Selvatico [tredici] 2018

Museo Civico San Rocco - Fusignano

Fantasia/Fantasma Pittura tra immaginazione e memoria

Selvatico disegna una mappa che congiunge luoghi, musei ed edifici storici diffusi nel territorio romagnolo, intrecciando questa pluralità di spazi, e le storie contenute in essi, all'interno di una geografia e percorso espositivo che coinvolge e connette opere e artisti contemporanei, con una particolare attenzione rivolta qui alla pittura e a quella che sembra, a tutti gli effetti, una sua ennesima stagione felice. Non che la pittura sia mai stata abbandonata, o che questa fase rappresenti un ritorno inatteso a questo linguaggio dopo anni di silenzio e nascondimenti, anche se è evidente che da parte di una fitta schiera di giovani autori la pratica del dipingere è tornata a essere nuovamente centrale. E tangibile poi il moltiplicarsi vertiginoso di mostre che si impegnano a fare luce su questo mezzo e a scrutarlo e indagarlo, senza per questo poter mai scrivere la parola definitiva, trattandosi sempre e comunque di un linguaggio imprendibile e sfuggente proprio perché vitale. Selvatico propone così, come è stato nelle sue ultime edizioni, a cui si ricollega come ripresa di un filo e discorso interrotti e sospesi, una serie di mostre che guardano principalmente alla pittura. E dall'esplorazione sulla pittura italiana riparte senza tralasciare al contempo alcune delle sue molte ramificazioni, ibridazioni e innesti con altre discipline tra cui disegno e scultura, fumetto e installazione, a ribadire la mobilità, vivacità e forza di questo mezzo, linguaggio, disciplina e mondo. Cuore e centro del progetto è il Museo Varoli di Cotignola che, anche a partire dalla felice vicenda rappresentata dal cenacolo varoliano in bassa Romagna della prima metà del novecento, traduce questa esperienza e la riattualizza, allargando ed espandendo questa vocazione ostinata che mira a favorire, portare e coltivare l'arte in provincia, presenza inattesa ma necessaria, vitale e urgente. Lo fa guardando a piccole realtà, facendo rete, e segnalando sempre il suo sguardo periferico e il suo operare ai margini, una sorta di giusta distanza che diventa una delle chiavi per cercare di orientarsi, esplorare il presente, guardarsi intorno e rilanciare domande. Una provincia che sembra poter essere ancora, quasi resistente, o dimenticata, panorama e scenario disponibile all'incontro, al confronto e dialogo, anche a ribadire una caratteristica propria e specifica del territorio italiano tutto, vera e propria costellazione di piccoli centri che rende luoghi, paesaggi, presenze e testimonianze artistiche un prezioso unicum, indivisibile e fatto di diversità, cucito lentamente da scambi e rimandi, influenze e aperture. Un tessuto su cui Selvatico prova a innestare nuovi sguardi, quelli di una serie di artisti di varia provenienza geografica, tra giovani autori e altri più affermati e conosciuti, capaci di innescare una relazione fertile tra luoghi, opere e persone, tra il vicino e il lontano, tra una dimensione locale non arroccata o impaurita, né scimmiottante quel che avviene in città e nei grandi centri, e una nazionale. Ascolto e coltivazione sono le modalità di questo progetto che mette al centro i musei, intesi non solo come contenitori e raccolte, ma come luoghi di produzione aperti al contemporaneo, custodi e promotori di un'identità mobile e sempre incerta, inquieta e in trasformazione. Un ruolo e una collocazione che caratterizzano Selvatico come sguardo e spazio indipendente, tra le cui funzioni c'è sicuramente quella di offrire e segnalare punti di vista altri, assumendo rischi nel disegnare traiettorie divergenti e non somiglianti, acquisendo modi di fare e vedere che seguono pratiche e movimenti diversi rispetto a quel che può avvenire in un sistema che invece non può prescindere, nel bene e nel male, dal valore del mercato ed economia. Dopo le mostre del 2017 che avevano a che fare con l'immagine e ombra della foresta, metafora vegetale del dipingere e della pittura stessa, e anche sguardo che si volgeva all'attenzione da parte di molti artisti al dato naturale e sua rappresentazione, il prossimo episodio di Selvatico parte invece dall'incontro, coesistenza e giustapposizione di due termini, Fantasia/Fantasma, a segnalare, più che un tema specifico o un umore, un'affinità o radice comune presente nelle due parole, un intrecciarsi e sfumare che ci sembra abbracciare bene la condizione propria del formarsi delle immagini, prima ancora dei contrasti e divergenze apparenti tra le due suggestioni che si rivelano infine non del tutto separabili, ma estremi di una polarità comunicante. Emerge qui una tensione che è della rappresentazione e propria della pittura, da una parte il rischio costante e l'insidia della possibile sparizione dell'immagine dovuta al suo stratificarsi in pelli che negano e sommergono segni e gesti precedenti, o del non finito, e, dall'altra, una sua capacità di dare spazio alla narrazione e alle storie, dove il dipinto è ancora finzione, trappola e macchina scenica, inganno, finestra che si apre e affaccia spalancando mondi e in cui il mondo è, non solo ricordato o visto, ma immaginato e fantasticato ogni volta. O ricondotto talvolta a sintesi e precisione misteriosa di pura immagine fatta da segno tremante. E pittura che spesso, in un gioco di specchi, riflette su se stessa. Due o più direzioni non per forza in contrasto o alternative, ma molte volte scivolanti e slittanti l'una all'altra, capaci di nutrirsi a vicenda, o di ostacolarsi; un incontro e intreccio che si risolvomo e ramificano in una pluralità di direzioni, traiettorie e piste. Pittura come animale o forma collettiva, oscillante tra racconto e sparizione, ora descrittiva ed esatta, sintetica o ricca di dettagli, ora vicina alla perdita e all'abbandono, come impegnata in una sorta di lotta e tentativo per salvare residui e pezzi di visione, memorie e tracce del tempo che si sommano, crescono e negano, velandosi e svelandosi. Fantasia e fantasma, o anche immaginazione e memoria: due parole che hanno la stessa origine a ribadire una radice comune delle immagini e del processo mentale che ci porta a pensarne e farne di nuove, o a tradurre, trasformare e tradire quelle già esistenti. La mostra affianca e segue queste molteplici direzioni e polarità della pittura contemporanea, contrapponendole talvolta, integrandole indistinguibili altrove, tracciando nuove piste e sentieri che conducano fuori dal bosco, o che ci sperdano in esso. Teste e foreste, memorie vegetali, paesaggi con figure, scenari, luce e ombra, le cose e gli oggetti come custodi muti delle storie, animali, fiabe e racconti. L'idea che sta alla base delle mostre che si vedranno in questa edizione gira intorno a uno scritto di Gianni Celati intitolato Sulla fantasia contenuto in Conversazioni del vento volatore edito da Quodlibet nel 2011. Ne riportiamo un paio di passaggi che sembrano adattarsi bene, non solo al processo e farsi del pensiero e delle immagini, ma anche alla pratica stessa del dipingere: Il fatto è che noi ci serviamo della fantasia tutti i momenti per interpretare le cose, cercando di capire quello che è fuori dalla nostra portata; e tutto il nostro sistema emotivo dipende da come immaginiamo ciò che non è sotto i nostri occhi. Quando abbiamo paura, quando siamo a disagio, quando siamo gelosi, quando facciamo progetti, entra in gioco l'atto del fantasticare. Quando siamo innamorati non facciamo che ripassarci il film delle fantasie sull'essere amato, e anche quando riflettiamo cerchiamo aiuto nell'immaginazione o nella fantasticazione. Il fantasticare è così assiduo che lo diamo per scontato. Però se si inceppa abbiamo un campanello d'allarme, che è la noia: la noia è una specie di nebbia mentale che blocca gli slanci immaginativi, e rende fastidioso il flusso di stimoli che viene dal mondo esterno. (...) Aristotele chiama in due modi le immagini che sorgono dalla mente: phantasma e phantasia, entrambi dal verbo phaino, "mostrare". Sono figurazioni che "si mostrano" in noi come un richiamo a percezioni avute o possibili. Queste immagini della mente, dice Aristotele, sono una combinazione di ciò che abbiamo percepito attraverso i sensi e ciò che opiniamo con l'intelletto. E nel trattato sulla memoria dice che la memoria è un portato dell'immaginazione; dunque immaginazione e memoria non sono separabili. Ricordare vuol dire in qualche modo immaginare la cosa ricordata, ripensarla fantasticamente. É anche l'idea di Giambattista Vico, il quale diceva che "la memoria è l'istesso della fantasia". Fusignano • Museo civico San Rocco Andrea Chiesi / Daniele Galliano • Centro culturale "Il Granaio" Marta Sesana / Giuliano Sale A Fusignano luoghi, persone e cose. Il bianco e il nero, la luce e la tenebra. Notturni blu e viola. Desideri e distanze siderali, avvicinamenti improvvisi e vertigini dell'inquadratura; tavolozze esplose irradianti con tutti i colori belli e squillanti e molti. Teste che guardano e teste vuote; punti, buchi e volti ciechi. Occhi grandi. Gocce stelle di re inchiostro. Cieli e nuvole in perfette macchie sparse, quasi casuali. Ombre arcobaleno iridescenti. Psichedelie. Panorami, nebbie, invenzioni del paesaggio, foreste e cattedrali abbandonate; mappe, costellazioni animali, cattività e discipline della carne. Preghiere, sortilegi e pensieri stupendi. Il disegno. Pittura natura, pittura animale. Musica e danze di corpi. Echi di sensualità non del tutto perdute. Modelle in posa languida ancora. Maghi. Il teatro della pittura; in scena, pupazzi, giocattoli e burattini. Riflessi nervosi e movimenti involontari spastici. Meccanica anatomica. Quel che resta della fisiognomica. Paesaggio con o senza figura. Fantasmi. Cinema infinito. Al Museo san Rocco, la pittura di Daniele Galliano (Pinerolo 1961) e Andrea Chiesi (Modena 1966) attiva un dialogo speculare e complementare nelle due ampie sale del primo piano di quello che era il vecchio ospedale di Fusignano, per convergere poi in un confronto diretto e serrato fatto attraverso il disegno nella piccola sala centrale che collega i due spazi più grandi e simmetrici dell'edificio. Quel disegno praticato da entrambi che è qui il luogo concreto dell'incontro e che attraversa anche, da un certo punto di vista, il loro modo di dipingere: nel gesto abbozzato e segno potente, nervoso, stenografico e veloce, senza traccia e diretto sulla tela di Daniele e, diversamente, nella precisione paziente, nella ripetizione mantra fatta di esattezza e meticolosa descrittività labirintica di Andrea. Una vicinanza che, pur negli esiti molto diversi e distanti dei due sguardi che compongono la mostra, è anche generazionale; a partire dalla pratica comune della pittura portata avanti dai due autori emersi negli anni 90 e che, pur nella estreme differenze che li separano e distinguono, trova una certa comune temperatura livida e notturna, quasi nerablu; un umore, se non un discorso, che può costituire certamente una delle convergenze e atmosfere comuni di questo incontro, così dentro al problema e necessità della rappresentazione da compiere infine quasi un capogiro che sfiora a tratti l'astrazione attraverso due percorsi opposti. Giocando un po' con uno dei grandi luoghi comuni della pittura, per il tipo di sguardo, pelle e modalità pittorica del gesto, si potrebbe dire veneziano o caravaggesco l'uno, fiorentino o fiammingo l'altro, pennellata che separa o sfuoca facendo indistinguibili luce e tenebra e corpi da una parte, linea e disegno e campitura con contorni perfetti che separano e tagliano dall'altra. E curioso poi come questa attitudine si rovesci totalmente nel disegno, diventando linea minerale e aggrovigliata in uno, e macchia sfaldata, stemperata, scivolante e acquatica nell'altro. E, a farli vicini anche, le collaborazioni con la scena del rock indipendente, a partire dall'etichetta "I dischi del mulo" e dall'incredibile momento e stagione fertile rappresentata da quel mondo che è ruotato intorno ai C.S.I. al Consorzio Suonatori Indipendenti e a tutta la scena seminale che sono stati capaci di creare, smuovere, stanare, sostenere e chiamare a raccolta; le copertine dei Marlene Kuntz di Daniele Galliano e quelle dei Taccuini fatte da Andrea Chiesi sono quindi, non troppo sottotraccia, un altro terreno comune che in qualche modo sta alla base di questa idea e di questo incontro e ritrovarsi, fatto da una parte da panorami industriali abbandonati e dormienti, macchina pesante e residuo di un altro tempo, di ferro e ruggine, capannoni industriali e prospettive di città ideale perduta, dall'altra costellazioni umane e animali rispondenti a leggi, movimenti e ordini per noi incomprensibili, rivoluzioni celesti, e una galleria archivio di piccole teste anonime, svuotate, incravattate, insensibili, ingiuriate, eroiche e ferite a fare da controcanto. E il dialogo non si esaurisce qui, ma si eleva in qualche modo a potenza nell'altro incontro di questa doppia mostra e doppia coppia presentata a Fusignano, ancora una volta funzionante per affinità elettive e divergenze narrative, in una relazione accesa e in parte stridente fatta dalla pittura misteriosa di Marta Sesana (Merate 1981) con quella altrettanto oscura e felice di Giuliano Sale (Cagliari 1977), due autori più giovani ma non meno talentuosi e potenti che si dividono l'ambiente del vecchio Granaio di Fusignano. E noi, dentro, circondati da una spietata e strabiliante galleria di teste, corpi, strani esseri, animali, apparizioni, paesaggi improbabili e scenari d'altri mondi; accerchiati e immersi in mondi freaks. Ritratti, corpi nudi e crudi, nature morte e illusioni, un alfabeto di generi e stagioni sbranato e ricomposto e fatto ancora a pezzi; pezzi assemblati e come esplosi, centrifughi centripeti, brandelli ricomposti allegramente o tragicamente come in un collage mentale in cui affiorano echi della storia dell'arte tutta, mescolati liberamente e in maniera, a tratti debitrice, a tratti irriverente. Pittura schizofrenica che non si arrende all'unicità e alla comprensibilità e, soprattutto, alla specializzazione e riconoscibilità immobile imposta, ma che cerca costantemente di risanare ferite e strappi, producendo nuovi tagli e lacerazioni, ricucendo amorevolmente, innescando memorie più o meno lacunose, gorghi, voragini e visioni di anatomie belle; e facendo i conti con una pittura che prende il sopravvento e dirige il discorso, o lo fa deviare e scartare, come impazzita e fuori controllo, talvolta addomesticata. E poi i giocattoli, o i personaggi di un cartone animato delirante, inquietanti caramelle gommose giganti che si muovono nella vita vera e trasformano tutto facendolo morbido e un po' cattivo o malinconico; pittura cinema, e noi affacciati davanti a una finestra a immaginare e vivere altre storie, catapultati come esploratori, guardanti e guardati; in attesa dell'invasione barbarica multicolor. Archeologie. Favole surreali o fatti realmente accaduti filtrati nel ricordo che è sempre distorto, dolce e acido, tenero e pauroso contemporaneamente. Fraintendimenti culturali e del linguaggio. Etnologia. Bellissimo mondo finalmente credibile e accessibile, qui e ora. Esotico. Desiderio palpabile. L'avventura finalmente. Così, oltre a un confronto generazionale tra quattro straordinari pittori, questa doppia mostra si fa davvero specchiante con il tema che la governa e chiama, una specie di dualità o opposizione convergente: da una parte una pittura quasi in bianco e nero, di fantasmi e ombre, dall'altra il colore acceso e saturo, e la fantasia strabordante che costruisce e smonta l'immagine frammentandola in un caleidoscopio di visioni forti, violente, felici e incomprensibili, surreali, drogate e sognanti. Quali sono i fantasmi? Dove la fantasia? Un sogno dentro al sogno, e la possibilità, facile, che tutti si capovolga... Una certa dimensione notturna poi attraversa tutti e quattro, tra luci livide e al neon, e tenebre che si mangiano in parte la visione, le presenze mute e il panorama, inghiottendoli e spuntandoli fuori sempre estranianti ed estraniati. La rappresentazione, dolorosa e grottesca. E il punk ancora, ma gentile ed esatto, quasi come felice; e una mostra in cui si fronteggiano e stratificano le risonanze di una pittura mondo: pittura coraggiosa, con quasi storie dentro. Rosa. Selvatico [tredici] 2018 Fantasia/Fantasma Pittura tra immaginazione e memoria 1 > Fusignano • Museo civico San Rocco Andrea Chiesi / Daniele Galliano • Centro culturale "Il Granaio" Marta Sesana / Giuliano Sale Inaugurazione sabato 10 novembre ore 17 / 11.11.2018 - 20.1.2019 2 > Cotignola Museo civico Luigi Varoli Inaugurazione sabato 24 novembre ore 16 / 25.11.2018 - 27.1.2019 • Palazzo Sforza piano terra sala 1 - Juan Carlos Ceci, Enrico Tealdi, Rosario Vicidomini sala 2 - Sabrina Casadei, Beatrice Meoni, Julie Rebecca Poulain sala 3 - Manuel Portioli primo piano, pinacoteca Riccardo Cavallini secondo piano Silvia Argiolas, Giovanni Manunta Pastorello, Agnese Guido, Andrea Fiorino • Spazio corso Sforza 27 Elisa Filomena, Azadeh Ardalan • Casa-studio Luigi Varoli Francesco Bocchini • Palazzo Pezzi piano terra Stefano W. Pasquini / Angelo Bellobono Marco Bettio - Ettore Pinelli / Giorgio Pignotti - Francesco Cuna primo piano Amandine Samyn / Giulio Saverio Rossi / Andrea Grotto - Barbara De Vivi Paolo de Biasi - Luca Moscariello / Benedetto di Francesco - Giuliano Guatta Simone Luschi 3 > Ravenna VIBRA Spazio contemporaneo di idee Gio Pistone / Nicola Alessandrini Inaugurazione venerdì 7 dicembre ore 18.30 / 8.12.2018 - 13.1.2019

[22/10/2018]

[indietro]