché "il dialogo dell'arte può così divenire anche il dialogo delle istituzioni, la 'via' di un'operosa ed intelligente collaborazione" (E. Raimondi, 2006).
La scelta degli artisti chiamati a rappresentare il panorama artistico del territorio è affidata a un comitato scientifico interistituzionale composto da Laura Carlini Fanfogna, Claudia Collina, Massimo Pulini, Davide Benati, Marco Pierini e Claudio Spadoni; la rassegna è stata inaugurata con Pinuccia Bernardoni e Antonio Violetta nel 2006 ed è stata sempre curata da chi scrive affiancata, di volta in volta, da Spadoni e Pulini, per poi proseguire con Debora Romei ed Erich Turroni, Ketty Tagliatti e Graziano Spinosi, sino ad approdare all'edizione attuale con Silvia Camporesi e Valentina D'Accardi, presso l'Ala Nuova del Museo della Città di Rimini, nell'ambito della mostra Rimini foto d'autunno e in rete con il Sì fest Savignano immagini festival 2014.
Con temi coincidenti e tecniche e poetiche differenti, entrambe le artiste lavorano su quello che Roland Barthes ha definito "spectrum", quel soggetto che la fotografia immortala e che, in questo caso, è l'enigma del tempo presente, tra passato e futuro; e, con procedimenti diversi e interventi tecnici manuali posteriori alla stampa, esse mirano alla restituzione dell'aura dell'opera, 'persa' "nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" (W. Benjamin, 1936). Camporesi realizza fotografie in bianco e nero che acquerella successivamente a matita rivitalizzando la rovina fotografata attraverso effetti surreali e sospesi; anche D'Accardi lavora in bianco e nero, intervenendo sul procedimento di stampa con risultati pittorialisti che ricordano i lavori di Julia Margaret Cameron.
Silvia Camporesi mette in scena la natura, i luoghi e gli oggetti che la abitano in paesaggi fotografici in cui la tonalità spirituale, lo simmeliano Stimmung, riflette la drammatica malinconia di abbandono, rovine, fatiscenza e solitudine, contenuta nelle sue visioni, chiare registrazioni analitiche e archivistiche dei soggetti, che vanno a comporre la narrazione del volume compendiario (tuttora in fieri) dei luoghi abbandonati del Belpaese Atlas Italiae, di cui i lavori in mostra, raccolti nella Suite Emilia-Romagna, sono solo una parte; e in cui convivono, in straordinario e armonico equilibrio, gli aspetti estremi preromantici e concettuali-oggettuali dell'età contemporanea.
Valentina D'Accardi, presentata da Massimo Pulini, racconta con l'obiettivo "favole crepuscolari", in una narrazione ove "senso e sentimento sono presi di petto, quasi con uno spirito di immolazione, in questo lavoro che riesce a scandagliare non solo una memoria individuale e ancestrale, ma anche le origini della stessa lingua fotografica [...] Valentina intende costruire i propri ricordi nei luoghi e nell'attitudine ancor prima che nella macchina, scegliendo i più adatti teatri dell'anima e preparandosi ad entrarvi come ad un appuntamento amoroso, se non col destino", incuneando la sua storia quotidiana in quell'attimo di tempo presente, sospeso tra passato e futuro, che trova le sue radici nella poetica modernista ed esistenzialista eliotiana.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2014 - N.51]

Verso un sistema museale regionale integrato: luci e ombre del recente riassetto del MiBACT

Maria Pia Guermandi - Istituto Beni Culturali

Il punto di forza dell'ultima riorganizzazione della macchina ministeriale, sia da un punto di vista mediatico, che di impatto sulla struttura del sistema di tutela, è senz'altro l'ambito museale. Nel tentativo di colmare un ritardo ormai secolare rispetto alle più avanzate realtà europee, il DPCM n. 171/2014 esprime i propri elementi di innovazione quasi esclusivamente sulla ridefinizione del comparto dei musei statali, fino a questo momento istituzioni prive di autonoma consistenza giuridica, ma semplici uffici incardinati nelle Soprin-tendenze territoriali, fatti salvi i quattro poli museali di Firenze, Roma, Venezia e Napoli.
Tentativo più che necessario che supera, meritoriamente, l'ormai stanco ritornello del legame fra museo e territorio, dogma sul quale si è mantenuto nei decenni l'attuale assetto. Concedere a istituzioni complesse come quelle museali un'autonomia gestionale e scientifica non significa - non deve significare - affatto una scissione di quel continuum che caratterizza il nostro patrimonio culturale, sinergia che potrà essere garantita da forme di coordinamento del tutto naturali all'interno di una stessa amministrazione, vale a dire, appunto, il MiBACT.
Ugualmente positivo, seppur determinato più da considerazioni economiche che altro, può essere considerato anche il doppio binario che governerà il sistema museale nel suo complesso: da una parte una ventina di musei autonomi, scelti - con qualche evidente svarione - per la loro importanza culturale a carattere nazionale o internazionale, dall'altra i poli museali che riuniranno, regione per regione, i musei statali non dotati di autonomia, chiamati a costituire un sistema territoriale omogeneo, almeno per quanto riguarda la gestione.
Qui però finiscono gli a-spetti positivi della "riforma", perchè se l'obiettivo di fondo è condivisibile, gli strumenti messi in campo per realizzarlo appaiono insufficienti, poco coerenti e talora contraddittori.
In primo luogo, la riforma sconta il vizio d'origine di essere incardinata - e fortemente limitata nella sua portata com-plessiva - in un provvedimento di spending review: genesi che la inquadra nel fin troppo lungo elenco delle riforme a costo zero di dubitabile efficacia. La mancanza di risorse ha quindi ridotto in partenza la portata del cambiamento, ma non è la sola evidente lacuna e forse neanche la peggiore.
Per quanto riguarda i musei autonomi - suddivisi al loro interno, prevalentemente sulla base di ragioni economiche, in serie "a" e serie "b" - l'aspetto più evidente è la sottolineatura della figura del Direttore, investita di un ruolo quasi taumaturgico, come è risultato chiaro fin dal lancio mediatico del provvedimento. Scelti sulla base di un concorso internazionale ora in svolgimento, i Direttori dovrebbero essere gli artefici principali di una rivo-luzione a 360 gradi e innalzare finalmente alcune delle nostre glorie nazionali, dagli Uffizi alle Gallerie dell'Accademia, da Paestum all'Archeologico di Taranto, agli standard dei principali musei europei e internazionali. La situazione, davvero lamentevole, di alcuni fra loro, renderebbe questa ri-voluzione urgente e indispen-sabile, ma è assai improbabile che la sola figura dirigenziale - l'uomo solo al comando - possa operare "miracoli", in presenza di un quadro di risorse ingessato e poco chiaro sotto il profilo della disponibilità economica e della gestione del personale. Sotto questo aspetto si è ripetuto uno degli errori che compromisero in partenza l'esperimento dell'autonomia, avviato nell'area archeologica di Pompei nel 1997, quando si mantenne la gestione del personale in capo al Ministero centrale, sottraendo una leva fondamentale per il rilancio del sito.
La scarsa risposta di studio-si stranieri al bando - 80 su 1200 domande - è una prima conferma delle incertezze che presenta tuttora il quadro normativo, elaborato forse con eccessiva fretta e tuttora bisognoso di decisivi aggiustamenti.
Per quanto riguarda i Poli museali regionali, se anche in questo caso ci troviamo in presenza di incongruenze nei rapporti con le Soprintendenze di settore e la definizione di reciproci ruoli e competenze, l'elemento di più evidente ne-gatività è costituito dal marcato 'centripetismo' che traspare dalla lettera del provvedimento. L'auspicata promozione di un "sistema museale regionale integrato" (art. 34, c. 2b) appare fortemente condizionata dall'iniziativa del Direttore del polo statale che viene a essere il motore principale di una sorta di processo di aggregazio-ne progressivo. Non si tratta di rivendicare - in un rigurgito di federalismo - una "parità di grado" per i musei che fanno capo agli enti locali, ma semplicemente di prendere atto che la realtà museale dei no-stri territori è assai articolata e complessa. A partire dai dati numerici: il rapporto fra musei statali e altri musei è di 1:10 su base nazionale e se alcune istituzioni locali sono di modesto rilievo, in molte realtà territoriali sono stati attivati, in questi anni, sistemi museali e processi di adeguamento a standard di servizio di livello avanzato. Il superamento, sempre più necessario e auspicabile, della separazione fra appartenenze giuridiche diverse, musei statali e musei di enti locali, ai fini di una loro migliore fruizione, non può essere visto come un'operazione originata dall'impulso primario di un 'centro' statale, così come sembra trasparire dal Decreto, ma deve scaturire da un processo ben più aperto e condiviso, oltre che fondato su un'analisi delle diverse realtà territoriali.
In queste non risolte pulsioni verso l'aspirazione, per certi versi provinciale, all'eccellenza internazionale e, sull'altro versante, a un centralismo velleitario e piuttosto anacroni-stico, si nascondono i limiti più evidenti della riforma che solo un più allargato e meditato processo di elaborazione potrà correggere.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2015 - N.52]

Un inedito viaggio in rete (e non solo) tra i musei e le collezioni musicali dell'Emilia-Romagna

Isabella Fabbri, Micaela Guarino - Istituto beni Culturali

Il patrimonio musicale conservato nei musei dell'Emilia-Romagna è ricco e diffuso e per qualità e varietà è in grado di illustrare in modo esemplare la storia musicale della regione.
La musica in Emilia-Romagna ha sempre giocato un ruolo importante. Pensiamo ad avvenimenti come l'ideazione della moderna notazione musicale da parte del monaco benedettino Guido d'Arezzo vissuto nell'abbazia di Pomposa; al protagonismo culturale di corti come quella estense; alla nascita della storiografia musicale con padre Giovan Battista Martini; al ruolo sociale e culturale svolto dai numerosi edifici teatrali eretti in città grandi e piccole.
Nella nostra regione sono nati compositori come Arcangelo Corelli, Girolamo Frescobaldi, Giuseppe Verdi, Ottorino Respighi e tanti protagonisti della vita musicale: da Luigi Illica ad Arturo Toscanini, da Luciano Pavarotti a Mirella Freni.
Anche per questo, fin dall'inizio degli anni Novanta, l'Istituto Beni Culturali ha avviato e realizzato progetti di valorizzazione centrati sulla musica e sul patrimonio musicale. Il progetto Un Sistema Armonico /Comunicare i musei e le collezioni musicali è nato nell'anno delle celebrazioni verdiane e collega in rete per la prima volta, in un portale dedicato, oltre 40 tra musei e collezioni musicali regionali, fornendo informazioni, immagini, video-interventi, file audio di ascolto, collegamenti alla banca dati IBC. Il portale è consultabile all'indirizzo www.ibcmultimedia.it.
Per rendere la navigazione chiara ed esauriente sono stati individuati alcuni percorsi che mettono in relazione musei e collezioni con la storia musicale dell'Emilia-Romagna e che riguardano: i protagonisti della musica, da padre Martini a Verdi, Rossini, Toscanini; i musei e i luoghi musicali; gli strumenti musicali compresi quelli meccanici; la tradizione della liuteria; la musica popolare; la riproduzione del suono e la sua diffusione di massa.
Per quanto riguarda la provincia di Ravenna, i musei coinvolti sono il Museo Pietro Mascagni di Bagnara di Romagna e il Museo Civico di Castel Bolognese. Il primo è ospitato nella canonica della Chiesa Arcipretale di Bagnara e conserva una ingente raccolta di cimeli e documenti donati alla parrocchia da Anna Lolli, per molti anni musa e compagna del compositore e direttore d'orchestra. Il secondo ospita gli oggetti e gli attrezzi della Bottega del liutaio Nicola Utili "disseminati" peraltro anche in alcuni spazi del Municipio. Nicola Utili (Castel Bolognese 1888-1962) è stato un artigiano-artista molto conosciuto, creatore di violini e altri strumenti a corde particolarmente originali, sperimentatore curioso di nuovi materiali, forme inedite e vernici dalle formule misteriose. Molti dei suoi strumenti fanno parte ormai di importanti collezioni.
Nei percorsi suggeriti da Un Sistema Armonico è stata poi inserita anche la città di Lugo che, tra le sue molte peculiarità, ha anche quella di avere ospitato Gioachino Rossini e la sua famiglia. La mappa dei luoghi rossiniani a Lugo comprende le due case di famiglia (quella del nonno in via Giacomo Rocca 14 e quella in cui Rossini ragazzo ha vissuto con la madre e il padre in via Manfredi 25); la Chiesa del Carmine che conserva l'organo sul quale Gioachino si esercitava, seguendo l'insegnamento dei fratelli canonici Giuseppe e Luigi Malerbi; la residenza municipale presso la Rocca Estense che conserva nel cosiddetto "Salotto Rossini" documenti e dipinti, senza dimenticare il teatro cittadino intitolato ovviamente al compositore pesarese e la Biblioteca Comunale Trisi che conserva alcuni manoscritti rossiniani.
Tornando a Un Sistema Armonico, dobbiamo precisare che non si tratta di un progetto esclusivamente virtuale. Nel weekend 6-8 dicembre 2014 l'IBC ha organizzato la prima edizione di Un Sistema Armonico Live, fine settimana di eventi dedicati alla musica a ingresso libero: concerti, conferenze, lezioni, laboratori, animazioni, spettacoli teatrali, visite guidate. L'evento, realizzato in collaborazione con i Comuni e le istituzioni culturali del territorio, ha coinvolto 19 musei regionali e ha avuto ottimi esiti tanto che si pensa di riproporlo anche nel 2015. È stata inoltre realizzata una mostra fotografica che raccoglie una selezione di 60 immagini tratte dalla campagna fotografica realizzata dall'IBC nei musei e sulle collezioni musicali regionali. Il catalogo è distribuito gratuitamente a musei, biblioteche e istituzioni culturali.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2015 - N.53]

Le regioni Emilia-Romagna e Puglia a confronto per il riconoscimento di musei di qualità

Laura Carlini Fanfogna, Paola Di Marzo, Francesca Fabbri, Giulia Pretto - Istituto Beni Culturali

Tra la Regione Emilia-Romagna e la Regione Puglia è nato un gemellaggio per trasferire conoscenze e buone pratiche in materia di standard museali. Questo pregetto, denominato PU-ER, ha fornito degli strumenti condivisi di lavoro tra le due Regioni, attraverso workshop, visite e giornate di presentazione con i direttori dei musei emiliano-romagnoli e pugliesi, che hanno permesso di creare un tavolo di lavoro efficace per trasferire metodologie, conoscenze, sistemi innovativi e, in generale, esperienze.
PU-ER è la prima iniziativa di questo tipo in Italia, interamente finanziata da risorse comunitarie nell'ambito di AGIRE POR, strumento attuativo del Programma Operativo nazionale PON Governance e Assistenza Tecnica 2007-2013, cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR).
L'obiettivo generale del gemellaggio parte dal trasferimento delle modalità attraverso le quali la Regione Emilia-Romagna, in particolare l'Istituto Beni Culturali, ha attuato, a livello regionale, il processo di riconoscimento dei musei di qualità.
Le amministrazioni coinvolte (nazionali e regionali) hanno iniziato un percorso condiviso di riflessione e di crescita per essere al passo con la strategia Europa 2020 e con la prossima programmazione dei Fondi Strutturali Europei, per favorire l'investimento in cultura, intesa quale strumento di sviluppo locale e regionale, di inclusione sociale, di rigenerazione urbana, di sviluppo rurale e occupazionale, di promozione della creatività e di nuovi processi innovativi.
Durante i vari incontri, in Emilia-Romagna e in Puglia, si sono alternate giornate di workshop e di confronto sull'avanzamento dei lavori, a visite di studio nei musei delle due regioni: il Museo di Palazzo Pio di Carpi, il Museo della Bilancia di Campogalliano, i Musei Civici di Modena e il MamBo di Bologna, per quanto riguarda l'Emilia- Romagna; in Puglia sono stati coinvolti la Galleria Nazionale della Puglia "Girolamo e Rosaria De Vanna" - Palazzo Sylos Calò di Bitonto, la Pinacoteca "Giuseppe De Nittis" - Palazzo della Marra di Barletta, il Museo Civico di Foggia, il rinnovato Complesso di Santa Scolastica di Bari, (in parte ancora in fase di allestimento), la Pinacoteca di Bari "Corrado Giaquinto", situata nel Palazzo della Provincia, il Museo "F. Ribezzo" di Brindisi, il Museo "Sigismondo Castromediano" di Lecce, il Museo Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare.
Alle giornate di presentazione hanno preso parte numerosi funzionari e direttori dei musei pugliesi, che hanno così avuto occasione di conoscere i criteri qualitativi che la Regione Puglia intende adottare per prendere coscienza del proprio sistema museale.
L'ultima giornata, il 20 ottobre scorso a Bari, ha presentato i risultati raggiunti dal progetto: la definizione dei criteri di riconoscimento di qualità, che saranno poi adottati dalla Regione Puglia, e gli esiti del test somministrato ad alcuni musei "pilota" per valutare l'efficacia del questionario di autovalutazione che si adotterà.
Il progetto PU-ER è stato occasione di analisi, approfondimento, scoperta e conoscenza reciproca sia tra gli operatori della stessa regione Puglia, che tra due realtà molto diverse tra loro come l'Emilia-Romagna e la Puglia. Proficuo e arricchente è stato il confronto tra i due gruppi di lavoro: non semplici conferenze, ma un reale tavolo di lavoro che ha consentito alla Puglia di poter esplorare il "modello Emilia Romagna" e, nello stesso tempo, poterne elaborare uno proprio. L'IBC ha messo a disposizione il gruppo di esperti che da anni, ormai, lavora sugli standard di qualità, ognuno ha raccontato e spiegato l'iter seguito per ogni ambito. Ci si è accorti che la fase più complessa, oltre a stilare i criteri minimi di qualità, è stata quella di doverli poi trasmettere, far comprendere e intraprendere da ogni museo per migliorare il sistema museale regionale nel suo complesso.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2015 - N.54]

Il 9 e 10 aprile trentotto teatri storici emiliano-romagnoli accolgono il pubblico con eventi ad hoc

Lidia Bortolotti - Istituto Beni Culturali

A scena aperta è un progetto che riprende quanto già promosso dall'IBC con I luoghi del Belcanto nel 2012 e 2013, con l'intento di promuovere conoscenza e valorizzazione di questi pregevoli contenitori capillarmente diffusi sul territorio regionale. L'adesione dei teatri è elevata e di spessore, ai maggiori teatri del territorio si affiancano quelli 'minori' con attività e proposte eterogenee. Se la musica è indiscussa protagonista, non manca la possibilità, attraverso specifiche visite guidate, di osservare da diverse angolature questi spazi così particolari, le sale teatrali e i palcoscenici, ma anche gli spazi adiacenti, foyer e ridotto, destinati a quella socialità che il teatro induce naturalmente, richiamando l'attenzione del pubblico verso quella straordinaria 'macchina' che è la sala teatrale.
Obiettivo dell'IBC è stato quello di avere da parte dei teatri un'adesione il più possibile ampia, escludendo per ovvie ragioni solo quelli resi inagibili dal terremoto del 2012 ma sollecitando l'apertura di quelli in attesa di restauro o parzialmente recuperati, nell'ottica di un'attenzione che deve mantenersi alta. I teatri invitati sono stati lasciati liberi di proporre iniziative di loro interesse, chiedendo loro di garantire almeno un giorno di apertura al pubblico del teatro nel week end stabilito, proponendo visite, intrattenimenti musicali, di prosa o di danza e, avendone la possibilità, coordinandosi con le locali scuole di musica, recitazione, danza per allestire spettacoli, concerti ecc. a ingresso libero gratuito. Inoltre è stato suggerito di considerare i significativi anniversari che ricorrono nel 2016. Nel 1516 Ludovico Ariosto, uno dei massimi poeti della letteratura italiana, considerato tra i più celebri e influenti del suo tempo, pubblica la prima edizione dell'Orlando Furioso che rappresenta una potente rottura con i canoni del tempo (l'edizione definitiva arriverà nel 1532). Ricorrono inoltre i cinquecento anni dalla morte di William Shakespeare e Miguel de Cervantes. Se sul primo non v'è nulla da aggiungere, di Cervantes vanno ricordate le innumerevoli trasposizioni sceniche, musicali e cinematografiche del Don Chisciotte. Con musica, rappresentazioni, letture scelte ecc. attuate nell'ottica di queste commemorazioni si contraddistingue l'offerta di alcuni teatri che hanno aderito all'evento.
Corposa la presenza romagnola, ne segnalo alcuni in particolare. Per il 9 aprile è proposto un itinerario che parte dal Teatro 'Il Cassero' di Castel S. Pietro Terme che in mattinata propone Il coraggio vien mangiando, a tavola con Don Chisciotte, un adattamento sul testo di Cervantes realizzato dagli studenti dell'Istituto Alberghiero Scappi con il Gruppo Teatrale Bottega del Buonumore, in particolare con l'attore e regista Davide Dalfiume. Alle ore 12 apre i battenti a Lugo il Teatro Comunale Rossini con visita guidata gratuita al teatro e al palcoscenico. Seguendo la direttrice della San Vitale nel pomeriggio gli operatori dell'Ufficio Turismo di Bagnacavallo accompagnano i visitatori alla scoperta dei segreti dello splendido Teatro Comunale Goldoni, definito per le sue peculiarità La piccola Scala. Il Comunale di Russi si apre con un'introduzione alle curiosità del teatro e alla sua storia per proseguire con lo spettacolo di danza A proposito di Shakespeare, una pièce composta da tre movimenti ispirati a Giulietta e Romeo, Sogno di una notte di mezza estate, La tempesta eseguiti dagli allievi della scuola Idea Danza diretta da Patrizia Abbate. Questo ideale viaggio si conclude alle ore 21 al Comunale di Cervia con i saggi musicali degli allievi della locale Scuola Comunale di Musica Rossini dell'anno 2015-2016: una trentina di ragazzi dagli 8 ai 14 anni eseguono musiche di Andersen, Donizetti, Kabalevsky e Mozart per pianoforte, flauto, percussioni e batteria. Alle visite guidate è aperto anche l'Alighieri di Ravenna nella giornata di sabato, mentre alla domenica è possibile assistere al Macbeth di Verdi. Domenica si può inoltre visitare, guidati da Gian Luca Zoli del FAI di Faenza, il Teatro Pedrini di Brisighella, da tempo chiuso e in attesa di restauro, mentre a seguire nel foyer del teatro si tiene il concerto della Scuola di Musica A. Masironi di Brisighella.
Per info sul programma completo: http://ibc.regione.emilia-romagna.it

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2016 - N.55]

L'IBC è partner del progetto europeo che attraverso l'azione di "artigiani digitali" colloca a pieno titolo i musei del XXI secolo nell'era digitale

Margherita Sani

I musei sono oggi molto più che luoghi dove si espongono oggetti che testimoniano la storia e il passato - a volte molto recente - di un una comunità, di un luogo, di un paese, di una civiltà. Sono luoghi dove si fa ricerca, si trasmettono conoscenze, dove si impara, a volte non solo fatti e nozioni, ma anche modi di essere, di relazionarsi con gli altri, dove ci si ritrova con altre persone e si condividono idee, interessi o semplicemente si socializza.
Se pensiamo che nel 1852, quando aprì le sue porte al pubblico, il Victoria and Albert Museum di Londra - che allora si chiamava National Museum of Art and Design - dichiarava che la propria ragion d'essere era di mettere a disposizione le collezioni per essere di ispirazione a designer e artigiani, capiamo come fin dalle origini alcuni musei in particolare si siano dati come obiettivo, oltre allo studio, alla conservazione e alla educazione, anche l'essere di stimolo alla creatività dei contemporanei.
Ma cosa significa questo oggi? Che cosa vuole dire per un museo del ventunesimo secolo stimolare la creatività? A qual pubblico si deve fare riferimento? E cosa sottende l'uso sempre più frequente della locuzione "industrie creative" o il nuovo nome che ha assunto uno dei principali programmi di finanziamento europei che da "Cultura" è diventato "Creative Europe"? Quasi a dire che il patrimonio storicizzato vale o vale ancora di più solo se riesce ad innescare processi che sfociano nella realizzazione di prodotti da immettere sul mercato facendo largo uso delle tecniche e tecnologie contemporanee, multimedia e digitale innanzitutto.
Il progetto europeo "Creative Museum", di cui l'Istituto Beni Culturali è partner, ha dato una propria interpretazione di queste tematiche scegliendo di rivolgersi a un target ben preciso con il quale allacciare rapporti e intensificare relazioni, quello dei cosiddetti "artigiani digitali", dei makers, vale a dire inventori, ingegneri, artisti, studenti e in generale appassionati di tecnologia, che negli ultimi anni hanno dato vita a un movimento culturale che potrebbe descriversi come l'estensione su base tecnologica del mondo del bricolage. I makers sono infatti una comunità internazionale presente in oltre 100 paesi che condivide informazioni e conoscenze via web, servendosi di software e hardware open source, usando frese e stampanti 3D all'interno di Fab Lab per dare vita a oggetti nuovi e originali.
Creative Museum è nato come progetto di formazione rivolto agli operatori museali per sostenere e assecondare un cambiamento di paradigma che intende i musei contemporanei sempre più come luoghi dove si incontrano culture e competenze diverse, dove si sperimentano soluzioni e si creano prototipi in una logica partecipativa e di coinvolgimento del pubblico, come luoghi dinamici di apprendimento, dove personale e visitatori possono usare gli strumenti digitali per interpretare ed esplorare le collezioni in modo nuovo e creativo. Ha perciò dato vita in primo luogo a una ricerca sulle pratiche creative in senso lato (digitali e non) nei musei europei, in particolare nei paesi partner del progetto: Croazia, Francia, Finlandia, Irlanda, Italia, Norvegia, Regno Unito . A partire da qui ha organizzato e continuerà a organizzare fino alla conclusione del progetto nell'agosto 2017, momenti informativi e formativi, tra cui la conferenza internazionale tenutasi a Bologna nell'ottobre 2015 . Tra le iniziative di maggior rilievo, la partecipazione di professionisti museali a Museomix (Nizza 2015 e Tolosa 2016), vissuta come esperienza formativa per reinterpretare e re-mixare le collezioni e l'organizzazione di vere e proprie residenze di makers, "Makers in Residence", all'interno delle quali creativi digitali vengono ospitati dagli istituti partner del progetto per alcune settimane.
Creative Museum si definisce esso stesso un progetto sperimentale, il cui obiettivo in ultima analisi è studiare e diffondere modalità nuove, creative e partecipative, che il museo può adottare per collocarsi a pieno titolo nell'era digitale.
www.creative-museum.eu

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2016 - N.56]

Una giornata di confronto con operatori culturali e amministratori locali sulle azioni comuni volte al miglioramento dei musei

Simona Parisini - Istituto Beni Culturali

"IBC per il Sistema dei Musei della Regione Emilia-Romagna" è il titolo dell'incontro organizzato il 2 dicembre presso l'Auditorium della Regione. Parole che indicano una strategia, quella logica di "sistema" che da 40 anni l'Istituto persegue attraverso azioni di consulenza e servizio nel settore dei beni culturali regionali, a favore degli enti locali, per mantenere e rafforzare una rete di relazioni, in cui condividere linee programmatiche, effettuare indagini e promuovere strumenti per lo sviluppo e il miglioramento della fruizione del patrimonio.
Nell'ambito della programmazione prevista dalla L.R. 18/2000, il piano varato dalla Regione per sostenere le istituzioni culturali emiliano-romagnole rappresenta una delle principali novità che in questi mesi hanno riguardato in modo incisivo il sistema dei musei. Le stesse modalità attuative sono state ridisegnate e portate in capo all'IBC, di fatto semplificando il quadro precedente che vedeva anche la partecipazione delle amministrazioni provinciali e dell'assessorato alla cultura della Regione Emilia-Romagna. Questo nuovo assetto è stato applicato per la prima volta quest'anno, da qui la necessità di un confronto coi diretti interessati e potenziali beneficiari sui primi esiti, criticità e possibili migliorie di metodo da apportare. È comunque indubbio che le risorse messe a disposizione da questo intervento hanno contribuito a rivitalizzare significativamente le attività di progettazione dei musei locali su svariati fronti operativi: consolidamento e innovazione delle proprie strutture, arricchimento delle dotazioni e tecnologie, miglioramento e qualificazione dei servizi al pubblico, organizzazione di nuove iniziative di valorizzazione anche in forma condivisa e in una opportuna logica di rete.
Fra i principali obiettivi individuati dall'IBC per il Piano museale si inserisce la costruzione e lo sviluppo dei sistemi digitali della conoscenza a disposizione di un pubblico sempre più vasto e vario. È legato a questo ambito d'azione l'attività di catalogazione che da sempre caratterizza fortemente gli interventi diretti dell'IBC, mantenendo sempre un'attenzione particolare alla continua evoluzione tecnologica e alle nuove possibilità di diffusione dei dati. Lo dimostra la recente pubblicazione del nuovo Portale PatER, che ha apportato migliorie per la fruizione della ricchissima, e in continua crescita, banca dati del Catalogo del Patrimonio Culturale dell'Emilia-Romagna, sia nella resa grafica - più snella e con un maggior risalto alle immagini -, sia nelle funzionalità di ricerca e navigazione - più intuitive e attente all'esperienza dell'utente. Un'ulteriore significativa attività legata alla circolazione e condivisione dei dati sul web è il percorso intrapreso dall'IBC nell'ambito dei linked open data, ovvero dati pubblicati in formato aperto per il ri-uso.
La cultura della qualità è un'altra tematica su cui l'Istituto si è particolarmente speso negli anni per garantire un più alto livello ed efficienza dei servizi offerti dagli istituti culturali verso i cittadini. Quest'anno la ripresa dei lavori sugli standard qualitativi museali da parte del MiBACT, ha costituito un rinnovato stimolo per proseguire il processo di riconoscimento con gli aggiornamenti necessari, affinché il sistema dei musei dell'Emilia-Romagna sia sempre più accessibile, inclusivo, capace di garantire ad ogni categoria di pubblico la piena godibilità del patrimonio culturale. Recentemente approvate dalla Regione, le "Linee Guida per il godimento del patrimonio museale dell'Emilia-Romagna per le persone con disabilità", rappresentano un concreto impegno verso un approccio universalistico nella modalità di fruizione del patrimonio e nello sviluppo delle potenzialità partecipative, in cui inscindibile sia il legame tra museo, comunità e territorio.
In un'ottica di sviluppo di sistema, si guarda con interesse anche verso progetti che propongono nuovi modi di interpretare il museo e l'attuazione di politiche di conservazione del patrimonio, anche in termini preventivi e attraverso modelli di collaborazione fra istituzioni del territorio. La formazione e l'orientamento specialistico degli operatori e l'apporto delle varie componenti della società ai processi di salvaguardia e valorizzazione dell'eredità culturale rappresentano ulteriori ambiti di sensibile rilevanza.
Il grande interesse verso questi argomenti è stato confermato dall'ampia partecipazione all'incontro: circa 150 tra operatori museali e amministratori locali, rappresentanti dell'ampio e vario panorama museale regionale, hanno risposto all'invito, confermando anche la necessità di un confronto diretto e concreto, per avviare azioni comuni efficaci di miglioramento in una visione di sistema.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2016 - N.57]

Estetica del quotidiano negli istituti culturali dell'Emilia-Romagna

Claudia Collina - Istituto Beni Culturali

Con design industriale "si indica quel particolare settore della produzione industriale dove al dato tecnico si accompagni un elemento estetico"1; progetti, prototipi e oggetti che, accanto a una funzione utilitaria, coniugano una componente estetica e abbiano un carattere iterativo sottostando a leggi di mercato e di marketing, sono stati oggetto di una ricerca sulla materia ad ampio raggio e su svariate tipologie di musei e raccolte, biblioteche e archivi della regione Emilia-Romagna.
All'evoluzione del design concorrono vari fattori: il rapporto tra arte e tecnica, l'importanza della radice del design industriale nelle arti applicate, trasformatasi con operosa complessità nell'associazione di artigianato, arti visive e scoperte tecnologiche e industriali, la straordinaria comunione osmotica tra arte, architettura, scienza e tecnica che il design riflette nel suo uso quotidiano e che testimonia l'evoluzione culturale, tecnologica ed economica della società occidentale degli ultimi centocinquant'anni.
È stato, quindi, realizzato un censimento del design negli Istituti culturali della Regione Emilia-Romagna: sono state indagate 439 realtà museali di cui 50 hanno dimostrato nuclei collezionistici inerenti la materia - disegni, progetti, prototipi, oggetti - che per i suoi indefiniti e ambigui confini è stata circoscritta in alcuni insiemi, e sottoinsiemi a seconda del caso, in base ai più recenti studi sull'argomento2.
Nel corso della ricerca, viste le diramazioni della materia, si è ritenuto opportuno ampliare il censimento anche al design museografico di musei e biblioteche (Silvia Ferrari), e ai documenti custoditi negli archivi del territorio (Mirella Maria Plazzi), con una rilevanza di 28 casi di allestimenti museografici tra musei e biblioteche e circa 76 fondi archivistici monografici.
Il materiale inerente il design è stato enucleato dal resto delle collezioni, fotografato e schedato in Samira con la scheda N (Nucleo) a sua volta agganciata alla scheda principale M (Luogo contenitore) di riferimento.
La materia è stata così suddivisa: 1) prodotti manifatturieri e arti applicate all'industria; 2) design d'autore; 3) design anonimo, quest'ultimo ulteriormente discriminato in:
a) Anonimo di tradizione: oggetti di epoca e condizione di produzione preindustriale, ove prevale l'antica tradizione del saper fare e produrre. Prodotti scaturiti da un'idea progettuale, non più artigianali ma già seriali per quantità e organizzazione del processo di produzione.
b) Anonimo: manufatti dell'era industriale che hanno portato soluzioni di problemi. Prodotti storici tutt'ora in produzione.
c) Anonimo d'autore: oggetti apparentemente anonimi ove, anche se progettati da un autore, essi rimarranno anonimi nella fruizione e, soprattutto, nell'intenzione progettuale che li sottende.
d) Oggetti d'uso quotidiano (hidden forms): cose realizzate in maniera del tutto anonima che, per forma, fabbricazione, modo d'impiego o materiali, offrono qualcosa d'insolito, cose che raccontano storie, ma che sono sottoposte a processi d'innovazione tecnica e ingegnosità umana.
Tale censimento ha messo in evidenza un atlante delle tipologie composto da: arredi urbani, architettura, automobili, bilance, bottoni, design grafico, carrozze, ceramiche, comunicazioni e telecomunicazioni, documenti, elettronica di consumo, fotografie, giochi educativi, illuminazione, libri oggetto, macchine utensili e industriali, maquette, mezzi di trasporto, motori, oggetti di arredo, oggetti in metallo, oggetti di uso quotidiano, piastrelle, progetti, prototipi, mobili, tessuti, vasellame, vetri.
A breve termine è prevista la pubblicazione della banca dati dei Luoghi del Design in Emilia-Romagna all'interno del Catalogo del Patrimonio Culturale http://ibc.regione.emilia-romagna.it/servizi-online/catalogo-del-patrimonio-culturale e del libro in formato ebook  E-R design: estetica del quotidiano nei musei dell'Emilia-Romagna a cura di C. Collina, con saggi di Flaviano Celaschi, Claudia Collina, Simona Riva, Giovanna Cassese, Beatrice Cunegatti, Silvia Ferrari e Mirella Maria Plazzi e mostre diffuse sul territorio.

Contributo pubblicato in F. Lenzi, P. Tamassia (a cura di), Il Catalogo forma ed essenza del patrimonio, in "IBC Dossier", XXV, 2017, n° 1, pp. 13-14.
1 G. Dorfles, Introduzione al disegno industriale: linguaggio e storia della produzione di serie, 4 rist., Einaudi, Torino 1987.
2 A. Bassi, Design anonimo in Italia: oggetti comuni e progetto incognito, 2. ed., Electa, Milano 2008; F. Clivio, Hidden forms: vedere e capire le cose, Skira, Milano 2014; M. Vitta, Il progetto della bellezza: il design fra arte e tecnica dal 1851 a oggi, Einaudi, Torino 2011.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2017 - N.58]

Compie cinque anni il bando che mette in sinergia le associazioni giovanili e i beni culturali

Valentina Galloni - Coordinatrice del bando

L'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC), da alcuni anni, ha adottato una politica di avvicinamento dei giovani al patrimonio culturale del loro territorio favorendo la loro partecipazione attiva e creativa. Una politica attuata principalmente attraverso due concorsi oramai consolidati: uno dedicato agli studenti delle scuole, Io amo i Beni Culturali, e uno rivolto alle associazioni culturali giovanili: Giovani per il territorio.
Quest'ultima iniziativa è stata promossa per la prima volta nel 2012, dapprima testando il concorso in alcune città come Forlì, Ferrara e Reggio Emilia e poi, visto il successo in termini di partecipazione e risultati, estendendolo all'intera regione. Le associazioni giovanili vengono invitate a unirsi in partenariato con un ente proprietario di un bene culturale per presentare un progetto innovativo di gestione e valorizzazione di questo. Sono i giovani i veri protagonisti, coloro che lavorano in prima persona per realizzare nuove forme e nuove soluzioni per gestire, comunicare e trasmettere il valore sociale del patrimonio.
Sono molti i progetti che ogni anno si presentano al concorso e, per selezionarne dieci, si adottano diversi criteri, tra cui l'originalità, la partecipazione attiva dei giovani, la capacità di coinvolgere la comunità territoriale e di attrarre ulteriori risorse. Requisito per l'ammissione è inoltre la garanzia di ricevere dall'ente titolare del bene, o da un terzo soggetto, un contributo di almeno 2.000 euro. L'IBC finanzia con un contributo di 10.000 euro ognuno dei dieci progetti selezionati, che a loro volta, attraverso un costante monitoraggio e un'attenta opera di documentazione, diventano modelli per altre progettazioni.
Nell'edizione del 2016, di cui diamo conto in questo volume, il concorso ha coinvolto dieci associazioni giovanili che hanno lavorato con più di cento istituzioni culturali, enti e associazioni, capillarmente diffusi in tutta la regione. Un museo etnografico, il fiume Po, i beni culturali delle terre del Frignano, il giardino di un palazzo cinquecentesco in rovina, un'area archeologica, vecchi mercati e magazzini in disuso e un'antica via di pellegrinaggio, attraverso il lavoro appassionato di questi giovani, sono tornati a nuova vita con iniziative ed eventi capaci di coinvolgere migliaia di cittadini e turisti.
I progetti sono stati occasioni importanti per svolgere ricerche e raccogliere materiali storico-documentali, per utilizzare in modo innovativo le nuove tecnologie, per recuperare il legame tra i beni culturali e il paesaggio circostante, per rendere consapevole la comunità territoriale di quanto sia importante il suo patrimonio culturale, per coinvolgere la cittadinanza in progetti di gestione partecipata, per favorire processi di inclusione sociale e per creare opportunità di lavoro per giovani professionisti.
Leggendo quanto scrivono i protagonisti di queste esperienze nei loro rendiconti progettuali, da cui sono tratti i testi e le immagini riportati nel volume, appare evidente che gli obiettivi che questa iniziativa si prefigge sono stati raggiunti. Partecipare al concorso ha dato ad alcune associazioni un importante impulso iniziale alla loro attività, trasformandole da start up in realtà consolidate; per altre è stata l'occasione di vedere il proprio lavoro riconosciuto e allargare la rete dei partner sul territorio.
Giovani cittadini e istituzioni coinvolte, mossi dalla volontà di prendersi cura del proprio patrimonio, hanno colto questa opportunità per catalizzare risorse ed energie, metterle a sistema, e creare centri di innovazione culturale in grado di riflettere sul presente e immaginare un futuro possibile.

Contributo tratto da Giovani per il territorio / 2016. Progetti innovativi per gestire e valorizzare i beni culturali in Emilia-Romagna, a cura di V. Ferorelli, B. Orsini, IBC, Bologna 2017. Il volume è disponibile all'indirizzo http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/I/libri/pdf/Giovani-per-il-territorio-2016.pdf.


La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2017 - N.59]

Da anni l'Istituto promuove la partecipazione dei musei della regione a progetti europei, momento fondamentale di scambio e crescita

Margherita Sani

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 4 [2017 - N.60]

Percepire e utilizzare il museo come custode e tempio della creatività: una nuova prospettiva per comprendere il passato in modo più vivo, suggestivo e coinvolgente

Alba Trombini - Consulente museale

La Provincia di Modena propone quest’anno agli insegnanti un corso di aggiornamento sul tema della creatività al museo. Il museo conserva e tramanda tutto ciò che natura e genio umano hanno “creato” nel tempo: ogni singola opera esposta – dal capolavoro al più piccolo reperto o documento – rappresenta secondo noi un’opportunità ideale per analizzare, comprendere e sperimentare tutte le fasi del processo creativo, dal momento dell’ideazione a quello della realizzazione. Durante il corso, attraverso i contributi di Claudio Widmann (psicoanalista) e di Marco Dallari (pedagogista e docente di didattica dell’arte), verrà esplorato il tema della creatività in tutti i suoi aspetti: come si manifesta, che cosa la può ostacolare o favorire, che ruolo gioca nella costruzione della vita psichica dell’individuo, come aiutare il bambino a scoprire e a sviluppare il proprio talento creativo… Approfondito l’argomento a livello teorico, si entrerà poi nel vivo della pratica museale assieme a Claudio Cavalli, Ines Bertolini e Roberto Papetti che mostreranno con simulazioni e presentazione di casi concreti tutta la loro esperienza e competenza messa a punto in anni di sperimentazioni sul campo. In questo modo si potrà comprendere come si ricostruiscono le fasi del processo creativo di un artista, come si riconosce lo spirito creativo che anima le opere e gli oggetti esposti al museo, come si conducono i bambini dalla visione di un’opera (attraverso l’immaginazione) alla ricreazione di una nuova realtà, in che modo la creatività può essere utilizzata come strumento di crescita e conoscenza. Inoltre verranno forniti agli insegnanti spunti e suggerimenti per l’elaborazione di percorsi didattici creativi a scuola come al museo, nel campo dei beni culturali e naturali.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 5 [2002 - N.15]

Schede-gioco dei musei del Sistema modenese saranno distribuite ai ragazzi delle scuole elementari per stimolare la loro curiosità ed il loro interesse

Antonella Tricoli - Incaricata per il Sistema Museale Provinciale di Modena

Il progetto, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e sostenuto dall’Amministrazione Provinciale, consiste nella realizzazione di una scheda-gioco, per ciascuna delle raccolte museali della provincia di Modena, indirizzata ai ragazzi delle scuole elementari (6-10 anni di età). Le schede, elaborate da dieci giovani grafici scelti tramite selezione a livello regionale, sono articolate secondo percorsi di lettura delle raccolte di cui vengono evidenziati gli oggetti più significativi mediante immagini e testi che illustrano la storia delle collezioni ed il legame con il territorio. Esse hanno colori diversi a seconda della tipologia dei musei e contengono, insieme a giochi, quiz e passatempi, anche uno spazio per la produzione autonoma del bambino; vengono consegnate, all’interno di un contenitore-raccoglitore, agli insegnanti in visita al museo con le classi, al termine dell’illustrazione del percorso museale. L’ultima parte della scheda, staccabile, presenta un invito a ritornare al museo con la famiglia per ricevere un simpatico gadget. L’organizzazione per percorsi integrati consente un più agile utilizzo delle schede in base alla programmazione didattica di ciascun insegnante: la distribuzione di questo prodotto ai ragazzi dovrebbe stimolare la loro curiosità a visitare i musei ed a ritornarvi.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 5 [2002 - N.15]

Il fondo storico, la biblioteca del Museo Archeologico e il patrimonio moderno del Museo d’Arte costituiscono un formidabile patrimonio librario e di documentazione

Katua Angela Fieni - Responsabile biblioteca

Le Raccolte Civiche hanno rappresentato dall’anno della loro istituzione, nel 1871, una realtà ben radicata nella vita modenese di fine Ottocento. La Biblioteca del Museo Civico di Modena, il cui patrimonio ha seguito le sorti dell’Istituto a cui è associata, è nata anch’essa nel XIX secolo e solo in anni relativamente recenti (1966-1967), a seguito della suddivisione delle raccolte in due settori distinti, Museo Civico Archeologico Etnologico e Museo Civico d’Arte, è stata scorporata in due fondi separati caratterizzati da diversi orientamenti disciplinari. In un successivo riassetto, effettuato alla fine degli anni ‘80, è stata ricomposta l’unitarietà del Fondo Storico, corrispondente alle accessioni registrate fra l’anno di fondazione del Museo e il 1913. Questa data infatti coincide con l’inizio per il Museo di una fase critica che si protrarrà sino all’inizio degli anni ‘70, non essendo più percepito dalla comunità quale punto di riferimento privilegiato per comprendere la storia della città e le vicende del suo sviluppo artigianale ed artistico. Come diretta conseguenza di questo mutato clima culturale, le acquisizioni della Biblioteca si fanno sporadiche e vengono raramente registrate, marcando un vuoto di circa trent’anni (1913-1940). Il Fondo Storico è composto da oltre 500 volumi, molti dei quali miscellanei, editi tra il XVI ed il XIX Secolo, a cui si aggiungono più di 1300 opuscoli. Al suo interno, il Fondo Tarquinia Molza - recentemente inserito nel progetto di Censimento delle Edizioni italiane del XVI Secolo condotto per la Regione Emilia-Romagna dalla Soprintendenza Beni Librari e Documentari in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico - comprende 59 cinquecentine, oltre che un incunabolo ed una seicentina. La Biblioteca del Museo Archeologico, che a partire dagli anni ‘50 è stata incrementata attraverso successive acquisizioni di volumi ceduti dagli eredi dell’archeologo modenese Fernando Malavolti, presenta un patrimonio fortemente connotato dalla specializzazione relativa alla Preistoria e Protostoria italiana ed europea. È costituita da circa 6500 volumi moderni e da una ricca emeroteca con più di 100 testate fra riviste e periodici italiani e stranieri, frutto di un’accorta politica di scambi con partner a livello europeo che verrà, in futuro, ulteriormente incrementata ed estesa a nuove collaborazioni. Il patrimonio moderno del Museo d’Arte è costituito invece da circa 7500 volumi specializzati nel settore delle arti decorative, prevalentemente acquisiti attraverso rapporti di scambio con Istituti di analoga titolarità, che ne documentano gli ambiti delle raccolte (armi, carte decorate, ceramiche, strumenti musicali e scientifici, tessuti e vetri). Il settore riviste consta di una ventina di significative testate storiche ed altrettanti abbonamenti a periodici specialistici italiani ed esteri. Attualmente è in corso un progetto di riassetto complessivo sul patrimonio librario e di documentazione sia del Museo d’Arte che del Museo Archeologico: in particolare per il primo, è in corso un’operazione di ricatalogazione e ricollocazione dell’intero fondo moderno secondo i criteri della CDD e del software applicativo MCAB: programma estremamente ricco in termini di qualità di risposta e flessibilità per potersi adattare alle specifiche esigenze dei materiali trattati, è sviluppato in ottemperanza alle norme nazionali ed internazionali di trattamento dell’informazione. La Biblioteca è sita attualmente nella sede distaccata collocata presso l’Istituto delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore, con l’eccezione del fondo di materiali modenesi del Museo d’Arte residente negli uffici: nata come biblioteca di lavoro, mantiene a tutt’oggi quest’utilizzo primario di documentazione e supporto scientifico legato alle iniziative dei Musei Civici. Attualmente accessibile su richiesta ad un pubblico di ricercatori e studiosi, la Biblioteca si propone, a operazioni di riordino ultimate, di allargare i propri servizi con modalità ancora da definirsi (per informazioni tel. 059.223440).

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 5 [2002 - N.14]

Coordinati dalla Provincia, cinquantaquattro musei hanno scelto di lavorare insieme per sviluppare e valorizzare le proprie potenzialità

Lauretta Longagnani - Funzionario del Servizio Attività culturali della Provincia di Modena

La realtà museale modenese presenta elementi di forte eterogeneità, caratterizzati da un legame profondo con lo spazio geografico e culturale di cui fanno parte. Si tratta di strutture che hanno affiancato al ruolo di recupero, conservazione e valorizzazione del patrimonio, ampie funzioni di produzione e divulgazione culturale. I musei cittadini costituiscono il nucleo più ricco e composito, rappresentato dalle prestigiose raccolte dei Duchi d'Este, a cui si affiancano i musei Civici con i loro diversificati materiali storico-artistici, archeologici ed etnologici. Di matrice illuministica la connotazione dei musei universitari, di indirizzo scientifico, alcuni di fondazione locale, che supportano l'attività di studio dei vari istituti. Estremamente interessante e diversificata risulta essere l'articolazione dei musei della provincia, che hanno assunto in questi ultimi anni un peso sempre maggiore, in un percorso lento, ma in crescita, di trasformazione in senso sociale e produttivo. Una potenzialità che presenta tipologie assai differenziate tra loro, dai musei della scienza e della tecnologia a quelli della cultura materiale, da quelli più noti legati all'estro ed all'ingegno automobilistico a quelli artistici e storici. E' in questo quadro che è maturata la consapevolezza di dare unitarietà all'offerta museale modenese, attraverso la costituzione di un Sistema dei musei provinciale, in cui i vari soggetti potessero ottenere reciproci vantaggi unitamente ad una migliore efficienza dei servizi offerti. Una fase che ha richiesto diversi mesi di consultazione ed approfondimento, formalizzata dalla stipula di una convenzione a cui hanno aderito 54 Musei, ed una previsione di altri tre, attualmente in fase di allestimento. Un impegno reale, anche per la Provincia di Modena, che ha avviato una serie di azioni operative, di carattere promozionale, formativo e didattico per favorire la fase di avvio del progetto, che oggi può contare su alcuni elementi di forte riconoscibilità. La promozione Determinante è stato in questo caso l'individuazione di un "promoter" e la conseguente elaborazione di un piano di comunicazione del Sistema provinciale che ha consentito la realizzazione di alcuni interventi: -marchio connotativo del Sistema; - predisposizione e diffusione di un depliant informativo in lingua italiana ed inglese; - pubblicazione sui Musei aderenti, contenente le diverse tipologie, servizi ed informazioni utili all'accesso; - creazione di un Sito Internet in cui sono presentate, oltre alle realtà museali modenesi, quelle nazionali ed internazionali più importanti, unitamente alle iniziative più significative; - realizzazione e diffusione di un calendario in cui i vari soggetti presentano i loro appuntamenti per il 2000. La formazione La Provincia di Modena ha promosso due corsi di aggiornamento, rispettivamente sul tema I Musei del futuro: aspetti organizzativi, gestionali e di marketing (1998) e Il Museo pubblico: la gestione e la comunicazione (1999), che sono stati attuati in collaborazione con l'Università Bocconi di Milano. La didattica Si parla molto di didattica museale ed in effetti questa è sicuramente una delle chiavi di lettura più importanti per cogliere appieno il significato di museo, nella sua valenza educativa, culturale e di attrazione turistica. Questi temi sono stati affrontati nei due corsi sulla didattica museale che si sono tenuti i mesi scorsi e che hanno visto la partecipazione di numerosi docenti appartenenti a diversi ordini di scuola. Le pubblicazioni che sono state prodotte Educare al museo e Il linguaggio dei musei rappresentano un valido strumento di consultazione e possono essere richiesti all'Assessorato Cultura. Gli interventi per la qualificazionedelle strutture La Provincia di Modena ha inoltre concorso con proprie risorse finanziarie ad interventi finalizzati al miglioramento delle strutture museali, con particolare riferimento all'impiantistica, agli allestimenti, ai sistemi informativi legati alle nuove tecnologie ed al superamento delle barriere architettoniche, interventi ritenuti necessari per garantire l'acquisizione di quegli standard minimi essenziali per l'adesione al sistema, previsti dalla convenzione stessa. Detti interventi hanno comportato un investimento della Provincia di 350 milioni.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 5 [2000 - N.7]

La storia archeologica di Ravenna resa possibile dalla fusione del lapidario benedettino con i materiali romani e bizantini delle raccolte Rasponi e con i recenti recuperi provenienti dalle campagne di scavo degli anni '60, '70 e contemporanei della zona archeologica di Classe

Luciana Martini - Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Archeologico il Museo Nazionale lo fu, fin dalla sua origine settecentesca, in un momento culturale in cui arte, erudizione ed archeologia andavano strettamente collegate. Così gli abati camaldolesi del monastero di Classe in Città, alla cui attività dobbiamo l'origine del Museo Nazionale, oltre a collezionare tutto ciò che atteneva allo scibile umano, non trascuravano certo di raccogliere quanto si recuperava dagli sterri e dagli scavi nella città di Ravenna e nella zona di Classe; e andavano orgogliosi della bella raccolta di stele funerarie ed epigrafi, così ricche di informazioni sulla vita dei "gentili", delle anfore e dei mattoni bollati in terracotta, delle gemme incise, e soprattutto, delizia dell'archeologo settecentesco, del ricco medagliere che si industriavano sempre di ampliare. E se si poteva cogliere l'occasione, compravano anche qualche pezzo di pregio se pure di lontana provenienza, come il sarcofago romano di fanciullo che fa mostra di sé nella "Sala delle Erme" del Museo. A coronamento di quest'attività vennero prodotte anche dotte pubblicazioni, quali quella delle iscrizioni romane e del medagliere in argento, ambedue nell'anno 1756. Ma la "storia archeologica" del Museo non finì certo a questo punto; anzi, a differenza di quella relativa alle "arti minori", ebbe una complessa continuazione per apporti da altre collezioni. Per di più la vocazione territoriale dell'istituzione, che veniva sempre ribadita nelle varie trasformazioni del Museo fino alla sua definitiva connotazione come "Nazionale" (1885), ne fece "sede di ricovero", e poi luogo privilegiato di esposizione di tutto ciò che si veniva recuperando nel territorio ravennate. Significativa fu la fusione con ciò che rimaneva del lapidario benedettino di San Vitale, principalmente reperti marmorei famosi quali il Bassorilievo di Augusto e il piede dell'Ercole Orario, e con i materiali romani e bizantini provenienti dalle collezioni Rasponi, fra i quali sopra tutti la Stele di Longidieno e il Bassorilievo di Ercole e la Cerva. Durante il primo ventennio del Novecento, a seguito di una vasta campagna di restauro dei monumenti ravennati e dell'effettuazione dei primi scavi archeologici, come quello del complesso palatino presso il cosiddetto Palazzo di Teodorico, le raccolte si accrebbero di abbondante materiale di scavo; in tale periodo vennero musealizzate anche le famose patere di Porta Aurea. La sistemazione dei materiali romani nel primo chiostro del complesso benedettino di San Vitale, effettuata dal prof. Giuseppe Bovini, risale a dopo la seconda guerra mondiale, mentre già da tempo la ricca collezione di reperti bizantini, comprendente capitelli, frammenti di amboni e materiali architettonici, era collocata nel secondo chiostro. Lungo il percorso delle salette superiori trovarono collocazione le transenne provenienti da San Vitale e le famose cinque erme romane ripescate in più riprese al largo di Porto Corsini. Negli anni '60 e '70, tramite la gestione della Soprintendenza Archeologica di Ravenna, si aggiunsero alle collezioni del Museo materiali recuperati con i moderni criteri scientifici di scavo, come ad esempio i reperti provenienti dai pozzi stratigrafici effettuati a Ravenna nel 1969. Ma sicuramente il capitolo archeologico più ricco del Museo, in continuazione con i primi recuperi settecenteschi, è dovuto all'esplorazione sistematica delle necropoli classensi: ricordiamo le stele e le urne cinerarie raccolte dalla Necropoli di Via Romea Vecchia nel 1966, le oreficerie dalla necropoli della Marabina (1967), i corredi funerari provenienti dalla necropoli di San Severo (1963), il materiale dalle Palazzette (1979), dal fondo Chiavichetta di Classe (dal 1974) e più recentemente i recenti scavi attorno a Sant'Apollinare in Classe, esposti nella "Sala della Sinopia", che hanno portato alla luce reperti interessanti soprattutto dal punto di vista epigrafico.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [1999 - N.6]

L'esposizione a Palazzo Milzetti anticipa l'istituzione del Museo dell'Ospedale di Faenza

Gabriella Lippi - Istituto per i Beni Culturali

Quando, circa due anni or sono, l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, prese parte all'organizzazione di una mostra costituita da una selezione di opere d'arte appartenenti al patrimonio dell'Azienda unità sanitaria locale di Ravenna, emerse con evidenza la significatività in quell'ambito del nucleo rappresentato dalle espressioni artistiche faentine, tanto da rendere plausibile l'ipotesi di istituzione di un museo dell'ospedale di Faenza. L'esposizione -giova forse ricordarlo - dava conto dei risultati di una campagna di ricognizione e censimento resasi necessaria a seguito del decreto legislativo 502/94, che modificava l'assetto istituzionale circa l'assistenza sanitaria, da quel momento incentrato sulle Aziende sanitarie e ospedaliere. Di conseguenza i beni mobili e immobili, e tra questi le opere d'arte, che fino alla fine degli anni settanta erano stati in proprietà degli enti ospedalieri, e che tra la riforma sanitaria del 1978 e il provvedimento del 1994 avevano assunto, in assenza dell'attribuzione di personalità giuridica alle unità sanitarie locali, titolarità comunale, ritornavano a costituire il patrimonio delle istituzioni sanitarie. Con la mostra - tenuta a Lugo e a Bagnacavallo nell'estate nel 1997, in collaborazione con i Comuni ospitanti e la Provincia di Ravenna - l'Istituto per i beni culturali e l'Azienda USL di Ravenna, lungi dal considerare esaurito l'impegno per la migliore conservazione e valorizzazione di quel patrimonio monumentale, storico e artistico, assumevano un orientamento volto alla ricerca di soluzioni di fruizione non straordinaria, il più possibile rispettosi della storia formativa dei diversi nuclei di opere. Così, nel comune di Massa Lombarda si è provveduto ad allestire la piccola ma qualificata quadreria (basti ricordare la presenza di dipinti dei ferraresi Garofalo e Bastianino e del bolognese Lucio Massari, oltre a significative presenze locali), accanto al civico Museo Venturini e alla Biblioteca, nella sede che fu della Confraternita dell'ospedale ed ora di proprietà dell'unità sanitaria locale di Ravenna. Mentre - in via non definitiva e in attesa di diverse soluzioni (una di queste dovrà riguardare le opere legate alle vicende ospedaliere lughesi) - sono state ordinatamente esposte e visitabili in un'ala dell'ex ospedale di Russi, in collaborazione con il Comune che ne ha la gestione, quelle opere d'arte che non godevano prima della mostra di una collocazione soddisfacente, o per carenti condizioni di sicurezza, o per la difficoltà a fruirne. Al patrimonio dell'Azienda USL appartengono anche tre edifici religiosi: l'oratorio di Sant'Onofrio a Lugo e le chiese di San Bernardo a Brisighella e di San Giovanni di Dio a Faenza. Mentre per San Bernardo si è già provveduto ad un primo essenziale intervento (l'inaugurazione dei restauri dei dipinti su tela e della prima fase di risanamento della struttura risale al Natale del 1996), ricevono ora particolare attenzione la chiesa di San Giovanni di Dio e l'ospedale a cui appartiene, nell'ambito di un programma che investe sia l'architettura monumentale, sia i beni storico-artistici mobili. E' una scelta che ravvisa, quale connotato principale della raccolta di opere d'arte di pertinenza ospedaliera, il rapporto stretto che lega gli edifici (i "contenitori" e le funzioni che vi si svolgono) con i beni storico-artistici conservati. Il ciclo pittorico costituito dalle tele di Giovanni Gottardi e Filippo Comerio raffiguranti episodi della vita del santo fondatore dell'ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli risale al periodo della fondazione della chiesa e del convento-ospedale, e ci rammenta la volontà del vescovo Cantoni circa l'affidamento dei compiti assistenziali e sanitari ad un ordine a ciò deputato. La presenza di opere che provengono dagli ospedali incorporati in tale occasione ci dicono dell'attività di riordino attuata a metà Settecento. Le donazioni o gli acquisti successivi sono per lo più riferibili ai momenti salienti in cui il nosocomio ha adeguato la propria organizzazione spaziale e di servizio secondo criteri igienico-sanitari più aggiornati: è il caso della serie, iniziata a partire dalla fine del secolo scorso, dei ritratti dei benefattori, come pure dei busti bronzei dei medici Testi e Sarti eseguiti da Ercole Drei negli anni venti, o delle opere di Pietro Melandri (da quelle monumentali a quelle di piccolo formato), per concludere, solo a titolo d'esempio, con il grande pannello ceramico di Biancini. Ecco allora che nel complessivo piano di recupero e di adeguamento degli impianti della chiesa e della porzione monumentale dell'edificio ospedaliero (quella in origine conventuale ad uso dei Fatebenefratelli, e l'atrio con la quadreria dei benefattori), trova spazio l'istituzione di un museo in grado di consentire un'adeguata conservazione e fruizione delle opere. Alcune sale saranno destinate ad ospitare quei beni storico-artistici ora inidonei all'uso liturgico, accanto ai manufatti più strettamente connessi con le vicende e gli usi ospedalieri, ma ora non più contestualizzabili in quanto risultano modificate funzioni e organizzazioni spaziali. Anche se di non disprezzabile consistenza e qualità sarà l'insieme dei beni che troveranno collocazione in questa sede (basti citare i due paesaggi seicenteschi del pittore bolognese Andrea Donducci, detto "il Mastelletta"), gli ambienti museali non vanno visti isolatamente: faranno parte di un percorso, peraltro facilitato dal materiale ripristino dell'accesso laterale originario della chiesa, di collegamento tra le varie espressioni artistiche, cosicché potrà esservi un continuo rimando tra i diversi ambienti dell'intero complesso monumentale. Ad una impegnativa campagna di restauri delle opere di pertinenza della chiesa di San Giovanni di Dio è già stata data esecuzione: si intende presentarne i risultati in una mostra - prevista a partire dal prossimo mese di settembre in Palazzo Milzetti - che consentirà di apprezzare una consistente parte delle opere d'arte che andranno a costituire il museo dell'ospedale, accanto ad altre significative espressioni pittoriche faentine settecentesche. Alle grandi tele eseguite da Filippo Comerio per la chiesa dell'ospedale (che nell'occasione potranno godere di una visione ravvicinata, prima di essere ricollocate nel luogo d'origine) saranno accostate altre opere dell'artista, anche inedite, in modo da favorire una precisa conoscenza dell'insieme della sua produzione nel periodo faentino. Così come l'accostamento di opere di Cristoforo Unterperger e Giovanni Gottardi dovrebbero contribuire a risolvere una vecchia e controversa questione attributiva, di interesse non solo locale. La mostra - organizzata dall'Istituto regionale per i beni culturali, dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici di Bologna, dall'Azienda sanitaria locale di Ravenna, dalla Provincia di Ravenna e dal Comune di Faenza - vuole cogliere dunque un duplice obiettivo: affrontare alcuni nodi storico-artistici insieme ad una "anticipazione" di quello che sarà il museo dell'ospedale, un luogo che si ritiene possa contribuire ad aumentare l'offerta culturale faentina e nel contempo qualificare le strutture dell'ospedale nella convinzione che ambienti dignitosi, e anche belli, incidano in positivo nell'assicurare la migliore assistenza sanitaria.

La pagina dell'IBC della Regione Emilia-Romagna - pag. 5 [1999 - N.5]

Franco Gabici - Capo Reparto delle Attività scientifiche e museali del Comune di Ravenna

Il Museo ornitologico nasce nel 1970 con il lascito di Alfredo Brandolini, appassionato ornitologo ravennate, la cui collezione fu donata al Comune di Ravenna dopo la morte avvenuta nel 1965. Il Museo però è qualcosa di più e non si identifica tout court con la semplice esposizione di uccelli imbalsamati. La raccolta, infatti, cresciuta nel tempo attorno al primo nucleo originario che comprende gli uccelli della Romagna raccolti dallo stesso Brandolini a partire dal 1906, è andata via via assumendo le caratteristiche del museo, inteso come centro di cultura e non semplicemente come luogo di esposizione. Giustamente, dunque, il museo ravennate è oggi denominato "Museo ornitologico e di scienze naturali", un titolo che lo ricollega strettamente alle sue origini, ma che al tempo stesso lo proietta nel futuro. L'ornitologia, dunque, costituisce la parte preponderante del museo, cresciuto attorno ai 1300 esemplari distribuiti in 400 specie e nella "Sala Brandolini" sono oggi conservate tutte le specie che hanno frequentato le zone che vanno dalla via Emilia al mare e dal forlivese alle Valli di Comacchio. Nella "Sala Brandolini", inoltre, è stata mantenuta la collezione originaria di Brandolini, dove alcuni esemplari sono ripetuti più volte se presentano anche leggere differenze di forme e di colori. Ovviamente sono state inserite nel corso del tempo le specie mancanti e quelle più nuove che hanno fatto la loro comparsa nel nostro territorio in questi ultimi anni. La raccolta, che comprende più di mille uccelli, comprende anche una ooteca (raccolta di uova) e una fonoteca con dischi e cassette che riproducono il canto degli uccelli e di altri animali. Una sezione del museo dedicata alle architetture degli uccelli ravennati presenta i nidi più tipici delle nostre zone, mentre altre sezioni completano il discorso didattico e scientifico.Fra le sezioni ricordiamo la "Storia delle pinete ravennati" (è esposta una carta della pineta del 1876), "Uova e pulcini" e "Dove vedere gli uccelli", con un elenco degli esemplari più comuni e le località dove si possono osservare. Altri segmenti del Museo presentano la "Storia della vita" dal big bang ai nostri giorni e la "Storia del volo" che riassume la trasformazione degli uccelli da rettili ad animali provvisti di ali. Di grande interesse la sezione "Farfalle diurne d'Italia", dove sono raccolte tutte le specie italiane unitamente a 117 specie di farfalle notturne. Si può ammirare anche una sezione di mammiferi, rettili e conchiglie del ravennate. Molto fornita è anche la biblioteca scientifica di oltre 5 mila volumi, con preziosi testi dal Cinquecento ai nosptri giorni e riviste specialistiche sia italiane che straniere.Recentemente, a testimonianza della vitalità del Museo, è stata inaugurata anche una pregiata sezione di fossili. Fra le curiosità del Museo vanno ricordate una magnifica conchiglia Tridacna di 3 quintali e una sezione di tronco di pioppo centenario.

Speciale musei naturalistici della scienza e della tecnica - pag. 5 [1999 - N.4]

Luciana Martini - Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Il Museo Nazionale di Ravenna non appartiene a quella tipologia di istituzioni che raccolgono materiale di interesse etnografico; e pur tuttavia, data la complessità storica del suo lungo e non lineare percorso di formazione, è possibile reperire sporadicamente al suo interno qualche oggetto che ha attinenza questo tema. Il nucleo originario del museo è infatti formato dalle settecentesche raccolte dei padri camaldolesi di Classe, molta parte delle quali è ordinata per tipologie materiche e raccoglie oggetti delle più disparate provenienze. La varietà degli interessi dei colti padri e il loro desiderio di documentare ogni aspetto della produttività umana ha investito tutti i luoghi e tutte le epoche creando, accanto alle opere d'arte, un deposito di interessanti curiosità. Così ad esempio, nella collezione degli avori, possiamo trovare insieme ai famosi esemplari bizantini due corni di provenienza nigeriana di tipologia piuttosto rara, che hanno attirato l'interesse di molti studiosi dell'arte africana. Del tutto incoerente con le raccolte museali è invece un piccolo e molto particolare deposito, pervenuto all'istituzione per vie trasversali. Si tratta di avanzi preistorici americani, più di seicento punte di freccia litiche, donati nel 1881 dal dott. Elmer Reynolds, membro della Società Antropologica di Belle Arti e socio di merito dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna, all'Accademia di Belle Arti stessa, e da questa destinata al R. Museo Nazionale. Si trattava, come è ovvio di materiali ben difficili da collocare nel contesto cittadino, e finiti probabilmente al Museo Nazionale come una sorta di prestigioso ricovero. Quanto all'origine di questi resti, definiti preistorici dallo studioso stesso, possiamo conoscerla direttamente dalle parole dal dott. Elmer Reynolds, in una interessante e piacevole relazione pubblicata negli atti della locale Accademia di Belle Arti, e tradotta dall'inglese dall'ing. Filippo Lanciani: "La collezione recentemente spedita all'Accademia di Belle Arti in Ravenna non fu fatta in qualche luogo particolare; al contrario fu in parte il risultato delle mie ricerche in luoghi diversi molti distanti fra loro. Il grosso della collezione fu trovata nella regione degli Indiani Anacostii, mentre le reliquie degli ordigni e degli utensili si raccolsero negli antichi territori delle tribù del Piscataway, del Wicomoco, e dello Shenandoah. (1881-82, p.99). Infine, altri materiali di interesse etnografico sono pervenuti recentemente al Museo attraverso gli scavi e le scoperte relativi materiali di epoca preistorica; queste acquisizioni sono dovute alla connotazione, fra le altre che ha assunto l'istituzione nel suo percorso, anche di "museo archeologico del territorio". Queste raccolte, note e in buona parte esposte, appartengono all'età del Bronzo. Ricordiamo i reperti di Valle Felici nei dintorni di Cervia, unico insediamento locale del Bronzo Antico (1800-1570 a.C.) situato in prossimità della linea di costa; vi è attestata anche una fase del Bronzo Medio iniziale (sec. XVI a.C.). I materiali più importanti consistono in un boccaletto con ansa a spigolo rilevato un vasetto con orlo entroflesso, fusaiole del tipo circolare schiacciato, anse a nastro con appendice asciforme, una punta di freccia a losanga con alette. All'orizzonte culturale appenninico (Bronzo medio e tardo) appartengono i frammenti provenienti da uno scavo sulle rive del Savio, tra Mensa e Matelica. Tra l'abbondante industria fittile si distinguono frammenti con decorazioni di tipo appenninico e numerose anse fra cui molte a prominenze coniche; l'industria dell'osso ha restituito due manici di lesina tra cui uno decorato a occhi di dado. Altro rinvenimento assai noto è un'ascia di bronzo assai ben conservata, proveniente da Valle Standiana, a ovest della pineta di Classe (Bronzo finale, X-IX sec. a .C.). Ma il ritrovamento più famoso è quello dei materiali provenienti dalla grotta naturale della Tanaccia (presso Brisighella), quasi certamente luogo di culto e abitazione, scavato sistematicamente negli anni 1955-56. Il complesso culturale, databile tra il tardo eneolitico e il bronzo iniziale, ha restituito una grande quantità di materiale fittile, tra il quale anche pezzi completi, appartenenti alla cultura di Lagozza, di Polada, del vaso campaniforme e numerose fusaiole. L'industria litica ha offerto cuspidi in pietra, raschiatoi, una piccola accetta, un anellino di steatite. Nell'ambito dell'industria dell'osso sono stati ritrovati aghi e punte, e nel gruppo dei materiali naturalistici crani di canide (forse in connessione con valori rituali), un corno di cervo, cornetti di capriolo e conchiglie forate parte di collana.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [1998 - N.3]

Cetty Muscolino - Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Casa Romei, una delle architetture più significative nell'ambito dell'edilizia privata ferrarese, è rappresentativa di quel delicato momento di transizione in cui il fantasioso spirito gotico si stempera nell'equilibrio rinascimentale, del gusto e delle scelte decorative e iconografiche fra Quattrocento e Cinquecento. Il passaggio da dimora gentilizia a convento e finalmente a museo (dal 1952 ospita un lapidario e affreschi staccati da edifici ecclesiastici cittadini), attraverso molteplici vicende costruttive e distruttive che ne hanno in parte alterato l'aspetto originario, l'ha arricchita di numerosi affreschi, sinopie, sculture e cotti architettonici che ne costituiscono una testimonianza molto importante della storia dell'arte cittadina. I laboriosi restauri degli ultimi anni - a cui di necessità seguiranno altri interventi - hanno contribuito:a rendere Casa Romei uno dei Musei più piacevoli:e particolarmente indicati per il pubblico scolastico. Perché a misura d'uomo, perché fortunatamente in ombra rispetto a dimore ben più famose, come ad esempio la "delizia" di Schifanoia. La minor fama la "salva" dall'assalto e dalla consumazione "fast food". Insomma, fino a che qualcosa non cambierà, ci troviamo nella situazione ideale per lavorare con i ragazzi che, solitamente sovrastimolati e disturbati dall'eccesso di tutto, hanno bisogno di quiete e di un ambiente tranquillo per poter raccogliere le idee. Proprio per questo è nato, nel 1986, il progetto didattico Casa Romei, grazie alla collaborazione fra la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna, Ferrara, Forlì e Rimini, e la Didattica dei Beni Culturali del Comune di Ferrara. Guidati dallo storico dell'arte della Soprintendenza gli studenti (per lo più di IV elementare e Il media)si muovono per le sale della Casa, si riappropriano degli spazi, ne riscoprono le funzioni, inventano gli arredi...Rivedono la propria casa e, facendo le debite differenze, riflettono sul passato, su questo passato prossimo in cui un camino acceso e scoppiettante diventa il cuore di una giornata piovosa; un giardino fiorito affrescato sulle pareti consente di vivere in un'eterna primavera; un pozzo al centro del cortile, oltre che servire i bisogni della casa, stimola la curiosità dei bimbi. La dimora osservata e percorsa ci racconta la sua vita... ancora echi di risate di fanciulle nei loggiati dipinti con cartigli svolazzanti, elementi vegetali e imprese di famiglia. Leggere la casa vuol dire, con buona probabilità, coglierne i segreti. Per i giovani studenti (ma solo per loro?) tornare più volte a visitare Casa Romei significa osservare, comprendere, discutere,disegnare, creare, inventare fiabe, scrivere poesie. Pensare alla vita di quel tempo tanto lontano (ma è poi così lontano?) e alla vita di oggi. Leggere gli affreschi: quelli nati nella casa e quelli portati da fuori (ma come... gli affreschi si possono staccare?). Studiare le sculture che ricamano i capitelli: e se anche noi ci costruissimo il nostro stemma di famiglia? Molteplici sono gli indizi da seguire: la casa è uno scrigno pieno di sorprese che solo... nella quiete... si possono scoprire. Passando di corsa (ma perché corriamo?) facciamo solo"rimbombare" le sale. Ma se si cammina adagio adagio e si guarda su e giù... a destra... e a sinistra... se ne vedono delle belle!

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [1998 - N.2]

Luciana Martini e Andrea Alberti - Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Dall'8 novembre il Museo Nazionale si è arricchito di una nuova esposizione numismatica, intitolata Il gruzzolo di Via Luca Longhi. La mostra è concepita non come un interessante ma effimero momento di confronto fra i vari materiali, bensì come un allestimento che ci impegna a "vedere nuovamente" dentro il museo stesso, a scavarvi nuovi percorsi per scoprirvi realtà insospettate (è noto purtroppo quanto siano ricche ma sconosciute queste nostre istituzioni); e come tale rimarrà fisso per molto tempo all'interno del percorso di visita. In questo evento sono confluite quelle esperienze didattiche e culturali maturate in altre simili occasioni, che ci hanno portato a ritenere come tale sistema di esposizione semipermanente sia il migliore sia per l'aspetto economico, relativamente al quale permette un ottimo e prolungato utilizzo delle risorse impegnate, sia per l'aspetto scientifico, in quanto si inserisce nel progetto di rinnovamento generale del Museo, proponendo una nuova lettura, il più possibile completa, di un settore per volta. Il nuovo allestimento espositivo si propone di soddisfare i seguenti obbiettivi: - valorizzare il materiale numismatico esposto; - offrire al visitatore diversi canali informativi con differenti livelli di approfondimento sui singoli elementi esposti, ma anche sulla storia della monetazione, mediante l'inserimento di un ricco e, al contempo, agile apparato didattico e didascalico; - incrementare le caratteristiche di comfort ambientale della sala per consentire al fruitore una visita gradevole e non faticosa. E' stata completamente modificata l'illuminazione della sala, adottando un livello luminoso soffuso al fine di evidenziare e metter in risalto le vetrine e i pannelli dell'apparato didascalico, pur consentendo la percezione delle caratteristiche architettoniche dell'ambiente. Nuovi illuminatori inseriti all'interno delle vetrine permettono una maggior definizione della morfologia e del modellato dei pezzi esposti. All'inizio della sezione due momenti espositivi di maggiore incisività, cioè la presentazione di un sarcofago con una scena relativa all'attività di un argentarius e una ricostruzione delle condizioni di ritrovamento del gruzzolo, svolgono la funzione di un accattivante segnale per incentivare l'attenzione e la curiosità del visitatore, oltre a fornire informazioni sull'argomento specifico dell'esposizione. Prima della visione del materiale numismatico, viene offerta la possibilità di consultare una guida interattiva inserita in una comoda postazione di lavoro; considerato l'itinerario del percorso della mostra, dove l'uscita, coincidendo con l'entrata, impone al visitatore di "ritornare sui propri passi", la consultazione della guida informatizzata può diventare un momento di approfondimento anche al termine della visita. Il tesoretto rinvenuto nel 1957 in Via Luca Longhi a Ravenna comprendeva 665 monete, ancora conservate entro i resti di un recipiente di terracotta, emesse da zecche dell'Italia settentrionale fra il XIII e la metà del XV secolo. La localizzazione dei reperti in una strada che ancora nell'Ottocento recava il nome di Via del Ghetto suggerisce l'ipotesi sull'identità dell'occultatore e fornisce lo spunto per analizzare la presenza e il ruolo dei cambiavalute ebrei e cristiani a Ravenna. Nella composizione del gruzzolo, in cui sono presenti, oltre a monete delle principali città dell'area emiliano-romagnola e dell'area marchigiana, esemplari di Firenze e Venezia, sono testimoniati gli antichi percorsi commerciali e le vie di afflusso dei capitali. Nell'ambito della mostra viene inoltre analizzata la produzione della zecca di Ravenna in età medievale, inquadrandola nei rapporti con il territorio riminese e marchigiano. La videoguida interattiva, intitolata La moneta dall'antichità al Medioevo, è illustrata tutta con materiale numismatico delle collezioni del Museo Nazionale di Ravenna. I temi affrontati nei vari capitoli (La moneta nel mondo contemporaneo, Prima della moneta, La diffusione della moneta nel mondo greco, La moneta in età ellenistica, Roma e la moneta, L'uso della moneta nel medioevo) si sono rivelati ottimali per l'approfondimento didattico delle scuole in visita all'esposizione. L'ordinamento scientifico, il catalogo e i testi della videoguida sono a cura della prof. Emanuela Cocchi Ercolani con la collaborazione della dott.ssa Anna Lina Morelli. In occasione della Settimana dei Beni Culturali saranno programmate visite guidate all'esposizione.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [1998 - N.1]

Rosella Cantarelli - Responsabile delle attività Culturali della Provincia di Ravenna

Sono ormai trascorsi cinque anni dall'applicazione della Legge regionale n. 20 e, per la nostra provincia, si chiude con un primo bilancio sostanzialmente positivo, se consideriamo che in questo arco di tempo si sono concretizzati alcuni primi interventi a favore dei musei ed è maturata l'esperienza che sta ora portando verso la realizzazione del sistema museale provinciale.Come è noto la L .R. 20/90 "Norme in materia di musei di enti locali o di interesse locale" promuove l'istituzione e lo sviluppo dei musei della regione e ne incentiva le funzioni al fine di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e ambientali presenti nel territorio regionale. E anche per l'ambito ravennate questa normativa ha contribuito a ridare attenzione alle problematiche e alle potenzialità del nostro patrimonio museale. In effetti molti di quei musei che hanno saputo attivarsi in questi anni per presentare progetti specifici sui piani di intervento regionale, cominciano ora a realizzare i primi interventi, utilizzando i finanziamenti (ancora troppo modesti) assegnati dalla Regione e la collaborazione tecnico - scientifica dell'Istituto dei Beni culturali, per il restauro e conservazione dei beni, per la catalogazione e schedatura del patrimonio, per interventi sulle strutture museali e per progetti culturali di promozione.Anche la nostra Provincia, in linea con le competenze previste dalla legge, ha attivato un proprio ambito di intervento nel campo dei beni culturali.Il "Progetto beni culturali", elaborato nel 1992, era rivolto a favorire la documentazione, promozione e valorizzazione dei beni culturali del nostro territorio e dei relativi musei ed ha portato nell'arco di un triennio alla elaborazione di diverse iniziative finalizzate alla elaborazione di un progetto coordinato. Ricordiamo tra queste: - l'indagine STIMMA (Sistema Territoriale Integrato Musei, Monumenti e Archeologia) condotta sui musei del territorio provinciale, che ha analizzato e documentato lo stato del patrimonio e dell'offerta culturale ravennate, con indicazione per una concreta e produttiva opera di valorizzazione di tale patrimonio,- il progetto "Banca dati iconografica" con la relativa dotazione hardware, ore collocata nella sede del nostro Assessorato ,- la pubblicazione fotografico - documentaria dal titolo "Viaggio nei musei della provincia di Ravenna", prima opera di una collana che è stata dedicata alla valorizzazione dei beni culturali,- un progetto triennale di aggiornamento sulla didatica museale per i docenti delle scuole dell'obbligo,- un corso di formazione per direttori/ operatori dei musei, promosso e organizzato in collaborazione con l'Istituto dei Beni Culturali della regione.Oltre a ciò, la Provincia ha collaborato alla predisposizione delle istruttorie provinciali per la formazione dei piani di intervento regionali (previsti per legge) e coadiuvato i Comuni laddove necessario, accogliendo così la sollecitazione dell'Istituto regionale a operare quale ente intermedio tra Regione e Comuni.A tal fine si è rivelata particolarmente utile l'istituzione della Conferenza permanente dei direttori e dei responsabili dei musei del territorio provinciale, formalizzata da una appositaconvenzione tra Provincia e Comuni. Tale organismo si è rivelato nel tempo una proficua occasione di incontro e confronto collegiale fra gli operatori museali e la provincia.Da tutto ciò è maturata la volontà di dare avvio a un progetto concreto di coordinamento tra Provincia e Comuni, che nella dimensione provinciale sembra trovare un giusto equilibrio per quanto riguarda soprattutto una maggiore visibilità, una adeguata promozione e valorizzazione dei vari musei del territorio.Lo sviluppo del sistema museale di livello provinciale è ora l'obiettivo sul quale stiamo lavorando per il prossimo triennio, assieme agli enti pubblici e privati che vi collaborano e nello spirito della Legge regionale 20/90 che, auspichiamo, continui a garantire anche in futuro un adeguato sostegno.

L'opinione del legale - pag. 5 [1997 - N.0]

Un sito museale "archeologico" nel Museo Nazionale di Ravenna

Luciana Martini - Direttore del Museo Nazionale Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

Già in precedenza si è detto, su queste stesse pagine, come il Museo, a somiglianza di quasi tutte le raccolte di fondazione storica, custodisca materiali assai eterogenei sia nella tipologia che nell'arco cronologico. Ma sicuramente i reperti di antichità vera e propria erano un vanto per coloro che diedero vita e accrebbero nel tempo il nucleo originario del Museo, i padri del convento di Classe in città. Attualmente, le raccolte definibili come "archeologiche" nel senso moderno del termine sono distribuite in vari punti del percorso espositivo, ma soprattutto in uno dei siti del complesso più significativi per il visitatore appassionato dell'antico: il "primo chiostro" del monastero benedettino. Luogo già di per se stesso ricco di fascino storico, sovrastato dalla piacevole veduta in scorcio del campanile barocco di San Vitale, il "primo chiostro" appartiene alla fase costruttiva rinascimentale del complesso ed è databile tra la fine tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo. L'ordinamento dei reperti archeologici, collocati a muro lungo tutti i lati del chiostro, è dovuto ad una sistemazione realizzata nel dopoguerra dall'illustre archeologo Giovanni Bovini. Essi provengono dalle raccolte dei Camaldolesi, da quella dei Benedettini di San Vitale e dalla collezione privata della nobile famiglia Rasponi di Ravenna, donata al Museo alla fine dell'Ottocento. Il reperto più famoso, collocato nell'angolo sud-ovest del chiostro in posizione otticamente privilegiata, è il "Bassorilievo di Augusto", cosiddetto per il suo contenuto celebrativo della famiglia imperiale: infatti vi troviamo rappresentati in forma idealizzata cinque membri della gens Giulio-Claudia. Fu ritrovato nell'area del complesso nel secolo XVI, insieme ad un frammento più piccolo di diversa iconografia. Molto probabilmente i due rilievi erano parte di un monumento sul genere dell'Ara Pacis augustea, connesso con l'operato politico dell'imperatore Claudio a Ravenna. Egli infatti visitò trionfalmente la città intorno al 44 d.C., di ritorno dalla campagna britannica, lasciandovi numerose tracce nell'attività artistica e nell'edilizia celebrativa. Ad eccezione di questa testimonianza di un'arte ricca e colta, legata alla committenza ufficiale, i reperti esposti lungo i lati del chiostro consistono per lo più in stele e iscrizioni funerarie, piccoli monumenti finanziati dai privati. Il più famoso di essi, collocato ad angolo con il Bassorilievo di Augusto, è la stele di Longidieno, carpentiere della flotta di Classe, notissima per la semplice ed efficace rappresentazione iconografica del mestiere. Gran parte di queste testimonianze ravennati, infatti, sono legate all'esistenza del grandioso porto militare voluto da Augusto, presso il quale si sviluppò una vera e propria seconda città, che dal nome della flotta (classis) venne detta Classe. Le numerose stele dei classiari, alcune arricchite da icastici ritratti, ci forniscono preziose informazioni sulla composizione della flotta, sul nome delle imbarcazioni, sulle componenti etniche e sociali dell'equipaggio, sui mestieri connessi con la manutenzione delle navi. Infine, lungo il lato sud del chiostro spiccano tre portali raffinatamente scolpiti, qui trasferiti nel 1910 dal convento classense, i quali delimitano l'ingresso alle antiche salette dei servizi dei monaci. In quella di destra, inserita nel percorso museale, si raccolgono i resti di Porta Aurea, uno dei più importanti monumenti della città antica, fatto erigere anch'esso dall'imperatore Claudio nel 43 d.C., e distrutto nel 1582. Della costruzione, che godette di grande fama nel Medioevo e nel Rinascimento, e della quale restano fortunatamente numerose testimonianze grafiche, sopravvivono pochi frammenti, fra i quali due parti della scritta dedicatoria e due eleganti clipei raffinatamente decorati.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [2001 - N.11]

Anche il Sistema Museale della Provincia di Rimini si apre a nuove realtà che porteranno, entro il 2004, al raddoppio dei musei associati

Rita Giannini - Dirigente Servizio Beni e Attività Culturali della Provincia di Rimini

La realtà museale della provincia di Rimini può dirsi veramente feconda. Negli ultimi anni si è registrata un'intensa attività che ha portato e sta portando all'apertura di nuovi musei. Una grande ricchezza per il territorio riminese che con i nuovi contenitori museali amplia la sua offerta, la qualifica e la differenzia. Ciascun nuovo spazio è infatti portatore di una propria specializzazione, espressione del territorio e della sua storia. Non si può che plaudere allo sforzo compiuto dalle Amministrazioni comunali, istituzioni e associazioni per la volontà, l'impegno, la determinazione dimostrate e le significative iniziative avviate in un momento non certo felice per gli interventi culturali soprattutto in ragione del difficile reperimento di risorse. Dal canto suo l'impegno della Provincia di Rimini, attraverso il proprio progetto Dar Luogo alla Cultura che ha visto destinare quattro miliardi e mezzo di vecchie lire per la edificazione e il restauro di contenitori culturali, nonché attraverso i Piani museali e bibliotecari annuali, in attuazione alla L.R.18/2000, è stato ed è notevole, nella convinzione che un territorio più è ricco di proposte culturali più si valorizza e più differenzia non solo l'offerta culturale ma anche quella turistica che necessita di rispondere a una domanda diversificata e autonoma rispetto al turismo balneare. Il Sistema Territoriale Integrato era assestato sulla presenza di nove musei, di cui uno in riallestimento (il Museo delle Civiltà Extraeuropee Dinz Rialto di Rimini): a Rimini il Museo della Città, a Santarcangelo di Romagna il Museo Etnografico degli Usi e Costumi della Gente di Romagna, a Verucchio il Museo Civico Archeologico, a Riccione il Museo del Territorio, a Cattolica il Museo della Regina, a Saludecio il Museo di Saludecio e del Beato Amato, a Gemmano il Museo Naturalistico di Onferno, a Mondaino il Museo Paleontologico. Nel 2002 ha aperto i battenti il nuovo Museo della Linea dei Goti, ospitato a Montegridolfo, in un edificio singolare: un bunker ricostruito a modello di quelli edificati durante la seconda guerra mondiale. Anche Montegridolfo, come l'intera fascia di territorio collinare romagnolo, è stata interessata dal passaggio della linea gotica, il neo museo pone l'attenzione su questa fase storica e raccoglie reperti riferiti al passaggio del fronte. Tra breve, nel primo week end di novembre, saranno inaugurati altri due nuovi spazi museali, espressione del territorio e dei suoi protagonisti, siano essi gente comune come nel caso del Museo Etnografico di Valliano di Montescudo, o personaggi di gradissimo respiro artistico come nel caso del Museo Federico Fellini dedicato al regista riminese. Il Museo, che è di emanazione diretta della Fondazione e ha sede nella casa della famiglia, nel centro di Rimini, raccoglie i suoi disegni originali, i libri, i materiali dei suoi film e alcuni significativi oggetti che gli sono appartenuti. Nelle sale espositive saranno allestite mostre temporanee che alterneranno la presentazione di disegni, costumi, elementi scenografici, foto e altro, il tutto coadiuvato da supporti multimediali. Il 7 novembre il museo ha aperto i battenti con una mostra dedicata al film 8 e mezzo. Il Museo di Montescudo che prende il nome dalla frazione in cui è ubicato, nasce nella canonica del Santuario di S. Maria Succurente, che è parte integrante dello stesso con le sue esposizioni di ex voto e gli antichi affreschi. La specificità del territorio ha fatto sì che queste località si dedicassero alla lavorazione dei prodotti naturali, come la creta, l'uva, l'oliva, dando vita a produzioni di grande pregio e tradizione riguardanti vino, olio, miele, terracotta, di cui il Museo è testimonianza. L'inaugurazione ha avuto luogo l'8 novembre. Accanto agli spazi menzionati ce ne sono altri di cui si prevede l'apertura nel 2004. Tra questi il nuovo Museo Storico Archeologico di Santarcangelo di R., il Museo dell'Arte Molinatoria di Poggio Berni e il Museo delle Culture Extraeuropee riallestito presso la Villa Alvarado a Covignano di Rimini.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 5 [2003 - N.18]

Un incontro di studio a Rimini per affrontare il tema dell’apertura dei musei a differenti culture e fasce di utenza

Luca Vannoni - Ufficio Cultura della Provincia di Rimini

In occasione della giornata internazionale del museo 2005 promossa dall’ICOM – UNESCO, si è svolto a Rimini, il 18 maggio 2005, l’incontro di studio A proposito di Musei: il Museo, il luogo di incontro fra le diversità. Durante l’incontro, promosso dalla Provincia di Rimini in collaborazione con l’Istituto dei Musei Comunali di Santarcangelo di Romagna, sono state avanzate interessanti e diversificate proposte operative per affrontare il tema dell’apertura del museo alla diverse culture e alle differenti fasce di utenza che normalmente non lo frequentano (diversamente abili, immigrati da paesi extraeuropei, giovani).
Marcella Bondoni, assessore alla Cultura della Provincia di Rimini, ha aperto l’incontro sottolineando l’importanza di creare occasioni di confronto sul ruolo e sulla funzione degli istituti museali nel territorio e ha annunciato che tale giornata di studio verrà istituzionalizzata dalla Provincia di Rimini come utile momento di confronto annuale.
Andrea Canevaro, docente dell’Università di Bologna, ha mostrato quanta affinità ci sia tra le difficoltà di percezione di un diversamente abile e le difficoltà linguistiche che caratterizzano un immigrato proveniente da un paese extraeuropeo: il museo come luogo di intersezione tra diverse memorie e di dialogo tra proposte culturali differenti può divenire un centro di elaborazione di significati condivisi anche attraverso specifiche iniziative volte a favorire l’accessibilità alla cultura. Il museo, proprio perché le sue potenzialità espressive non si fondano esclusivamente sul linguaggio parlato, può costituire il luogo di valorizzazione dell’arricchimento di cui l’altro è portatore e di creazione nell’esperienza collettiva ed individuale di appositi spazi mentali per l’apertura continua alla dimensione incompiuta e diveniente dell’esistere.
Le difficoltà di un percorso del genere sono state sottolineate da Laura Carlini, responsabile del Settore musei dell’Istituto Beni Culturali, anche con il ricorso a ricerche statistiche che documentano, per la situazione italiana, l’assenza dai musei delle comunità degli immigrati. Del resto, una prospettiva museale multiculturale, attenta a promuovere le relazioni tra le diverse comunità, extraeuropee ed europee, può avere successo se parte dalla consapevolezza che l’accessibilità del museo a tutti può essere raggiunta attraverso politiche gestionali che investano sull’obiettivo di rendere comprensibili le proprie collezioni a pubblici di differente formazione e provenienza. Creare degli spazi fisici di respiro europeo che espongano oggetti che abbiano una comune matrice europea potrebbe essere un tentativo di facilitare la comunicazione lavorando su un profilo di identità europea. L’Istituto Beni Culturali partecipa a progetti europei come Collect and Share, (Raccogli e condividi), indirizzato all’inclusione delle fasce marginali di pubblico attraverso la condivisione dei progetti e dei programmi dei musei di tutta Europa.
Vito Lattanzi, responsabile dei servizi educativi del Museo etnografico “Luigi Pigorini” di Roma, sottolineato la necessità che il museo si interroghi sull’adeguatezza dei propri strumenti comunicativi al fine di stimolare le potenzialità espressive latenti dei giovani. Attualmente la proposta didattica predominante nei musei italiani è ancora l’opzione laboratoriale: il limite di questa proposta è segnalato dalla recente diffusione del modello dell’edutainment, che cerca di mediare educazione ed intrattenimento, sostituendo in buona parte gli aspetti cognitivi della mediazione didattica con quelli ludici. Sui pericoli di una deriva ludica e di percorsi conoscitivi eccessivamente facili ha insistito Marcello Di Bella, dirigente del settore cultura del Comune di Rimini, sottolineando l’opportunità di proporre comunque al pubblico giovanile dei metanodi, cioè dei grandi poli di orientamento cognitivo.
Attraverso il coinvolgimento in un progetto biennale di alcune classi di un Liceo di scienze sociali di Roma al Museo Pigorini, si è potuto verificare la validità di un modello educativo alternativo allo stesso edutainment mettendo al centro l’apprendimento museale (learning): le ragazze e i ragazzi hanno dapprima familiarizzato con i depositi e con le operazioni di catalogazione, poi sono stati invitati a costruire una collezione di oggetti d’affezione, provenienti dal loro vissuto e dal loro immaginario culturale, e a progettare un apposito percorso espositivo culminato in una vera e propria mostra.
Anche questo è un modo a disposizione del museo per esprimere la propria militanza sociale e la propria sensibilità verso le utenze marginali (Mario Turci, direttore dell’Istituto dei Musei Comunali di Santarcangelo), senza però venire meno al compito di tramandare il passato, quel paese straniero dove le cose si fanno in un altro modo.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 5 [2005 - N.23]

Aristocrazia, guerrieri e simboli in mostra al Museo Civico Archeologico di Verrucchio

Elena Rodriguez - Coordinatrice delle attività del Museo Civico Archeologico di Verrucchio

Un guerriero armato di elmo, scudo e spada in bronzo, con un raffinato mantello in lana sulle spalle, fissato da una fibula in oro: questa suggestiva ricostruzione dà inizio ad un’affascinante mostra, visitabile presso il Museo Civico Archeologico di Verucchio fino al 7 Gennaio 2007 (per informazioni tel. 0541.670222).
Il percorso è incentrato sui molteplici ruoli che competevano alle figure maschili di altissimo rango nell’ambito della comunità villanoviana di Verucchio durante la fase orientalizzante (fine VIII secolo a.C.). La documentazione presa in esame da Patrizia von Eles e dalla sua equipe di studiosi riguarda alcuni corredi funerari maschili venuti in luce durante gli scavi passati (degli anni ’70 e ’80) e nel corso delle più recenti indagini intraprese a partire dal 2005 nella Necropoli Lippi. Tra le sepolture esposte emerge la tomba B/1971 Lippi, la cui struttura a camera è ricostruita in mostra con il suo tavolato di copertura sostenuto da travi appoggiate su pilastri verticali in legno. Al suo interno stava una situla bronzea con i resti del cremato defunto, avvolta in un mantello e chiusa da un coperchio a disco con una complessa decorazione caratterizzata da figure di guerrieri e mostri realizzati con laminette metalliche applicate su un tessuto.
Questi ed altri ricchissimi reperti, insieme ad un originale apparato didascalico, sono articolati in tre sezioni tematiche, che approfondiscono aspetti centrali per il mondo aristocratico ed in particolare per quello maschile: l’abbigliamento, il banchetto, la guerra. Il primo tema è rappresentato non solo dagli oggetti di ornamento – tra cui fibule in metalli preziosi e ambra – da applicare sulle vesti, ma anche da un raffinatissimo abito in lana che proviene dalla Tomba B/1971 Lippi, e che è stato restaurato – come gli atri reperti tessili verucchiesi – grazie alla collaborazione con Annemarie Stauffer della Fachhochschule di Köln. Le ricerche hanno permesso di ricostruirne la forma (rettangolare con due lati a margine curvilineo), la tintura originaria (con un pigmento blu) e la complessa tecnica di tessitura: indizi questi che alludono ad un uso cerimoniale della veste.
Anche il banchetto rientra nel cerimoniale aristocratico e lo testimoniano i preziosi accessori esposti: da un lato il vasellame ceramico e bronzeo – con decorazioni anche dipinte – con contenitori per la conservazione, la preparazione e il consumo di cibi e bevande, che componevano ricchi servizi da mensa; dall’altro lato gli splendidi arredi in legno, provenienti dalle più prestigiose sepolture, tra cui un tavolino tripode con gambe caratterizzate da una decorazione plastica con rappresentazioni di animali fantastici e figure umane stilizzate. Si tratta di manufatti che, insieme ai troni e poggiapiedi già noti a Verucchio, sottolineano l’altissimo livello raggiunto dall’artigianato locale, ispirato a modelli dell’Etruria tirrenica e del vicino oriente.
Altro tema connesso alla sfera maschile della comunità villanoviana è quello della guerra, documentato dalla presenza nelle sepolture verucchiesi di armi da offesa e da difesa – spade, lance, coltelli, elmi, scudi – che nella quantità e nella raffinatezza delle loro fogge e decorazioni sottolineano la funzione dei guerrieri, ma riflettono anche il prestigio sociale proprio di un numero più ristretto di individui. Simboli del rango elevato sono anche i resti di carri e delle bardature, che facevano parte dei corredi e ai quali dovevano essere pertinenti funzioni connesse al rituale funebre.
Il percorso espositivo prosegue nella Sala del Trono (già parte principale del Museo), con il corredo della Tomba 89/1972 Lippi, il cui straordinario stato di conservazione offre una sintesi eccezionale delle forme di manifestazione del potere – che si esplicava a livello civile, militare ma anche religioso – esercitato da questo e da altri individui di altissimo rango.
Gli straordinari oggetti che formano tutti questi complessi corredi funerari spiccano per la loro qualità e raffinatezza e per i molteplici significati di cui sono intrisi, che alludono al prestigio sociale dei defunti, ai ruoli da essi pertinenti, ma che sembrano anche evocare l’ideologia legata al ciclo della vita e della morte, simbolicamente rappresentata dalle numerose presenze mostruose che accompagnano queste manifestazioni funerarie.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 5 [2006 - N.26]

La contemporaneità in scena nei musei di Rimini.

Luca Vannoni - Ufficio Cultura della Provincia di Rimini

Coinvolgere nuovi segmenti di spettatori nella vita dei musei, coinvolgendo i musei nelle dinamiche sociali del presente e creando legami con le espressioni artistiche contemporanee, è uno dei sensi del percorso della rassegna Effetto Doppler - eventi nei musei che si è conclusa lo scorso 11 febbraio.

La rassegna, organizzata dall'Assessorato alla Cultura della Provincia di Rimini in collaborazione con Doc Servizi e con la direzione artistica di Nicoletta Magalotti, ha cercato di contaminare i contenuti e le storie di alcuni musei del Sistema Museale Provinciale con forme artistiche e modelli comunicativi innovativi per creare risonanze tra la tradizione del patrimonio culturale delle esposizioni - i contenuti dei musei - e i bisogni, le curiosità e le attese di pubblici diversi, di nicchia, ma non solo.

Non si è inteso imporre ai musei coinvolti nell'iniziativa linguaggi e modalità espressive che ne snaturassero la storia e lo stile; piuttosto si è trattato di ascoltare le esigenze degli operatori museali per concordare percorsi di senso che riproponessero, attraverso il contatto con il contemporaneo, i contenuti del museo secondo modalità espressive capaci di interessare molteplici sensibilità e di fare scaturire risonanze dal contatto tra contesti lontani.

L'esperto di musica contemporanea, accorso per vedere il concerto del musicista Hector Zazou al Museo della Città di Rimini, non ha potuto fare a meno di incrociare le dissonanze sonore e visive con il contesto della Sala del Giudizio che lo ospitava e di essere coinvolto in inedite associazioni tra la pittura del trecento riminese e i movimenti avanguardistici del novecento e, talvolta, ha ritenuto di proseguire la visita alle altre sale del museo.

Il visitatore abituale del museo è stato incuriosito dalla forza dell'espressione contemporanea a rivedere l'opera già vista, la storia già conosciuta. Il museo, cioè, non è stato una semplice e casuale location per eventi disparati, ma ha accolto, dal suo interno, gli eventi della rassegna che, a loro volta, hanno beneficiato di questa, a volte straniante, decontestualizzazione per donare agli spettatori nuovi suggerimenti per percepire e gustare il patrimonio culturale custodito.

In questo senso, la visita guidata alla pinacoteca del Museo della Città di Rimini, condotta dal critico Luca Scarlini, è stata esemplare nel restituire freschezza e brio alla fruizione di capolavori famosi della storia dell'arte, attraverso la costruzione di rimandi tra l'immaginario del passato rinascimentale e quelle del presente postmoderno.
Effetto Doppler ha fatto riscoprire, o scoprire, la fisicità dello spazio museale, rimarcandone i limiti, anche sociali, per aprirlo a nuove opportunità di elaborazione culturale. In altri termini, il contesto museale ha potenziato la carica innovativa delle proposte, chiamandole a confrontarsi con atmosfere raccolte che facilitassero la formazione di un clima d'intesa familiare tra 'artista' e pubblico; evento dopo evento si è formata una sorta di comunità itinerante, che si è spostata da museo a museo, intrecciando storie ed emozioni.

Le conferenze spettacolo, come quella di Manlio Sgalambro o quella di Enrico Ghezzi, hanno regalato ai presenti l'opportunità di interagire dal vivo con dei protagonisti assoluti della scena culturale trasformati quasi, in virtù del contesto museale, in strane opere d'arte viventi, eppure vicine, alla mano. Questa tendenza della rassegna a favorire una socializzazione curiosa, dolce, non forzata, intorno ad occasioni culturali innovative ha trovato un'intensa conclusione nella performance di Nicoletta Magalotti presso il Museo della Linea dei Goti. Qui la comunità stessa degli abitanti di Montegridolfo, attraverso lo specchio incrinato dell'espressione contemporanea, ha avuto l'occasione di reincontrare la propria storia, la propria memoria, partecipando ad una esperienza di rielaborazione della propria identità storica profonda.

Effetto Doppler - eventi nei musei, dunque, è stato un progetto per ripensare non solo il museo, ma, attraverso il riverbero del contesto del museo nel contesto sociale, la stessa nozione di evento, troppo spesso inteso come sinonimo di intervento culturale effimero ed inconsistente.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 5 [2007 - N.29]

Un progetto europeo mette on line le mostre organizzate nei musei di tutta Europa

Luca Vannoni - Ufficio Cultura Provincia di Rimini

La Provincia di Rimini, dal 1 gennaio 2008, partecipa al progetto europeo euromuse.net, finanziato dalla Commissione Europea nell'ambito del programma eTEN. Il progetto, il cui termine è previsto per il 31 dicembre 2010, si propone di diffondere la conoscenza e l'utilizzo del portale www.euromuse.net, sul quale è possibile trovare notizie aggiornate, in lingua inglese, tedesca ed italiana, sulle mostre organizzate nei musei di tutta Europa ed altre informazioni supplementari sulle attività didattiche ed i bookshop degli stessi.
Sul portale sono già presenti più di 160 musei di 17 paesi europei, tra i quali importantissimi istituti museali come la National Gallery di Londra, il Museo del Louvre di Parigi, il Rijksmuseum di Amsterdam, la Galleria degli Uffizi di Firenze.
Al progetto, oltre alla Provincia di Rimini, partecipano i seguenti partner: Fondazione Prussiana per il patrimonio culturale di Berlino (coordinatore del progetto), l'Istituto per i Beni Culturali, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Comune di Rimini, il centro di ricerca di Bologna Amitié.
Il progetto intende realizzare i seguenti obiettivi:
• l'implementazione della piattaforma esistente, con l'inserimento di ulteriori informazioni sulle mostre ed i musei di tutta Europa;
• l'integrazione dei dati dei musei con l'interfaccia Harmonise predisposto per gli operatori turistici, al fine di facilitare la comunicazione dei musei con il mondo del turismo;
• lo sviluppo della sezione del portale dedicata alle attività dei musei, con informazioni aggiuntive sulle pubblicazioni scientifiche e le ricerche degli stessi, e l'implementazione del servizio delle visite virtuali e delle proposte on-line.
In altre parole, si intende aumentare la possibilità di dialogo e rafforzare i legami tra musei e pubblico, tra cultura e turismo, tra esperti del settore museale di vari paesi europei, anche per stimolare le realtà museali locali a pensare il proprio sviluppo in un confronto virtuoso con il panorama museale europeo.
Attraverso un efficiente motore di ricerca presente in tutte le sezioni del sito chiunque può verificare, anche attraverso selezioni tematiche, quali mostre e quali attività culturali i musei di un determinato paese europeo, o di una determinata città, propongono al pubblico in un certo lasso di tempo. Una ricca e aggiornata selezione di link consente inoltre di approfondire la ricerca effettuata.
La Provincia di Rimini, in queste prime fasi, ha promosso l'adesione al progetto di alcuni musei del proprio Sistema Museale. Sino ad ora hanno aderito i seguenti musei: Museo della Regina di Cattolica, Museo del Territorio di Riccione, Galleria d'arte moderna e contemporanea Villa Franceschi di Riccione, MET - Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna di Santarcangelo di Romagna, MUSAS - Museo Storico Archeologico di Santarcangelo di Romagna, Museo Civico Archeologico di Verucchio. Hanno inoltre aderito al progetto anche le seguenti realtà museali del Comune di Rimini: Museo della Città, Museo degli Sguardi, Domus del Chirurgo. Questi musei sono stati inseriti sul portale di euromuse.net e le notizie relative sono consultabili in lingua italiana ed inglese.
L'adesione al progetto da parte dei musei è gratuita e piuttosto semplice. Se il museo possiede un sito con un database compatibile con il sistema del progetto, può riversare i dati direttamente nel portale. In caso contrario, occorre compilare dei modelli con informazioni varie sul museo, le collezioni, le attività, le eventuali mostre in programma ed inviarli, insieme a delle immagini, al coordinatore che provvederà al primo inserimento. Successivamente, il museo potrà aggiornare a distanza, tramite un programma specifico, i propri dati. Per ulteriori informazioni, è possibile consultare il sito del progetto www.euromuse-project.net.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 5 [2008 - N.33]

Rilievi e acquerelli dall'archivio disegni della Soprintendenza in mostra al Museo Nazionale di Ravenna

Cetty Muscolino - Direttore del Museo Nazionale di Ravenna

Gli archivi della Soprintendenza custodiscono numerosi documenti riguardanti i restauri intrapresi a partire dal secondo Ottocento, che testimoniano l'impegno profuso sul territorio di competenza. Carteggi, perizie di spesa, relazioni e documentazioni grafico-pittoriche che attestano la cura dedicata alla conservazione dei monumenti, le problematiche e le linee di metodo adottate.
La nuova mostra è un ampliamento della sezione Documentare il restauro inaugurata in occasione dell'evento espositivo La cura del bello. Musei, storie, paesaggi. Per Corrado Ricci promossa dal Mar per il 150° anniversario della nascita di Corrado Ricci (Ravenna, 1858 - Roma, 1934). Affianco ai documenti d'archivio un suggestivo allestimento video realizzato in multivisione consente, con proiezioni multiple sincronizzate, di visualizzare gli interventi di conservazione e restauro delle decorazioni musive. Nella nuova sezione l'allestimento di calchi al vero e disegni ad acquerello, prodotti fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, consentirà di comprendere le modalità di registrazione dei mosaici da parte dei restauratori. Si tratta di preziosi documenti apprezzabili per il valore documentario ed estetico.
Un universo paradisiaco abitato da deliziosi volatili e creature angeliche, interpretazione pittorica dei mosaici di San Vitale e della Cappella Arcivescovile, prende vita in pregevoli acquerelli caratterizzati da abilità tecnica e sensibilità pittorica. Fra i calchi al vero esposti, riguardanti la decorazione musiva parietale di San Vitale, figura una porzione della vela sud della volta presbiteriale. Nel disegno, della dimensione di 2.85x4.11 metri, sono riportati mediante perimetrazione "a matita contè" i numerosi soggetti iconografici, dall'angelo, al celeste bestiario, alla rigogliosa vegetazione di frutti e girali d'acanto. In prossimità del calco, e quindi felicemente ricontestualizzato, è posto il frammento musivo della testa dell'angelo, staccato nel 1885 dai mosaicisti-restauratori Carlo Novelli e Ildebrando Kibel perché in procinto di cadere: il mosaico è stato oggetto di studio e restauro in occasione della tesi di fine corso da parte di Maria Luisa De Toma, allieva della Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna. Sulla volta di San Vitale venne collocata una copia musiva, realizzata dal Novelli, e il volto originale fu conservato nel Museo Nazionale.
In una comunicazione del 1934 indirizzata al Direttore dei Monumenti di Ravenna, il Ministro della Educazione Nazionale scrive: "Nel 1885, mentre dirigeva codesto Ufficio il Genio Civile, fu levato dal mosaico della volta del Presbiterio di S. Vitale la parte superiore d'uno degli angeli che reggono la ghirlanda con l'Agnello mistico. La ragione si fu perché, essendo essa quasi staccata dal muro, minacciava di cadere. Ma, anziché rimetterla e fissarla, si rifece in posto mosaico nuovo". La misura doveva ritenersi provvisoria e infatti nel 1917 il Soprintendente dei Monumenti di Ravenna comunicò l'intenzione di restituire al Monumento il frammento originario, ma questo non fu possibile per la presenza dei presidi protettivi dai bombardamenti bellici. Successivamente, per le vicissitudini più varie, il frammento rimase definitivamente al Museo, nonostante le volontà di ricollocarlo nel suo luogo originario.
Per quanto attiene alle documentazioni grafico pittoriche, oltre ai disegni delle decorazioni musive della Cappella Arcivescovile, realizzati da Alessandro Azzaroni, sarà possibile ammirarne altri riconducibili all'attività di Felice Kibel che, secondo quanto scrive Gerola: "Oltre ai lavori ufficiali compì però altre opere di qualche interesse. Riprodotti in grandezza naturale tutti i mosaici ravennati, con due successive riduzioni a mezzo del pantografo, ne ricavò una serie di disegni a colori che furono raccolti in album: e questo dalla famiglia Lanciani, passò al Museo Alessandro III di Mosca".

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 5 [2009 - N.36]

A Ravenna è attivo il corso di laurea magistrale in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte

Donatella Biagi Maino - Presidente del Corso di laurea

È una verità universalmente riconosciuta che la conservazione delle opere d'arte tramandate dal passato è dovere e privilegio di ogni Paese, poiché attraverso il rispetto della cultura e conseguentemente attraverso la ricerca si attua ogni possibilità di progresso. Tuttavia, a tale assiomatica certezza non sempre corrisponde la volontà di porre in essere le misure necessarie per ottemperare alle necessità, spesso inderogabili, che le opere d'arte stesse manifestano, e sempre più spesso assistiamo a operazioni di restauro e allestimenti museografici condotti con allarmante pressappochismo e mancanza di professionalità, con conseguente danno al patrimonio e alle possibilità di conoscenza.
Per questi motivi e per i numerosi episodi che si sono verificati in tempi anche recentissimi in Italia e all'estero, spesso ponendo l'accento nel trattare il bene culturale anziché sull'aggettivo sul termine 'bene', estrapolandone, con forzatura evidente, il solo valore economico, già nel 1947 Horkheimer e Adorno, nella Dialettica dell'illuminismo, sottolineavano come la dissoluzione del carattere delle opere d'arte a merce faceva sì che venisse meno anche l'ultima barriera che si opponeva alla loro degradazione a 'beni culturali' secondo il significato spesso invocato, è oggi più che mai importante formare una nuova generazione di storici dell'arte e conservatori in grado di comprendere la genesi dell'opera, il contesto in cui nasce e si situa, di definirne l'ambito culturale, di scuola, la tecnica esecutiva, le vicende conservative, gli eventuali restauri a cui è stata sottoposta, di proporne - a partire dall'interpretazione corretta, filologica del dipinto e dalla sua matericità - le ottimali condizioni di conservazione e migliori soluzioni espositive, per poter tramandare alle generazioni future un patrimonio irripetibile e che rappresenta un aspetto fondante delle nostre cultura e tradizione.
La laurea magistrale in "Storia e Conservazione delle Opere d'Arte", istituita da due anni presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna, si propone di assolvere questo compito nei limiti concessi a un corso di durata biennale, e intende difatti preparare gli studenti ad affrontare i compiti deputati a un conservatore, quindi con una approfondita conoscenza della storia dell'arte occidentale e delle sue radici classiche e bizantine, con un'apertura significativa alle concezioni e tradizioni artistiche dell'Asia. Lo studente potrà così acquisire una buona padronanza degli strumenti filologici e storici, indispensabili per la comprensione dell'opera nel suo contesto territoriale e nella periodizzazione relativa.
Insegnamenti tecnici e scientifici mirano a fornire gli strumenti cognitivi, non operativi, ma direttivi per la progettazione e la direzione di interventi di manutenzione programmata o, qualora se ne ravvisi l'assoluta necessità, di restauro delle opere d'arte, dipinti, affreschi, sculture... Nel curriculum disciplinare sono infatti presenti elementi di fisica e chimica, di informatica ed elaborazione delle immagini con il restauro virtuale - temi sempre più discussi e spesso malintesi nel dibattito scientifico attuale - fino al diritto dei beni culturali.
Obiettivo del corso è quello, ambizioso ma fattibile, di preparare gli allievi al mestiere di storico d'arte e di conservatore con una solida base storica e filologica, accompagnata alla comprensione dei principi scientifici delle tecniche diagnostiche non distruttive e delle procedure informatizzate di documentazione dell'oggetto di studio e di tutela. La preparazione teorica, in aula, si accompagna a seminari, esercitazioni di laboratorio, visite a musei, pinacoteche, laboratori di restauro, per offrire una diversificata visione dei molti approcci possibili o praticati ai problemi del restauro e della conservazione, rendendo gli allievi consapevoli dei rischi e delle possibilità di errori interpretativi quando si affrontano problemi complessi come quelli legati alla conservazione delle opere.
I conseguenti tirocini formativi, possibili in ragione delle tante convenzioni attivate con enti pubblici, musei e laboratori di restauro, concederanno agli iscritti di avere un primo incontro con il mondo del lavoro, così da misurare le proprie capacità e comprendere le realtà di questo settore, difficile in un Paese come il nostro, prodigo di opere d'arte riconosciute e in più situazioni ancora in difetto in ambito manutentivo, ma estremamente appassionante.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2010 - N.37]

A Ravenna il Corso di Laurea Magistrale in "Ricerca, documentazione e tutela dei beni archeologici"

Sandro De Maria - Presidente del Corso di Laurea Magistrale

Tradizionalmente, nel nostro Paese, gli archeologi, nell'amministrazione dello Stato e nelle Università, hanno avuto il loro luogo di formazione nelle Facoltà di Lettere e Filosofia. Da diversi anni a questo percorso si sono affiancate le Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, ancora poche in Italia (prevalgono piuttosto singoli corsi di laurea all'interno delle Facoltà di Lettere), ma particolarmente attive. Esse prevedono percorsi archeologici nel primo livello (laurea triennale) e soprattutto lauree magistrali esplicitamente archeologiche, sia pure con diverse qualificazioni culturali. Nella sede ravennate da circa tre anni questo corso di laurea è stato profondamente ridisegnato e proprio chi scrive ha avuto come Presidente il compito di proporre trasformazioni che ritengo rilevanti, significative e in particolare orientate verso traguardi che, oltre alla tradizionale e moderna ricerca, comportano una formazione qualificata in senso operativo dei giovani che si avviano a questa professione, dal fascino indiscutibile. Dunque grande spazio all'acquisizione di nuove tecnologie, alla consuetudine con strumentazioni sofisticate per il rilievo e la documentazione, al dialogo costante con le scienze sperimentali. Tutto questo, però, mantenendo solide basi sul versante umanistico e con uno sguardo attento ai problemi della conservazione e della valorizzazione del patrimonio archeologico, coniugando appunto fra loro i valori della ricerca, della documentazione e della tutela, come si riassume nell'intitolazione del corso di laurea.

Una scelta culturale di fondo era necessaria, io credo, per non essere generalisti all'estremo e in fondo ripetitivi del percorso proposto dalla laurea triennale. Il corso archeologico del secondo livello è stato così qualificato privilegiando le tematiche dell'archeologia della città, in sintonia con le tradizioni culturali del Dipartimento di Archeologia del nostro Ateneo bolognese, almeno dal secondo dopoguerra in poi. Questo ovviamente non significa l'esclusione, ma piuttosto l'integrazione di altri e differenti orientamenti. L'arco cronologico spazia dall'antichità al medioevo, ma sempre considerando i temi dell'archeologia della città in rapporto con le dinamiche degli insediamenti nei territori e con gli aspetti molteplici delle "culture della città" e con larghe aperture verso le culture dell'Oriente, nella tradizionale apertura di Ravenna verso questi contatti e questi scambi. Il taglio culturale privilegiato per il piano formativo, oltre alle innumerevoli sfaccettature che comporta, credo che qualifichi in senso positivo il Corso di Laurea ravennate rispetto a quelli analoghi proposti in altre sedi e in altri contesti.

Tutto questo lo offriamo ai nostri studenti con proposte formative che vanno ben al di là dei tradizionali corsi universitari. Voglio segnalare con soddisfazione i numerosi laboratori che possono essere frequentati e che sono indispensabili per la crescita culturale e tecnico-operativa che ho indicato: dallo studio dei materiali archeologici di diversa natura, all'archeobiologia (paleobotanica, archeozoologia), dalle tecniche del rilievo e della documentazione all'antropologia fisica. Non credo di esagerare affermando che quanto i nostri studenti trovano nei laboratori dei due Dipartimenti ravennati rappresenta davvero un'eccellenza a livello nazionale (ma non solo), peraltro ampiamente riconosciuta. E poi le molte possibilità di partecipazione a importanti campagne di scavo, in Italia e all'estero, apprendistato indispensabile per uno studente di archeologia fin dal primo anno.

Il nostro Paese, come sappiamo tutti, investe cifre irrisorie nel proprio patrimonio storico e culturale, a fronte dell'entità e della straordinarietà di quei beni culturali che rappresentano il più importante patrimonio di tutti noi. La nostra Facoltà, dunque, forma archeologi che, quando ne hanno l'opportunità, raggiungono grandi successi nei concorsi, negli impieghi pubblici e privati. Ma dovremmo offrire più occasioni ai migliori - e sono numerosi - per inserirli in un sistema che davvero ponga nel ruolo che meritano i segni e gli spazi della nostra identità.


La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2010 - N.39]

Un insegnamento ad hoc per formare i futuri responsabili dei musei alla comprensione della complessità museale

Elena Latini - Docente di Museografia e museotecnica - Università di Bologna

recenti inaugurazioni del Museo del Novecento a Milano e del Maxxi a Roma hanno riportato l'attenzione dei mass-media sull'istituzione museale che ha come obiettivo la conservazione e l'esposizione, la documentazione e l'intrattenimento.
Ne consegue la necessità di poter disporre di ambienti specifici, distinti gli uni degli altri, destinati alle diverse finalità del museo.
In Italia, i musei di nuova costruzione sono una piccola percentuale rispetto a quelli che vengono accolti all'interno di edifici storici, o nell'uso di edifici pubblici, dove l'obiettivo è incentrato soprattutto sull'allestimento interno che possa consentire la conservazione, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale in essi contenuto.
Il 10 maggio di quest'anno si sono festeggiati i dieci anni dall'approvazione del Decreto ministeriale Atto di indirizzo sui Criteri tecnico-scientifici e standard di funzionamento e di sviluppo dei musei. Per la prima volta nella legislatura è entrato il termine straniero "standard", parola cara agli addetti ai lavori, che vuole proporre un livello a cui tutti i musei nazionali devono giungere, e un giorno superare. Il loro riconoscimento e la loro applicazione varia in base alle regioni e indubbiamente l'Emilia Romagna è tra quelle che si è posta maggiormante tale obiettivo.
È necessaria la massima cooperazione tra istituzioni museali e Università, tra Regione e Soprintendenze con l'obiettivo di rendere i musei sempre più duttili alle nuove esigenze e conoscenze, proponendo percorsi museografici o accorgimenti tecnici che consentano di accogliere il visitatore e di renderlo partecipe al percorso di conoscenza, proponendogli itinerari in base alle sue conoscenze e curiosità, motivando così l'investimento del proprio tempo libero all'interno del museo.
È per questi molteplici motivi che presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna si propone la materia di Museografia e Museotecnica. Con essa si vuole fornire agli studenti gli strumenti per conoscere e comprendere l'aspetto architettonico del progetto museale, che dovrebbe avere una sistemazione flessibile pronta ad adeguarsi alle richieste, anche temporanee, dei direttori e dei responsabili, ma soprattutto gli aspetti incentrati sulla tutela e la valorizzazione. Il corso propone un'analisi dei modelli storici dei vari luoghi e forme del museo, che vanno dalle stanze alle gallerie dei principi fino agli attuali spazi espositivi costruiti ad hoc e, osservando le differenze tra quelli europei e quelli americani, permette di conoscere le varie soluzioni di allestimento proposte a esigenze e obiettivi che sono variati nel tempo. Particolare importanza è attribuita all'apprendimento e alla applicazione degli strumenti volti alla conservazione delle opere esposte nelle sale dei musei e nei loro depositi. Per consentire agli studenti di focalizzare i principali fattori che interagiscono con lo stato di conservazione delle opere si organizzano visite presso le istituzioni museali. Inoltre, gli studenti sono stimolati a redigere delle schede sui musei in cui siano tracciate la storia ma anche i dati relativi alla temperatura e dell'umidità relativa dei vari materiali esposti, nonché l'interazione dei materiali costitutivi con i fattori di rischio, i fenomeni di deterioramento ed infine con l'illuminazione.
L'insegnamento ha l'obiettivo di formare i futuri responsabili alla comprensione della complessità del museo e alla capacità di dialogo con altri esperti che collaborano a rispondere non sono alle esigenze della conservazione del patrimonio culturale ma anche al riconoscimento di questi come istituti sociali che svolgono il ruolo di servizio pubblico, di centro di produzione del sapere, di promozione del dialogo, anche interculturale sottolineando e accrescendo il senso di appartenenza del bene al suo fruitore speriamo sempre più costante e vivace.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2011 - N.41]

La facoltà di Conservazione dispone di uno dei centri di studio più qualificati in Italia su questo tema

Luigi Tomassini - Docente di Storia e tecnica della fotografia e degli audiovisivi

La fotografia si è affermata fin dalle sue origini (nel 1839) come un potente strumento di documentazione del paesaggio e dei beni artistici e culturali. Mentre in Francia questo avvenne in origine per iniziativa dello Stato, con la MissionHéliographique (1851), in Italia furono alcuni grandi fotografi privati (Alinari, Anderson, Brogi) che documentarono monumenti, paesaggi, opere d'arte della penisola. Lo stato intervenne molto più tardi, alla fine del secolo, e il ravennate Corrado Ricci fu uno dei protagonisti di questa nuova stagione.
Attualmente, quelle fotografie nate inizialmente in funzione strumentale, per documentare visivamente le opere d'arte, o per testimoniare lo stato di conservazione di siti o monumento a rischio di degrado, sono divenute esse stesse beni culturali, da conservare e tutelare. Ma se quelle foto che abbiamo appena citate si tutelano facilmente per il loro alto valore venale (valutabile nei casi migliori nell'ordine delle diverse decine di migliaia di euro per una stampa originale), assai diverso è il caso per tutte quelle fotografie di operatori più recenti o meno noti, o per quelle di dilettanti e fotografi occasionali, che pure in certi casi costituiscono una documentazione molto interessante del territorio.
La Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali ha a disposizione uno dei centri di studio più qualificati in Italia su questo tema. Presso il Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali è stato istituito un Laboratorio Fotografico specializzato nella conservazione e tutela del patrimonio fotografico storico, oltre che in operazioni di documentazione fotografica dei beni culturali attuali.
Il Dipartimento e la Facoltà, con la collaborazione della Fondazione Flaminia, hanno organizzato nel corso degli ultimi 15 anni diverse iniziative di rilievo nazionale e internazionale sul tema della documentazione fotografica. In particolare hanno organizzato nel maggio 2004 il convegno "Problemi e pratiche della digitalizzazione del patrimonio fotografico storico" a cui parteciparono ben 37 fra i più importanti enti e istituzioni coinvolte in operazioni di digitalizzazione del patrimonio fotografico storico, dagli Alinari alle Teche RAI, dall'Istituto Luce alla Biennale di Venezia.
Nel 2009 è stato organizzato presso il DISMEC il convegno "Forme di famiglie, forme di rappresentazione fotografica, archivi fotografici familiari", con 57 relatori e più di 200 iscritti, che ha portato l'attenzione sulla cosiddetta "fotografia vernacolare", cioè su quella fotografia di documentazione della vita quotidiana che fino ad ora era stata considerata estranea al concetto di bene culturale, ma che adesso, anche a livello internazionale, tende ad essere rivalutata nettamente.
Oltre a questa attività di ambito nazionale, è stata svolta anche una intensa attività di carattere internazionale, con una partecipazione a un progetto Europeo, con collaborazioni con ONG riconosciute dall'ONU e con istituzioni di vari paesi europei, fra cui l'Institut National du Patrimoine, Département des Restaurateurs. Una convenzione con la Fondazione e Museo Fratelli Alinari di Firenze ha portato alla realizzazione di una serie di oltre 20 tesi di laurea sulla fotografia di documentazione fra XIX e XX secolo, nonché a collaborazioni e a varie attività di tirocinio e stage sia presso gli Alinari sia presso altri istituti qualificati come l'Istituto Centrale per la Grafica o l'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.
Infine la Facoltà e il DISMEC hanno svolto continuativamente una attività relativa al territorio. Nel 2001 venne tenuta presso la Facoltà con la consulenza di Lucio Gambi, una mostra fotografica, accompagnata da un catalogo con prefazione di Maurice Aymard, che illustrava, attraverso l'attività della Federazione, la storia del paesaggio agrario e delle attività di bonifica, di regimazione delle acque e di sistemazione  dei canali, nella provincia di Ravenna. Nel 2005 il Laboratorio Fotografico del DISMEC ha allestito la mostra "Il mare dentro. La Darsena di città e il futuro di Ravenna", patrocinata dal Comune di Ravenna e completamente realizzata e allestita con le attrezzature e i materiali del Laboratorio da un gruppo di studenti. Su questa stessa linea, si è avviata una serie di convenzioni con enti locali e fondazioni bancarie che hanno portato nel corso degli anni a realizzare una capillare opera di raccolta e di digitalizzazione di fotografie di documentazione del territorio della provincia.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2012 - N.43]

Grazie a una convenzione con l'Università di Bologna, il FAI propone numerosi tirocini agli studenti ravennati

Adasofia Del Moro Papiani - Delegata ai tirocini universitari FAI di Ravenna

Promuovere una cultura di rispetto dell'arte e del paesaggio d'Italia: questa la missione del FAI - Fondo Ambiente Italiano, che dal 1975 ha restaurato a proprie spese 48 importanti testimonianze del patrimonio artistico e naturalistico italiano, aprendole al pubblico. Il FAI dispone di una rete capillare di volontari, distribuiti in 112 Delegazioni, impegnati a sensibilizzare la collettività al valore del patrimonio artistico e paesaggistico nazionale e all'importanza della sua tutela. Da alcuni anni ha concentrato tale opera di sensibilizzazione sui giovani, nella convinzione che solo in questo modo si possa garantire un futuro ai valori che sostiene.
Tra le attività che la Delegazione FAI di Ravenna ha organizzato per il mondo giovanile, una delle più recenti e fortunate si è rivelata quella rivolta agli studenti universitari attraverso la proposta di tirocini, resi possibili da una convenzione stipulata alla fine del 2010 tra il FAI di Ravenna e l'Università degli studi di Bologna - sede di Ravenna. Da allora, in poco più di un anno, sono stati ben sei i tirocini portati a termine dagli studenti, e già nuove richieste stanno avanzando.
Si tratta di studi di approfondimento su tematiche artistiche o ambientali, proposti dalla Delegazione FAI di Ravenna e accettati dall'Università, che riguardano il territorio del Ravennate e che hanno trovato il favore di giovani iscritti alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali e al corso di laurea in Scienze ambientali. Il loro lavoro è seguito sia da un tutor universitario, un professore di volta in volta indicato dalla Facoltà a seconda delle discipline coinvolte, sia da un tutor del FAI, la Delegata ai tirocini universitari del FAI di Ravenna. Oltre a consentire il riconoscimento del credito formativo, per i giovani universitari tali tirocini costituiscono un prezioso addestramento alla ricerca, sia pur della durata di pochi mesi.
Si è così sviluppata una fitta trama di volontariato, da quello degli studenti a quello dei Delegati FAI e degli esperti che aiutano gli studenti nelle loro ricerche presso archivi, biblioteche, musei, palazzi, monumenti e siti ambientali. Nel capoluogo sono già stati portati a termine cinque tirocini ("Palazzo Bacinetti, un tesoro nascosto di Ravenna"; "Il Museo del Risorgimento di Ravenna, memoria storica della città"; "Ravenna 'città del mosaico' in ambito contemporaneo"; "Palazzi neoclassici di Ravenna" e "Loggetta Lombardesca: storia architettonica, vicende monastiche e riutilizzo dell'edificio"), mentre uno è stato completato a Faenza ("Museo Internazionale delle Ceramiche - Didattica museale - Giocare con l'arte").
Le ricerche sono state condotte presso varie istituzioni culturali della provincia (a Ravenna Biblioteca Classense, Biblioteca Oriani, MAR, Centro di Documentazione del Mosaico, Archivio di Stato e Soprintendenza; a Faenza MIC), avvalendosi della guida di personale interno e di esperti indicati dal FAI. Non solo. Nel caso di Palazzo Bacinetti, per una migliore contestualizzazione dell'edificio, sono stati visitati anche famosi palazzi neoclassici di Faenza, quali Palazzo Laderchi e Palazzo Milzetti, mentre la ricerca sul Museo del Risorgimento di Ravenna è stata estesa allo studio delle tecniche di conservazione museale; nel tirocinio su Ravenna città del mosaico contemporaneo sono stati inoltre coinvolti vari laboratori di mosaicisti ravennati e a Faenza sono state effettuate attività di laboratorio con operatori interni al Museo, in vista di un'applicazione della didattica dell'Arte rivolta soprattutto ai bambini della scuola dell'infanzia.
Attualmente è in corso, presso il corso di Scienze ambientali, un tirocinio su "Le Pinete storiche del Ravennate, formazioni di transizione tra la regione mediterranea e quella medioeuropea", a cui collaborano anche il Delegato al territorio del FAI di Ravenna e naturalisti dell'associazione "L'Arca". Dopo un'iniziativa di presentazione al pubblico dei tirocini effettuati, il FAI di Ravenna ha organizzato visite al Museo del Risorgimento e alla Loggetta Lombardesca guidate dalle autrici dei rispettivi tirocini, così come farà presto con i mosaici contemporanei della città. E per l'A.A. 2012-2013 già sono allo studio due nuovi tirocini FAI presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, uno a Cervia, uno a Bagnacavallo e uno a Faenza!

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2012 - N.44]

Completata l'applicazione del nuovo Statuto di Ateneo

Pierfrancesco Callieri - Preside di Facoltà

Il 15 ottobre 2012 l'Alma Mater Studiorum ha visto un cambiamento radicale, con la disattivazione delle Facoltà e l'entrata a regime degli organi accademici previsti dal nuovo Statuto di Ateneo. Così come in tutti gli atenei d'Italia, le Facoltà, che sin dalla costituzione delle prime università hanno costituito un immediato punto di riferimento per il ruolo dell'Università nella società italiana, non costituiranno più la struttura di incardinamento di didattica e docenza. Viene così portato a compimento quel progetto avviato con la riforma del 1980, che sancì la nascita dei Dipartimenti: tali strutture, che sino ad oggi si sono occupate solo dell'attività di ricerca del personale docente, vengono ad assorbire anche responsabilità didattiche, analogamente a quanto già avveniva nelle università del mondo anglo-sassone, al fine di permettere un più saldo radicamento della didattica nelle attività di ricerca dei docenti. Mentre però gli ordinamenti didattici del mondo anglo-sassone sono calibrati sulle caratteristiche dei Dipartimenti, i corsi attivati nelle università italiane sono nati all'interno delle Facoltà, e l'applicazione della Legge Gelmini risulta complessa.

L'art. 16 dello Statuto dell'Alma Mater al comma 1 dichiara che "i Dipartimenti sono le articolazioni organizzative dell'Ateneo per lo svolgimento delle funzioni relative alla ricerca scientifica e alle attività didattiche e formative". Sono i Dipartimenti che, tra le loro numerose funzioni, oltre ad approvare come in precedenza un piano triennale della ricerca, approvano per la parte di loro competenza un piano triennale della didattica, propongono alle Scuole di riferimento l'attivazione e la disattivazione dei Corsi di Studio, deliberano i compiti didattici dei professori e ricercatori e formulano richieste di posti di professore e ricercatore al Consiglio di Amministrazione: funzioni che in precedenza erano in carico alle Facoltà.

La Legge Gelmini, tuttavia, prevede la possibilità di istituire delle strutture di raccordo tra i Dipartimenti per le funzioni didattiche, che nei diversi Atenei possono prendere il nome di Scuole o Facoltà. L'Alma Mater, in virtù della sua complessità, ha quindi istituito anche le Scuole, "per le esigenze di razionalizzazione e gestione dell'offerta formativa di riferimento nonché di supporto, necessarie a garantire il perseguimento di obiettivi di tutela della qualità della didattica" (art. 18 dello Statuto).

Cosa è cambiato dal 15 ottobre per l'insediamento ravennate dell'Alma Mater sui Beni Culturali? La Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali è stata disattivata. La maggior parte del suo corpo docente è stata incardinata nel Dipartimento di Beni Culturali, evoluzione del precedente DiSMEC di Via degli Ariani. I docenti in precedenza afferenti al Dipartimento di Archeologia nella sua sezione ravennate di Via S. Vitale hanno dato vita a una Unità Organizzativa di Sede del nuovo Dipartimento di Storia e Culture Umane. Continueranno infine a prestare attività didattica a Ravenna alcuni docenti di altri dipartimenti bolognesi.

Gli attuali quattro Corsi di Studio della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali sono tutti proposti dal Dipartimento di Beni Culturali, sulla base della maggiore percentuale di crediti impartiti dai suoi docenti. Per il coordinamento dell'attività didattica tra i diversi Dipartimenti, di competenza delle Scuole, tre dei corsi (il corso di laurea in Beni Culturali e i due corsi di laurea magistrale di ambito archeologico e storico-artistico) sono coordinati dalla Scuola di Lettere e Beni Culturali, mentre il corso di laurea magistrale in Cooperazione internazionale rientra nelle competenze della Scuola di Scienze Politiche.

Proprio per la rilevante offerta didattica legata alla passata presenza della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, al fine di garantire un più efficiente coordinamento delle attività didattiche, la Scuola di Lettere e Beni Culturali ha a Ravenna la sede di una Vice-presidenza, guidata da un Vice-presidente nominato dal Presidente della Scuola, presso la quale continua a prestare servizio il personale tecnico-amministrativo già in forza alla Facoltà.


La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2012 - N.45]

A Ravenna un nuovo istituto di formazione superiore e di ricerca

Angelo Pompilio - Diretttore Dipartimento di Beni culturali

Il Dipartimento di Beni culturali (www.beniculturali.unibo.it), una delle 33 nuove strutture in cui si articola l'Alma Mater Studiorum, è stato istituito il 16 ottobre 2012 in attuazione del nuovo statuto e dell'assetto organizzativo complessivo determinato dalla riforma universitaria. Non si tratta quindi di un semplice cambio di denominazione, ma di una struttura completamente diversa in cui sono ora riunite le competenze sulla didattica e sulla ricerca che nel precedente sistema erano rispettivamente attribuite alle tradizionali Facoltà e ai Dipartimenti, introdotti nel 1980 per dotare di autonomia contabile e finanziaria gli Istituti.
Il nuovo Dipartimento eredita e consolida un'importante tradizione di studi e insegnamento superiore nell'ambito dei beni culturali presso la sede di Ravenna dell'Università di Bologna: inaugurata con i primi corsi della Scuola diretta a fini speciali per archivisti (1989) e consolidata con l'istituzione della Facoltà di Conservazione dei beni culturali (1996) per le attività didattiche, e del DiSMEC (1998) per quelle di ricerca.
Il Dipartimento aggrega studiosi e gruppi di ricerca di provenienza diversa in una prospettiva comune e trasversale incentrata sui beni e le tradizioni culturali, le culture dei popoli, il patrimonio culturale e ambientale. Per questo una consapevole e critica indagine diventa efficace solo quando i saperi umanistici (storici, filologici, letterari, archeologici, artistici e musicologici) si coniugano sia con gli studi antropologici, socio-economici e politologici sia con le metodologie e gli strumenti scientifici, tecnici e informatici in un ambiente di lavoro condiviso e orientato ai temi della conoscenza, tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio.
L'ampio spettro di settori, competenze e strumenti metodologici attivi nel Dipartimento riflette la necessaria trasversalità della ricerca e non un semplice approccio interdisciplinare. In una diversa prospettiva che è opportuno definire trans-disciplinare, l'attenzione dei ricercatori è rivolta a oggetti di studio condivisi e non a una specifica e accademica tradizione di studi. Questa nuova 'visione' rende possibile l'interpretazione critica di un patrimonio articolato e multiforme in attività di ricerca orientate e finalizzate all'elaborazione di progetti concretamente spendibili nel contesto di riferimento, con una forte attenzione alla rilevanza sociale dei risultati ottenuti e alla loro sostenibilità in termini di sviluppo culturale ed economico.
Il Dipartimento promuove la ricerca e la formazione superiore, anche con l'obiettivo di creare figure professionali altamente specializzate, flessibili e competenti davanti alla complessità del patrimonio culturale, ai suoi differenti aspetti e alle interrelazioni che, sempre più in futuro, legheranno tali aspetti fra loro. Allo stato attuale nel Dipartimento sono attivi un Corso di Studi (triennale) in Beni culturali e tre Corsi di Laurea Magistrale in Storia e conservazione delle opere d'arte; Ricerca, documentazione e tutela dei beni archeologici; Cooperazione internazionale, tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali nel Mediterraneo e in Eurasia.
I Beni culturali sono un investimento necessario per il futuro perché ogni generazione ha il dovere di conservare e tramandare il patrimonio ricevuto. Ma lo studio e la ricerca sui Beni culturali rappresentano oggi anche un'imprescindibile occasione di sviluppo culturale, economico, sociale. Nel recente e fortunato libro Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (Bologna, 2011) Martha Nussbaum, ha chiarito con grande efficacia che le tradizionali competenze umanistiche, la conoscenza delle culture artistiche e narrative vanno coltivate anche per la loro intrinseca efficacia e utilità nel contesto economico-produttivo. E anzi, proprio in ragione di queste condivisibili tesi, il profitto può diventare il risultato anche di attività legate alla diffusione e alla tutela del patrimonio culturale. Del resto già quasi quarant'anni fa - con accenti quasi profetici - un grande intellettuale, storico dell'arte e archeologo come Ranuccio Bianchi Bandinelli, immaginava che lo sviluppo tecnologico avrebbe liberato l'uomo dai lavori più strumentali e un numero sempre crescente di individui avrebbe potuto dedicarsi al lavoro intellettuale anche perché sarebbe aumentata la domanda di poter consumare (e produrre) beni culturali. Il tempo preconizzato da Bianchi Bandinelli è ormai la sfida attuale e urgente del nostro presente, in cui la crisi economica si riflette in una crisi del lavoro che non sembra potersi risolvere nell'ambito dei tradizionali sistemi produttivi e finanziari.
Questa la sfida che il nuovo Dipartimento intende cogliere per esercitare un ruolo di protagonista attivo nello scenario nazionale.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2013 - N.46]

A Ravenna un nuovo corso di studi per la formazione di restauratori con due percorsi specifici

Angelo Pompilio - Direttore Dipartimento di Beni Culturali

Con il prossimo autunno 2013 prenderà avvio a Ravenna il nuovo corso di laurea magistrale quinquennale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali abilitante all'esercizio della professione di restauratore di beni culturali. Il corso sarà attivato presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali sulla base di un accordo tra l'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia-Romagna con le due Soprintendenze per i Beni Architettonici e Paesaggistici e per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna e la Fondazione RavennAntica, e con il sostegno della Fondazione Flaminia.
Si tratta di un corso abilitante che forma la nuova figura professionale del restauratore di beni culturali, istituita dal D.Lgs. n. 42/2004 con il fine di regolamentare l'esercizio del restauro di beni culturali, e che si basa su un ordinamento nato dall'azione congiunta dei due ministeri per i Beni e le Attività Culturali e per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca.
Il restauratore di beni culturali è "il professionista che definisce lo stato di conservazione e mette in atto un complesso di azioni dirette e indirette per limitare i processi di degrado dei materiali costitutivi dei beni e assicurarne la conservazione, salvaguardandone il valore culturale" (D.M. 26.05.2009, art.1 c.1). L'ordinamento ministeriale della nuova classe (LMR/02) prevede una serie di percorsi formativi professionalizzanti relativi alle diverse tipologie di materiali sottoposti al restauro. Il corso ravennate ne attiva per il momento due:
- il primo (PFP1), "materiali lapidei e derivati; superfici decorate dell'architettura", è quello che comprende anche il mosaico, che a Ravenna vanta la lunga tradizione della Scuola per il Restauro del Mosaico. La realizzazione di questo percorso si basa sulla collaborazione tra l'Università di Bologna e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, con la Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna che sarà il centro per le attività di formazione sul restauro;
- il secondo (PFP4), "materiali e manufatti ceramici e vitrei; materiali e manufatti in metallo e leghe", riguarda principalmente manufatti archeologici. Per la realizzazione di questo percorso sono coinvolte la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna e l'Università di Bologna grazie alle concessioni di scavo di importanti siti archeologici (Galeata, Marzabotto, Classe ecc.). Nell'ambito delle attività nel Parco Archeologico di Classe, interverrà il sostegno della Fondazione RavennAntica.
Entrambi i percorsi attivati prevedono che i 300 CFU totali vengano distribuiti tra 180 CFU di attività didattica frontale e di laboratorio presso strutture e laboratori dell'Ateneo, relativa agli ambiti umanistico (storia, archeologia, storia dell'arte), scientifico (biologia, chimica, fisica, geologia, informatica) e giuridico-economico (normativa riguardante i beni culturali, economia di impresa), 90 CFU nei laboratori e cantieri esterni di restauro (Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna, Parco Archeologico di Classe), necessari per proiettare lo studente verso un effettivo ruolo di restauratore, e 30 CFU per la prova finale, consistente in un intervento di restauro. La formazione avviene esclusivamente su manufatti originali messi a disposizione dalle Soprintendenze.
In tal modo i laureati magistrali in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie per definire l'inquadramento storico, la costituzione materica e la diagnosi dello stato di conservazione dei manufatti e per predisporre ed eseguire un corretto progetto di intervento di restauro e/o di controllo e prevenzione dei processi di degrado. Gli sbocchi occupazionali si collocano presso Laboratori e imprese di restauro, Istituzioni del MiBAC preposti alla conservazione e tutela dei beni culturali, Aziende e organizzazioni professionali del settore, Istituzioni ed Enti di ricerca pubblici e privati operanti nel settore della conservazione e restauro dei beni culturali.
Al corso, a numero programmato, potranno accedere 10 studenti per anno: 5 per ciascuno dei due percorsi formativi. Il bando per partecipare alle prove di ammissione sarà pubblicato all'inizio di luglio. Le prove di ammissione si svolgeranno dal 9 al 13 settembre. Per informazioni più dettagliate, consultare il sito web del corso:
http://corsi.unibo.it/MagistraleCU/ConservazioneRestauroBeniculturali

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2013 - N.47]

Attivato a Ravenna un nuovo dottorato di ricerca caratterizzato da una spiccata interdisciplinarietà

Salvatore Cosentino - Professore di Civiltà bizantina - Coordinatore del Dottorato di Studi sul patrimonio culturale

Nell'ambito della complessa riorganizzazione di strutture e corsi che l'Università di Bologna ha portato a termine nel 2013, anche i dottorati di ricerca sono stati profondamente riformulati. Essi sono diminuiti di numero, seguendo lo stesso processo che ha investito i dipartimenti, ai quali sono stati più strettamente correlati che non in passato. L'esito di tale ristrutturazione è che i corsi di dottorato sono ora sostanzialmente espressione delle attività dei singoli dipartimenti. In tale contesto, anche il Dipartimento di Beni Culturali (DBC) ha formulato una propria proposta che, grazie anche al contributo finanziario della Fondazione Flaminia, ha ottenuto il consenso degli Organi. Il titolo del dottorato - Studi sul patrimonio culturale - si richiama alla denominazione di un settore di studi che si va sempre più diffondendo nelle istituzioni universitarie internazionali: Cultural heritage, Patrimoine culturel, Kulturerbe, Patrimonio cultural, solo per restare alle lingue più diffuse in Europa. Esso fa riferimento a quel complesso di beni, tangibili o intangibili, che le società contemporanee sentono come fondante non solo per propria memoria storica, ma per tutte le forme di trasmissione della civiltà che, nel tempo e nello spazio, hanno sostanziato e sostanziano il concetto di "cultura" in senso lato.
Le ricerche dedicate al patrimonio culturale si caratterizzano per una spiccata interdisciplinarità. Almeno quattro sono, infatti, i filoni che lo compongono. In primo luogo, l'indagine sui processi storici che hanno consentito a un "bene" di essere percepito come "culturale" nella mentalità collettiva delle società che lo hanno ereditato. In secondo luogo, la conoscenza del "bene" in sé, sotto il profilo del contenuto, forma, significato e materialità. In terzo luogo, l'impiego delle tecnologie necessarie per il suo restauro e conservazione. In quarto luogo, le strategie di comunicazione più efficaci per la valorizzazione dei beni culturali, nel delicato equilibrio tra necessità della loro salvaguardia e fruibilità pubblica. Articolare uno spettro di saperi così ampio in un corso formativo unitario necessitava di scelte programmatiche chiare, al fine di evitare che la ricerca sul patrimonio culturale si polverizzasse in un pulviscolo di micro-indagini fini a se stesse e senza alcuna consapevolezza epistemologica. Pertanto il Dipartimento ha proposto un impianto che, da un lato, rispecchia i saperi realmente praticati al suo interno, onde evitare una offerta didattica troppo svincolata dalla ricerca; ma, dall'altro, ha cercato di disegnare un percorso che fosse il più possibile unitario.
L'esito di questa riflessione si è concretizzato in un'articolazione curriculare i cui contenuti rispecchiano quello che è oggi, scientificamente, il DBC, ma che un domani potrebbe cambiare, in relazione alla presenza di nuovi ricercatori o alla trasformazione dei principali assi della ricerca. Eccone, dunque, i curricula: 1) Patrimonio culturale di civiltà mediterranee e orientali; 2) Forme, oggetti e trasmissione della memoria culturale; 3) Metodi e tecniche della conservazione dei beni culturali. Il primo indirizzo - gli studi sui beni culturali del Vicino Oriente antico, di Bisanzio, dell'Ebraismo e dell'Iran - contraddistingue l'attività di molti membri del Dipartimento. L'approccio alle tradizioni delle menzionate civiltà, sotto la forma di manoscritti, documenti, epigrafi, sigilli, monete, architettura, arte, cultura materiale, lingua, necessita di un esigente specialismo, non comune nel panorama universitario nazionale ed europeo. Il secondo curriculum è incentrato sul concetto di memoria culturale. Essa, intesa come campo di studio tanto degli oggetti del quotidiano e dell'effimero, quanto dei grandi monumenti delle identità dei popoli, è ambito che investe il cuore del patrimonio culturale. Le ricerche comprese in questo percorso sono ben rappresentate in Dipartimento: conoscenza, trasmissione e ricezione del patrimonio musicale; processi di acculturazione alle immagini e alla percezione visuale; rapporti tra sistema educativo e la nascita della moderna tutela dei beni culturali; beni del paesaggio; collezionismo, conservazione e ricezione del patrimonio storico-artistico; scienza del libro e del documento. Infine, l'indirizzo dedicato ai metodi e alle tecniche legate alla conservazione dei beni culturali. Esso riguarda specificamente l'ambito del sapere applicato e lo studio dei materiali. Nella comunità scientifica di via degli Ariani, il dottorando potrà confrontarsi con un ampio spettro di temi che vanno dal degrado dei monumenti e degli ambienti storico-artistici al monitoraggio micro e macroclimatico di musei, biblioteche e archivi, dallo studio archeometrico di materiale archeologico alla antropologia fisica e alla paleobotanica.
Nel panorama italiano ed europeo dell'offerta formativa di alta specializzazione dedicata a questo settore, la proposta fatta del DBC si caratterizza per una marcata opzione verso l'unitarietà del sapere nello studio dell'eredità culturale. L'auspicio è che il dottorato possa rafforzarsi, svilupparsi, crescere e diventare una palestra intellettuale fondata sul merito in grado di attrarre giovani studiosi dall'Italia e dall'estero.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2013 - N.48]

Una nuova laurea amplia l'offerta formativa ravennate

Angelo Pompilio - Direttore Dipartimento di Beni Culturali

Nell'anno accademico 2014-2015 l'offerta formativa del Dipartimento di Beni Culturali si amplia con l'attivazione del corso di laurea magistrale in Scienze del libro e del documento. Il corso si propone la formazione di figure professionali con competenze tecniche e scientifiche nel campo della gestione dei documenti di varia natura (cartacei, digitali, multimediali), in grado di operare efficacemente sia nell'ambito della tutela e valorizzazione del patrimonio librario sia in quello del work flow documentario aziendale. Questa proposta intende colmare una lacuna nell'offerta universitaria della regione Emilia Romagna, dove non sono attualmente presenti percorsi formativi analoghi e conferma una vocazione tradizionale dell'insediamento universitario a Ravenna nell'ambito archivistico e librario.
Le competenze multidisciplinari oggi presenti nel Dipartimento di Beni Culturali consentono di sfruttare al meglio le opportunità che l'innovazione tecnologica e i nuovi modelli interpretativi aprono allo studio del patrimonio documentario e dei sistemi informativi. Il corso di laurea magistrale contempla la presenza di attività formative nell'archivistica informatica, nella biblioteconomia digitale, nell'architettura delle informazioni e nel management degli archivi e delle biblioteche, a latere di un'ampia proposta di insegnamenti più tradizionali di carattere biblioteconomico, bibliografico, archivistico, giuridico-economico, storico-letterario, necessari per assicurare competenze specifiche sugli aspetti descrittivi delle forme della trasmissione della cultura scritta. Ulteriori percorsi disciplinari nei settori dei beni musicali, della fotografia e degli audiovisivi completano un percorso formativo orientato anche alla valorizzazione di archivi multimediali.
Un aspetto senz'altro innovativo di questo nuovo corso di studi magistrale è la sinergia tra i docenti del Dipartimento di Beni Culturali e quelli del Dipartimento di Informatica, Scienza e Ingegneria dell'Ateneo bolognese. A questi ultimi saranno affidati corsi d'importanza rilevante - informatica umanistica, tecnologie informatiche per la rappresentazione dei dati e dell'elaborazione e restauro virtuale delle immagini - per le competenze di gestione e valorizzazione dei beni librari e documentari.
Un ruolo non trascurabile nella formazione sarà infine assegnato alle attività di laboratorio. Nel laboratorio didattico informatico che dispone di 30 postazioni recentemente aggiornate sarà possibile svolgere esercitazioni pratiche sul trattamento e il reperimento delle informazioni, a completamento delle competenze di base nell'ambito documentario. Analogamente i laboratori di ricerca attivi nel Dipartimento (fotografico, musicale, multimediale) consentiranno di completare il percorso formativo nei diversi ambiti della conservazione e valorizzazione del patrimonio documentario. Sono infatti previste esercitazioni e attività relative a strumenti, metodi, protocolli e tecniche di acquisizione, archiviazione, digitalizzazione e gestione informativa di documenti fotografici, audiovisivi e multimediali. Nel laboratorio diagnostico, infine, si svilupperanno competenze e metodologie utili per l'accertamento dello stato conservativo dei diversi materiali documentari (carta, pergamena, pellicole, dischi, nastri magnetici) nonché strategie finalizzate all'identificazione del microclima degli ambienti per una corretta conservazione dei materiali.
La consolidata collaborazione con gli enti di sostegno e le istituzioni bibliotecarie e archivistiche consentirà infine di attivare in modo significativo tirocini curriculari, per finalizzare la preparazione teorico-pratica acquisita attraverso vere e proprie sessioni di learning at work, la formazione attraverso l'affiancamento a professionisti già attivi nel mondo del lavoro.
Il piano didattico della laurea magistrale in Scienze del libro e del documento sarà visibile tra breve su www.beniculturali.unibo.it/it/attivita-didattica.


La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2014 - N.49]

Ravenna diventa sede di un altro corso di laurea magistrale

Luigi Canetti - Referente LM Beni archeologici, artistici e del paesaggio: storia, tutela e valorizzazione

Il corso di laurea magistrale interclasse Beni archeologici, artistici e del paesaggio: storia, tutela e valorizzazione integra e rinnova l'esperienza delle lauree magistrali in Storia e conservazione delle opere d'arte (LM-89) e in Ricerca, documentazione e tutela dei beni archeologici (LM-2).
La nuova proposta formativa è stata progettata guardando alle nuove professionalità nel campo della valorizzazione del patrimonio culturale, ma al tempo stesso essa garantisce una formazione avanzata nella conoscenza e nella ricerca. Se la peculiare attenzione al territorio e alla storicità del paesaggio orienta l'insegnamento delle discipline umanistiche, giuridico-economiche e tecnico-scientifiche, la condivisione dei risultati della ricerca fornisce le competenze specialistiche nei settori archeologico e storico-artistico in relazione alle nuove tecniche, linguaggi e strumenti per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico italiano.
Ravenna, con il suo giacimento archeologico, artistico e monumentale unico al mondo, nonché l'eccellenza riconosciuta a livello internazionale delle sue istituzioni di conservazione, costituisce la sede ideale per un corso che interpreta al meglio le potenzialità della nuova struttura multi-campus dell'Ateneo di Bologna. Già in fase di progettazione si è tenuto conto del forte legame con il territorio e con le sue esigenze specifiche, guardando a un mercato del lavoro sempre più sensibile alla collaborazione interdisciplinare di archeologi, storici d'arte, conservatori, scienziati e restauratori per garantire una corretta metodologia di intervento e di valorizzazione del patrimonio culturale in una proficua collaborazione con i centri di ricerca, gli enti preposti alla tutela del patrimonio culturale, le pubbliche amministrazioni e le nuove professioni.
I laureati in questa magistrale potranno svolgere attività lavorative nel campo della museologia e della museografia, occuparsi della gestione e della promozione dei beni e dei luoghi della cultura, progettare iniziative culturali utilizzando i più avanzati strumenti di comunicazione. Essi avranno inoltre la capacità di elaborare programmi di conservazione di beni archeologici, paesaggistici e storico-artistici e ideare progetti di manutenzione e di restauro, di verificarne quindi l'attuazione anche in relazione alle condizioni ambientali, e redigere in maniera critica e filologicamente corretta le relazioni degli interventi di restauro.
La formazione impartita intende far sì che il laureato operi in relazione a un'esigenza primaria della società e della politica, poiché la conoscenza e la conservazione del patrimonio culturale e la trasmissione di questi valori alle nuove generazioni rappresentano un asse strategico per lo sviluppo economico e civile del nostro Paese e di tutte le società avanzate.
Va infine segnalato il risalto dato alla formazione di una nuova figura professionale, legata a un'attività promossa e riconosciuta come "valorizzazione" dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali. È una figura dotata di competenze che sono previste sia nel quadro dei ruoli dell'Amministrazione Pubblica sia nel settore privato.
Il corso interclasse garantisce inoltre al laureato la possibilità di proseguire gli studi nel terzo ciclo accademico sia nel settore dell'archeologia, tramite la Scuola di Specializzazione in Beni archeologici, sia nel settore storico-artistico, tramite l'accesso alla Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici. A tali Scuole si accede rispettivamente con laurea magistrale nella classe LM-2 e nella classe LM-89. Inoltre, la laurea offre un'ampia gamma di possibilità di accesso al dottorato di ricerca.
La nuova laurea interclasse si inserisce all'interno dell'offerta formativa del Dipartimento di Beni Culturali che, con la contestuale attivazione a Ravenna della laurea triennale in Beni culturali (L-1), delle lauree magistrali nella classe LM-5 (Scienze del libro e del documento) e nella classe LM-81 (Cooperazione internazionale, tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali), della laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e restauro dei bei culturali (LMR/02) e infine del dottorato di ricerca in Studi sul Patrimonio Culturale, copre nella sua estensione, unico caso in Italia e all'estero, l'intero settore di formazione inerente i beni culturali dal I al III ciclo.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2014 - N.50]

Uno spaccato delle più recenti attività di ricerca del Laboratorio fotografico

Luigi Tomassini - Presidente Società Italiana per lo Studio della Fotografia

Esattamente cinquant'anni fa, Michelangelo Antonioni era in città a girare Deserto Rosso. Grazie a lui e al suo direttore della fotografia, Carlo Di Palma, alcune delle immagini più potenti del cinema italiano sono state riprese qui, a Ravenna.
Forse chi ci sta dentro non lo percepisce con la stessa nettezza, ma vista da fuori Ravenna è un serbatoio straordinario di immaginari. I suoi monumenti unici al mondo, con i loro mosaici apparentemente statici, ieratici, ma carichi di una formidabile potenza espressiva, stanno a pochissima distanza da alcuni colossali cimiteri metallici, un parco di archeologia industriale che non ha pari in Italia: la quintessenza di una moderna civiltà postindustriale, con un concentrato delle sue invasioni del paesaggio e dell'ambiente, a cui però fa da specchio, sul lato opposto della Baiona, un ambiente naturale ancora arcaico: acquitrini, macchie palustri,  radi capanni da pesca, che segnano l'inizio di quel paesaggio magico, carico di vita sotto la superficie inerte, che contraddistingue l'ultima propaggine del contiguo delta del Po.
Nello scorso ottobre il Laboratorio Fotografico del Dipartimento di Beni Culturali ha promosso, in collaborazione con Fondazione Flaminia e Osservatorio Fotografico, una "Summer school" sul tema Landscape and urbanscape Photography, che prendeva dichiaratamente le mosse dal cinquantenario di Deserto Rosso per "rivedere" Ravenna attraverso gli occhi di alcuni fotografi di oggi. Una ventina di giovani che venivano per i due terzi da altre regioni d'Italia e dall'estero, sotto la guida di alcuni grandi nomi della fotografia italiana e internazionale, come Johansson, Brohm, Guidi, si sono alternati a storici e storici dell'arte italiani per una settimana di studi e di esperienze. Tra il 20 e il 22 novembre si è tenuto un convegno internazionale sul tema "Sguardi fotografici sul territorio: progetti e protagonisti fra storia e contemporaneità in Italia" che riprende su scala più vasta questo stesso tema.
Nel mezzo, il 7 e 8 novembre, si è svolta al Dipartimento un'iniziativa dedicata al progetto "Palamedes", ovvero allo studio di due antichi codici in pergamena, uno dei quali probabilmente risalente al V-VI secolo. I due codici sono integralmente rescripti, ossia il testo originale è stato (una o più volte) cancellato e coperto con nuove scritture. La prof.ssa Chiara Faraggiana di Sarzana, lavorando nel Laboratorio con l'aiuto di un fotografo esperto di tecnica fotografica classica e di un archeologo molto versato nel digitale, ha potuto riscoprire sotto la superficie per così dire "moderna", la scrittura inferiore, che contiene alcuni testi che costituiscono novità rilevanti sul piano della ricerca, come uno, di autore ignoto, in cui la Logica di Aristotele è presentata attraverso schemi grafici di estremo interesse. Ma il dato più interessante è che il manoscritto si trova presso la Bibliothèque Nationale de France; la ricerca è finanziata dalla Fritz Thyssen Stiftung ed è il frutto di un progetto di cooperazione internazionale dell'Università di Bologna con la Georg-August-Universität di Göttingen e con la Fondazione culturale della Banca Nazionale di Grecia (MIET) in Atene. Cosa ha convinto Isabelle le Masne de Chermont, responsabile del settore manoscritti della Bibliothèque Nationale,  e i partner tedeschi e greci ad affidare al nostro Dipartimento (finanziandolo) il lavoro di elaborazione fotografica di questi codici? Evidentemente la riconosciuta competenza della prof.ssa Faraggiana, ma anche un po' il fatto che in questa nostra sede siano disponibili strutture di ricerca che riescono a stare almeno alla pari con le omologhe a livello internazionale.
Come capite, ho rinunciato ad esporre in dettaglio le attrezzature e la struttura del Laboratorio, su cui potrete facilmente essere informati sul sito del Dipartimento, e mi sono limitato a dare uno spaccato della sua attività di questi mesi. Dalla quale si deduce che quello che intendiamo per laboratorio non è un agglomerato di attrezzature, ma luogo di elaborazione culturale dove si impara facendo e realizzando; un luogo dove i nostri giovani debbono imparare a leggere il patrimonio culturale con la competenza e la serietà della tradizione, ma sapendo padroneggiare anche i linguaggi del presente. La fotografia si presta perfettamente, perché nel campo dei beni culturali è insieme un bene culturale essa stessa, ed è uno strumento chiave nel settore delle nuove tecnologie digitali. Un'avventura affascinante dunque, ma anche uno strumento utile per muoversi professionalmente in un mondo chiamato alla sfida di coniugare presente e passato, innovazione e patrimonio culturale.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2014 - N.51]

Il Laboratorio multimediale forma le nuove generazioni a un approccio radicalmente diverso al patrimonio culturale

Marco Orlandi, Antonino Vazzana, Simone Zambrano - Dipartimento di Beni culturali

L'uso delle tecnologie 3D e di ricostruzione virtuale è stato introdotto nel Dipartimento di Beni culturali nell'ambito delle attività di ricerca di antropologia fisica con la realizzazione di copie digitali di reperti osteologici. I metodi sperimentati in questi primi lavori sono stati poi sviluppati e impiegati nell'ambito ben più vasto del patrimonio culturale, e in particolare in progetti di ricerca riguardanti edifici storici, monumenti, oggetti artistici.
L'approccio interdisciplinare delle ricerche svolte e l'attenzione per un'ampia disseminazione pubblica dei risultati sono i caratteri distintivi e innovativi dei progetti realizzati. L'impiego di tecnologie multimediali ha consentito infatti di ottenere risultati importanti nello studio e analisi degli oggetti esaminati, nell'attività didattica collegata e nella diffusione dei risultati conseguiti, con ricadute rilevanti per la valorizzazione del patrimonio culturale.
Le ricostruzioni virtuali permettono di ottenere rappresentazioni tridimensionali di spazi e architetture esistenti o scomparse, o fortemente modificate nel corso dei secoli; in questo modo è facilitato il processo di verifica di ipotesi ricostruttive tradizionalmente formulate solo sulla base di testimonianze scritte o iconografiche. Di uno stesso oggetto si possono infatti realizzare ricostruzioni virtuali diverse, corrispondenti a ipotesi interpretative differenti della stessa documentazione pervenuta e valutarne comparativamente il risultato. I modelli elaborati e i metodi sperimentati sono poi usati come materiali per la didattica per illustrare gli esiti e i processi impiegati. I modelli virtuali tridimensionali sono infine oggetti di particolare fascino per un pubblico vasto grazie alle mirabolanti navigazioni immersive che gli strumenti tecnologici visuali d'uso corrente consentono di esperire.
In questa prospettiva il Laboratorio fotografico e multimediale del Dipartimento ha realizzato numerosi progetti, anche grazie al sostegno di enti e fondazioni locali. Eccone un breve elenco: la ricostruzione della Sfinge medievale (1296) del cardinale Pasquale Romano nell'ambito della mostra Echoes of Egypt (Peabody Museum, Yale University); una nuova sezione del sito istituzionale della Pinacoteca del MAR di Ravenna, visualizzabile in maniera differente a seconda dei dispositivi utilizzati (pc, smartphone, tablet); i progetti di ricostruzione virtuale di monumenti perduti ArianInPiazza e La storia che cela la storia, sulle fasi architettoniche e decorative della chiesa di S. Giovanni Evangelista; la visita virtuale nelle sale del Museo delle Mummie di Roccapelago; il video sulla Tomba degli amanti di Modena, e la ricostruzione dello studiolo urbinate di Federico da Montefeltro. Tra i progetti in cantiere la ricomposizione virtuale di contesti architettonici e storico-artistici scomparsi, come i perduti affreschi trecenteschi della chiesa di Santa Maria in Porto Fuori di Ravenna.
Il Laboratorio dispone di avanzate strumentazioni di acquisizione, elaborazione e analisi di contenuti digitali ed è in grado di coniugare le esigenze e le necessità delle diverse "anime" che lo compongono: quella relativa alla riproduzione fotografica dei beni culturali, quella rivolta allo studio del patrimonio fotografico, e quella di elaborazione di contenuti digitali per la comprensione e la valorizzazione del patrimonio - tangibile e intangibile - dei beni culturali. La strumentazione disponibile (workstation, server dedicati, renderfarm, 3D laser scanner, 3D scanner a luce strutturata, tavolette grafiche, strumentazione e software per la realizzazione di tour virtuali, fotocamere professionali, attrezzatura completa per la ripresa fotografica in studio, software per la modellazione 3D e per la visualizzazione architettonica) pone il Laboratorio all'avanguardia nello scenario nazionale, fornendo la possibilità di associare una produzione di dati ad alto profilo tecnologico con le esigenze didattiche e comunicative della ricerca in campo umanistico.
Le attività di ricerca svolte dal Laboratorio in questi ambiti concorrono significativamente a una nuova definizione del contesto scientifico e didattico del Dipartimento di Beni culturali. Le competenze sviluppate all'interno del Laboratorio rappresentano una concreta possibilità di formare le nuove generazioni a un approccio radicalmente diverso al patrimonio culturale in cui la capacità e l'efficacia dei nuovi media di comunicare, di attrarre fondi e di porsi al servizio di un pubblico vasto possono diventare concreta opportunità di inserimento nel mondo del lavoro e, in generale, di sviluppo culturale ed economico.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2015 - N.52]

I Laboratori di Antropologia fisica e del DNA antico alle prese con casi prestigiosi e internazionali

Stefano Benazzi, Elisabetta Cilli, Giorgio Gruppioni - Dipartimento di Beni Culturali

Reperti scheletrici d'interesse archeologico, mummie, fossili, resti di personaggi del passato: è lunga la lista di materiali, casi di studio e progetti di ricerca di cui si è occupato, da ormai 15 anni a questa parte, il Laboratorio di Antropologia del Dipartimento ravennate di Beni Culturali dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. A partire da studi di antropologia fisica su resti umani provenienti da contesti archeologici del territorio italiano, i campi di ricerca del laboratorio si sono rapidamente allargati a studi di anatomia evolutiva e funzionale dello scheletro e a ricerche di archeogenetica così da suggerire la ridenominazione del laboratorio in "Laboratori di Antropologia fisica e del DNA antico".

La costante collaborazione con numerose Soprintendenze Regionali per i Beni Archeologici e con svariati musei e altre Istituzioni italiane e straniere ha consentito ai suddetti laboratori di accedere a importanti collezioni e reperti antropologici di rilevante valore scientifico, nonché di istituire una vasta rete di collaborazioni a livello nazionale e internazionale su tematiche di evoluzione umana e di paleogenetica che hanno prodotto pubblicazioni scientifiche su prestigiose riviste internazionali. Inoltre questi laboratori hanno collaborato ad importanti casi di studio interdisciplinare come quelli riguardanti Dante, Boiardo, Pico della Mirandola, Poliziano e Caravaggio, che hanno avuto anche una vasta eco sui mezzi di comunicazione.

In questi anni i suddetti laboratori si sono dotati, oltre che di spazi per lo studio antropologico dei resti umani, di locali esclusivamente dedicati alle analisi del DNA antico, che richiedono particolari condizioni operative, nonché di attrezzature di base e avanzate per la ricerca nei vari campi d'interesse: strumentazione per l'estrazione e l'analisi del DNA, sistemi di scansione digitale dei reperti e software per l'elaborazione e il processamento dei dati oltre che dei tradizionali strumenti per le rilevazioni osteometriche.

Le attività svolte dai Laboratori di Antropologia fisica e del DNA antico sono riconducibili alle tre seguenti sezioni, tra loro strettamente interconnesse: Sezione di antropologia archeologica, Sezione di paleoantropologia, Sezione di archeogenetica.

La Sezione di antropologia archeologica si occupa dello studio dei resti umani di provenienza archeologica, secondo un approccio multidisciplinare, allo scopo di ricostruire, oltre che le caratteristiche fisiche individuali, la struttura demografica, le condizioni di vita, le malattie, le abitudini alimentari, le condizioni nutrizionali e le attività occupazionali delle popolazioni umane del passato. Con questi obiettivi vengono eseguite analisi dei reperti che vanno dalla semplice osservazione morfologica, alle rilevazioni osteometriche e morfometriche anche con l'impiego di tecnologie digitali su modelli virtuali delle ossa, nonché, in collaborazione con altri centri di ricerca, indagini radiologiche, istologiche, istochimiche e chimico-fisiche.

Nella Sezione paleoantropologica vengono effettuati studi ontogenetici, sulle asimmetrie, sulle trasformazioni evolutive e la variabilità morfologica di specifiche regioni scheletriche mediante l'impiego di modelli virtuali delle ossa e metodi di geometria morfometrica, approcci innovativi utili anche per ricostruzioni tridimensionali di resti fossili e porzioni scheletriche incomplete. Vengono inoltre analizzati i resti dentali ai fini della discriminazione tassonomica delle Ominine fossili, per ricostruire la paleodieta, le attività para-masticatorie, e analisi biomeccaniche per valutare il possibile adattamento funzionale di alcuni caratteri morfologici.

Il Laboratorio archeometrico si occupa dello studio del DNA antico o degradato estratto da reperti bioarcheologici o d'interesse forense. Gli scopi principali sono: la identificazione di specie, la determinazione del sesso e dei rapporti di parentela, la caratterizzazione genetica di gruppi umani del passato, l'accertamento dell'identità dei resti attribuiti a personaggi del passato, la rivelazione e lo studio di caratteri fenotipici e di patologie, la ricostruzione della storia epidemiologica e della evoluzione dei patogeni.

Il laboratorio è strutturato secondo le più stringenti norme previste nel campo dell'analisi del DNA antico, opera secondo i più rigorosi standard di manipolazione del DNA e applica le più avanzate tecnologie di sequenziamento massivo del DNA di nuova generazione (Next Generation Sequencing).


La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2015 - N.53]

Il mondo dei libri in una nuova rivista del Dipartimento di Beni Culturali di Ravenna

Fiammetta Sabba - Docente di Biblioteconomia e Bibliografia Università di Bologna

"Bibliothecae.it" è una rivista accademica semestrale che si occupa del mondo dei libri, dei documenti e delle biblioteche. Dopo una precedente esperienza di pubblicazione in formato cartaceo con la Casa editrice Morlacchi di Perugia (http://bibliothecae.it./), è appena divenuta di proprietà del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna e dal 2016 verrà interamente offerta open-access (ad accesso cosiddetto aperto) tramite ALMADL Biblioteca digitale dell'Università di Bologna (http://almadl.unibo.it/).
"Bibliothecae.it" promuove e ospita studi, ricerche, documentazioni e recensioni riguardanti le materie e gli oggetti di studio delle discipline che si occupano di libri, documenti, testi, biblioteche, raccolte documentarie, editoria, informazione e comunicazione scientifica, con lo scopo di contribuire all'approfondimento e allo sviluppo dei processi e dei metodi di organizzazione e diffusione della conoscenza culturale.
Essa è diretta da chi scrive, che faccio parte del Dipartimento di Beni Culturali, da Anna Giulia Cavagna dell'Università di Genova e da Alfredo Serrai già della 'Sapienza' di Roma, storico illustre nome delle discipline bibliografiche, nonché fondatore di "Bibliothecae.it" che, proprio per suo tramite, eredita una tradizione solida costruita con le riviste "Il Bibliotecario" (Roma: Bulzoni, 1984-2011) e "Bibliotheca" (Milano: Sylvestre Bonnard, 2002-2007). Il Comitato scientifico internazionale vede la partecipazione di studiosi di grande rilievo come Luciano Canfora, Mauro Guerrini e Luciano Floridi per citarne solo alcuni.
La rivista nel 2014 è stata classificata 'scientifica e di classe A' dalla Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), e con questa qualifica i suoi autori otterranno un prestigioso titolo ai fini della Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) per il reclutamento del personale docente universitario.
Proprio per mantenere l'apprezzato alto livello qualitativo dei contributi offerti, gli articoli proposti per la pubblicazione verranno sottoposti a un processo di revisione gestito attraverso l'uso della piattaforma AlmaDL Journals (http://journals.unibo.it/riviste/). Dopo un'iniziale valutazione da parte della direzione e dei responsabili delle sezioni, per verificare l'attinenza della proposta con gli scopi della rivista, verrà avviato il processo di peer review dell'articolo secondo la procedura cosiddetta 'in modalità doppio cieco'. Questa si basa sulla valutazione dell'articolo proposto effettuata da due revisori selezionati sulla base delle competenze scientifiche necessarie a valutarne il contenuto senza che conoscano la provenienza e l'autore dell'articolo, proprio a garanzia di una oggettività assoluta. Il lavoro dei revisori ha l'obiettivo di fornire agli autori un parere autorevole sul loro lavoro e di proporre eventuali modifiche allo scopo di migliorarne la struttura e il contenuto.
La rivista si articola in sei sezioni di ricerca la cui responsabilità è affidata ad alcuni docenti dell'Alma Mater (Lorenzo Baldacchini, Paola Degni, Alessandro Iannucci, Francesca Tommasi) e a un paio di importanti studiosi esterni (Alberto Salarelli dell'Università di Parma e Marisa Rosa Borraccini Prorettore dell'Università di Macerata). Le sezioni sono: Testi e documenti del mondo antico; Storia del libro manoscritto; Biblioteconomia e bibliografia; Storia del libro e storia delle biblioteche; Teoria dell'informazione e della documentazione; Informatica umanistica.
Come si evince dai settori scientifici compresi, "Bibliothecae.it" ha l'ambizione di abbracciare tradizione e innovazione, teoria e pratica, scienza e tecnologia, ritenendo il passato e le intuizioni speculative indispensabili per interpretare e affrontare criticamente e attivamente i nodi e gli slanci che il presente della realtà documentaria prospetta.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2015 - N.54]

Ricerca interdisciplinare e ampia comunicazione nella nuova collana editoriale del Dipartimento di Beni Culturali

Alessandro Iannucci - Co-direttore della collana

Con l'uscita dei primi due volumi (Il patrimonio culturale tra conoscenza, tutela e valorizzazione. Il caso della "Piazzetta degli Ariani" di Ravenna, a cura di Giuseppe Garzia, Alessandro Iannucci, Mariangela Vandini; Il libro e le sue reti. La circolazione dell'edizione italiana nello spazio della francofonia (sec. XVI-XVII), a cura di Lorenzo Baldacchini) prende il via un nuovo progetto editoriale del Dipartimento di Beni Culturali: si tratta della collana dal programmatico titolo "Studi sul patrimonio culturale" pubblicata dalla Bononia University Press (BUP), il dinamico marchio editoriale di riferimento dell'Ateneo bolognese.
L'obiettivo della collana è di realizzare nel medio periodo uno strumento editoriale caratterizzato sia dal rigore scientifico sia dalla capacità di produrre discorsi efficaci anche per una ampia comunicazione. Il tema del 'Patrimonio culturale' è al centro del dibattito pubblico, specie nei termini (spesso polemici) di una mancata tutela e di una non compiuta valorizzazione, anche di carattere economico, della straordinaria disponibilità di beni culturali - archeologici, monumentali, artistici, musicali, museali e spesso anche etnografici - di cui dispone il nostro paese. Al contrario di altre discipline, per i beni culturali non esiste in Italia - e in parte anche all'estero - una comunità scientifica di riferimento né strumenti di lavoro quali riviste specializzate o appunto collane editoriali. Questa mancanza è conseguenza dello statuto incerto dello studio dei beni culturali, cui concorrono specialisti diversi: dagli architetti agli storici dell'arte; dagli archeologi agli esperti di diagnostica; dagli economisti agli storici della cultura. Tutte queste aree del sapere sono rappresentate nel Dipartimento di Beni Culturali dell'Ateneo bolognese, radicato a Ravenna da ormai oltre un ventennio: la nuova collana rappresenta quindi una sfida necessaria perché i risultati di ricerche interdisciplinari intorno a un tema strategico diventino concretamente parte di un dibattito pubblico, aperto non solo ad altri studiosi ma anche a quanti sono coinvolti per professione, interesse, ruolo istituzionale o politico nella gestione del patrimonio culturale.
Il piano editoriale prevede la pubblicazione di volumi curati non solo dai membri del dipartimento ma anche contributi di autori esterni, italiani e internazionali, traduzioni o ristampe, sui variegati aspetti del patrimonio, legati al territorio come nel caso del volume sulla Piazzetta degli Ariani, ma anche a un più ampio contesto di riferimento, come per il volume sulla circolazione del libro a stampa italiano in Francia in età moderna.
Questa nuova collana nasce quindi come un'ipotesi, una sfida culturale per una nuova visione nella convinzione che solo quando i tradizionali saperi umanistici siano concretamente coniugati con gli studi, giuridici, socio-economici e politologici ma anche con le metodologie e gli strumenti scientifici, diagnostici e informatici si possono realizzare ricerche efficaci sui beni culturali e ottenere un'ampia e fattiva diffusione dei risultati.
Tutte le informazioni sulla collana, dal programma editoriale alle fasi della pubblicazione attraverso un processo di peer review sono reperibili nel sito del Dipartimento di Beni Culturali, alla URL www.beniculturali.unibo.it/it/ricerca/studi-sul-patrimonio-culturale (raggiungibile anche da un banner presente nella homepage).
Alla direzione della collana - Alessandro Iannucci, Mariangela Vandini e Giuseppe Garzia - si affianca un prestigioso Comitato Scientifico Internazionale esterno composto da Xavier Bisaro (Centre d'études supérieures de la Renaissance di Tours), Bernard Frischer (University of Virginia), Tomaso Montanari (Università di Napoli "Federico II"), David Saunders (British Museum), Luca Zan (Università di Bologna).


La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2016 - N.55]

Studenti e professori alla ricerca della memoria fotografica della Grande guerra

Giuseppe Baorda - Studente Corso di Laurea Magistrale in Scienze del libro e del documento

In pieno centenario della prima guerra mondiale, si è svolto a Ravenna, dal 26 al 28 maggio scorso, un convegno internazionale dal titolo Il dolore, il lutto, la gloria. Rappresentazioni fotografiche della Grande Guerra fra pubblico e privato, 1914-1940, organizzato dal Dipartimento di Beni Culturali e dalla Società Italiana per lo Studio della Fotografia.
Non è stata una "celebrazione" della guerra, ma un'occasione per riportare alla memoria gli aspetti più duri, aspri, a volte terribili del conflitto, il dolore, le sofferenze, il lutto, attraverso un testimone "oggettivo", e insieme suggestivo ed emozionante, come la documentazione fotografica.
Con un nuovo approccio interpretativo, si sono evidenziati gli aspetti più drammatici di una società ormai stanca e stremata dal numero inarrestabile dei morti sui campi di battaglia. La relazione di apertura di Joelle Beurier, attualmente la studiosa di riferimento a livello internazionale sul tema, ha mostrato il diverso modo di vedere la sofferenza e la morte nei vari paesi in guerra; si sono susseguiti poi una serie di interventi con approcci metodologici diversi, dalla sociologia alla antropologia alla museografia, fino allo studio delle lapidi dei cimiteri o della fotografia medica, che hanno messo in luce una nuova memoria, spesso inedita, del conflitto. Gli studiosi erano professionisti della memoria, abituati a trattare con competenza e in profondità fonti complesse e problemi specialistici; ma la trasmissione della memoria è qualcosa che riguarda anche il pubblico più largo, e in particolare i giovani.
Per questo vorrei sottolineare il fatto che le dotte relazioni degli studiosi sono state affiancate da una riedizione ad hoc della mostra Con Dio per la Patria. Fede e propaganda religiosa nella Grande Guerra, già esposta presso la "Fondazione Casa di Oriani" di Ravenna nel giugno 2015, curata dagli studenti della Scuola di Lettere e Beni Culturali, con il supporto della prof.ssa Raffaella Biscioni e della dott.ssa Sara Circassia. La mostra si è valsa, fra l'altro, di manufatti, lettere e oggetti devozionali d'epoca oltre a cartoline, libretti, luttini, appartenenti al collezionista ravennate Enzo Giorgetti, ma anche di materiali selezionati dagli studenti da archivi fotografici e archivi on-line in Italia e all'estero (Getty, Corbis, Raccolte Musei Fratelli Alinari ecc.); fra questi le fotografie che ritraggono le distruzioni degli edifici di culto, spesso di notevole valore artistico (la cosiddetta "guerra all'arte" che ebbe nella cattedrale di Reims il suo primo episodio, e che colpì anche Ravenna con gravi danneggiamenti a Sant'Apollinare Nuovo).
Gli studenti di alcuni corsi della Scuola hanno inoltre partecipato come relatori al convegno con una ricerca originale e analitica condotta su un archivio di fotografie e testi relativi ai caduti in guerra italiani nel 1915-18. Tali documenti, oltre 150.000, sono conservati presso l'Archivio storico del Museo Centrale del Risorgimento a Roma e contengono oltre alle fotografie dei soldati, diversi documenti privati e personali, lettere scritte alla famiglia; in diversi casi anche un "luttino" del caduto, cioè il ricordo funebre che riporta oltre alla fotografia del caduto, anche frasi e immagini religiose o patriottiche.
La ricerca, esposta in tre diversi interventi di altrettanti "portavoce", ha analizzato in primo luogo il nostro territorio: basandosi sul volume recentemente edito dalla Provincia con l'albo d'oro dei caduti ravennati nella Grande guerra e incrociando i dati con quelli dell'archivio romano, si sono evidenziati risultati molto interessanti, relativi al modo in cui le famiglie reagivano al lutto che le aveva colpite, con modalità che variavano fortemente ad esempio fra zone in cui si trova una elaborazione del lutto più fortemente cattolica, come Faenza, e altre più laiche. Ma in genere, si sono messi a confronto, dato che gli studenti dei corsi ravennati provengono da varie parti d'Italia, contesti molto diversi, dalla Sicilia alla Sardegna al Nord Italia, che hanno rivelato modalità del lutto e della adesione al messaggio patriottico molto diverse, con immagini e fotografie estremamente suggestive.
Le tematiche trattate durante questo percorso hanno dato vita a due siti (https://eventi.unibo.it/il-dolore-il-lutto-la-gloria; https://eventi.unibo.it/con-dio-per-la-patria), che sono serviti come contenitore di documenti, estratti e immagini, e che sono tuttora accessibili a chi volesse avere ulteriori informazioni.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2016 - N.56]

Nel 2017 inaugura il nuovo Master "International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage"

Mario Neve - Direttore del Master

Come si comunica il patrimonio culturale? E soprattutto, è necessario farlo?
Stando al giudizio di Hannah Arendt dovremmo rispondere affermativamente, per evitare che coloro che verranno dopo di noi si trovino ad essere eredi senza testamento: "il testamento, affermando ciò che spetterà legittimamente all'erede, destina averi passati ad un futuro. Senza testamento o, per sciogliere la metafora, senza tradizione che sceglie e nomina, che tramanda e custodisce, che indica dove sono i tesori e quale il loro valore sembra che non vi sia un'esplicita e voluta continuità nel tempo e dunque, in termini umani, né passato né futuro".
Un testamento manifesta una volontà, una scelta. Pure, nel caso di ciò che l'UNESCO classifica patrimonio culturale "materiale" non si può evitare che il lascito avvenga, con o senza testamento, visto che in fondo scegliere di non prendere posizione significa prendere comunque una posizione. Una posizione gravida di conseguenze, in molti casi indesiderate, come accade quando ci viene ricordato il ruolo del fattore umano persino in catastrofi naturali come quella che ha colpito le città e i paesaggi lungo il confine tra Umbria e Marche.
In un'età ossessionata dalla comunicazione, dalla crescita continua delle connessioni orizzontali attraverso lo spazio, non va quindi trascurato l'altro piatto della bilancia: la trasmissione verticale nel tempo, il che significa, a sua volta, prendersi cura della produzione e trasmissione della conoscenza, un aspetto oggi piuttosto carente.
Una tale situazione richiede consapevolezza delle poste in gioco da parte dei cittadini e nuove figure professionali capaci di fronteggiare situazioni concrete e in possesso di una formazione e di una visione culturale che li metta in grado di analizzare le diverse dimensioni dei problemi implicati.
Il nuovo Master internazionale International Cooperation on Human Rights and Intercultural Heritage, che aprirà i battenti nell'ottobre 2017 su iniziativa del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna, Campus di Ravenna, in collaborazione con la Scuola di Scienze Politiche, tenta di dare una risposta a tali esigenze. A riguardo, il corso si avvale del supporto e della collaborazione della Banca Mondiale, della Commissione per la Cooperazione allo Sviluppo del Parlamento Europeo, dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dell'Istituto Internazionale per le Conoscenze Tradizionali dell'UNESCO.
L'inedito accoppiamento tra il tema dei diritti umani e quello del patrimonio culturale in realtà è presente in due fonti principali di tali concetti. Il ruolo cruciale della cultura e della conoscenza come terreno comune dello sviluppo umano, dunque come accesso alla libertà individuale e collettiva, è già presente nella Carta costitutiva dell'UNESCO del 1945 (vi viene affermata la relazione fondamentale tra cultura, istruzione e libertà, sottolineando in modo implicito il peso del pensiero critico come prerequisito della libertà), come anche nella definizione di "sviluppo umano" delle Nazioni Unite.
I diritti umani, in questa prospettiva, sono strettamente legati al potenziamento dello sviluppo culturale e al pensiero critico, come background culturale dello "specialista nello Human Rights Based Approach", volto alla difesa dei diritti dei soggetti esclusi e marginalizzati.
Nella medesima prospettiva, il patrimonio culturale non vuol dire solo monumenti, opere d'arte, ma anche, ad esempio, la cosiddetta "conoscenza tradizionale".
L'inclusione recente del "patrimonio naturale e culturale mondiale" tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda 2030) ha riconosciuto tale tematica come questione globale. Questo motiva la scelta di adottare la dicitura "intercultural heritage". Proprio per enfatizzare il modo più positivo e aperto al futuro d'intendere il ruolo odierno delle culture: non isole da proteggere ma porte e ponti per lasciar passare e condividere idee.

La pagina della Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2016 - N.57]

Un progetto ERC per comprendere i processi bio-culturali che hanno favorito il successo della nostra specie

Stefano Benazzi - Docente di Antropologia

L'uomo anatomicamente moderno, comunemente conosciuto come H. sapiens, compare in Africa in un periodo compreso tra 200.000 e 100.000 anni fa. Testimonianze della sua presenza fuori dall'Africa sono documentate nel Vicino Oriente (Israele) e nel Sud/Est della Cina tra 120.000-80.000 anni fa, ma le attestazioni sono così sporadiche da rendere conto, probabilmente, di spostamenti di piccoli gruppi umani andati incontro ad estinzione. Tra 60.000-50.000 anni fa, per cause ancora ignote, ondate più consistenti di uomini moderni si spingono fuori dall'Africa in Eurasia, in territori occupati da altre specie umane come il Neandertal e il Denisova. Come sia avvenuta la colonizzazione dell'Eurasia e quali rapporti siano intercorsi fra l'uomo moderno e le specie umane autoctone (sono confermati casi di ibridazione) è tutt'ora argomento di acceso dibattito in paleoantropologia. Non c'è dubbio infatti che il periodo cronologico compreso tra 50.000-40.000 anni fa sia cruciale per comprendere le cause che hanno favorito la diffusione dell'uomo moderno e il popolamento dei vari continenti, oltre all'estinzione di tutte le specie umane arcaiche, dato che nella maggior parte dei contesti archeologici successivi a 40.000 anni fa (ad eccezione dell'isola di Flores, dove forse sopravvive fino a periodi più recenti una specie umana di piccole dimensioni, l'Homo floresiensis) le uniche testimonianze antropiche sono riconducibili ad H. sapiens.
Recenti studi suggeriscono che l'uomo moderno abbia raggiunto l'Europa circa 45.000 anni fa, mentre le ultime attestazioni di presenza del Neandertal si datano circa tra 40.000 e 39.000 anni fa. Durante questo periodo di potenziale convivenza fra i due gruppi umani, si registrano importanti cambiamenti culturali che non hanno precedenti nel panorama culturale europeo. Oltre a modificazioni dello strumentario litico, compaiono artefatti, come per esempio strumenti in osso, oggetti ornamentali (conchiglie e denti forati utilizzati come pendenti) e l'utilizzo di coloranti, che rendono conto di un comportamento e di capacità cognitive tipicamente "moderne", tanto da essere definite culture di "transizione" o del Paleolitico Superiore Iniziale. Da più di cento anni la comunità scientifica è divisa sul significato di questi cambiamenti e soprattutto su chi ne sia stato l'artefice. Alcuni suggeriscono che il Neandertal, indipendentemente dall'arrivo dell'uomo moderno o influenzato da quest'ultimo, abbia sviluppato queste culture tipicamente "moderne", attribuendo quindi al Neandertal elevate capacità cognitive e simboliche. Altri invece ritengono che la comparsa di culture più evolute sia da attribuire all'uomo moderno e che questa unicità di espressione culturale/simbolica (che si riflette anche, per esempio, nella diversa organizzazione degli spazi e nelle strategie di sussistenza) identifichi la nostra specie e sia alla base del nostro successo evolutivo e della scomparsa di tutte le specie umane arcaiche.
Una delle culture di transizione più importanti, chiamata Uluzziano, è stata identificata in Italia e nel sud della Grecia. Alcuni studi recenti su due denti decidui rinvenuti presso Grotta del Cavallo (Nardò, Puglia), in un deposito Uluzziano datato circa 45.000 anni fa, suggeriscono che l'artefice di questa cultura paleolitica non fosse il Neandertal, al quale era stata inizialmente attribuita, bensì l'uomo moderno. A seguito di questa scoperta il dibattito scientifico si è ulteriormente infuocato, stimolando vari gruppi di ricerca e lo stanziamento di ingenti fondi per dirimere la questione.
All'interno di questo scenario si inserisce il progetto europeo ERC Consolidator Grant - 724046 - SUCCESS, vinto recentemente dal prof. Stefano Benazzi del Dipartimento di Beni Culturali, Università di Bologna. Il progetto quinquennale ERC, dal titolo The earliest migration of Homo sapiens in Southern Europe: understanding the biocultural processes that define our uniqueness, finanziato con Euro 1.993.811, prevede l'assunzione di 2 ricercatori junior, 5 post-dottorandi e 1 dottorando di ricerca. Il team studierà i cambiamenti bio-culturali avvenuti in Italia durante la fase di transizione, con lo scopo di capire quando l'uomo moderno sia arrivato nell'Europa meridionale, i processi bio-culturali che hanno favorito il suo successo adattativo e le cause che hanno portato all'estinzione del Neandertal. Solo rispondendo a queste domande sarà possibile comprendere quali siano le caratteristiche che hanno reso la nostra specie unica, unicità che forse ha portato alla scomparsa di tutte le specie umane arcaiche e all'origine dell'umanità attuale.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2017 - N.58]

Centinaia di studiosi e operatori si sono incontrati per parlare degli sviluppi della disciplina storica

Alessandro Iannucci - Professore associato di Letteratura greca

Nella settimana 5-9 giugno 2017 l'antica capitale esarcale, Ravenna, la nostra città, è diventata la capitale della storia, anzi della Public History. Al Palazzo dei Congressi e a Palazzo Corradini si sono tenuti, in contemporanea, il quarto convegno annuale della International Federation for Public History (IFPH-FIHP) e il primo convegno della AIPH, l'Associazione Italiana di Public History.
L'evento è stato organizzato dal Dipartimento di Beni culturali, Università di Bologna, Campus di Ravenna, assieme alla Giunta Centrale di Studi Storici (MiBACT), e alla Federazione internazionale di Public History, in collaborazione con Fondazione Flaminia: oltre 90 panel, con un numero complessivo di 191 relazioni (alcune di più autori) e 25 poster per la conferenza internazionale, e 174 relazioni e 32 poster per la conferenza italiana: nel corso dei lavori si è inoltre tenuta l'assemblea costitutiva della AIPH.
Insomma per una settimana oltre 500 studiosi universitari e operatori culturali, circa la metà dei quali stranieri, hanno letteralmente invaso Ravenna per interrogarsi - nella splendida cornice 'storica' e architettonica della città - sugli sviluppi di questa corrente di pensiero, oltre che disciplina ormai riconosciuta e diffusa anche in ambito accademico. Hanno discusso sul suo statuto scientifico, su modalità e iniziative utili a promuoverne la valorizzazione, mettendo a confronto diverse esperienze e diversi approcci disciplinari in una sorta di 'stati generali' dei public historian, in ambito nazionale e internazionale.
Per Public History si intendono quelle attività di recupero della memoria storica che si svolgono per il pubblico e con il pubblico, e che coprono il largo spazio che intercorre fra la storia accademica e universitaria e il "consumo di storia" veicolato dai grandi media. Fanno parte della Public History tutta una serie di attività, svolte da musei, biblioteche, studiosi e appassionati locali, e promosse da enti pubblici, privati, associazioni e cooperative culturali; vanno dalla forma tradizionale dello studio, del volume, magari celebrativo, fino alle rievocazioni storiche, al re-enactment, alle battaglie in scala, ecc. In poche parole la PH non è né la storia professionale studiata e insegnata nelle scuole e nelle università, né la produzione di argomento storico dei programmi televisivi o delle opere divulgative dirette al grande pubblico e a un consumo di massa; è tutto quello che sta fra questi due poli. Spesso si pensa che in mezzo non ci sia nulla, e invece ci sono miriadi di attività diverse, di appassionati, di cultori della storia, della archeologia, della memoria, di luoghi, di eventi, di oggetti e di persone, che svolgono una attività essenziale di recupero del passato e di rielaborazione della memoria collettiva.
Non è detto peraltro che sia necessario sapere cosa sia la Public History per praticarla; intanto non è una disciplina esclusiva degli storici, e basta un esempio per spiegarlo.
Da almeno quarant'anni, in Italia e nel mondo, i grandi poemi fondativi la tradizione letteraria occidentale, Iliade e Odissea, sono studiati e commentati alla luce della cosiddetta teoria oralista, elaborata da Parry e Lord e poi mediata con categorie tipiche dell'antropologia culturale. In sintesi possiamo affermare che per quasi una decina di secoli, tra il XV e il VI secolo a.C., in tutto il mondo greco la conoscenza del passato - e quindi della storia - attraverso cui si costruiva un'identità linguistica e culturale era mediata da cantori girovaghi, poeti illetterati che raccontavano le antiche glorie degli eroi, prima nelle corti micenee e poi nelle poleis greche. La parola greca è 'klea' che indica i fatti, le imprese, le gesta degne di essere conservate e su cui si concentrava l'attenzione della pubblica opinione. Nel racconto poi confluivano i valori, le tradizioni, le enciclopedie dei saperi.
In questa modalità comunicativa risiedono i due elementi caratterizzanti la teoria della public history: il concetto di memoria pubblica e collettiva; la trasmissione del passato attraverso media efficaci e fruibili da un pubblico amplissimo che tende a coincidere con l'intera società di cui sono parte.
Da Omero alle contemporanee serie televisive incentrate su eventi storici (dai Tudor a 1992 e 1993) il passato, la memoria storica e culturale, sono sempre stati oggetto di storytelling, cioè di narrazioni efficaci e in grado di catturare l'attenzione del pubblico.
La Public History è anche, e forse soprattutto questo: la capacità di mediare il passato e renderlo importante per il presente trasformando la conoscenza, fondata scientificamente, in narrazione, che la rende accessibile, fruibile, e capace di coinvolgere anche i non specialisti.

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2017 - N.59]

Una giornata di studio rivolta a studenti e insegnanti di quattro istituti scolastici europei aderenti al progetto INCLUDE

Annalisa Furia

La pagina del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna - pag. 5 [2017 - N.60]

Una struttura dove armonia e contrasto convivono, esaltandosi nel “nettare nero” per eccellenza

Paola Bonfreschi - Coordinatrice del progetto

Un tassello importante si aggiunge al Sistema Museale della Provincia di Modena: il Museo del Balsamico Tradizionale, una struttura dove armonia e contrasto convivono, esaltandosi nel "nettare nero" per eccellenza. Il Museo del Balsamico Tradizionale nasce per individuare un riferimento spaziale per la diffusione della cultura del balsamico creando un luogo istituzionale che sia strumento per coinvolgere e trasmettere questi valori nei modi più ampi possibili. La Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale e il Comune di Spilamberto sono i promotori di questa iniziativa: assieme rappresentano il legame esistente tra il prodotto e il suo territorio di origine e la garanzia della tutela della conoscenza nel rispetto assoluto della tradizione. Il balsamico tradizionale è, infatti, prima che un prodotto, una cultura legata al territorio modenese e alla sua gente. Valorizzare e diffondere la cultura del balsamico significa perciò non solo divulgare gli aspetti scientifici che costituiscono il metodo di produzione di questo straordinario prodotto, ma soprattutto fare conoscere e trasmettere i valori di una comunità legata alla propria terra e ai cicli scanditi dalle stagioni, comunicare le emozioni e la tranquillità che si respirano in acetaia. All’interno del Museo - inaugurato verso la fine del 2002 - alcune intuizioni molto originali, tra cui l’articolazione del percorso museale sulla base di livelli di lettura differenti, rendono la struttura fruibile a diverse tipologie di visitatori: esperti, ristoratori, scolaresche, turisti dell’enogastronomia e semplici curiosi. Il percorso definito "didattico", per citare un esempio, consente di apprendere le tecniche e le fasi di produzione attraverso la visita, in particolare, di due sale: la saletta video dove viene proiettato un filmato di qualità appositamente girato e le sale attigue, nelle quali una ricostruzione scenografica illustra le diverse fasi di produzione dal vigneto all’acetaia. È da qui che l’aroma del balsamico si diffonde grazie all’esposizione di una batteria risalente al XVIII secolo, creando e rendendo viva l’atmosfera della soffitta e permettendo un incontro diretto con l’antica tradizione. Interessanti sono inoltre le sale adibite all’illustrazione della tecnica dell’assaggio (dove attraverso visite guidate è possibile sperimentare una vera e propria esperienza gustativa) e quelle dedicate alla storia materiale, culturale e sociale del balsamico che rendono a tutti gli effetti questo Museo la Casa dell’Aceto Balsamico Tradizionale. Il Museo è inoltre dotato di un bookshop dove, oltre al servizio di accoglienza e orientamento dei visitatori, possono essere acquistati libri e oggetti riguardanti la tradizione.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 6 [2003 - N.16]

Un Museo di natura nella natura

Dino Scaravelli - Responsabile Museo di Onferno

Il Museo Naturalistico della Riserva Naturale Orientata di Onferno è posto nel cuore dell’omonima Riserva. Istituita nel 1991 dalla Regione Emilia Romagna grazie all’impegno del Comune di Gemmano e non poche traversie, quest’area protetta in poco tempo è divenuta il volano culturale e fonte di innovazione per l’intero territorio comunale. La realtà dei piccoli Comuni italiani si deve continuamente confrontare con le ristrettezze economiche e la necessità di promuovere sul proprio territorio uno sviluppo culturale e ambientale compatibile. La presenza della Riserva Naturale sul territorio comunale ha avuto il fondamentale compito in primo luogo di creare un indotto progettuale che ha fatto riappropriare la comunità locale del proprio territorio, troppo a lungo oscurato dai bagliori della riviera romagnola. Inoltre ha anche rappresentato un banco di sperimentazione gestionale ed economico. La Riserva si è proposta da subito l’obbiettivo di conoscere la realtà naturale locale per poter operare gestionalmente sulla base di approfondite conoscenze scientifiche. Quale punto di riferimento e sintesi di questo processo è allora stato istituito il Museo Naturalistico per dare continuità alle ricerche intraprese nella Riserva e per creare un nuovo richiamo culturale per il suo territorio. Il Museo si ripromette da subito infatti non solo di raccogliere ed esporre il materiali naturalistici della Riserva, di per sé così ricca, ma anche di diventare centro dell’aggregazione per le attività relative alla storia naturale della Valle del Conca. Elemento unico nel suo genere per la Provincia di Rimini, il museo è oggi allestito con un approccio multimediale dove, accanto a vetrine illustranti le particolarità del gesso, la speleogenesi, le caratteristiche degli ambienti della Riserva e i suoi meravigliosi abitanti, vi sono spazi interattivi per giocare imparando o dove muoversi in grotte virtuali ricche di contenuti informativi. Gli spazi espositivi sono quelli piccoli ma suggestivi dell’antica pieve di S. Colomba dove si possono vedere le varie tipologie di rocce gessose così come viene illustrato il processo erosivo che ha portato alla creazione delle grotta. Se da una parte si mostra come questa parte della Romagna trasudi storia millenaria, con ritrovamenti che vanno dal Paleolitico fino alla magnificenza rinascimentale, dall’altra particolare attenzione è dedicata all’illustrazione delle emergenze biologiche dell’area: una ricchissima compagine vegetale ed animale che rende questi luoghi di notevole valore per l’intera comunità. In un diorama, illustrato con una veduta degli imponenti calanchi della Ripa della Morte, sono anche ambientati alcuni degli ultimi arrivi importanti nell’area come il Capriolo e l’Istrice. I maggiori protagonisti degli ambienti della Riserva sono comunque i Pipistrelli che qui vengono illustrati nelle loro particolarità morfologiche e comportamentali. Nell’esposizione si è cercato di rovesciare la medaglia e mostrare questi animali per quello che sono, togliendoli dalla sfera dell’immaginario negativo e riposizionarli in un giusto contesto ecologico dove potranno mostrare quali piccole meraviglie dell’evoluzione essi siano. Il Museo si propone anche come centro di educazione ambientale permanente grazie alla sala polivalente attrezzata a laboratorio didattico posto direttamente in un’area eccezionale dove fare direttamente ecologia in campo. L’istituzione comunale ha da sempre seguito le tre anime del museo, conservazione, esposizione e studio, divenendo anche lo strumento che operativamente prosegue le ricerche intraprese sulle caratteristiche ambientali della Riserva e della valle del Conca, così come va costituendo una biblioteca specializzata nel campo delle aree protette, degli ambienti ipogei e dei Chirotteri. Non a caso poi la raccolta del materiale relativo alla natura della Val Conca si sta arricchendo e presso il Museo si depositano i risultati delle ricerche portati avanti in questo particolare contesto territoriale. Presso i magazzini si ingrandiscono le collezioni di studio e si vanno preparando altri allestimenti che in forma di mostre temporanee o con altri spazi di volta in volta proporranno nuove esplorazioni ai visitatori. Un’attività che è sorta tra le altre è la raccolta dei materiali documentari relativi alla storia dell’area sia antica e sia moderna, con in particolare quanto relativo ai fatti della seconda guerra mondiale e alla Linea Gotica, passante proprio dal capoluogo. Un’importante memoria illustrata e compiutamente descrittiva è stata realizzata appunto in tal senso e data alle stampe da Amedeo Montemaggi (1998) proprio con il Museo che ha già anche istituzionalizzato una propria serie (Scaravelli 1998). Con la Riserva e il Museo cresce anche l’imprenditoria locale con la nascita di una cooperativa che ha fatto dell’accoglienza e della didattica i propri principali temi di lavoro. Dal centro museale si snodano i sentieri che portano a cercare nelle colline circostanti i tanti elementi del ricco paesaggio e che sono utilizzati dalle migliaia di studenti che ogni anno frequentano le attività didattiche che qui trovano un ambiente di grande fascino. In particolare non smettono di stupire le grotte, i loro abitanti e il capire come tutti possono con semplicità contribuire alla salvaguardia di questo mondo affascinante. Nel 2001 il Museo e la Riserva sono stati visitati da circa 12.000 utenti che si sono riconfermati quest’anno, con un ulteriore aumento della quota di studenti e ricercatori. Sono aumentate le ricerche portate avanti dal Museo come le proposte educative. Il giardino botanico che si va strutturando offrirà presto altre esplorazioni: la sistematica dei vegetali, le piante utili e le particolarità floristiche della Val Conca. Nel 2002 verrà infine inaugurato il nuovo centro direzionale con i laboratori didattici e la nuova sede della biblioteca così come partirà la realizzazione della nuova ala espositiva. In definitiva si tratta di una realtà in pieno sviluppo che ha trovato in un piccolo ma generoso Comune un substrato ideale per far crescere una istituzione culturale che ampliandosi si rende sempre più una struttura complessa e consistente.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 6 [2002 - N.13]

Piccoli e grandi eventi nei nostri musei...avventure, animazioni e musica per divertirci un po’

Cetty Muscolino - Storico dell'arte e Responsabile dei Servizi Educativi della Soprintendenza

Parallelamente all’attività didattica, rivolta prevalentemente alle scuole dell’obbligo, che la Soprintendenza conduce da vari anni al Museo Nazionale di Ravenna e nella prestigiosa dimora rinascimentale di Casa Romei a Ferrara, negli ultimi tempi sono state realizzate una serie di iniziative in cui nell’approccio all’opera d’arte è stato privilegiato l’aspetto ludico e laboratoriale, appuntamenti della domenica, proprio per coinvolgere anche le famiglie. In un primo momento gli eventi sono stati concepiti come esplorazioni alla scoperta delle molteplici collezioni ospitate al Museo, e sono stati denominati Marameo Museo, una titolazione volutamente giocosa e anche un po’ dissacratoria, per sottolineare la possibilità di un incontro con l’arte non certo irriverente, ma creativo e festoso: dobbiamo sempre ricordare che il gioco è una delle modalità più efficaci per educare i giovani ed avvicinarli con entusiasmo ad aspetti di grande rilievo storico e culturale in senso lato. Le prime animazioni (1998-1999) sono state organizzate in collaborazione col Centro Gioco-Natura-Creatività La lucertola del Comune di Ravenna, grazie alla vulcanicità di Roberto Papetti, che ha il raro dono di trasformare il gioco in poesia e l’approccio con arte e natura in gioco. Prendendo spunto da quanto il Museo ci suggeriva sono scaturite: Le armi, gli amori e i cavalieri. Visita all’oploteca, lettura di alcuni passi suggestivi dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, di Don Chisciotte di Cervantes, del Cavaliere inesistente di Italo Calvino; nel chiostro di Clemente XII è seguita la costruzione delle armature, la vestizione dei giovani cavalieri che si sono poi cimentati nella Giostra del Saracino. A tutti è stata offerta una pergamena a ricordo della gloriosa impresa. La magia dell’avorio. Ci ha portati a curiosare nella collezione degli avori per cercare animali, lepri e gazzelle in fuga ai lati degli elegantissimi cofanetti, pesci e balene nella copertura di un evangeliario bizantino, serpenti ed agnelli nel riccio di un pastorale. E finalmente si è passati all’azione e nel chiostro sono stati costruiti cofanetti in cartone e gingilli e medaglioni in gesso, che i bambini hanno inciso con stiletti di legno con motivi zoomorfi ispirati ai pezzi ammirati al Museo. Dai minuscoli animali degli avori si è passati agli animali scolpiti nei reperti lapidei esposti nei chiostri museali: un safari accattivante alla ricerca di colombe e sfingi, pavoni e delfini, di cui si è potuto approfondire il significato simbolico prima di passare ai laboratori dei giocattoli. La bottega del carpentiere. Ci è stata suggerita dalla lettura della stele del Faber Navalis Publius Longidienus: dopo la chiacchierata con un esperto carpentiere i piccoli ospiti sono stati guidati nella creazione di battelli e barche giocattolo. Non potevano mancare ovviamente i laboratori di mosaico: La bottega del mosaicista e Oggi facciamo mosaico. Dopo aver sperimentato, con grande esito, la possibilità di abbinare l’attività al Museo con la musica, quando i maestri Paolo Ballanti, Anna Maria Storace e Maria Cristina Bevilacqua hanno magistralmente guidato un concerto della baby orchestra Il giardino dei grilli, nel superbo scenario del refettorio del Museo, dove sono esposti gli affreschi trecenteschi di Pietro da Rimini, si è cercato di individuare una relazione tematica fra il laboratorio proposto e l’accompagnamento musicale. Appuntamenti speciali, decisamente orientati in questa dimensione artistico-musicale, si sono avuti in occasione della Settimana della Cultura che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali promuove annualmente, di solito all’inizio della primavera. L’edizione 2001 di fiore in fiore... realizzazione di mosaici a soggetto naturalistico, è stata arricchita dall’esecuzione di "piccoli brani" sul tema I suoni della natura; l’edizione 2002 dal titolo Pietre, colori, suoni, musicalmente accompagnata da Preludi colorati: oro, celeste, turchese....a cura dei corsi liberi di pianoforte dell’Istituto Musicale G. Verdi, si è esplicata in un variopinto Laboratorio di ornamenti e gioielli. Per quel che riguarda l’aspetto musicale, mi sono affidata alla sensibilità e competenza di Anna Maria Storace, che ha poi lavorato con i suoi allievi in collaborazione con le colleghe Cinzia Mascanzoni e Laura Paganelli. Per le attività di Laboratorio ho avuto il piacere di sperimentare con Fabiana Ragonesi e Beatrice Ballanti, quanto di meglio si possa incontrare sulla piazza nello specifico del mosaico e dell’educazione naturalistica. Tutti questi eventi, contraddistinti da rigore metodologico, altissimo livello e grande raffinatezza, sono stati i preziosi semi che abbiamo donato a molti bambini della città, ed ho la certezza, ripensando ai loro visi entusiasti e curiosi, che hanno potuto agire e creare in un Museo amico, che non ti fa venire… la barba lunga!

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 6 [2002 - N.15]

Un progetto di sistema vede protagoniste le biblioteche di tre musei riminesi che faranno presto il loro ingresso nel Polo Romagnolo

Rita Giannini - Dirigente Servizio Beni e Attività Culturali della Provincia di Rimini

Si aprono nuove frontiere nei musei del Sistema riminese. Più specificatamente si aprono nuove prospettive per le biblioteche dei nostri musei, che con un progetto triennale si preparano a fare il loro ingresso nel Sistema Bibliotecario del Polo Romagnolo. A candidarsi al momento sono tre Musei: il Museo della città di Rimini, il Museo Naturalistico di Onferno e l’Etnografico degli Usi e Costumi della gente di Romagna di Santarcangelo di Romagna, che con le loro biblioteche specialistiche sono già pronti per l’inserimento nel Polo Romagnolo, anche se altri Musei sarebbero in grado di proporsi nel prossimo triennio. I nostri musei, in linea con le tendenze della nuova ricerca museale, si sono dotati di strumenti diversi tra i quali spiccano in primo luogo le biblioteche. La biblioteca specialistica dei Musei Comunali si è formata fin dagli anni ‘70 con l’istituzione del Museo Civico che acquistava autonomia dagli Istituti Culturali; in tal modo il Museo si allineava alle più moderne tendenze dotandosi di strumenti per la ricerca, quali in primo luogo una biblioteca. Attualmente la biblioteca raccoglie circa 6.000 volumi acquisiti prevalentemente grazie agli scambi con altri Enti e Istituzioni culturali (innanzitutto Musei, Soprintendenze, Università): a questi si aggiungono i periodici ed il nucleo Delfino Dinz Rialto, dedicato alle culture extraeuropee ed al tema del primitivismo nell’arte contemporanea: nucleo entrato in possesso del Museo con la collezione dell’esploratore veneziano. La biblioteca si suddivide in più sezioni articolate in relazione ai settori del museo, da quello naturalistico, a quello archeologico, a quello storico-artistico, all’arte contemporanea... con un grado di specificità elevato grazie soprattutto agli scambi con realtà italiane ed estere e non inserite nei tradizionali circuiti commerciali. Un comparto raccoglie copie delle tesi di laurea elaborate in collaborazione con i Musei Comunali. Una sezione è dedicata ai periodici sia di taglio specializzato sia più divulgativo, in relazione ad esigenze di aggiornamento delle proposte espositive e culturali. La biblioteca del Museo della R.N.O. di Onferno è ormai una realtà consolidata, che aspira ad avere un ruolo di maggior visibilità nelle istituzioni specializzate in Italia; segno di questa attività è la stesura, attualmente in corso, di apposita convenzione per il deposito di una raccolta privata che apporterà oltre 6.000 estratti scientifici e più di 200 volumi di argomenti zoologici. Anche Santarcangelo di Romagna ha visto aumentare enormemente il suo patrimonio librario fino a raccogliere oltre 4.500 volumi, tra cui testi ormai introvabili di agronomia, trattati sul dialetto, sugli usi e costumi, sulla musica di inizio secolo. E ancora libri di antropologia, storia, tradizioni popolari, credenze, fiabe, mitologia, storia delle religioni e quant’altro direttamente interessato dalle scienze umane. Ora questo Centro di documentazione e relativa Biblioteca specializzata si è dato anche un nome, è stato dedicato a Paolo Toschi, docente e studioso di tradizioni popolari nato a Lugo nel 1893, scomparso nel 1974. Ciò che qui si vuole sottolineare è la rilevante capacità di risposta che questi tre musei sanno dare alla propria utenza. Con la vasta ed eterogenea documentazione a disposizione, con la mole di testi specializzati, la presenza di emeroteche specialistiche anche con riviste di ambito internazionale, i tre musei che si preparano a fare il loro ingresso nel Sistema Bibliotecario del Polo Romagnolo, raggiungendo l’obiettivo di valorizzare i rispettivi patrimoni librari e nello stesso tempo fornire un più completo servizio all’utenza, che è già numerosa e fidelizzata, grazie agli attuali servizi di ricerca bibliografica. La Provincia si sta comunque attivando affinché tutti i musei con biblioteche specialistiche vengano dotati della strumentazione necessaria e per dare il via alle attività di completamento per la bonifica e schedatura

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 6 [2002 - N.14]

Un progetto ambizioso per la "capitale dell'ospitalità", dai mille risvolti culturali, che vuole mettere in rete i suoi gioielli vecchi e nuovi

Rita Giannini - Dirigente Beni e Attività Culturali della Provincia di Rimini

Nella Provincia di Rimini, con i sui venti comuni che toccano il mare o ne guardano il profilo dall'alto delle loro colline, sono in dirittura d'arrivo nuovi luoghi per la cultura: teatri, musei, biblioteche, sale espositive che nell'arco di tre anni saranno a disposizione dell'intera comunità provinciale e si andranno ad aggiungere a un patrimonio culturale già ricco e variegato. Un territorio quello provinciale storicamente di grande interesse, con una ricchezza monumentale e archeologica degna di attenzione e menzione; un "sistema entroterra" che inizia a catturare fette autonome di mercato turistico grazie soprattutto alla sua offerta culturale imperniata sul percorso delle rocche e dei castelli malatestiani, ma anche sulla via dei Musei, organizzati già da anni, in un Sistema museale della Provincia. Musei disseminati su tutto il territorio e ciascuno con peculiarità proprie e di rilievo. E di grande pregio sono i paesaggi campestri e collinari che regalano i colori e i frutti delle stagioni valorizzati dalla Strada dei vini e dei sapori e dalla Strada Pedecollinare che, ricongiungendo i borghi più suggestivi dell'entroterra, offre punti panoramici mozzafiato ed emozionanti visioni. Grazie ad un ambizioso progetto provinciale, mai realizzato prima, appena approvato dalla Giunta che vi ha destinato nel triennio 2001-2003 risorse per quatto miliardi e mezzo, denominato Contenitori Culturali: quattordici cantieri nella provincia di Rimini, nasceranno nuovi luoghi per la cultura che entreranno a far parte di un unico sistema integrato. Alcuni sono luoghi storici che tornano all'antico splendore, come il complesso degli Agostiniani a Rimini, il Palazzo Cenci a Santarcangelo di Romagna, la Cappella di Santa Lucia a San Giovanni in Marignano. Altri sono spazi nuovi nati da esigenze culturali e artistiche espresse dal territorio di appartenenza dove da tempo sono nate sperimentazioni e progettualità di grande significato. Tra questi il nuovo Teatro di Mondaino: una sala teatrale innovativa adatta ai laboratori come agli spettacoli che nasce in mezzo al parco dell'Arboreto. Ancora il nuovo Auditorium di Misano e la Biblioteca, il nuovo Museo di Saludecio dedicato all'Arte Sacra e quello di Bellaria Igea-Marina imperniato sulle tradizioni. Il Palazzo della cultura di Coriano rinascerà all'insegna delle tecnologie avanzate e della multifunzionalità, così la Sala ex lavatoio di Morciano di Romagna e il Teatro del Mare di Riccione che completerà i lavori di ristrutturazione per una rinnovata funzionalità. Ciascun nuovo spazio culturale permetterà al proprio luogo di appartenenza di entrare nel sistema provinciale dei Musei, dei Teatri, delle Biblioteche, degli spazi polifunzionali, affinché il loro utilizzo sia parte di una programmazione di area vasta che metta in gioco il territorio nella sua interezza con interazioni costanti, abbattendo le barriere dei campanilismi all'insegna di una valorizzazione e promozione complessiva tenendo conto sempre delle diversità e peculiarità di ciascuna offerta culturale. Per favorire tutto ciò verrà realizzato anche un volume che, alla stregua di una guida, descriva i siti culturali vecchi e nuovi e narri come questi interagiscano tra loro e con il territorio. Prendendo spunto dai nuovi progetti finanziati, grazie alla consistente partecipazione dell'Amministrazione provinciale e all'interazione con la Regione Emilia-Romagna, che ha dichiarato il suo interesse al sostegno del progetto, si andrà a proporre la rete provinciale per ciascun genere di intervento. Si presenteranno uno accanto all'altro il Sistema dei Musei, quello dei Teatri, delle Biblioteche, mettendo a fuoco le loro caratteristiche e la loro interconnettibilità, mettendo così a disposizione degli operatori, degli utenti, del pubblico più vasto e non ultimo del turista una guida a percorsi strutturati che esistono e vivono accanto e oltre il mare. Un mare che da tempo non è più l'unica eccellenza della nostra offerta turistica ma è affiancato con forza da altre opportunità capaci di garantire quell'equazione cultura-turismo senza la quale la parola offerta turistica non avrebbe alcun significato.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 6 [2001 - N.12]

La recente apertura di due nuove sedi espositive, il Museo lapidario e il Museo del tesoro, completa il complesso museale del Duomo e della Piazza Grande di Modena

Graziella Martinelli Braglia - Istruttore direttivo alle Attività Culturali della Provincia di Modena

Lo straordinario complesso del Duomo di Modena e della Piazza Grande si completa con due sedi espositive di recentissima apertura: il riallestito Museo Lapidario e il Museo del Tesoro del Duomo, nuova presenza nel panorama museale cittadino. Il Museo Lapidario raduna rilievi, sculture e iscrizioni su lapide d'età romana, medievale e rinascimentale, recuperati negli interventi fra '800 e '900 che intesero riportare il Duomo all'aspetto romanico, o in seguito rinvenuti nel corso di scavi, o trasportati dall'esterno del tempio per motivi di conservazione. Alcuni frammenti romani evidenziano la consuetudine di reimpiegare nell'edilizia sacra medievale marmi dell'antichità: una prassi che per Modena si traduce in una sorta di continuità fra i monumenti della Mutina romana e il Duomo. Dalle due cattedrali preesistenti provengono resti di pilastrini e lastre; vari marmi giungono invece dall'attuale chiesa edificata dall'architetto Lanfranco. Emerge la serie delle metope, otto lastre a decoro dei salienti del tetto: in esse un seguace di Wiligelmo, ispirandosi al medievale Liber Monstrorum, diede forma a favolose creature come la Sirena, l'Ermafrodito e l'Uomo a tre braccia. Vari capitelli e cornici documentano l'attività dei Campionesi, i maestri lapicidi che proseguirono il cantiere del Duomo iniziato da Lanfranco e da Wiligelmo. Iscrizioni su pietra d'epoca gotica e rinascimentale celebrano personaggi la cui vicenda s'intreccia a quella della Cattedrale. Tra i reperti di maggior suggestione, le lastre di marmo che componevano l'antico altare sulla tomba di S. Geminiano. Il Museo del Duomo, ospitato nei locali appositamente restaurati di Palazzo delle Sagrestie, esibisce opere correlate alla storia del tempio. La prima sala - dedicata al tema del Cristo crocefisso e risorto - espone la croce d'altare e i sei candelieri eseguiti nel 1655 da Giovan Battista e Marcantonio Merlini, ornamento dell'altare maggiore del Duomo nelle solennità, nonché le quattro tele di Bernardino Cervi che illustrano quattro apparizioni del Cristo Risorto, originariamente collocate in Duomo attorno al celebre dipinto di Guido Reni Discesa di Cristo al Limbo. La sala successiva espone opere legate al culto di S. Geminiano. Spiccano la statua in rame del santo sbalzata e fusa da Geminiano Paruoli nel 1374, già nel loggiato sulla Porta Regia del Duomo, e l'altarolo portatile, capolavoro del romanico nordeuropeo formato da una lastra di marmo serpentino che si dice appartenuta a S. Geminiano. Per tradizione si ritiene appartenere al Santo anche il bastone pastorale in argento sbalzato e cesellato, eseguito nel 1558 da Mastro Zonchino da Brandeburgo. Fra gli argenti notevole è l'arredo solenne dell'altare di S. Geminiano nella cripta, raffinato esempio neoclassico dell'orafo Geminiano Vincenzi su disegno di Francesco Vandelli, architetto della corte austro-estense. La terza e quarta sala custodiscono il "tesoro" della Cattedrale, con calici, ostensori, carte gloria, turiboli e vassoi in argento; si segnalano una pace in lastra d'argento con Cristo in pietà, opera del modenese Jacopo Da Porto datata 1486, e lo scenografico apparato settecentesco detto di S. Geminiano in Gros de Tours, ricamato in seta e oro con scene bibliche. Nella quinta sala spiccano due arazzi tessuti a Bruxelles alla metà del '500, donati al Duomo dal nobile Sertorio Sertori. Nella sesta sala, che espone pergamene e codici dell'Archivio Capitolare, si trova la famosa Relatio de innovatione ecclesie sancti Geminiani, codice illustrato degli inizi del '200 che descrive la fondazione del Duomo. L'Assessorato alla Cultura della Provincia di Modena ha finanziato - attraverso un fondo appositamente costituito per la qualificazione del Sistema Museale - l'arredo del book shop relativo ai due Musei; inoltre, aderendo alla richiesta del Capitolo della Basilica Metropolitana di Modena, ha finanziato, in collaborazione con il Comune di Modena e con i Lions Club di Modena, la realizzazione di un servizio di audioguide e videoguida presso il Duomo e i suoi Musei, per meglio valorizzare i tesori d'arte, di storia e di spiritualità del celebre tempio modenese (per informazioni tel. 059 220022).

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 6 [2001 - N.10]

In mostra a Modena, nella Chiesa di San Paolo, Santi e simboli nella devozione colta e popolare

Angelo Mazza - Comitato Scientifico della mostra

Santi martirizzati con frecce e strumenti di tortura di raffinata ferocia, scene di possessioni demoniache, protettori contro gli assalti di forze maligne, devoti che implorano guarigioni, santi che si fanno garanti del lavoro e dell'esercizio delle professioni, immagini miracolose della Vergine, scene di fede e di superstizione: sono questi i temi dei dipinti della mostra Libera nos. Efficaci strumenti di comunicazione, i dipinti selezionati costituiscono anche segmenti significativi della storia artistica dell'area estense. Alcuni vengono esposti per la prima volta, altri sono stati restituiti ad un grado di lettura insperato grazie a interventi di restauro, altri ancora vengono indagati sotto nuova luce nel recupero della storia antica e nella riscoperta della dinamica iconografica: in tutti si intreccia una tacita alleanza tra committenti, artisti e destinatari che sollecita l'intervento taumaturgico. La qualità degli artisti prescelti corrisponde ai diversi livelli di cultura del loro pubblico, accomunato dalla cieca fiducia nel soprannaturale: l'ignoto pittore che con linguaggio elementare svolge per i fedeli delle pievi appenniniche la meditazione di san Carlo Borromeo sulla morte di Cristo e dispone in primo piano i santi Rocco, Sebastiano e Antonio abate, protettori contro la peste e le malattie infettive; Giovanni Battista Bertusio, allievo dei Carracci, che nel dipinto di Rocca Malatina allinea un gruppo di ossessi rinsaviti dall'intervento miracoloso di san Carlo Borromeo, impegnato nel liberare spiriti demoniaci dalla loro bocca, esaltando implicitamente l'efficacia delle pratiche esorcistiche del parroco del luogo; Giuseppe Carlo Pedretti che nell'ovale della chiesa di San Giuseppe di Correggio illustra al pubblico delle campagne l'invocazione a san Domenico quale strumento per debellare la peste bovina; lo sconosciuto pittore di inizio Cinquecento che descrive con malcelato compiacimento lo sfogo dei ragazzini che infieriscono sadicamente sul loro maestro immobilizzato, san Cassiano di Imola, con stiletti, tavolette per la scrittura, sgabelli ed altri strumenti didattici, un santo che promette protezione a insegnanti ed educatori vessati dall'esuberanza degli allievi. Non mancano artisti di prima grandezza: Guercino in un dipinto di Finale Emilia presenta san Lorenzo in adorazione della Vergine e del Bambino, con la graticola dell'atroce martirio che gli assicura poteri speciali contro le bruciature ed i rischi del fuoco e gli guadagna il titolo di protettore di categorie esposte, dai vetrai ai cuochi, dai carbonai ai pompieri, fino ai rosticcieri; Ludovico Lana, principale pittore estense della prima metà dei Seicento, esibisce nella tela di Fanano l'immagine taumaturgica della Madonna della Ghiara al cui santuario reggiano i Modenesi si rivolsero per la liberazione dalla peste del 1630 che avrebbe dato luogo alla costruzione della chiesa del Voto e alla commissione di una grande pala del medesimo pittore; Simone Cantarini, allievo ribelle di Guido Reni, con il dipinto della parrocchiale di Stuffione scioglie il voto del commendatore Girolamo Bolognini, ritrattodavanti alla Madonna di Monserrato insieme al giovanissimo figlio Francesco Maria uscito indenne da una gravissima malattia; Bernardino Cervi illustra la movimentata vita di san Sebastiano, tra impegno militare, attestazioni di fede, proselitismo e superamento del martirio per le amorevoli cure di sant'Irene e delle ancelle che sfilano dal suo corpo le frecce allusive agli strali della vita. Non mancano scene di vita quotidiana che relegano il martirio in lontananza e privilegiano il rapporto familiare con il sacro: nel dipinto di San Giovanni in Persiceto il bolognese Bertusio offre l'immagine commovente del lavoro silenzioso dei santi Crispino e Crispiniano, patroni dei calzolai, impegnati nella solerte produzione di suole e tomaie entro una bottega descritta in termini straordinariamente veridici. Nell'anno del Giubileo uno speciale risalto è conferito all'immagine del pellegrino. San Rocco spunta da numerosi dipinti nelle vesti dell'eterno viandante con il cane che gli porta un pezzo di pane e simboli ed amuleti appuntati sulla mantellina; l'apostolo san Giacomo di Campostella appare in due importanti dipinti del bolognese Giacomo Bolognini ritenuti dispersi fino ad anni recenti, e che ora si ricongiungono per la prima volta dal tempo della loro antica scomparsa.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 6 [2000 - N.9]

Un richiamo culturale e turistico da alcuni musei del sistema provinciale modenese da gennaio a luglio 2001

Giulia Luppi - Direttore del Museo della Bilancia di Campogalliano

Il Museo della Bilancia di Campogalliano e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna, in collaborazione con la Provincia di Modena, sono i promotori di Pondera. Pesi e Misure nell'antichità un evento culturale e turistico, che nel corso del 2001 coinvolgerà sette sedi di Musei del sistema provinciale modenese e un Museo della città di Bari, con la realizzazione di mostre archeologiche e laboratori interattivi. Senza dubbio uno degli elementi significativi di questo progetto è collegare, creando un particolare circuito museografico e turistico, un'importante mostra archeologica, che si svolgerà presso l'Oratorio San Rocco di Campogalliano, ad una serie di laboratori interattivi, dislocati a Carpi, Finale Emilia, Nonantola, Fiorano Modenese, che la completeranno permettendo, ai giovani visitatori come agli adulti, di entrare in modo attivo ed originale nella vita commerciale e sociale del mondo antico. Seguendo il logo (il kairòs), che caratterizza tutti gli eventi del progetto "Pondera" il visitatore/turista per la prima volta in modo esaustivo, avrà la possibilità di approfondire il complesso argomento: pesi e misure nel mondo antico (dall'età del bronzo fino all'età bizantina), favorito da una particolare scelta allestitiva, che gli consentirà di "fare", "toccare", "manipolare" per comprendere agevolmente il funzionamento degli strumenti di misura, il loro uso e la loro diffusione nei secoli remoti. Pesi, bilance, compassi e orologi solari, provenienti dal territorio modenese, cui si aggiungono reperti di alcuni importanti rinvenimenti in Emilia Romagna e in territori extra regionali, sono tra i protagonisti di queste insolite esposizioni. Chiara è la volontà degli organizzatori di creare con il visitatore un rapporto eccezionale che, nelle aree attrezzate a gabinetto di prova e di lavoro anche grazie a tecnologie informatiche avanzate, gli renderà la visita piacevole per conoscere il nostro passato. Infatti, viaggiando di sede in sede nel circuito Pondera il visitatore è protagonista di una vera e propria "full immersion" nella vita quotidiana dell'antichità: da Pesi e Misure nell'antichità (Campogalliano / Oratorio San Rocco, 20 gennaio - 1 luglio 2001), a Pesi e Misure nella vita quotidiana (Campogalliano / Museo della Bilancia, 20 gennaio - 1 luglio 2001), a La misura del tempo (Campogalliano/Piazza della Bilancia, 20 gennaio - 1 luglio 2001), a Misurare e costruire un impero (Carpi / Musei Civici, 27 gennaio - 6 maggio 2001), a Lavorare i metalli (Nonantola / Antiquarium, 17 febbraio - 1 luglio 2001), a Tessuti, colori e vestiti nel mondo antico (Finale Emilia / Castello delle Rocche, 10 marzo - 1 luglio 2001), a Pondera: equilibrio tra anima e corpo (Modena / Chiesa di San Paolo, 17 marzo - 27 maggio 2001. Bari, sede e data in corso di definizione), a Piccoli e grandi commerci (Fiorano Modenese / Museo della ceramica, 24 marzo - 1 luglio 2001). In questa molteplicità di contenuti espositivi il visitatore può costruirsi tanti percorsi possibili, che possono essere scelti ed intersecati secondo le esigenze personali e delle curiosità di ognuno. Un volume scientifico di oltre 300 pagine, un CD ROM, una guida illustrata, numerosi gadget accompagneranno il pubblico nel suo tour di visita, favorendo la conoscenza e l'approfondimento di questi argomenti. Una Pondera Card personale e una Family, con particolari vantaggi, l'organizzazione di domeniche dedicate ai percorsi di Pondera saranno alcuni degli strumenti progettati per favorire la fruizione e la visita dei percorsi. Gli allestimenti saranno arricchiti, inoltre, dalla presenza di prestigiosi prestiti, tra questi ricordiamo: la mano pantea di Sabazio di Pompei, una meridiana portatile proveniente dal Museo Archeologico di Aquileia, stadere e materiali vari facenti parte del carico della nave romana rinvenuta a Comacchio.

La pagina del Sistema Museale dalla Provincia di Modena - pag. 6 [2000 - N.8]

Un progetto innovativo di restauro, di salvaguardia dei beni culturali e di promozione dell'arte senza museo, realizzato dalla Provincia di Rimini

Alberto Ghinelli Dirigente del Servizio Beni ed Attività culturali della Provincia di Rimini - Dirigente del Servizio Beni ed Attività culturali della Provincia di Rimini

L'anno giubilare è stata l'occasione per attivare ogni sorta di iniziative, specie nel campo dei beni culturali. Molte di queste si sono risolte in operazioni di facciata, di pulizia di monumenti o di interventi sporadici. In altri casi è stata l'opportunità per impostare modalità di intervento programmate e significative. In questo contesto la Provincia di Rimini ha indirizzato il suo impegno in una direzione nuova e per molti aspetti certamente originale: realizzare un progetto di restauro delle opere d'arte sacra, diffuse nel territorio provinciale che, attualmente in precarie condizioni, verranno cosi riportate ai loro antichi splendori e alla pubblica fruizione da parte, in primo luogo, dei cittadini delle comunità locali, dei fedeli ed infine dei "pellegrini giubilari". Si è trattato sicuramente di una scelta abbastanza coraggiosa sia dal punto di vista culturale che amministrativo. Sotto l'aspetto amministrativo si sono sviluppati alcuni aspetti innovativi, crediamo, di grande interesse: da un lato affidando ad un soggetto privato - la Curia - le fasi operative, dall'altro costituendo rapporti di forte collaborazione con le istituzioni preposte alla tutela dei beni culturali: Istituto per i Beni Culturali, Soprintendenza ai Beni Artistici dell'Emilia-Romagna; infine garantendo l'aspetto scientifico dell'operazione attraverso un comitato scientifico di cui fanno parte personaggi di grande competenza quali Andrea Emiliani - già Soprintendente - e Pier Giorgio Pasini, uno dei maggiori conoscitori dell'arte sacra riminese. Si sono tenuti presenti vari aspetti: dall'organicità dell'intervento alla cura del contesto in cui le opere sono e saranno ricollocate, alle condizioni di sicurezza, sia relativa al mantenimento delle opere, che contro la criminalità. La prima operazione sviluppata è stata un censimento, ampiamente significativo, delle opere d'arte conservate nelle chiese della provincia e la selezione di 50 opere poi raggruppate in 20 lotti. Le opere prescelte coprono un arco temporale assai vasto, dal XIV al XX secolo: fra le più antiche e affascinanti figurano due crocifissi dipinti su tavole sagomate da ignoti artisti appartenenti alla celebre "scuola riminese del trecento"; al periodo rinascimentale appartengono alcuni crocifissi lignei di notevole interesse culturale e devozionale, uno dei quali di un grande artista tedesco. Tra le opere del seicento risaltano una pala del Centino, noto autore locale, e un'altra del Mastelletta, di scuola bolognese; figurano anche nomi importanti del settecento: i riminesi Giovan Battista Costa, Ligorio Donati e Angelo Sarzetti, il bolognese Giuseppe Marchesi detto il Sansone, il cesenate Giuseppe Milani. Tuttavia nella scelta delle opere non si sono privilegiati tanto i nomi celebri o i centri urbani maggiori quanto le necessità di conservazione, così come non è stato dato eccessivo rilievo a particolari epoche. Sono state prese in considerazione anche opere di anonimi che rappresentano tuttavia insostituibili documenti di fede e di devozione. Il primo lotto, composto di dodici opere già ritornate al loro posto, è stato affidato con gara ufficiosa a gruppi di restauratori selezionati, agli inizi di luglio 1999; il secondo e il terzo lotto, per un totale di 42 opere, è stato assegnato il 26 gennaio del 2000; alla fine di giugno gran parte delle opere tornerà nei luoghi di origine. L'attività amministrativa ha avuto inizio nel dicembre del 1998; a questa ha fatto seguito il lavoro istruttorio di ricognizione delle opere presenti nelle chiese riminesi, di quelle che richiedevano con urgenza interventi di restauro, la scelta delle opere da prendere in considerazione e l'analisi degli elementi necessari per procedere ad una gara ufficiosa per il restauro. Il costo risulta sufficientemente contenuto, in rapporto all'entità dell'intervento: 528.000.000, comprensivo dei costi connessi all'analisi e del Comitato Tecnico Scientifico. Dai pochi elementi illustrati emergono con chiarezza i motivi di soddisfazione per l'operazione svolta: tempi rapidi, intervento organico, costi limitati, grande snellezza amministrativa, coinvolgimento di tutto il territorio, stretto rapporto tra azione amministrativa e sentimento popolare e modalità innovative di intervento nel contesto di un nuovo federalismo.

La pagina del Sistema Museale della Provincia di Rimini - pag. 6 [2000 - N.7]

Dagli scavi del 1974 è emerso, nel podere Chiavichetta, uno dei quartieri portuali di quello che può essere definito l'antenato dell'attuale porto commerciale di Ravenna

Giovanna Montevecchi - La Fenice Archeologia e Restauro S.r.l. Concessionario dei Servizi Aggiuntivi per il Polo Archeologico dell'Emilia Romagna

La zona di Classe, oltre che centro urbano e sede di numerose basiliche cristiane, fu, in epoca tardoantica e bizantina, base di un porto commerciale; uno dei quartieri portuali che lo costituivano fu rinvenuto nel podere Chiavichetta a partire dal 1974. Tale rinvenimento ha permesso di evidenziare alcuni magazzini, un impianto produttivo e due strade: nel settore maggiormente indagato sono state individuate le fondazioni dei magazzini di stoccaggio e deposito, che si affacciavano su di una strada basolata in trachiti; la via segue l'andamento del canale e reca i solchi lasciati dalle ruote dei carri. Fra un magazzino e l'altro funzionava un sistema fognario pubblico molto sviluppato che scaricava le acque di raccolta nel canale portuale. Un solo edificio é stato scavato interamente: presenta un portico sul canale, a cui si accedeva tramite alcuni gradoni, un portico prospiciente la strada e un interno suddiviso in navate da pilastri che sostenevano il tetto; all'interno del magazzino vi era un pozzo di raccolta dell'acqua di falda e una cisterna per l'acqua piovana. Nella zona sud dell'area archeologica funzionava una struttura produttiva: si tratta di un ambiente di estese dimensioni, non ancora completamente scavato, con un forno per ceramica e uno per lucerne. A partire dal IV secolo e soprattutto nel V-VI d.C. a Classe sorsero le basiliche cristiane: vennero edificate sia nell'area abitata (cattedrale petriana e basilica di S. Severo) sia nella zona extra muraria con le basiliche cimiteriali (S. Apollinare, S. Probo, S. Eufemia, S. Eleucadio). Inoltre più a Sud sorgeva presumibilmente un piccolo centro abitato con relativa basilica ed annesso battistero denominata convenzionalmente "Cà Bianca" e rinvenuta nelle vicinanze di una necropoli (Palazzette) frequentata dal I al IV sec. d.C. Nell'area della basilica di S. Severo, scavata a partire dal 1964, sono stati riportati in luce notevoli porzioni di pavimenti musivi relativi alla chiesa di S. Severo e parte del sottostante edificio romano di età adrianea; il progetto di apertura al pubblico, avviato nel 1987 con il finanziamento della copertura del complesso, prevede la ricollocazione dei mosaici pavimentali. La Soprintendenza Archeologica, che gestisce l'area archeologica, ha già avviato alcune collaborazione sia con l'Università di Bologna e di Ravenna sia con altre università straniere per la realizzazione di scavi in zone di diverso interesse archeologico, fra cui anche le necropoli. L'area del quartiere portuale nel podere Chiavichetta é aperta al pubblico tutti i giorni dalle 9,00 alle 16,00 durante l'inverno e fino alle 19,00 durante l'estate; é possibile prenotare visite guidate telefonando allo 0339 895769. Le altre zone non sono ancora fruibili dal pubblico.

Speciale siti e musei archeologici - pag. 6 [1999 - N.6]

Luciana Martini - Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna

ll Museo Nazionale di Ravenna custodisce, oltre ai reperti provenienti da recuperi e scavi nella città,soprattutto ciò che resta delle raccolte settecentesche un tempo situate presso le due più grandi abbazie ravennati: quella dei padri camaldolesi di Classe e quella dei Benedettini di San Vitale. Veramente straordinaria fu l'attività di documentazione e ricerca esercitata con passione da questi ordini religiosi, presso i quali, con la collaborazione di qualche nobile dotto, si raccoglieva allora tutta la cultura locale. Le stesse collezioni che oggi noi contemporanei, passati attraverso la sensibilità del romanticismo e dell'idealismo, percepiamo come "artistiche", avevano in origine, nella cultura dei monaci, una valenza di documentazione scientifica molto più accentuata. Il che spiega la presenza, all'interno delle raccolte, di certi reperti di carattere semplicemente etnografico o naturalistico, che oggi ci sembrano estranei allo spirito dell'insieme, e che trattiamo come semplici curiosità. Particolare importanza, nel monastero dei Benedettini, ebbe una raccolta dedicata allo strumentario medico chirurgico dell'epoca, fondata nel 1746 e strutturata come una vera e propria istituzione museale. Nata sotto l'impulso di ragioni pratiche, insieme alla farmacia che dispensava medicamenti, la collezione subì l'influsso delle nuove idee settecentesche che andavano mutando la percezione della natura, e quindi dello stesso corpo umano, e di conseguenza rivalutavano anche la funzione della medicina, nell'ottimistica opinione della possibilità della scienza di eliminare il dolore dalla vita umana sull'onda delle nuove entusiasmanti scoperte tecniche. La trasformazione della raccolta in Museo, con vere e proprie finalità collezionistiche e acquisto anche di materiale didattico illustrativo fu dovuta al dotto padre Ippolito Rondinelli, che nel 1741 era vicario dell'infermeria del Monastero; nella realizzazione di questa impresa si associò con il chirurgo locale Gaetano Bianchi. L'importanza che ebbe fin dall'inizio la collezione è testimoniata anche dalla collocazione dei materiali all'interno del complesso benedettino: occupavano cinque ambienti lungo il lato occidentale del secondo chiostro, preceduti da una porta monumentale sormontata di stucchi. bbene fosse uno dei maggior vanti della comunità, a partire dal 1797, a seguito delle soppressioni napoleoniche, la raccolta seguì un triste destino di dispersione. In un primo momento, i materiali vennero consegnati dalla municipalità a medici ravennati, poi alla Deputazione dell'Ospedale locale. Nel 1814 un resto della collezione era ancora visibile in ambienti di quest'istituzione, anche se parte di essa era stata dirottata verso altri enti e prestata a privati; in seguito, nei vari trasferimenti di sede dell'ospedale, gli oggetti vennero del tutto dispersi. Nel 1862 si ha ancora traccia di qualche strumento, del quale venne effettuato il restauro. Il venire meno della funzione pratica del materiale (e forse il trionfo di una medicina ormai inconsapevole della propria storia) ne segnò la fine, perdendosi quella valenza di documentazione scientifica, che proprio fin dall'origine era stata il motore di formazione della collezione, travalicando la semplice necessità d'uso. Non sapremmo effettivamente più nulla di questa raccolta se fosse che il suo creatore, il padre Rondinelli, si era preoccupato di lasciarne una accurata testimonianza. Il volume illustrato Descrizione degl'istrumenti, delle macchine e delle suppellettili raccolte ad uso chirurgico e medico dal P. Don Ippolito Rondinelli ferrarese monaco cassinese in S.Vitale di Ravenna, un altro benedettino, il padre pubblicata a Faenza nel 1766 da bresciano Mauro Soldo, è tutto ciò che resta di questa antica e grandiosa istituzione.

La Pagina della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna - pag. 6 [1999 - N.4]

Pietro Albonetti - Docente all'Università di Bologna

Ho visitato il Museo del Lavoro Contadino nelle Vallate del Lamone - Marzeno - Senio nella Rocca di Brisighella dopo ventuno anno. Quando fu aperto nel 1977 detti una piccolissima collaborazione; oggi sono solo un visitatore, accompagnato dall'amico che per tutto questo tempo ha retto e fortificato il Museo. Mi viene qualche parola militaresca e ripeto l'impressione di allora: gli strumenti domestici e campestri dei contadini sono entrati nell'abitazione del Capitano (abitava con un certo numero di armigeri; donne di casa non ce n'erano, o si?), come attirati da una calamita. I contadini non hanno amato la guerra, ma l'hanno conosciuta e sapevano che per mitigarla conveniva avere qualche capitano dalla propria parte. In fondo questi arnesi si sono ricoverati presso una figura dominante in grado di proteggere e di angariare. Il secondo pensiero mi ha portato all'inizio del secolo che sta per finire, grosso modo all'età piena dell'agricoltura decimillenaria ormai sul limite del grande esodo e della grande meccanizzazione. Era l'epoca in cui certe avanguardie artistiche (il futurismo di Marinetti, per esempio) proclamano la fine dei musei, come cellule di passatismo e inneggiano a uno svecchiamento dove anche la guerra sarebbe stata salutare. Abbiamo visto!. Della guerra e dei guerrieri non parlo più, ma sui musei ancora qualche riga. La sfida contro i luoghi di conservazione non so se in Italia abbia perso o vinto. Credo che il rigoglio dei musei di questo fine secolo sia al punto più alto in tutto il mondo e i visitatori sono folle in movimento. All'estero come si sa, l'organizzazione è in genere più avanzata e funzionante. musei contadini e analoghi rispetto ai grandi concorrenti storici sono più recenti e quasi concomitanti al formarsi della nostalgia per il mondo agricolo, che scompariva. Musei contadini e analoghi rispetto ai grandi concorrenti storici sono più recenti e quasi concomitanti al formarsi della nostalgia per il mondo agricolo, che scompariva. Nella mia area nativa apprezzo il Museo di Brisighella. Le numerose visite sono una conferma oggettiva. I commenti degli altri visitatori, lì dentro, sono tra i più vari e divertenti: dai giovani ai vecchi un campionario incredibile interessato alle cose esposte, al panorama e forse anche alle strettoie e alle scale che salgono dentro e fuori in cima alla rocca. La passeggiata (ma si arriva comodamente anche in macchina) può essere un pretesto, oltre che uno scopo preciso. Dopo ventuno anno il risultato è sicuro, ma gli oggetti da 535 sono ora più di 2400: stipatissimi (non si possono attaccare fuori dalle feritoie come il bucato): stringono non solo le rocche della nonna e le mezzette del nonno, ma gli aratri, le botti, i telai, etc. Bisogna estendersi: non voglio calcare sui vizi della memoria ma sul valore della conservazione. Un ciclo millenario dell'attività umana fondamentale (come è l'agricoltura) è al centro stesso dell'operazione. Può darsi che sempre di meno le nuove generazioni sappiano del passato e che dalle pagine scritte siano annoiate: non resta che squadernare (è un dovere) "le morte stagioni" in un modo serio e rigoroso nella "presente e viva". A Brisighella i presupposti ci sono, ma oggi sono stretti.

Speciale musei etnografici - pag. 6 [1998 - N.3]

Giorgia Freddi - Operatrice di Casa Monti

Sabato 23 maggio, ad Alfonsine, è stata inaugurata e nuovamente riaperta al pubblico, dopo alcuni anni di chiusura, la casa dove il 19 febbraio 1754 nacque l'illustre poeta neoclassico Vincenzo Monti. L'edificio si presenta completamente rinnovato, al termine di un lungo intervento di risanamento, fortemente sostenuto dall'Amministrazione Comunale, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna. Grazie a tale ristrutturazione, condotta nell'assoluto rispetto delle caratteristiche settecentesche della casa, si potrà così tornare a fruire attivamente di una costruzione di indiscutibile valore architettonico. Casa Monti avrà una duplice destinazione d'uso diventerà infatti sede, al piano terra, del Centro Visita della Riserva Naturale Speciale di Alfonsine e del Punto di informazione del Parco del Delta del Po mentre, al piano superiore, di un museo montiano. Quest'ultimo, non solo accoglierà i cimeli e le memorie del celebre Poeta locale, ma ospiterà anche visite didattiche, oltre a manifestazioni di carattere culturale e convegni, rivolti a studiosi e ad appassionati del periodo neoclassico. In occasione dell'inaugurazione, il museo montiano ospita inoltre una mostra di stampe e autografi del Poeta, dal titolo Vincenzo Monti, dalla Roma di Pio VI alla Milano di Napoleone, che si protrarrà per tutto il mese di luglio, con apertura dal martedì alla domenica, dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 14.30 alle 17,30. Si tratta di un'esposizione di indiscutibile valore, che mira a ripercorrere la carriera del Monti, vissuto in un periodo di profonde trasformazioni politiche, attraverso tre grandi momenti, ossia il Periodo Romano, il Periodo Repubblicano e il Periodo Napoleonico. L'unicità e la singolarità della mostra dipendono dalla vastità del mate